Dalla volontaria di Gazzella in visita a Gaza: rapporto sul progetto “clinica dentale”, 27/9/2023

Mensilmente circa 2.000 persone si rivolgono alla Primary Health Care Clinic di Shaty Camp per diverse prestazioni, e circa 600 utenti hanno bisogno di cure dentali. Il 70% sono bambini. Quando abbiamo visitato nel 2019 la P.H.C.C. l’unita’ dentistica era dotata di attrezzature obsolete, strumenti di scarsa qualità, carenza di materiali e medicine per la cura. Nel complesso l’unità dentistica non aveva i requisiti necessari per dare adeguata assistenza e cura. Grazie al contributo delle associazioni Gazzella e Fonti di Pace nel 2020 sono state acquistate attrezzature nuove quali la poltrona dentista, compressore, amalgamatore, seggiola dentista e aiuto, autoclave e armadi per i materiali. Sono stati forniti anche materiali per le cure dentali: anestesia, soluzione in polvere per otturazioni, disinfettanti e medicamenti per le terapie canalari. In questi anni abbiamo continuato a mantenere la fornitura minima di materiali per le cure dentali. Causa l’occupazione israeliana l’accesso alle cure mediche per i palestinesi è completamente dipendente dagli aiuti umanitari. SOSTENETE Gazzella nelle sue attività a favore del popolo Palestinese, per alleviare le sofferenze dei bambini e bambine feriti o con disabilità e per garantire il diritto alla salute.

‘aprile 2023

Ogni visita che Sancia ed io facciamo a Gaza è una corsa per riuscire a fare tutte le cose che vorremmo. Da anni abbiamo dei progetti a Gaza sia come Gazzella con il Gaza Community Mental Health Programme per la creazione di ambulatori di psicoterapia nelle scuole pubbliche di Gaza sia con WILPF Italia per progetti di empowerment delle donne; e da quest’anno anche per la riabilitazione e la formazione di minorenni che hanno violato la legge, alcuni dei quali detenuti in carceri minorili. Tutti progetti sostenuti dall’8×1000 della chiesa valdese. Ma sicuramente la parte più importante è la visita alle famiglie di bambini feriti nei vari bombardamenti di Gaza (negletti dai nostri media a meno che non siano macroscopici) o ultimamente anche durante le manifestazioni del “Venerdì del ritorno”. È un modo non solo di valutare la crescita di questi ragazzini e queste ragazzine, la guarigione (non sempre lineare) non solo delle ferite, ma anche dello stress post-traumatico e vedere come queste famiglie povere, di anno in anno più numerose (a Gaza ci si sposa e si fanno figli…) cercano di migliorare la loro condizione di vita. È una lotta dove spesso la speranza è riposta proprio sui figli e figlie… la speranza di una loro futura possibilità di avere un lavoro e quindi di migliorare le condizioni di vita di tutta la famiglia. A Gaza, l’istruzione è importante ed è ancora vista come possibilità di miglioramento sociale! È vero che tra queste famiglie a volte ne visitiamo alcune disastrate, incontriamo donne vedove o che si ingegnano a sopravvivere con i loro figli dopo il divorzio. Ci colpisce anche se nei vari bombardamenti o per malattie muore la madre (moglie) l’anno successivo troviamo, nella famiglia allargata una nuova moglie e un nuovo bambino/a. Questa è Gaza. Una società che lotta contro una povertà endemica, che però esprime una grande capacità di resilienza, di perseguire speranze, sopratutto tra le donne. Questa volta in tre giorni fitti, abbiamo visitato le famiglie dei bambini affidati alla cura dell’Associazione AISHA, con la quale da anni abbiamo un rapporto di collaborazione e reciprocità. La loro scelta dei bambini da adottare è sempre stata oculata, tutti bambini/e di famiglie nel bisogno. Insieme ad AISHA troviamo il modo di inserire nuovi bambini quando i bambini adottati hanno raggiunto i 18 anni. Ci sono sempre un gran numero bambini feriti a Gaza che non riusciamo a far “adottare”. È un aiuto, che contribuisce all’economia delle famiglie, a far studiare i bambini e le bambine adottate. Questo è certo, ma qui ci vorrebbe lavoro, che oltre a tutto dà dignità, cosa quasi più importante in un paese dove risulta che il 49% degli uomini adulti è disoccupato ovvero sopravvive con lavori arrangiati all’interno di un’economia informale. Le visite alle famiglie dei bambini adottati a distanza, se è importante per le relazioni di vicinanza che si riescono a costruire, serve anche per toccare con mano la complessa situazione di Gaza, misurarsi con la povertà diffusa che si accompagna ad altre condizioni privilegiate, come in qualsiasi altro paese del mondo, anzi forse è proprio qui come in altri paesi poveri, che queste differenze emergono in modo vistoso e violento. E mi torna alla mente un’ultima immagine all’uscita di Gaza: una fila di uomini – fila di almeno 200 metri- anch’essi in attesa di uscire da Gaza per andare a lavorare in Israele. Il lavoro dà dignità oltre che soldi. Da un anno o poco più è possibile uscire da Gaza per andare a lavorare in Israele, sono uomini che così mantengono la famiglia. Si occupano nell’agricoltura (quasi tutta lavorata da palestinesi anche negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania) e nell’edilizia. Si sono alzati prima dell’alba per raggiungere il confine e sono obbligati ad ore di fila per uscire..!!! Mentre li guardo mi sale la rabbia (e anche parolacce) ma poi mi viene in mente il bel libro di Ibtisam Azem da poco tradotto anche in italiano “Il Libro della Scomparsa” (traduzione di Barbara Teresi- casa editrice indipendente torinese hopefulmonster) che inizia con un fatto: a mezzanotte di un giorno X, tutti i palestinesi di Israele, Cisgiordania e Gaza spariscono. Tutta la quotidianità israeliana entra in crisi: non ci sono i guidatori di autobus, infermieri, medici negli ospedali, non c’è chi semina, chi raccoglie, chi costruisce strade, ponti e case… Interessante immaginarlo. La mia rabbia silenziosa si trasforma in una domanda di futuro che per ora non sembra possibile. Intanto mi sento accanto a quei palestinesi in fila, ai bambini feriti, a chi a Gaza lotta ogni giorno per sopravvivere con dignità. E poco, ma è quanto riusciamo a fare oggi. Sancia e Gianna Si fa il pane in casa per la settimana

