Di ritorno da Gaza, 3/11/2016

Arrivo nella striscia di Gaza attraverso il controllo di Erez e il collaboratore del Medical Relief mi aspetta con il permesso di entrata a Gaza da consegnare alle autorità locali. Sbrigate le solite e veloci modalità di registrazione e controllo bagagli al centro di sicurezza del governo di Gaza, parto per gli uffici del Medical Relief. Durante il tragitto attraverso Beit Hanun, Beit Lahia e Jabalia e ho l’impressione che Gaza stia lentamente rinascendo: case e infrastrutture in parte ricostruite, strade ripulite dalle macerie anche se c’è ancora molto da fare e il blocco imposto da Israele al passaggio di materiali per la ricostruzione unitamente alla mancanza di fondi fanno prevedere che i tempi saranno lunghi. Al Medical Relief mi aspettano la nostra collaboratrice Elham e il direttore dott. Aed. Concordiamo le giornate di lavoro, compatibilmente con gli impegni di Elham che deve seguire altri progetti di assistenza a bambini. Trovo sistemazione, come al solito, presso cooperanti che mi mettono a disposizione una stanza in un appartamento al decimo piano. Abbiamo un collegamento internet grazie ad una batteria e modem sistemati in casa e per il resto facciamo i conti, come tutti i palestinesi di Gaza, con le poche ore di elettricità giornaliere che durante la mia permanenza sono variate da 8 a 4 ore. La condivisione con le difficoltà quotidiane della gente che vive a Gaza non è solo la mancanza dell’elettricità, ma anche il problema dell’acqua inutilizzabile per cucinare, ma anche per lavarsi. Vale la pena ricordare che ricerche scientifiche hanno dimostrato la presenza nei suoli della striscia di Gaza di concentrazioni anomale di elementi tossici che nel tempo, attraverso processi di alterazione, possono rilasciare elementi e quindi diventare parte di un ciclo che coinvolge non solo il suolo ma anche l’acqua per poi unirsi alla catena alimentare.  L’acqua continua ad essere punto di attenzione visto che i risultati di analisi hanno rilevato che la composizione dei principali costituenti dell’acqua non hanno le caratteristiche chimiche per soddisfare i criteri per l’utilizzo da parte dell’uomo, non solo per un contenuto di sali disciolti, ma anche in particolare per una elevata concentrazione generale dei nitrati e nitriti oltre alla concentrazione di elementi come boro, alluminio e piombo sopra i livelli consentiti per uso antropico. A Gaza quindi l’acqua per uso domestico va acquistata o la popolazione si rifornisce, quando può, presso i serbatoi messi a disposizione dagli aiuti internazionali. Resta il problema dell’utilizzo dell’acqua per uso personale e vi assicuro che una doccia o semplicemente lavarsi i denti e il viso con l’acqua di Gaza, a causa dell’alta salinità, è molto fastidioso e causa bruciore in particolare agli occhi. Ho potuto ovviare questo problema utilizzando, per lavarmi, l’acqua in bottiglia a 2 NIS pari a 50 centesimi, per 1 litro e mezzo; alla maggior parte dei palestinesi di Gaza questo ‘privilegio’ non è permesso. Durante la mia permanenza a Gaza le temperature sono state elevate rispetto alla stagione, 30-35 gradi, con tasso di umidità del 70-80%. Queste condizioni e l’impossibilità di usare frigoriferi e impianti refrigeranti per la scarsa erogazione di energia elettrica – la distruzione delle centrali è stato uno dei principali obiettivi di Israele –, determinano un alto rischio di deterioramento del cibo; negli ospedali e nei distretti sanitari numerosissime sono state le richieste di cura per gastroenteriti e disturbi intestinali. Le visite ai nostri bambini e bambine sono avvenute con la collaborazione dei partner locali Medical Relief e Hanan. Ho visitato Najwa che a seguito delle ferite riportate era rimasta paralizzata. Il padre era stato ucciso durante un attacco israeliano e la madre, risposata, l’aveva lasciata alla nonna. La situazione di Najwa era apparsa grave fin dalla prima visita nel 2008: abbandonata con la nonna anziana, viveva in una povera casa di Khan Younis. Gazzella, grazie anche all’adottante, ha cercato in questi anni di alleviare le sofferenze di Najwa che era costretta a letto tracheotomizzata (si è provveduto all’acquisto di materasso antidecubito), con necessità di cure mediche e assistenza continua, anche per cambiare i pampers, che Gazzella ha fornito per lungo tempo, perché Najwa non in grado di controllare i bisogni fisiologici. In questi anni la nonna non l’ha mai abbandonato, sempre seduta al suo fianco ed insieme hanno affrontato le aggressioni israeliane “Piombo Fuso”(2008/2009), “colonna di difesa” (2012), “margine protettivo” (2014). Nel tempo Najwa aveva avuto qualche lieve miglioramento, come movimenti delle spalle e dei piedi e sempre in attesa di un intervento fuori Gaza che non è mai stato possibile a causa dell’assedio israeliano/egiziano. Ad ogni visita si è cercato di portare aiuto a Najwa anche chiedendo il ricovero allo Shifa Hospital quando la situazione si presentava critica. Durante l’ultima visita dello scorso 4 ottobre, viste le gravi condizioni in cui versava Najwa, soprattutto difficoltà respiratorie, ho richiesto e ottenuto il ricovero presso il Nasser Hospital di Khan Younis. Pur nelle gravi condizioni in cui versano gli ospedali pubblici della striscia di Gaza per mancanza di medicinali e attrezzature adeguate alla cura e prevenzione, per carenza di personale medico e paramedico, (vale la pena ricordare che stanno lavorando con il salario ridotto al 40%), Najwa è stata accolta ma purtroppo il 6 ottobre scorso ci ha lasciato. Voglio tenermi stretto il ricordo di Najwa che, nel corso dell’ultima visita, mi ha sorriso mentre le accarezzavo il viso; un sorriso a tutti noi. Visitando i bambini e le loro famiglie a distanza di poco tempo mi accorgo come l’esposizione a esperienze traumatiche modellano il comportamento. Bisogna fare i conti con il deterioramento dell’ambiente sociale, l’aumento della violenza con un pesante impatto in particolare sui bambini. A Gaza il 56% della popolazione è composta da bambini e adolescenti. Studi condotti da Agenzie ONU dopo le aggressioni militari israeliane del 2008/2009, del 2012, de 2014, indicano che più dei 2/3 dei minori manifestano traumi e alti livelli di stress, problemi psicologici e sintomi di ‘disturbo post traumatico da stress’ (PTSD) quali difficoltà ad addormentarsi, incubi, attacchi di panico, paura del buio, rifiuto del cibo, aumento dell’aggressività. Di

Relazione del viaggio a Gaza – maggio 2016

Relazione del viaggio a Gaza, 9-16 maggio 2016 Siamo partite da Roma con un volo Alitalia perché Easyjet ha abolito il volo Roma – Tel Aviv facendoci apprezzare molto il volo di linea normale e non low cost. Posti più larghi e cena compresa di vino ma soprattutto trattamento da esseri umani. Arrivate a notte fonda ognuna delle due con un violoncello sulle spalle abbiamo trovato il nostro santo amico del consolato che ci ha portato in un appartamento di una amica assente al Monte degli Ulivi con vista sulla città vecchia. I violoncelli sono parte di un dono di un liutaio francese per il laboratorio che Ramzi, violinista e direttore delle scuola di musica Al Kamandjati di Ramallah sta per, anzi dovrebbe, aprire a Gaza. Con l’associazione “Cultura è Libertà” abbiamo fatto una campagna di appoggio e raccolto, con concerti e cene, 9000 € per comprare gli attrezzi necessari a riparare gli strumenti musicali necessari a un laboratorio di liuteria. Purtroppo il liutaio esperto palestinese di Ramallah che deve andare a Gaza ad aprire il laboratorio e a fare un corso per formare dei ragazzi al mestiere, non ha ancora ottenuto dagli israeliani il permesso di entrata. Speriamo! Sabato abbiamo fatto un giro per la città vecchia, cenato con amici della cooperazione italiana e la mattina presto siamo partite per Gaza, la nostra destinazione, dove siamo entrate da Erez senza troppi problemi. La prima impressione che abbiamo avuto di Gaza è quella che finalmente sembra che ci sia attività di ricostruzione anche di abitazioni e non solo moschee e strade, impressione che non avevamo avuto le due volte scorse dopo l’operazione “Margine Protettivo” di luglio-agosto 2014 che tanta distruzione aveva provocato. Maggio è il mese in cui si celebrano più matrimoni per cui, soprattutto negli alberghi sul lungomare, ogni sera ce ne è almeno uno e quindi la città è sempre in festa con musica e con camion, pullman e macchine pieni di gente allegra e vociante che fa allegria anche se la città è buia perché i turni di luce sono sempre più brevi rispetto a quelli senza luce. A novembre scorso i turni in cui si aveva l’energia elettrica erano di 8 ore alternati a 8 ore senza, adesso invece sono ridotti a 6 ore in cui viene erogata la corrente seguite da 12 ore senza. Lascio immaginare le ripercussioni per esempio sulla conservazione degli alimenti con l’avvicinarsi dell’estate. Nella città di Gaza c’è ancora qualche palazzo di uffici, qualche grande negozio o edificio pubblico o privato che si può permettere un generatore proprio quando manca la corrente, cosa che non è possibile nei campi e nei villaggi dove quindi la sofferenza per la privazione dell’elettricità per periodi così lunghi è terribile. Dopo la chiusura del valico di Rafah con l’Egitto a sud, il carburante viene fornito solo da Israele ad un prezzo di 6-7 volte più alto di quello che veniva fornito dall’Egitto. Il risultato è che sia il governo che i privati ne acquistano una quantità molto minore. Arrivando a Gaza, abbiamo visto enormi manifesti con la fotografia di 3 bambini morti bruciati il giorno prima per una candela che era accesa per mancanza di elettricità! Abbiamo cominciato subito i nostri giri con visite alle donne che, con i soldi del progetto finanziato dall’8 per 1000 della Chiesa Valdese, hanno messo su una piccola attività imprenditoriale. Le donne sono bravissime, ma la loro situazione è molto spesso agghiacciante. Abbiamo visto per esempio, una donna, Lubna, nel suo nuovo salone di bellezza aperto da una settimana. Ha 29 anni. Si è sposata una prima volta a 14 anni e si è dopo poco divorziata. Dal matrimonio ha avuto una figlia. A 19 anni si è risposata ed attualmente è separata con tre figli (9 – 7 – 5 anni). Il marito ha preso un’altra moglie anche senza divorzio. Lei non vuole divorziare perché perderebbe la custodia dei figli che verrebbero cresciuti dalla nonna paterna come la figlia del primo matrimonio che è per lei persa. In caso di sola separazione invece, i figli vengono affidati alla nonna materna e quindi di fatto rimarrebbero con lei. Da un progetto svedese ha ricevuto un anno fa un dono di 1000 euro ed ora avrebbe bisogno di alcune apparecchiature per incrementare il reddito. L’attuale marito è drogato e spacciatore, i suoi genitori e un fratello sono in carcere per spaccio. Da un anno lei frequenta Aisha, l’associazione con cui lavoriamo con i fondi del progetto finanziato dalla chiesa Valdese, dove ha ricevuto una formazione sia come contabile che un sostegno legale e psicologico. Ci assicura che da quando frequenta l’Associazione è diventata un’altra persona, sicuramente molto più sicura delle sue capacità oltre che dei suoi diritti. Dovrebbe avere dal marito un quarto del valore della casa che ha contribuito a pagare con la sua dote, ma non riesce ad ottenere nulla. Probabilmente si organizzerà per abitare con i figli nel salone di bellezza (un basso al campo profughi al-Shati’, il Beach camp) perché non vuole più abitare nella casa della sua famiglia di origine ed essere un po’ più libera e autonoma. In una settimana ha fatto 2 messe in piega, 2 pelature di sopracciglia e tre depilazioni facciali stile arabo e dovrebbe quindi poter affrontare la nuova vita. Intisar ha 47 anni, vive a nord est della Striscia di Gaza, a Beit Hanoun, ha 9 figli, 4 ragazze e 5 ragazzi. L’ultima figlia di 5 anni è Down ed è stata fortemente traumatizzata nell’ultima aggressione del 2014. La casa, che doveva comunque essere molto misera, è stata completamente distrutta. Attualmente la famiglia vive in maniera molto precaria in spazi ricavati da lamiere e sacchi di riso vuoti. Non riceve un rimborso dal governo per la casa distrutta perché il terreno è di proprietà demaniale e la casa era costruita abusivamente. In piedi é rimasto solo lo stipite di una porta. Il gabinetto è un gabbiotto che non abbiamo visitato in un angolo del giardino. Il marito è