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza, marzo 2023

Ritorno nella striscia di Gaza dopo pochi mesi. Al passaggio di Erez lunghe code di palestinesi in attesa di fare il controllo per andare in Israele, o meglio come dicono alcuni palestinesi “nei territori occupati nel 1948”. Ci vanno per lavorare o per curarsi negli ospedali di Gerusalemme o della Westbank. Perché a Gaza il lavoro è fatica trovarlo e non ci si può curare. Infatti sono lunghe le liste d’attesa per il rilascio di permessi per andare a curarsi; a Gaza mancano strumenti per la diagnostica, per la cura chemioterapica e materiali per la radioterapia. L’art. 14 comma 1 del Protocollo di giugno 1977, aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, cita:“La Potenza Occupante ha il dovere di assicurare che le esigenze di assistenza sanitaria della popolazione civile continuino ad essere soddisfatte nel territorio occupato”. Ma Israele si sottrae a questo dovere. Non solo, ostacola le entrate a Gaza dei materiali sanitari. Così ci sono gli interventi di Ong-Cooperazione Internazionale e Associazioni come Gazzella che grazie a donazioni straordinarie e mirate portano un piccolo aiuto in campo sanitario pubblico. Nel corso della missione a Gaza ho visitato le due strutture delle Cliniche dentali nelle Primary Health Care Clinic, distretti sanitari pubblici, di Shaty camp e El burej che Gazzella con l’aiuto finanziario di donatori ha completamente rinnovato. Nelle cliniche dentali il 60-70% degli utenti sono bambini e i costi delle prestazioni sono significativamente inferiori alle strutture private. (vedi link). Nel corso della missione grazie al contributo dell’Associazione Fonti di Pace, sono stati acquistati i materiali, sempre carenti, necessari per le dure dentali. Per Fonti di Pace, Associazione che in rete con Gazzella ha sviluppato diversi interventi a Gaza, ho monitorato le attività del progetto di riabilitazione già al secondo anno, finanziato con 8X1000 dalla Chiesa Valdese e realizzato dal Palestinian Medical Relief Society, già partner di Gazzella. Un progetto per bambini ed adulti con disabilità. Disabilità derivanti da difetti congeniti, causa anormalità a carico di una funzione psicologica-fisica o per disabilità acquisita a seguito di eventi traumatici, feriti durante gli attacchi. Obbiettivi del progetto sono di migliorare, là dove possibile, la condizione psico-fisica del disabile e far acquisire autonomia nelle semplici azioni quotidiane, sostenere i famigliari nella gestione del disabile, ma anche aiutare la comunità ad accettare la condizione del disabile per uscire dall’isolamento. Queste progettualità sono possibili grazie alle sinergie che in questi anni si sono costruite tra vari soggetti italiani e palestinesi, condividendo con loro i bisogni della popolazione e sviluppando quindi interventi mirati . Le visite ai nostri bambini e bambine sono state come sempre toccanti. In 19 anni ho visto passare nel progetto tanti bambini e bambine, tanta sofferenza e ogni incontro è sempre una prima volta. Quelli che sono usciti dal progetto perché grandi, in buone condizioni di salute non sono stati dimenticati. Alcuni adottanti ai quali è stato sostituito il caso chiedono di portare ancora notizie. I bambini e le bambine che ho incontrato, per la maggior parte rifugiati, vivono con gli aiuti dell’Unrwa. Nel corso degli incontri i famigliari hanno fatto presente che il pacco di generi alimentari distribuito ogni tre mesi si è “alleggerito”. Non vengono più consegnate scatolette di carne, tonno e formaggio. Il pacco contiene: farina 100 kg, latte 5 kg , olio di mais 5 litri, zucchero 5 kg, ceci 5 kg, lenticchie 4 kg e riso 5 kg. Il problema della malnutrizione a Gaza è stato più volte denunciato. Nel 2020 l’Agenzia del Programma Alimentare Mondiale rilevava che “l’86% dei bambini con meno di 5 anni che vive a Gaza non ha una dieta minimamente accettabile e il 28% delle donne durante l’allattamento ha dei livelli troppo bassi di ferro nel sangue”. Secondo le Nazioni Unite più del 68% dei due milioni di abitanti di Gaza soffre di insicurezza alimentare, definita come “condizione di non avere accesso o non avere i soldi per comprare il cibo necessario per condurre una vita sana ed attiva”.L’Unrwa non provvede solo a fornire aiuti in generi alimentari, ma tra i suoi compiti deve assolvere anche i bisogni dei rifugiati garantendo loro i servizi sanitari, l’educazione, aiuti nel sociale. Negli ultimi anni gli aiuti finanziari all’Unrwa, da parte degli Usa, hanno subito forti tagli. Dietro alla scelta di mettere in sofferenza gli aiuti economici c’è il messaggio chiaro degli Usa, e non solo, di negare la legittimità dei diritti dei rifugiati palestinesi per arrivare a disconoscere lo status di rifugiato. La presenza di Gazzella, l’ascolto dei bisogni sono un sollievo per le famiglie che non si sentono abbandonate e sanno che dietro a ogni assegno che ricevono ci sono altre famiglie che, anche con sacrificio, cercano di aiutarli a vivere con dignità. Nel corso della permanenza a Gaza, nei territori occupati gli attacchi delle forze di occupazione israeliane sono state quotidiane. A metà marzo si contavano più di 80 palestinesi assassinati dall’inizio dell’anno, tra cui 16 ragazzi e più di 200 feriti. Come risposta, una rivolta-resistenza quotidiana. Le ragioni? Tante: Occupazione, espulsione dalle case, provocazioni continue dei coloni, uccisioni, razzismo. Quando lascio la striscia di Gaza la popolazione si sta preparando per il Ramadan. Molte luci per le strade e negozi addobbati. Il rientro a Gerusalemme, passando per Erez, è sempre impegnativo: controllo valigia, body scanner se va bene una volta, altrimenti ti fanno tornare indietro e lo ripeti un’altra volta e se non soddisfatti ti fanno andare in una stanza, ti fanno spogliare e ripassano i vestiti con metal detector. Esci dalla stanza avvilita ed umiliata non tanto per l’azione subita, ma perché sai che non chiederai la ragione del trattamento avuto. Finalmente a Gerusalemme, dove i turisti si aggirano in una città militarizzata! Il giorno seguente lascio la Palestina, con il pensiero alle cose fatte, alle famiglie che ho incontrato e ai sostenitori di Gazzella che sono insieme ai bambini i protagonisti del nostro progetto. Grazie G. Marzo 2023 https://gazzella-onlus.com/2022/11/19/dalla-volontaria-di-gazzella-in-visita-allambulatorio-odontoiatrico-a-gaza-il-17112022/