Diario di Gaza, 9-16 maggio 2016

Da Gaza, come posso e riesco, diario minimo per gli amici e le amiche. 9 MAGGIO 2016 Questo è il secondo giorno a Gaza e siamo in piena attività. A Gerusalemme sabato 7 abbiamo gironzolato per la città vecchia e fatto shopping. La sera a cena da un amico del consolato con un pezzo di cooperazione italiana: direttore, addetta stampa e due altri. C’era anche una giovane italiana che si occupa di advocacy per Oxfam. Abbiamo parlato dell’ultimo scempio israeliano (ma è tra i tanti): la questione della valle di Kremisan (dei frati francescani vi fanno dell’ottimo vino bianco che ho bevuto) per farci la discarica di Gilo, l’insediamento israeliano illegale. Pare che i francescani abbiano perso la causa al massimo livello (la corte suprema) per cavilli legali. Effettivamente non c’è limite. Consideravamo con Sancia che se si potesse mettere in fila gli abusi e la costante privazione di diritti effettuata dagli israeliani in questi ultimi 22 anni (dopo gli accordi di Oslo), si potrebbe fare il giro del mondo. Passo dopo passo, con determinazione, strategia ed arroganza. Serata simpatica e poi Gaza. Prima di partire ne abbiamo parlato con tutti e visto internet. Quello che è successo a Gaza nei giorni precedenti non era (ancora) niente di serio. Se dovesse succedere qualcosa si parla del Ramadam. Speriamo di no, perché Gaza è ancora molto distrutta. Comunque noi partiremo prima. E poi Gaza. Da Gerusalemme siamo andate in macchina con Meri che ci ha fatto ottenere il visto israeliano, e poi il solito Eretz. Senza dircelo, aveva in valigia un drone con telecamenta (quello che piacerebbe a mio nipote). Ovviamente è stato aperto (con molta invidia dei poliziotti…). dovrebbe servire ad una cooperativa di cameramen per fare riprese aeree sulle zone ancora distrutte. Sembrava che il capitano di Hamas volesse qualche “mancetta”, poi con una telefonata si è risolto tutto. Effettivamente in teoria ci sarebbe la dogana (se Gaza fosse uno stato) e allora che che fare? Gli israeliani l’hanno fatta passare (mai se lo avessero saputo) e quindi non si poteva accettare uno stop di Hamas. Risolto. E poi AISHA, questa stupenda associazione di donne, numerose, sorridenti, disponibili. Abbiamo lavorato sul progetto, ci siamo raccontate quanto era successo in questi mesi, e cominciato a discutere dettagli del progetto, microcredito incluso. E poi da MARIAM. Mariam domenica si sposa, ed è in permesso matrimoniale. Abbiamo portato in regalo dei piatti in vetro fatti da un artigiano per i mille piatti palestinesi. E chiacchierato anche con lei, sul matrimonio, sul diritto matrimoniale, sui festeggiamenti, sul vestito, acconciatura e trucco. Era raggiante. Al pranzo di nozze avrà 200 invitati (solo i parenti) e alla festa della sera, dove lei si mostrerà in tutta bellezza, calcola almeno 1000 donne. Verrà servita solo acqua. Almeno non ci si ubriaca. Ritorniamo in albergo che ha aperto solo per noi e dove abbiamo dovuto negoziare le ore di accensione del generatore di corrente quando manca la corrente che viene erogata ad 8 ore alterne (di giorno siamo via, spesso anche la sera, quindi abbiamo chiesto corrente dalle 7 alle 8.30 quando usciamo (senza corrente non abbiamo internet) e la sera, se siamo in albergo dalle 19 alle 22.30 e poi nanna. Ovviamente salvo le sere nelle quali capiterà che ci sia la corrente. Non dovremo mai dimenticare di caricare tutti gli apparecchi altrimenti non si riesce nemmeno a scrivere. Insomma un po’ di condivisione della vera vita di Gaza di chi non si può permettere il generatore familiare e non ha quello condominiale. Cena al ristorante di pesce, con Meri, un consulente dell’OMS per compiere una valutazione sulla situazione sanitaria di Gaza e della West Bank (italiano) e un’altra italiana responsabile della cooperazione svizzera, dotata di auto blindata. E poi la meritata nanna, al buio. Tra le lenzuola mi sono addormentata pensando come può essere normale la vita a Gaza in un posto che normale non è, anzi assurdo, privato di tutto: di spazio, di mobilità, di diritti, di futuro che viene ricreato nella programmazione della propria vita, nella tinteggiatura di una stanza, di un figlio avuto dopo 8 e magari down, nella ricostruzione della casa, nel progetto di mandare un figlio o figlia all’università sperando in un lavoro. Insomma un futuro incerto, che si cerca di tenere nelle proprie mani ma non sempre ci si riesce. LUNEDÌ 9 MAGGIO Oggi 8,30 da AISHA. Dobbiamo discutere alcuni dettagli di microcredito e soprattutto come riportare alcuni punti critici nel midterm report. E poi field visit a donne che faranno parte del microcredito. Una prima sorpresa: il computer con cui sto scrivendo, salvo un miracolo fatto da un giovane ingegnere si fermerà tra poco. Il caricatore è rotto. Ci provano a ripararlo, ma altrimenti queste saranno le ultime righe e poi il sonno. Ho copiato tutto su una penna. Spedisco questo mini diario e poi andrò sui computer degli altri. Oppure domani riavrò il caricatore e jalla! Field visit. Tre donne: una di 28 anni 4 figli, una con un primo marito e tre con un altro. Separati. Drogato, spacciatore, padre, madre e fratello in carcere. Lei ha aperto con una donazione di un’Associazione di donne svedesi un salone di bellezza. Faccia, cappelli, depilazione ecc. Conta di mantenersi da sola. Con il microcredito aumenterà le attrezzature. Riceverà 700 euro che restituirà a cominciare da 6 mesi per 20 mesi. Circa 35 euro al mese con possibilità di una rinegoziazione al ribasso per un periodo maggiore. I soldi restituiti serviranno per il microcredito di un’altra donna. Una sorta di catena di sant’Antonio. Oggi a lungo abbiamo discusso sulla creazione di un trusteee committee (una specie di comitato dei garanti) formato dalle donne stesse che usufruiscono del microcredito. Così si spezza anche l’idea di un prestito bancario, quand’anche ad interessi zero. La seconda donna, 38 anni, madre di 6 figli e uno in arrivo. Ricama, lavora a maglia e cuce su prenotazione. La casa è migliore, due figli all’università e gli altri a scuola. La terza vive a Beit

Relazione del viaggio a Gaza – marzo 2016

Gazzella – Resoconto del viaggio a Gaza – marzo 2016 Ritorno nella Striscia di Gaza dopo 3 mesi. Fa freddo in questi giorni: piogge e vento rendono più difficile la vita alle famiglie palestinesi che ancora non hanno trovato sistemazione dopo l’aggressione “margine protettivo” dell’agosto 2014. Solo una parte dei nuclei famigliari sfollati, circa 20.000, che fino a giugno 2015 erano nelle scuole Unrwa, sono riusciti a trovare sistemazione in appartamenti presi in affitto dall’Unrwa o hanno potuto ricostruire la loro casa; altri continuano ad occupare i moduli prefabbricati che diverse ONG internazionali hanno messo a disposizione. Sulle strade che collegano Rafah a Gaza City sono numerosi i camion che transitano con materiali per la ricostruzione anche se sono ancora migliaia le case ridotte in macerie in attesa di ricostruzione. L’entrata dei materiali di ricostruzione nella Striscia di Gaza è un reddito per l’industria israeliana essendo Israele ad esercitare il controllo e l’autorizzazione delle entrate nella Striscia di Gaza: dalla distruzione causata dall’operazione “margine protettivo” il mercato israeliano trae benefici economici. I quartieri di Shejaiya, Kuzah‘a, Beit Hanun, fortemente danneggiati dai bombardamenti, lentamente riprendono il loro assetto urbano: gli abitanti raccontano che grazie agli aiuti dell’Unrwa, del Governo locale, con i finanziamenti del Qatar e con il contributo di diverse ONG è stato possibile acquistare i materiali per sistemare le case danneggiate. Alcune famiglie che vivono in affitto, ancora in attesa di poter ricostruire e tornare nella loro casa, lamentano che l’Unrwa da mesi non è più in grado di pagare gli affitti e temono di dover abbandonare le case senza avere una adeguata sistemazione. Se le infrastrutture sono state parzialmente sistemate, un piccolo segnale di lenta ripresa, l’elettricità è stata invece ridotta a fasce di 6 ore e per rifornirsi di acqua e gas bisogna ancora fare lunghe code nei punti di distribuzione. Durante il periodo della visita nella Striscia di Gaza ci sono stati scioperi del personale sanitario e dei lavoratori pubblici. I dipendenti del governo locale denunciano che da più di un anno percepiscono solo il 40% del salario e la situazione è insostenibile. Ho incontrato il direttore dello Shifa Hospital di Gaza City che ha rappresentato le difficoltà dei lavoratori. “I dipendenti del Governo Locale”, precisa, “hanno sempre prestato servizio anche quando, per alcuni mesi, durante e subito dopo l’aggressione “margine protettivo”, hanno lavorato senza percepire alcun salario”. Era profondamente avvilito e aggiungeva: “lo sciopero del personale sanitario non è uno sciopero contro il Governo Locale che, con la chiusura dei tunnel, con l’isolamento dei paesi arabi, in primis Egitto, non può più sostenere l’economia della Striscia, ma uno sciopero contro l’occupazione e l’assedio israeliano. Paradossalmente con la nostra protesta stiamo portando un danno ai malati, che già sono in misere condizioni e questo non è accettabile”. La grave crisi sanitaria nella Striscia di Gaza non vede fine: negli ospedali persiste la carenza di medicinali, materiali e attrezzature adeguate alla prevenzione e cura. I presidi sanitari, primary health care, presenti sul territorio della Striscia di Gaza sono gestiti da diversi soggetti sanitari locali, non tutti con un buon livello di qualità prestazione servizi. Il governo di Ramallah dal 2007 ha fatto un significativo taglio alle risorse economiche destinate alla sanità per la popolazione di Gaza e alle forniture di farmaci essenziali. Dal Ministero della Salute di Gaza denunciano la mancanza di circa 150 tipi di farmaci, il 30% di quelli essenziali, antibiotici e vaccini. L’impossibilità di trattare pazienti affetti da cancro, malattie croniche del sangue, costringe i malati a tentare di uscire dalla Striscia di Gaza per trasferirsi all’estero per ricevere cure adeguate, tutto ciò non con poche difficoltà e tra l’altro solo per pochi pazienti è possibile lasciate la Striscia di Gaza. Infatti alle note difficoltà di transito per il valico di Erez, controllato da Israele, la totale chiusura di Rafah e la politica del governo egiziano hanno peggiorato la possibilità di movimento. In collaborazione con UMMI e l’Ass.ne la Talpa, la nostra Associazione ha fatto arrivare a Gaza farmaci per diabetici per il fabbisogno di 2 mesi per 100 pazienti, (valore di 5.000 euro). I farmaci sono distribuiti gratuitamente ai malati . Ancora una volta, non con poche difficoltà, Gazzella è riuscita a portare un sostegno concreto. Un aspetto inquietante, come riferiscono i medici dello Shifa Hospital, sono i casi di suicidio: infatti da qualche mese ci sono stati ricoveri, o nel peggiore dei casi decessi, per tentati suicidi. Palestinesi senza speranza che si danno fuoco, che si gettano nel vuoto. Anche le violenze in famiglia sono aumentate; conseguenze derivanti dall’assedio che da 9 anni attanaglia il popolo di Gaza. Durante la permanenza a Gaza sono stata a Kuzha’a dove ho accompagnato i contadini a lavorare nei loro campi che si trovano a ridosso del confine. Siamo arrivati sul posto con carretti trainati da cavalli: i contadini dovevano ripulire i campi dalle erbacce prima della raccolta. Hanno lavorato dalle 7 alle 10.30 di mattina, sotto lo stretto controllo dei soldati israeliani a pochi metri di distanza del “confine”. I campi a ridosso del ” confine israeliano” sono aree dove è difficile poter accedere e molto spesso l’esercito israeliano attacca i contadini. Un recente accordo tra Croce Rossa Internazionale, i contadini proprietari di terre, e Israele dovrebbe permettere di lavorare la terra senza subire attacchi, ma, troppo spesso, l’accordo non viene rispettato e l’esercito impedisce con la violenza una delle poche attività redditizie nella Striscia. Le bombe israeliane continuano a mietere vittime. Durante la permanenza a Gaza un bambino di cinque anni, Suhayb Saqir di Jabalya, è stato ucciso, suo fratello Musab di 6 anni ferito, da un ordigno israeliano inesploso. Secondo un rapporto dell’OCHA sono circa 7.000 gli ordigni inesplosi rimasti sul terreno della Striscia di Gaza dopo l’aggressione israeliana “margine protettivo”. Il 13 agosto 2014 Simone Camilli, giornalista-fotografo, restava ucciso insieme ad altri cinque palestinesi mentre assumeva informazioni sulle bombe inesplose che Israele aveva sganciato durante l’operazione “margine protettivo”. Un lavoro per la ricerca di verità da raccontare, da far conoscere perché