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza, 6 aprile 2023

Relazione viaggio a Gaza, Marzo 2023 Finalmente, dopo un anno dall’ultima visita, riusciamo a tornare a Gaza a trovare i bambini adottati da Gazzella e a verificare i risultati dei progetti finanziati dall’8 per mille della Chiesa Valdese a Gazzella-onlus con il GCMHP (Gaza Community Mental Health Program) e a WILPF (Women International League for Peace and Freedom) con l’associazione di Gaza: Aisha for Woman and Child Protection. Arriviamo all’aeroporto di Tel Aviv di sera e sperimentiamo per la prima volta il treno diretto che dall’aeroporto va a Gerusalemme (70 km circa) in 25 minuti. Questa ferrovia che mi dicono sia stata costruita dalla impresa Pizzarotti di Parma ed è stata inaugurata alla fine del 2018 ma è regolarmente funzionante solo da un paio di anni, evita di trovarsi in ingorghi di traffico che si verificano quasi a tutte le ore di tutti i giorni della settimana. La sua costruzione è stata inutilmente boicottata soprattutto dagli ambientalisti e attraversa parte dei territori palestinesi occupati senza però poter essere utilizzata dai palestinesi perché non fa fermate intermedie. Il treno è effettivamente molto comodo, rapido ed economico, naturalmente per chi lo può usare. Arrivate alla stazione di Gerusalemme cerchiamo un taxi e l’autista a cui ci rivolgiamo ci avverte subito che essendo notte e andando nella parte est della città, palestinese, è molto caro. Non avendo scelta accettiamo e lo prendiamo, naturalmente odiando l’autista che guida il taxi, e arriviamo così nei dintorni della abitazione del nostro amico insegnante di italiano all’istituto Dante Alighieri e all’Università Palestinese di Birzeit che sta al momento in Italia. Faticosamente entriamo in possesso delle chiavi ed entriamo in casa. Il giorno dopo che è venerdì, l’entrata a Gaza di Eretz è limitata a poche ore la mattina e poi chiude perché comincia lo shabbat ebraico per cui l’entrata, controllata dagli israeliani, è chiusa per tutto il resto del giorno. Il rischio quindi di trovare l’entrata già chiusa è alto e non lo vogliamo correre. Utilizziamo le giornate di venerdì e sabato per andare a conoscere il Console Generale Italiano, a trovare il direttore della cooperazione Italiana, a incontrare Michele Giorgio corrispondente del Manifesto con cui è sempre molto interessante parlare per capire quale è la situazione reale e a farci un giro per la bellissima città vecchia.  Domenica mattina presto con un taxi andiamo a Eretz per entrare nella Striscia di Gaza. Il passaggio attraverso i 3 controlli: israeliano, della autorità palestinese e di Hamas che governa Gaza, vanno abbastanza lisci anche se per la prima volta la zona è affollatissima perché piena di lavoratori di Gaza che vanno a lavorare in Israele. Al controllo di Hamas che non si capisce se è o no amichevole nei nostri riguardi perché gli impiegati non parlano neanche una parola di inglese e non sono per niente sorridenti, ci vengono a prendere Ahmed l’autista di Aisha con un altro impiegato dell’associazione e con grande gioia attraversando la zona nord della Striscia che è probabilmente la più povera, arriviamo nella sede di Aisha dalle nostre amiche che ci portano immediatamente a vedere quella che sarà la nuova grande sede dell’associazione che quando completata sarà un palazzo di 7 piani. Ci dicono che si trasferiranno là probabilmente a ottobre quando saranno costruiti i primi 2 piani. Per il momento non hanno ancora tutti i soldi necessari, ma ienshallah sperano di trovarli presto!! Sono molto eccitate e contente e hanno già selezionato e fatto il contratto a 17 nuove persone, contratti naturalmente legati ai diversi nuovi progetti finanziati (della durata da 3 mesi a 3 anni) e con la speranza di riuscire poi ad assumere le persone migliori. La novità è che fra le 17 persone nuove ci sono vari maschi. Infatti girano per gli uffici di Aisha ragazzotti con l’aria simpatica molto ben trattati dalle decine di femmine vecchie e nuove di tutte le età e tipologie! Andiamo poi al Centro Culturale Vik, sede della ONG di Padova ACS dove abiteremo nel periodo che staremo a Gaza. Non è la prima volta che questa è la nostra abitazione a Gaza e non ci preoccupiamo troppo del fatto che sembra non funzionare niente: luce, gas, internet. Il giorno dopo riusciremo ad attivare e a far funzionare tutto o quasi!  E così, dopo aver risolto il solito problema della scheda locale Jawwal per il cellulare che ci permette di usare il nostro telefono cellulare e di comunicare con la gente senza spendere cifre assurde, organizziamo le visite ai nostri bambini adottati e gli incontri con le persone che vogliamo vedere nel nostro soggiorno fra cui gli incontri con Yasser abu Jamei direttore del GCMHP e con la sua collaboratrice che lavora con noi nel portare avanti il progetto della Chiesa Valdese e con cui dobbiamo discutere di come continuare il progetto di aiuto psicologico a bambini delle scuole in diverse aree della Striscia di Gaza. Le visite ai bambini adottati da Gazzella e affidati ad Aisha con l’accompagnamento di una nuova assunta che parla bene inglese e che sembra molto responsabile, vanno bene perché la quasi totalità dei bambini sta decisamente meglio dell’ultima volta che li abbiamo visitati sia fisicamente che spesso anche psicologicamente. Rimane purtroppo una piccola minoranza di bambini che vive in famiglie che sono talmente povere, con case talmente affollate, sporche, maleodoranti e messe male con pavimenti di terra battuta e con genitori disoccupati, depressi e non reattivi, con la maggior parte dei bambini in età scolare che però non vanno a scuola ecc ecc con cui non si capisce se si potrebbe fare qualcosa per migliorare la loro condizione. Riportiamo come ogni volta queste impressioni alle responsabili di Aisha che però prima si dicono totalmente impotenti di fronte al problema ma poi affermano che ne discuteranno e vedranno se è possibile fare qualche intervento che dia loro o almeno a qualcuno dei loro bambini un vero aiuto. Speriamo che riescano. Del gruppo di bambini adottati da Gazzella e affidati ad Aisha ce ne sono alcuni che hanno compiuto