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza, novembre 2015

Questa relazione è divisa in due parti, scritte dalle due volontarie di Gazzella che sono state a Gaza dandosi il cambio durante il mese di novembre 2015. 1. Resoconto del viaggio di Gazzella a Gaza, 31 Ottobre – 11 Novembre 2015 Sono andata a Gaza (un’altra volontaria mi raggiungerà presto e invieremo anche il suo resoconto) per visitare i bambini adottati a distanza da Gazzella e per lavorare con le donne dell’Associazione di donne “Aisha” al programma del III anno del progetto finanziato dall’8 per mille della Chiesa Valdese: “Per una vita senza violenza” che aiuta donne vittime di violenza insegnando loro un mestiere e seguendole poi nella costruzione di una attività in proprio e aiutandole anche economicamente con un microcredito indispensabile per l’avvio dell’attività. Eravamo un po’ preoccupate, anzi veramente i nostri parenti e amici lo erano, per quello che stava avvenendo a Gerusalemme e dintorni dove dovevamo fermarci una notte dato che l’ingresso di Erez per Gaza chiude alle 3 del pomeriggio e il nostro volo Fiumicino – Ben Gurion arrivava troppo tardi per andarci direttamente. Con nostra grande gioia (dato che era sabato e quindi giorno di vacanza) un amico del Consolato Italiano di Gerusalemme è venuto a prenderci all’aeroporto e ci ha portato a fare un giro per il quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme, Mea Shearim, e poi a casa sua per un’ottima cena. Il quartiere di Mea Shearim è stato costruito nell’800 a ridosso della città vecchia ed è un luogo dove sembra che il tempo si sia fermato. Gli abitanti sono tutti dediti ad uno stile di vita strettamente legato ai dettami della legge ebraica, allo studio continuo della Bibbia e alla totale rinuncia a qualsiasi forma di benessere e soprattutto di comodità moderna. Molti abitanti di Mea Shearim appartengono al movimento anti-sionista “Neturei Karta”che si oppone all’esistenza stessa dello stato di Israele perché convinto che la Grande Israele verrà creata dall’avvento del Messia e non per mano dell’uomo. E’ stata una visita molto interessante ed istruttiva che in tanti anni in cui ho soggiornato per parecchi giorni regolarmente a Gerusalemme, non avevo mai fatto; sembra di essere completamente fuori dall’Israele contemporanea e ultra moderna. E’ un quartiere molto povero con edifici estremamente degradati, inferriate a tutti i piani e dappertutto biancheria stesa ad asciugare. Gli uomini hanno lunghe barbe e sono vestiti con abiti neri ed il cappello nero a larghe falde oppure indossano quegli enormi cappelli di pelo che sembrano delle grandi torte e le donne hanno gonne lunghe fino ai piedi e capelli stretti in strane cuffie. I bambini per la strada sono a centinaia tutti vestiti in abito tradizionale con i boccoloni che scendono dalle tempie e veramente sporchissimi. Cumuli di spazzatura puzzolente sono presenti ovunque. Una cosa interessante è che in Israele gli ortodossi sono dispensati dal servizio militare che invece è obbligatorio per gli altri israeliani e che dura 3 anni per i maschi e 2 anni per le femmine! Forse anche questo contribuisce al fatto che gli ortodossi non sono in genere quindi molto amati dal resto della popolazione. Neanche gli arabi di passaporto israeliano fanno il servizio militare. Dopo aver passato la notte nel solito e ospitale ostello di pietra dentro le mura della città vecchia, con il taxi guidato dal grasso e solido autista palestinese Kim siamo andate a Erez dove siamo passate rapidamente e facilmente nel lato palestinese e attraversando Beit Lahia e Jabalia siamo arrivate a Gaza city nell’ufficio di Aisha dove abbiamo subito cominciato a lavorare con le donne con cui collaboriamo. Abbiamo notato che più gli avvenimenti rendono controversa, anzi negativa agli occhi dei cittadini di altri paesi la politica israeliana, e meno odiosamente gli israeliani si comportano con gli internazionali. Buon per noi, perché a volte l’entrata a Gaza è stata un vero incubo pur avendo sempre, perchè indispensabile per l’accesso, il permesso della security israeliana. Abbiamo visitato e fotografato bambini feriti quasi tutti durante l’aggressione israeliana “Margine Protettivo” di luglio-agosto 2014 e bambini adottati precedentemente con l’associazione Hanan handicappati gravi, gli uni e gli altri adottati da Gazzella. La ricostruzione dopo i bombardamenti non è quasi ancora cominciata per via della scarsa quantità di materiale da costruzione che Israele lascia entrare a Gaza ma soprattutto per il suo prezzo che è molto alto. Qualcosa è stato fatto, ma quasi unicamente in edilizia pubblica. Abbiamo visto con piacere un bel pezzo di strada nuova lungo il mare con un bellissimo e largo marciapiede, realizzato, ci è stato detto con soldi del Qatar. Anche qualche caserma e varie moschee sono state ricostruite dal governo! Molte case private che erano state danneggiate ma non troppo seriamente sono state riparate, ma di quelle distrutte quasi nessuna è stata ricostruita. Dalla mancata ricostruzione quindi deriva che ancora molte famiglie abitano in scuole dell’UNWRA e che molte altre persone abitano ancora ammassate in 3-4 famiglie che prima dei bombardamenti abitavano ognuna in uno e adesso stanno tutte in un appartamento al primo piano con la parte superiore dell’edificio distrutta, oppure sono tornate dai genitori che hanno ceduto loro una stanza oppure si sono trasferite in un altro villaggio a casa di parenti e sempre comunque molto stretti in poco spazio. Nella difficoltà della vita a Gaza, quella dell’affollamento in casa pare, a detta di tutti gli psicologi con cui ne abbiamo parlato, una forte aggravante. Ogni volta che vado a Gaza all’inizio mi deprimo perché mi sembra che la situazione sia peggiorata, cosa che non credevo potesse avvenire e che quindi non ci sia speranza per il paese, ma poi con il passare dei giorni e vedendo la vitalità degli abitanti, l’allegria dei bambini, la bravura e la serietà delle persone delle associazioni con cui lavoriamo, la forza d’animo che la gente dimostra quando racconta di attività distrutte e ricostruite da zero più di una volta, che concludo che invece la speranza di costruire un paese in cui tutti possano vivere meglio esiste e si avvererà, ma chissà quando. Certo bisogna assolutamente che le