Di ritorno da Gaza, 8 dicembre 2022

Arrivo a Gaza di venerdì e il “border” è affollato di palestinesi che tonano a casa dopo la settimana di lavoro in Israele. Trasportano pesanti borse di plastica probabilmente contenenti cibo e qualche regalo per i figli. La maggior parte sono giovani. Salgo sul bus che dal controllo israeliano mi porta al controllo dell’Autorità Palestinese e dell’Autorità locale. I posti sono già occupati e alcune persone sono in piedi. Subito un giovane si alza e mi fa sedere. Più del 60% delle persone di Gaza, abili al lavoro, è disoccupato e il salario minimo, come da indicazione dell’Autorità Palestinese, dovrebbe essere di Nis 1.880 circa 540 euro, anche se il salario medio mensile effettivo è di circa 200 euro. In Israele si va per un lavoro non assicurato e senza diritti. Si accettano queste condizioni per sfamare le famiglie. Si dice che siano stati rilasciati circa 10.000 permessi di lavoro, come carpentiere, muratore o in agricoltura. Sia in uscita da Gaza che al rientro i lavoratori sono sottoposti a controlli individuali per la “sicurezza”. La “concessione” da parte del governo israeliano di permessi di lavoro è il risultato della mediazione tra Egitto, Autorità di Gaza e Israele per allentare le pressioni economiche, ma non solo. Sebbene le ultime aggressioni israeliane, che hanno causato distruzione e morte, Israele non è riuscita a recidere le radici della resistenza che di fatto resta una minaccia. La raccolta di informazioni, secondo Israele, può avvenire anche attraverso gli interrogatori a cui vengono sottoposti nelle fasi di transito dei “border” i lavoratori palestinesi disperati. Questi anche involontariamente possono trasmettere informazioni o essere corrotti. Chi ha toccato con mano i controlli della “sicurezza israeliana” sa di cosa si parla. È quindi necessario, per tutti, fare attenzione a commenti o semplici chiacchierate. Al mio arrivo a Gaza le strade sono ancora sommerse dalle pozzanghere delle piogge dei giorni precedenti, piogge che hanno provocato allagamenti di case e strade, specialmente nei campi profughi. La mancanza di adeguate infrastrutture fanno di Gaza un territorio fragile. Nei giorni successivi presento la richiesta di permesso di soggiorno e mi viene rilasciata una carta di residenza validità tre mesi, prima del Covid era di 6 mesi. Nelle lunghe sere trascorse a Gaza senza elettricità e solo con una lampada, ho organizzato il lavoro: visite ai nostri bambini, monitoraggio delle attività delle dental Clinic nelle Primary Health Care di Shaty Camp e El burej dove grazie ai contributi dei sostenitori abbiamo acquistato le poltrone del dentista e altre attrezzature, monitoraggio-chiusura del progetto di riabilitazione a favore di bambini e adulti feriti o con disabilità finanziato nel 2021 dalla Chiesa Valdese con 8×1000 e avvio del nuovo progetto per il prossimo 1 gennaio. Nel corso delle visite ai bambini adottati da Gazzella trovo situazioni di estrema povertà, famiglie che vivono in case fatiscenti che quando piove entra acqua e senza corrente elettrica. L’acqua dai rubinetti resta “salata”, anche se alcune famiglie hanno installato serbatoi di acqua potabile sul tetto. La corrente elettrica continua ad essere distribuita a fasce alterne di 6/8 ore. Alcune famiglie hanno messo luci led; nei palazzi di 13/16 piani con 4 famiglie per piano si può avere corrente H24 da generatori centralizzati. Quest’ultima soluzione è per poche famiglie perché costosa, 250 Nis al mese (circa 70 euro). In alcune case vedo accumulatori con batteria che si ricaricano con le ore di corrente, mentre ospedali e uffici pubblici hanno installato pannelli solari. Le situazioni delle famiglie che ho incontrato, dove sono presenti mediamente 5 – 8 figli, sono molto misere e il padre o non ha lavoro o fa lavori saltuari. Mentre sono in corso le visite è periodo di raccolta delle olive. Mi raccontano che si lavora 6 ore al giorno per 15 Nis al giorno, circa 5 euro. Le famiglie hanno risentito dei tagli ai fondi dell’Unrwa e tante famiglie di profughi non hanno ricevuto aiuti in generi alimentari. L’Unrwa, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, fornisce assistenza sanitaria, istruzione e aiuti alimentari e si è vista tagliare nei mesi scorsi i fondi da parte degli USA. L’amministrazione Biden ha annunciato di voler rinforzare le casse dell’Unrwa, ma condizionando l’aiuto ad un impegno dell’Autorità Palestinese a portare avanti una soluzione a due Stati! Anche gli aiuti economici erogati da parte dei servizi sociali dell’Autorità Palestinese alle famiglie che vivono in situazione di estrema povertà, sono stati bloccati e quest’anno le famiglie hanno ricevuto una sola tranche di pagamento anziché quattro. L’Unione Europea infatti aveva congelato, per ragioni politiche, il programma di aiuti finanziari destinati all’Autorità Palestinese per pagare gli stipendi e le pensioni dei dipendenti pubblici della Cisgiordania e Gaza, sostenere gli ospedali e fornire aiuto alle famiglie vulnerabili. Vi era stata una forte pressione da parte di Israele affinché l’Unione Europea interrompesse l’aiuto finanziario. Israele sostiene che l’Europa accetta che l’Autorità Palestinese continui a premiare economicamente i “terroristi” ed a insegnare nelle scuole l’odio verso Israele e verso gli ebrei in quanto i libri di testo “contengono rappresentazioni emotivamente cariche della violenza israeliana che tendono a disumanizzare l’avversario israeliano” (da uno studio indipendente condotto dal Georg Eckert Institute). La questione è decisamente diversa: gli aiuti finanziari Europei sono destinati anche a sostenere le famiglie vulnerabili dei martiri e dei prigionieri, e non terroristi, e il diritto all’istruzione prevede programmi di studio della narrativa palestinese. Stare a Gaza in appartamento al buio in un silenzio assordante interrotto solo dai droni, “zannana” come li chiamano a Gaza per il rumore simile al ronzio della zanzara, è veramente angosciante. Ma per fortuna per me è per breve tempo!. Dell’ultimo attacco israeliano, tre giorni nello scorso mese di agosto, sono rimasti crateri e parti di edifici demoliti. Le macerie sono già rimosse e nelle strade i poster dei 49 martiri di cui 16 erano bambini e adolescenti. Dall’inizio dell’assedio, Israele ha lanciato quattro attacchi a Gaza, 2008, 2012, 2014 e 2021, ma sui crimini commessi contro i civili ancora silenzio sebbene le molteplici iniziative di Associazioni per i Diritti Umani

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza, aprile 2022

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza, aprile 2022 16 marzo 2022; ritorno in Palestina dopo quattro mesi. Partenza con obbligo di test molecolare, assicurazione sanitaria. All’arrivo all’aeroporto, altro tampone e subito diretta a Gerusalemme per la quarantena di 24 ore. La mattina del 18 marzo lascio Gerusalemme per Erez. Soliti controlli: i militari verificano la validità permesso per entrare nella striscia, check in bagaglio e controllo passaporto da parte della sicurezza israeliana. Per raggiungere l’uscita verso la striscia, il passaggio obbligatorio tra due tornelli, dove spesso resto incastrata con zaino e valigia…ed eccomi fuori. Subito su un mini bus, vuoto, che con 3 shekel mi porta al controllo passaporto autorità palestinese, percorro 1 km. circa. Passato il controllo qualche centinaio di metri e ultima sosta per altro controllo passaporto e bagaglio negli uffici dell’Autorità di Gaza. Finalmente sono arrivata a Gaza, la prigione a cielo aperto. È venerdì, giorno di riposo, quindi ho tutta la giornata per organizzare il lavoro. Nel corso delle visite ai bambini alcuni casi verranno sostituiti, come proposto dai nostri partner locali Medical Relief e Hanan. Parecchi dei nostri bambini sono stati nel progetto per oltre 10 anni, sono cresciuti, alcuni si sono sposati e le loro condizioni sono migliorate. Prima della sostituzione ho incontrato le famiglie e spiegato che si chiudeva l’adozione, per dare aiuto ad altro bambino/a che versa in condizioni di maggior bisogno. Resta comunque il contatto attraverso i nostri partner locali. Dopo anni di incontri, di condivisione delle difficoltà, non è semplice pensare ad una sostituzione e comunicarla all’adottante. Ecco alcune e email che abbiano ricevuto ”: ……parlavamo di Amira proprio l’altro giorno constatando che ormai si è fatta grande e noi speriamo che il piccolo aiuto che le abbiamo dato sia stato utile per farla diventare la bella giovane donna che è. Come potremmo dire di no ad Abedrahman? Il piccolino è bellissimo e sapere delle sue difficoltà ci ha già stretto il cuore. Ti preghiamo solo di una cosa, poter continuare a ricevere notizie di Amira (quando possibile), ci siamo affezionati a lei e ci piacerebbe continuare a sapere come si svolge la sua vita”. “……..si è fatta grande mi ha intenerito fino alle lacrime. In tempi come questi in cui la vita è cosa non scontata, sapere di aver aiutato qualcuno a crescere dona senso a tante fatiche di un quotidiano spesso difficile”. “Carissima, la tua sembra un’ottima scelta. Grazie per la foto. Ho una nuova nipotina, visto che ne ho già due di circa 5 anni e 3!”. Le parole scritte dai nostri adottanti, danno il senso del progetto di Gazzella: partecipare con il cuore, aver preso in carico il quotidiano di repressione e violenza che subisce il popolo palestinese. Penso alle molte volte che i nostri adottanti ci chiedono “ma possiamo fare di più?… Vorremmo portare in Italia il bambino /bambina per le cure”. Sempre attenzione alle sofferenze e soprattutto far sentire la vicinanza. Gazzella ha superato 20 anni di attività, e questo lo deve a tutte le persone che ci sostengono e accompagnano in questo progetto. Alcune nuove adozioni: Mohammed, nove anni durante l’attacco di maggio 2021 era in un negozio di generi alimentari con la mamma quando una bomba ha colpito un’auto in strada. I frammenti di vetro hanno colpito Mohammed al viso e alla testa. Come conseguenza delle ferite riportate ha perso la vista. Azad, due anni e mezzo ha sofferto di asfissia perinatale che le ha causato danni cerebrali. Nel progetto abbiamo bambini e bambine rimasti feriti nel corso degli attacchi israeliani, altri nati con malformazioni, con disabilità dovuta a cause genetiche, per problemi di salute della madre nel corso della gestazione o per difficoltà intervenute durante il parto. Disabilità determinate da cause diverse, ma come riferiscono i medici degli ospedali pubblici di Gaza, se ci fossero adeguate attrezzature sanitarie, medicinali per la cura e la possibilità di fare prevenzione e diagnosi molti casi si potrebbero risolvere con esiti positivi. Ma l’assedio e le chiusure negano anche il diritto alla cura, alla salute. Nel corso della visita sono tornata al distretto sanitario di Shaty camp dove Gazzella, grazie al contributo di donatori, ha rinnovato la Dental Unit. Attrezzature nuove e fornitura di materiali per le cure dentali. Piccoli interventi, ma di grande impatto sul territorio per i bisogni della popolazione. Il direttore della Dental Unit riferisce che con le nuove apparecchiature il numero dei pazienti è aumentato e soprattutto lavorano in sicurezza igienico- sanitaria. Nel corso della visita nella striscia di Gaza, per l’associazione Fonti di Pace che da oltre 4 anni fa rete con Gazzella per sostenere progetti a favore della sanità pubblica (acquisto attrezzature e medicinali) e a favore delle famiglie povere con bambini disabili o feriti, ho monitorato il progetto di riabilitazione per persone con disabilità generate da difetti congeniti, conseguenti a parto o acquisite a seguito di eventi traumatici (feriti durante gli attacchi ). Il progetto, finanziato con 8X1000 della Chiesa Valdese è sviluppato dal Medical Relief, già partner di Gazzella nel progetto di adozione, ed è rivolto a 180 persone, 50% sono bambini. Prestazione di servizi per migliorare l’autonomia funzionale-motoria, portare sollievo, sostenere i famigliari dei disabili nella quotidianità e dare consapevolezza della disabilità come risorsa e non limite. A Gaza la popolazione continua ad avere difficoltà di accesso all’acqua potabile per mancanza di depuratori per il trattamento delle acque reflue e di impianti di desalinizzazione, con conseguenze sulla salute. Secondo Oxfam, le malattie legate all’acqua contaminata rappresenterebbero il 26% delle patologie infantili registrate a Gaza, mentre secondo l’Euro-Med Human Rights Monitor il blocco israeliano ha causato un “grave deterioramento della qualità dell’acqua a Gaza, contaminandone il 97% e dati recenti mostrano come circa un quarto delle malattie diffuse a Gaza sono causate dall’inquinamento dell’acqua e il 12% delle morti di bambini e neonati è legato a malattie intestinali causa l’acqua contaminata”. A Gaza infatti gran parte dell’acqua è inquinata da nitriti, nitrati con presenza di alti livelli di sale e di cloro e contaminata da