Dalla volontaria di Gazzella a Gaza – Giugno-Luglio 2015

La striscia di Gaza a quasi un anno dall’aggressione israeliana “margine protettivo” è in lentissima ripresa. Sono evidenti ovunque distruzione, macerie: una ricostruzione senza progettualità e priorità ostacolata dalle restrizioni israeliane sull’importazione dei materiali. Tuttavia, le ONG che operano da anni nella cooperazione stanno intervenendo con progetti per il recupero delle macerie delle case e il riutilizzo delle stesse per ricavarne mattoni, fondi stradali, tegole e lastre. Quella della ricostruzione è certamente una speranza e anche un’opportunità di lavoro. Tuttavia questi progetti non prendono in considerazione alcuni fatti che con fatica si sta cercando di far emergere e denunciare: la striscia di Gaza è contaminata. Questa affermazione si basa su esperienza diretta sui risultati ottenuti dalle analisi di laboratorio dell’Università la Sapienza di Roma, su campioni di terra di crateri originati in seguito alle esplosioni di bombe durante gli attacchi dell’operazione “summer rains” 2006 e a seguire su campioni di terra da altri crateri originati da bombardamenti durante l’aggressione “cast lead” nel 2009; e ancora su polvere prelevata dal guscio di una bomba al fosforo sganciata contro l’ospedale Al Wafa nel 2009; su 87 campioni di terra prelevati in altrettante diverse località della striscia di Gaza nel 2010; su 95 campioni di capelli raccolti per la maggior parte tra giovani e ragazzi una prima volta nel dicembre 2009 e successivamente dicembre 2010; su 58 campioni di acqua provenienti da pozzi municipali distribuiti lungo la striscia di Gaza. Le analisi rilevano presenza di concentrazioni anomale di elementi tossici–cancerogeni quali tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio, cobalto, vanadio, alluminio, uranio, stagno, zinco e cromo. Se consideriamo il fatto che la popolazione della striscia di Gaza vive da anni in condizioni precarie, in aree distrutte dai bombardamenti, sempre a contatto con macerie, materiale bellico inesploso, è quindi evidente che è continuamente esposta al rischio di venire a contatto con sostanze velenose di cui sopra, sia per via cutanea, respiratoria, ma anche attraverso gli alimenti (le produzioni agricole). Le macerie dovrebbero quindi essere rimosse e trattate opportunamente e non “riciclate – recuperate”. Il ritorno tra le macerie! Durante l’aggressione israeliana della scorsa estate circa 200.000 palestinesi avevano trovato una sistemazione in alcune scuole messe a disposizione dall’Unrwa, perché le loro case erano state gravemente danneggiate o distrutte. Ho incontrato Shadha che con la famiglia si era rifugiata nella scuola Unrwa di Beit Hanun. Il padre riferisce che ha dovuto lasciare, 15 giorni fa, la scuola Unrwa G1029 di Beit Hanun, e con lui circa 200 famiglie rifugiate. Racconta che negli ultimi cinque giorni passati nella scuola non veniva più distribuita la razione giornaliera di cibo e questo, a suo dire, per fare comprendere alla gente che se ne doveva andare e non c’era più assistenza. Prima di lasciare la scuola sono stati distribuiti sussidi economici, il padre di Shadha ha ricevuto 500 dollari. Adesso Shadha vive, con i genitori e 7 fratelli in tenera età di cui uno disabile, in una baracca in mezzo alle macerie della sua casa. Probabilmente tanti altri sfollati della scuola Unrwa di Beit Hanun hanno seguito questo destino, lo stesso che toccherà alle famiglie, circa 20.000, che avevano trovato rifugio lo scorso agosto nelle 19 scuole e che adesso l’Unrwa sta svuotando. Macerie su macerie. A Gaza nel 2009, alla fine dell’aggressione “piombio fuso”, la Early Recovery Mission inviata dall’ONU aveva già prodotto il rapporto “Gaza Early Recovery Radip Needs Assessment” che sosteneva la necessità di un piano nazionale Palestinese per il recupero di Gaza. L’indagine dell’UNEP aveva il compito di indicare misure concrete per il risanamento ambientale post-conflitto. Infatti dalle investigazioni si era evidenziato che l’aggressione “Piombo fuso” aveva creato grandi quantità di rifiuti di demolizioni spesso contaminati da materiali pericolosi. Un rapporto certamente datato, ma sempre di attualità. Nel frattempo altre due pesanti aggressioni contro la popolazione, l’operazione “colonne di nuvole” novembre 2012 e “margine protettivo” luglio-agosto 2014, hanno aggravato la condizione di vita dei Palestinesi. Nessun piano di risanamento è mai stato avviato, sebbene dopo ogni aggressione israeliana i donatori avessero promesso miliardi di dollari. Con le attuali restrizioni del governo israeliano ci vorranno più di 20 anni per costruire case, scuole, strutture sanitarie, fabbriche e infrastrutture idriche, elettriche e igienico-sanitarie, che sono andate distrutte o gravemente danneggiate. Interrompere il business della distruzione-ricostruzione permanente è possibile se c’è la volontà di porre fine ai crimini di Israele contro il popolo palestinese e alla sua terra. Lo spirito di diversi donatori e di Ong dice di voler andare in tal senso; è allora necessario che il proclama delle buone intenzioni sia attuato mettendo in campo azioni concrete iniziando a contrastare le politiche di Israele che oggi sono anche quelle di impedire l’entrata dei materiali per la ricostruzione. Pensare di ricostruire così come si sta procedendo costituisce un rischio futuro per la salute della popolazione e tra l’altro va in contrasto con i progetti fatti e/o in corso di ONG attive sul territorio della striscia di Gaza in campo di prevenzione sulla salute. Ai danni materiali non possiamo non aggiungere i danni alla salute; per questo l’urgente necessità di interventi condivisi tra il Governo locale e le ONG per dare avvio a una ricostruzione sostenibile a Gaza. La cooperazione e gli aiuti non possono essere da stampella alle politiche “del mantenimento dello state delle cose”! G. Brattini – Gazzella Onlus 22.6.2015