Rapporto del viaggio di Gazzella a Gaza, febbraio – marzo 2022

Finalmente dopo più di 2 anni in cui a causa del Covid noi due non siamo riuscite ad andare in Palestina (ma una nostra volontaria di Gazzella c’è andata nel dicembre scorso), eccoci di nuovo a Gerusalemme pronte per entrare nella Striscia di Gaza. Dopo un sabato passato fra passeggiate nella città vecchia e lavoro preparatorio sui bambini adottati da visitare e sui progetti finanziati dall’8×1000 della Chiesa Valdese di cui stavamo andando a controllare andamento e risultati, la domenica mattina all’alba siamo partite in taxi per Gaza con un nuovo autista, Abdallah, perché ahimè il nostro autista da molti anni Kim non rispondeva alle nostre chiamate e poi al suo cellulare ha risposto la figlia comunicandoci la sua morte il mese passato. L’ingresso di Eretz per Gaza è molto cambiato. Non più modesti e sgangherati casotti ma saloni ancora più belli dell’ingresso da Israele, con pavimento di marmo e con tanti sportelli dove impiegati che parlano solo arabo, controllano i documenti. Questo avviene sia per l’Autorità Palestinese che poi per Hamas. Inoltre, invece di percorrere il lungo tragitto per entrare finalmente a Gaza che prima si faceva a pezzetti alternati a piedi o su delle macchinette scoperte c’è adesso un elegante (si fa per dire) pulmino. Alla fine dei controlli che sono abbastanza rapidi, ma soprattutto senza nostra preoccupazione per un possibile rifiuto come avviene invece per il controllo israeliano, troviamo l’autista dell’associazione Aisha, Ahmed, che rassicurante ci aiuta negli ultimi passaggi e ci porta a Gaza city nella sede dell’associazione dove rivediamo le nostre ormai vecchie amiche che ci accolgono festosamente, e noi siamo veramente felici di trovarci là dove concordiamo un programma di massima per i giorni seguenti. I giorni seguenti sono stati molto intensi perché mancando da Gaza da più di 2 anni dovevamo recuperare il tempo perduto vedendo gente, andando a visitare bambini adottati e a verificare come vengono impiegati i soldi dei 2 progetti finanziati dalla Chiesa Valdese. Anche a Gaza come a Gerusalemme, quasi nessuno usa la mascherina. A Gaza tutte le persone che abbiamo incontrato hanno avuto il Covid, ma solo una è stata in ospedale mentre le altre lo hanno avuto anche più di una volta ma leggero. Pare che i morti siano stati pochissimi. La ragione è forse che la popolazione di Gaza è molto giovane e/o che dato l’isolamento il virus è arrivato tardi quando le varianti erano diventate più contagiose ma molto meno dannose. Come ogni altra volta siamo impressionate da quante nuove costruzioni troviamo e fra queste quante nuove moschee fra cui alcune veramente belle. Sembra quasi un assurdo gioco, costruire costruire perché gli israeliani possano buttar giù al prossimo bombardamento e alla fine dei bombardamenti, con gli aiuti ricostruire aumentando il numero di moschee! Siamo state molto felici di vedere fra i bambini adottati che siamo riuscite a visitare, che molti di loro, feriti nell’operazione Israeliana “Margine Protettivo” del 2014, stanno decisamente meglio fisicamente e parecchi anche psicologicamente. Purtroppo non tutti. Alcuni sono stati colpiti peggio di altri, hanno perso membri della loro famiglia e amici e/o pezzi del proprio corpo e non riescono a riprendersi anche perché la situazione economica in generale è difficilissima, gli svaghi non esistono, le scuole hanno orari brevi con turni di mattina o di pomeriggio e classi di 45-50 studenti dove insegnanti e psicoterapeuti quando ci sono non possono occuparsi individualmente dei bambini. L’associazione Aisha ci ha proposto di sostituire alcuni ragazzi ormai diciottenni che stanno abbastanza bene e molti sono iscritti all’università, con ragazzini feriti nel 2018-2019 ai confini con Israele nella “Grande Marcia del Ritorno”. La Grande Marcia del Ritorno è stato un fenomeno interessante in cui però hanno perso la vita molti ragazzini, bambini e personale medico e paramedico e tantissimi sono stati i feriti anche gravemente e con danni spesso permanenti. Per fortuna adesso che è stata mostrata al mondo la situazione la grande marcia del ritorno non avviene quasi più. I 2 progetti finanziati dall’8×1000 delle tasse dei contribuenti italiani dati alla Chiesa Valdese sono quello di Gazzella con Il GCMHP (Gaza Community Mental Health Program) come partner di Gaza (Supporto psicologico per i/le bambini/e più vulnerabili della Striscia di Gaza) e quello della WILPF (Women International League for Peace and Freedom) con l’associazione Aisha come partner di Gaza, (Liberi di vivere. Promuovere un percorso di riabilitazione e avviamento al lavoro per i minori che hanno violato la legge). Chiediamo al direttore del GCMHP di andare a visitare qualche scuola in cui l’anno passato nell’ambito del progetto finanziato dalla Chiesa Valdese hanno lavorato. Ci viene a prendere la responsabile del progetto sul training di esperti psicosociali che devono occuparsi di studenti di scuola media che hanno bisogno di aiuto psicologico. Andiamo al Ministero dell’educazione dove veniamo ricevute da un vicedirettore perché il direttore è malato e da una funzionaria simpatica, sorridente e dall’aria efficiente che ci illustrano brevemente le loro attività e i loro problemi e partiamo con loro in taxi per andare a visitare due scuole pubbliche fra quelle scelte per il progetto, in governatorati diversi. La prima scuola è a Gaza city ed è una scuola media maschile con 1100 ragazzi dai 10 ai 14 anni. È stata costruita nel 2017 e la costruzione è bella ma la scuola ha dei problemi enormi. Classi di 40-50 studenti, l’ambiente è misto e molti ragazzini sono figli di genitori separati o divorziati, cosa che li rende agli occhi degli altri dei diversi e in genere non bene accettati dalla comunità. Il preside ci spiega che quando c’è qualche problema in una classe i dirigenti della scuola rimescolano gli studenti con quelli di altre classi. C’è una piccola stanza dove un solo psicoterapeuta vede i ragazzini con problemi. Date le dimensioni della scuola e il numero di ragazzini con problemi, è impossibile fare trattamenti individuali e i trattamenti di gruppo sono resi molto difficili dalle piccole dimensioni della stanza e dalla poca preparazione che dice di avere lo psicoterapeuta che sta aspettando i corsi che