relazione del viaggio di Gazzella a Gaza aprile – maggio 2015

Relazione del viaggio a Gaza di 2 volontarie di Gazzella. 28 aprile-9 maggio 2015  Atterriamo di sera all’aeroporto di Tel Aviv dove ci aspetta il solito grasso e rassicurante autista palestinese Hakim che ci porta a Gerusalemme e ci lascia alla Porta di Giaffa vicino all’ostello di pietra che è bello e pittoresco da fuori ma, per la verità o forse per la mia età, un po’ molto spartano all’interno e da cui si gode però una vista meravigliosa sulla città vecchia fino al monte degli ulivi. Ci precipitiamo a cercare una birra prima che sia troppo tardi dato che a Gaza ne dovremo fare a meno grazie ad Hamas per cui l’alcool è visto come il male e quindi proibito a tutti. In realtà ne è proibita l’importazione, la vendita e anche il consumo ma si fa finta di non vedere e si tollera quindi che i cristiani locali si producano per il proprio e degli amici consumo sia il vino che il distillato di vinacce. La mattina presto andiamo in taxi a Eretz, unica entrata per Gaza ormai praticabile anche se molto selettiva, da quando l’Egitto del generale golpista Al Sisi ha chiuso quella di Rafah e non si sa se, quando e per quanto tempo verrà aperto il passaggio. Da mesi se ne parla senza citare la fonte non si sa bene la fonte, ma la notizia gira e tuttavia l’evento non è ancora avvenuto e se e quando Rafah aprirà, non ci si aspetta che rimanga aperto il passaggio per più di 2 o 3 giorni. L’ingresso da Eretz non e’ pero’ utilizzabile dai palestinesi della Cisgiordania che anche se hanno parenti stretti a Gaza che possono nascere o morire, non ottengono il permesso di entrata. Il valico di Eretz è utilizzato dai palestinesi di Gaza per uscire solo con speciali permessi per es per qualche visita specialistica in un ospedale, permessi che vengono però concessi con molta difficoltà. Pare che dopo l’aggressione dell’estate scorsa gli israeliani si mostrino un pò più generosi nella concessione dei permessi e che lo facciano per migliorare l’immagine ad uso non certo dei palestinesi ma degli internazionali, che si era ancora più deteriorata. Pur avendo noi il numero del permesso della “Security” israeliana ottenuto dopo 2 mesi e piu’ di attesa dalla nostra richiesta al Consolato Italiano, come sempre siamo preoccupate che succeda qualcosa per cui non ci lasciano passare. Le procedure cambiano ogni volta e mi domando se non sia fatto appositamente per disorientare e scoraggiare chi e’ già nervoso e preoccupato. Passiamo più facilmente del solito il controllo israeliano, montiamo su una specie di motoretta che ci fa superare il sempre più lungo corridoio che attraversa la terra di nessuno, cioè presa dagli israeliani con la solita scusa del cuscinetto di sicurezza, e arrivando in terra palestinese notiamo con piacere che non c’è più un doppio controllo dell’Autorità Palestinese e di Hamas, ma un controllo unico. Ci viene a prendere la macchina dell’Associazione di Donne “Aisha” con cui abbiamo avuto il finanziamento per il progetto dall’8 X 1000 della Chiesa Valdese e con cui dobbiamo scrivere in questi giorni il resoconto dell’attività del II anno di: “Per una vita senza violenza”. Come al solito, anche con i palestinesi che controllano il permesso di entrata, c’è qualche problema. Questa volta non va bene la stampa a colori del computer, ma è necessario avere il permesso originale con timbri e firme. Grazie all’intervento della ragazza di Aisha che per fortuna e’ arrivata portando il permesso originale, siamo finalmente a Gaza e andiamo direttamente nell’ufficio dove cominciamo a lavorare. Il giorno dopo iniziamo le visite ai bambini feriti durante l’aggressione israeliana di luglio e agosto 2014 da loro chiamata ” Margine Protettivo” che Gazzella vuole adottare e che sono stati scelti dalle donne di Aisha fra i casi più seri delle migliaia di bambini feriti, considerando la situazione familiare e oltre alle ferite fisiche anche il trauma psicologico di cui tutti questi bambini soffrono. 300000 bambini di Gaza dopo l’aggressione dell’estate scorsa, soffrono di sintomi evidenti risultanti dallo shock post traumatico dell’aggressione. Siamo inorridite. Nel viaggio dello scorso novembre avevamo visitato bambini adottati precedentemente e avevamo visto molta distruzione ma non avevamo percorso in macchina le strade dove quasi tutti i palazzi sono stati distrutti, perchè c’erano ancora le macerie per le strade ed era difficile, anzi impossibile, passare. Le macerie sono state ora rimosse e intere strade che percorriamo di Beit Hanun e Shejaya attraverso cui i carri armati israeliani sono entrati a Gaza sparando protetti dai bombardamenti aerei, sono state rase al suolo. Abbiamo visitato famiglie che per sicurezza si erano rifugiate nelle scuole dell’UNWRA che sono state poi bombardate di notte uccidendo civili che non si erano mai occupati di politica compresi donne e bambini. Vi risparmio il racconto di molte singole storie tragiche che i protagonisti ci hanno raccontato perché al solo pensiero le lacrime mi ricominciano a sgorgare dagli occhi. Abbiamo anche visitato scuole dell’UNWRA dove ancora abitano decine e decine di famiglie poverissime che hanno avuto la casa distrutta e che non hanno alcun luogo dove andare ad abitare. Fra l’altro, anche avendo i soldi che la maggior parte della gente non ha, e’ quasi impossibile ricostruirsi la casa perché non entra nella striscia il materiale da costruzione. Il poco cemento che è entrato è stato utilizzato per la ricostruzione di strade e di qualche edificio pubblico. Abbiamo notato con piacere che le strade principali che uniscono città e villaggi, sono state riparate. Soprattutto la grande strada che attraversa la Striscia da Nord a Sud lungo il mare e che aveva a novembre scorso dei lunghi tratti di sabbia, è ora tutta asfaltata. I Gazawi si lamentano perché le strade interne che vanno a scuole, ospedali e soprattutto alle loro case, sono in pessime condizioni e non solo dai bombardamenti di luglio-agosto 2014. I 19 bambini nuovi che Gazzella ha adottato hanno storie orrende. Quasi tutti nell’aggressione israeliana della scorsa estate hanno perso almeno