Di ritorna da Gaza. Dicembre 2021

Di ritorno da Gaza. Dicembre 2021 Sono ritornata a Gaza durante la “pausa “ emergenza Covid. Fino al 31 ottobre scorso l ‘entrata in Israele era molto difficile. Dal 1 novembre, per un calo delle infezioni, il governo israeliano ha facilitato le entrate, ma è stato comunque abbastanza complicato arrivare. Assicurazione sanitaria, green pass del ministero salute israeliano, autorizzazione per entrata in Israele, test molecolare prima della partenza e all’arrivo all’aeroporto, 24 ore di quarantena. Finalmente l’arrivo nella striscia di Gaza dove si affronta l’infezione covid con scarsità di materiale sanitario per la prevenzione quali kit igienici, tamponi, medicinali e mancanza di posti letto per i casi più gravi. Il 39% della popolazione è vaccinato. Ma a Gaza non c’è solo pandemia; lo scorso mese di maggio Israele dava avvio all’operazione “guardiano delle mura”. Undici giorni di attacchi contro i civili: 232 morti, tra le vittime 66 erano bambini , 39 donne e 17 anziani. Più di 1400 feriti. Già prima dell’aggressione la popolazione di Gaza era in ginocchio a causa di 14 anni di assedio. La ong per i diritti Umani Human Rights Watch ha affermato nel suo rapporto che “l’esercito d’occupazione israeliano, a maggio del 2021, ha effettuato attacchi, durante la guerra contro la Striscia di Gaza che apparentemente equivalgono a crimini di guerra”. Prosegue “Le forze israeliane hanno effettuato attacchi a Gaza che hanno devastato intere famiglie senza alcun apparente obiettivo militare nelle vicinanze”. Il rapporto accusa anche le fazioni palestinesi di Gaza di aver lanciato razzi per respingere l’aggressione israeliana. L’Autorità di Gaza ritiene Israele responsabile dei crimini commessi contro la popolazione civile e per voce del suo rappresentante dell’ufficio relazioni internazionali, B.N., ribadisce che “ i palestinesi hanno esercitato il loro legittimo diritto di resistere all’occupazione nell’ambito del diritto internazionale e con le capacità a loro disposizione. La resistenza ha mostrato la sua costante volontà di evitare di prendere di mira i civili, nonostante tutti i massacri commessi dal nemico contro i nostri bambini e le nostre donne[…]” Nel corso delle visite ho incontrato bambini rimasti rimasti feriti durante gli attacchi dello scorso mese di maggio ed entrati nel progetto di adozione a distanza di Gazzella. Rima ha undici anni. La mamma ha raccontato “…eravamo tutti in casa, non abbiamo sentito alcun rumore, una bomba ha investito la casa e tutto ha preso fuoco”. Le ferite riportate da Rima, su diverse parti del corpo, sono simili a quelle dei bambini colpiti nel 2008-2009 durante l’aggressione ”piombo fuso” con bombe al fosforo e altre tipologie di ordigni. Il padre di Rima è deceduto a causa delle ferite riportate. Omar invece ha solo un anno, compiuto lo scorso 8 novembre. Lui crescerà senza la sua mamma e i suoi 4 fratelli, Abderahman, Osama, Yaha, Sohaib rimasti sotto le macerie della casa bombardata. Anche la zia e quattro cugini sono morti. Erano tutti insieme in casa a celebrare il Ramadan. Omar estratto dalle macerie dopo ore ha riportato ferite alle gambe e alla testa, ma è sopravvissuto! Già lo scorso 2014 la Corte Penale Internazionale dell’Aja aveva avviato un’inchiesta nei confronti di Israele per crimini di guerra, ma lo stato di Israele, con il quale l’Europa intrattiene stretti rapporti economici, di sicurezza etc., non riconosce l’autorità del Tribunale Internazionale! I palestinesi attendono una condanna da parte della comunità internazionale per le continue aggressioni e crimini. Durante la fase acuta della pandemia e dopo l’aggressione dello scorso mese di maggio, grazie ai contributi dei nostri donatori, i partner local, Le associazioni Hanan e I’mar, hanno distribuito aiuti in generi alimentari e materiali sanitari. Nel corso delle visite ho incontrato i bambini presso le strutture dei nostri collaboratori perché le visite a casa erano sconsigliate causa l’infezione covid. Incontri, sempre molto sentiti e le famiglie sono riconoscenti per il nostro costante sostegno e aggiungono “…..senza lavoro non si può vivere, nessuna possibilità di muoversi, non ci sono cure sanitarie adeguate e continuative. A Gaza si tira a campare”. I racconti dei bambini e dei loro famigliari sono pieni di ansia e paura ripensando agli undici lunghi giorni di bombardamenti. In tanti hanno abbandonato le proprie case perché l’area dove abitavano era sotto intensi bombardamenti. Si sono trasferiti presso parenti o nelle scuole dell’Unrwa, consapevoli che a Gaza non c’è alcun luogo sicuro. I bambini con disabilità o feriti e i componenti delle loro famiglie, anziani e malati, hanno incontrato difficoltà enormi. Circa 77.000 persone – dati dell’Unrwa – hanno abbandonato le case e non tutti hanno ancora potuto rientrare nelle loro abitazioni. Durante l’operazione “guardiano delle mura” strutture pubbliche e scuole dell’Unrwa hanno subito danni o sono state distrutte. Danni anche a infrastrutture per l’erogazione dell’acqua, ai servizi sanitari e impianti elettrici. C’è una forte necessità di ricostruire le abitazioni e ci sono ancora case distrutte nel corso dei bombardamenti del 2014, ancora da riedificare. Resta il problema delle chiusure dei valichi e il fatto che i costi dei materiali per la ricostruzione sono significativamente aumentati sul mercato. L’ energia elettrica continua ad essere erogata per sole 6/ 8 ore al giorno. C’è la consapevolezza che alla fine di ogni aggressione armata israeliana, seguirà la dichiarazione di un cessate il fuoco; “….poi la gente inizierà a ricostruire dalle macerie, con la sola prospettiva di aspettare una nuova ondata di bombardamenti che distruggerà di nuovo quanto appena ricostruito”. A Gaza il 64% della popolazione non ha un lavoro e vive di aiuti umanitari. L’Unrwa a novembre non aveva fondi per pagare i salari ai suoi impiegati e l’Autorità di Gaza riesce a malapena a coprire il 40-50% dei salari dei dipendenti pubblici, grazie ai finanziamenti, a singhiozzo, del Qatar. A Gaza sono in tanti ad affermare che gli aiuti umanitari sono indispensabili, “….ma non sono la soluzione per la nostra causa e il riconoscimento dei nostri diritti”. Non vogliono essere dimenticati, ma non vogliono essere mantenuti dalla cooperazione internazionale. È chiaro che se agli aiuti finanziari non corrisponde una volontà politica per una giusta soluzione con restituzione della terra e

relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – ottobre 2019

Finalmente torniamo in Palestina e in particolare a Gaza per visitare in famiglia i bambini e ragazzini adottati a distanza da Gazzella per verificare se hanno fatto progressi verso la guarigione delle ferite nel corpo e nello spirito. Ci interessa anche vedere come sta tutta la famiglia, se il numero dei componenti è rimasto quello della precedente visita, se qualcuno che era disoccupato ora lavora, chi si è sposato/a ecc. Abbiamo dovuto rinunciare al viaggio che facevamo sempre anche in primavera perché gli israeliani stavano buttando qualche bomba su Gaza e il consolato italiano ci “consigliava” di non andare e dopo parecchia resistenza abbiamo dovuto cedere e non siamo partite. Questa volta invece malgrado i “consigli” del consolato, ed avendo comunque il permesso della security israeliana, siamo andate. Mi domando come mai mentre tutti i consolati del mondo aiutano i loro cittadini a svolgere puntualmente le loro attività ovunque anche in aree disagiate, il nostro debba remare sempre contro boicottando le attività anche quando sembra apprezzare lo scopo e il contenuto del progetto. Mah! In attesa di entrare a Gaza ci siamo fermate 2 giorni a Gerusalemme dove abbiamo visitato la chiesa etiope coloratissima per i vestiti delle donne durante una funzione molto solenne, siamo andate anche al quartiere Mea Sharim degli ebrei ortodossi dove un ragazzino mi ha tirato dalla finestra una bottiglia di acqua minerale che per fortuna ha preso il mio braccio di striscio, siamo andate a bere una birra all’Oktoberfest del villaggio palestinese di Taibee all’omonima fabbrica di birra. Siamo anche andate a Betlemme a vedere il Walledoff hotel (foto 1), hotel con vista sul muro, il museo e il muro affrescato all’inizio da Bansky e poi da tanti altri. Questo artista di strada inglese ha costruito un albergo subito fuori dal muro di separazione costruito dagli israeliani fra Israele e Cisgiordania  (che è lungo 800 Km!!) e all’interno ha allestito un interessante e ben documentato museo con la storia della Palestina. Nella hall sono esposte molte sue opere fra cui alcune secondo me geniali: una gabbia con dentro una colomba con un ramoscello di ulivo nel becco e fuori un gattone che con la zampa fra le sbarre cerca di acchiappparla (Foto 2); due pesci rossi in due vasi uno contro l’altro che si guardano vogliosi senza potersi raggiungere (Foto 3), e altre (Foto 4) Fra le scritte sul muro quella che mi ha più colpito per originalità e acutezza e’: “Make hummus not walls”.(fig 4) La domenica siamo entrate a Gaza da Erez. Il controllo israeliano è stata rapido così come il passaggio controllato dall’Autorità palestinese. Il passaggio controllato da Hamas invece lo abbiamo superato solo quando una ragazza che lavora con Aisha, l’associazione di donne con cui lavoriamo, è arrivata con il documento originale. La copia che avevamo, ricevuta per mail, non viene considerata accettabile. Oltre a visitare nelle loro case i bambini adottati a distanza da “Gazzella” abbiamo anche dovuto fare sia il resoconto dell’attività dell’anno appena concluso dei due progetti finanziati dall’8 per 1000 della chiesa valdese sia discutere i due progetti per il nuovo anno la cui scadenza è a fine novembre. Ricordiamo che i due progetti sono: Uno in collaborazione con l’associazione Aisha in cui lavorando con i ragazzi e con le loro famiglie ci si propone di rimandare a scuola i ragazzini che l’hanno lasciata e che spesso delinquono e passano il tempo ad entrare e uscire dalla prigione. Quando non si riesce a farli tornare a scuola si cerca invece di insegnar loro un mestiere. L’altro progetto con l’associazione Hanan, ha come obiettivo quello di insegnare alle mamme di bambini disabili, a trattarli insegnando loro sia tecniche di base di fisioterapia che di pronto soccorso e dando loro sicurezza e appoggio. I bambini di Gazzella visitati stanno mediamente molto meglio, sicuramente fisicamente ma molti anche psicologicamente. Ne rimane una piccola percentuale che è stata talmente traumatizzata dai bombardamenti israeliani e dalle sue conseguenze oppure che è veramente poverissima e anche depressa e non si capisce cosa e come si possa fare per aiutarla. Queste famiglie avrebbero bisogno di aiuti e interventi molto più radicali che noi non possiamo fornire e anche le associazioni che le assistono sembrano incapaci di dar loro l’aiuto di cui avrebbero bisogno. Abbiamo anche deciso di levare 2 ragazzi dalla lista degli adottati perché sono guariti e le famiglie non stanno tanto male. Uno, Fadel, era stato ferito ad una gamba nel 2014 durante l’operazione israeliana Margine Protettivo e fino all’anno scorso camminava ancora con una stampella, ora per fortuna non la usa più ed ha appena cominciato l’università dove studia per diventare contabile. L’altro Aladdin lavora con il padre vendendo al mercato la frutta e la verdura che coltivano nel loro orto. La novità di Gaza è la nuova politica di Israele che mentre fino a un paio di anni fa impediva ai giovani di uscire dalla Striscia anche se avevano vinto una borsa di studio o avevano qualche possibilità di studio o di lavoro in un altro paese, adesso ne incoraggiano e facilitano l’uscita. Nel 2018 secondo un articolo di Michele Giorgio sul Manifesto, se ne sono andati dal paese 25000 giovani. E’ facile capire che non tutti i giovani hanno però la possibilità di uscire da Gaza per andare in un altro paese perché servono soprattutto soldi che non tutti possiedono e anche un livello di istruzione elevato e il paese si impoverisce quindi di gente di cui avrebbe un gran bisogno. Malgrado tutti questi e tanti altri enormi problemi le strade sono piene di gente che ride e scherza, va al mare, si sposa e i bambini vanno a scuola. Mentre eravamo a Gaza si è sposato il figlio maggiore dei 6 di Reem che è la direttrice di Aisha. Per l’evento sono state organizzate almeno 7 o 8 feste, ogni sera ce ne era almeno una. Con i parenti maschi di lei e poi con le parenti femmine di lei. La stessa cosa con i parenti di

Dalla volontaria di Gazzella a Gaza – 9 settembre 2019

Dal 2007 circa due milioni di palestinesi, di cui il 56% bambini, vivono nella striscia di Gaza sotto assedio israeliano. Negli ultimi 12 anni la popolazione ha vissuto quattro aggressioni armate che hanno causato migliaia di morti, feriti e distruzione di infrastrutture. Dal marzo 2018 sono iniziate le manifestazioni pacifiche della Grande Marcia del Ritorno, per chiedere la fine dell’assedio, dell’occupazione e per il diritto al ritorno. In un anno e mezzo di manifestazioni si contano circa 17.000 feriti, molti dei quali con invalidità permanenti e circa 300 morti. Questa situazione di emergenza ha aggravato la situazione sanitaria delle strutture pubbliche, ospedali e distretti sanitari sul territorio, dove scarseggiano farmaci e attrezzature mediche. L’Agenzia ONU per i rifugiati, Unrwa, ha previsto che nel 2020 la striscia di Gaza diventerà luogo invivibile, ma a Gaza la situazione, già oggi, è invivibile. Quotidianamente la popolazione fa i conti con i tagli dell’elettricità erogata per sole 8 ore al giorno, inquinamento ambientale, impossibilità di libero commercio e movimento delle persone e soprattutto inadeguate e carenti strutture sanitarie con significativo calo dei servizi sanitari. Manca la scorta per il 30% dei medicinali. Sul territorio della striscia di Gaza ci sono 13 ospedali pubblici e 52 presidii medici, “Primary Health Care Center” (P.H.C.C.): 7 nel nord della striscia, 16 nella città di Gaza, 14 nella zona centrale, 11 nel distretto di Khan Younis, 4 nel distretto di Rafah. Nel corso della missione nella striscia di Gaza è stata presa in considerazione la situazione del P.H.C.C. del campo profughi di Shati. La struttura serve un’area abitata da 200.000 persone e offre servizi di livello 3 che comprende servizi per le donne, per I bambini, vaccinazioni, planning per lo sviluppo delle famiglie, dentista, laboratorio analisi, e corsi di educazione sanitaria. Mensilmente circa 2.000 persone si rivolgono alla struttura per le diverse prestazioni, e circa 600 persone hanno bisogno di cure dentali di cui il 70% sono bambini. La situazione della struttura non corrisponde ai requisiti necessari per un’adeguata assistenza sanitaria. In particolare l’unità dentistica: attrezzature obsolete, strumenti di scarsa qualità e corrosi, mancanza di materiali e medicine per la cura. Grazie al contributo delle Associazioni Gazzella e Fonti di Pace sono stati acquistati materiali e medicine quali: anestesia, soluzione in polvere  per otturazioni, disinfettanti e medicamenti  per le terapie canalari. I materiali acquistati sono sufficienti per circa 3 mesi. I servizi/prestazioni offerti nella struttura dentistica pubblica prevedono il pagamento di un ticket: 10 nis (circa 2,5 euro) per una semplice otturazione; estrazione 7 Nis (circa 1,75 euro), devitalizzazione 10 Nis per I bambini, 20 Nis (crica 5 euro) per gli adulti. L’alternativa alla struttura pubblica, servizio dentistico, sono gli studi privati e le strutture delle Ong locali, ma con costi diversi: 45 nis (circa 11,25) per una semplice otturazione, 150 Nis (circa 37,50 euro) per la devitalizzazione e da 40 a 100 Nis (da circa 10 euro a circa 25 euro) per l’estrazione. I costi sopra riportati delle strutture private o afferente alle Ong locali sono indicativi. Al progetto a favore della P.H.C.C. Del campo profughi al-Shati cercheremo di dare continuità con la finalità di rinnovare l’attrezzatura obsoleta, per rendere il presidio affidabile e garantire la sicurezza dei pazienti e degli operatoricon l’impiego di tecniche di disinfezione degli ambienti e di sterilizzazione degli strumenti per evitare il contagio da virus. Gaza 9 settembre 2019