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – Novembre 2014

Relazione viaggio in Palestina di due volontarie di Gazzella Novembre 2014  Siamo partite martedì 18 novembre da Roma alla volta della Palestina con destinazione finale Gaza con la preoccupazione, anzi con il terrore di dover vedere con i nostri occhi quello che avevamo letto sui giornali e visto alla TV, e cioè le conseguenze di “Protective Edge, Margine Protettivo” così chiamata dagli israeliani l’aggressione a Gaza con bombardamenti dal cielo e cannoneggiamenti da terra e dal mare da loro effettuata per ben 50 giorni la scorsa estate a luglio e agosto, che ha causato oltre 2000 morti, più del 70% civili e oltre 11000 feriti di cui una notevole percentuale con danni permanenti.  La popolazione di Gaza è di circa 1.800.000 persone e di queste 500.000 hanno dovuto abbandonare le loro case perché più di 17.000 abitazioni sono state distrutte completamente o quasi e più di 37.000 sono state danneggiate seriamente tanto da essere inabitabili. Questi dati vengono dall’UNWRA, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e da altre organizzazioni internazionali, e le riporto per dare l’idea delle proporzioni di morte e distruzione causate dall’operazione. Scopo principale del nostro viaggio era, come nei precedenti, quello di andare a visitare i bambini adottati da “Gazzella” generalmente già traumatizzati da precedenti accadimenti, o perché feriti da armi  israeliane o permanentemente handicappati spesso come indiretta conseguenza di azioni israeliane. Altra ragione del nostro viaggio era quella di chiudere una parte del progetto finanziato dall’8×1000 della chiesa valdese: “Per una vita senza violenza” proposto dalla WILPF  sezione italiana della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà in collaborazione  a una associazione di donne di Gaza, Aisha, e progettarne la continuazione per un altro anno. A Gaza il problema della violenza contro le donne in famiglia è un problema serio, e del resto è dimostrato che più una società subisce violenza e più diventa violenta essa stessa e la violenza è sempre diretta maggiormente contro la componente più debole della società, le donne e i bambini. Nel progetto, alle donne vittime di violenza viene insegnato un lavoro come cucito, ricamo, lavoro a maglia o a uncinetto, ceramica, video fotografia ecc. e vengono date delle basi di management e finanza. Alla fine del corso le donne vengono incoraggiate, aiutate e seguite nel progettare una attività in proprio anche con l’aiuto di un micro credito. Il primo anno i risultati del progetto sono stati buoni e siamo contente di continuare a collaborare con questa associazione di donne che si sono dimostrate serie, efficienti e intelligenti. Arrivate la sera a Gerusalemme siamo state raggiunte da telefonate di parenti e amici preoccupati perché la TV riportava l’uccisione di 7 israeliani in una sinagoga e la successiva reazione israeliana compresa l’uccisione dei due attentatori palestinesi. Nella città vecchia dove ci trovavamo, nessuno sembrava però essersi accorto di niente. Ormai nella violenza in cui si vive in questa parte del mondo, non si risente di nulla che accada anche a una piccola distanza. La mattina del 19 novembre, arrivate di buon ora al valico di Erez fra Israele e la Striscia di Gaza, siamo entrate con facilità e senza arrabbiature. Il controllo di permessi e passaporti viene fatto da giovani israeliani di leva, che a volte possono anche essere ragazzi gentili.  La soldatessa che mi ha controllato mi ha perfino augurato buon lavoro e su mia richiesta non mi ha messo il timbro di Gaza sul passaporto cosa che evita controlli orrendi in partenza dall’aeroporto di Tel Aviv. Dopo la camminata che diventa sempre più lunga per raggiungere finalmente la Palestina e passati i controlli prima dell’Autorità Palestinese e poi di Hamas, abbiamo incontrato una giovane ragazza di Gaza a che lavora con le donne di Aisha che in taxi ci ha portato in città nell’ufficio dove con le nostre partner abbiamo cominciato a lavorare. Il pomeriggio siamo andate a trovare il dott. Yasser Abu Jamea, direttore del Gaza Community Mental Health Program che ci ha fatto un quadro tremendo della condizione di disagio psicologico in cui versano circa 300.000 bambini anche non feriti fisicamente, a causa delle stress causato dalle bombe, dalle cannonate, dai morti e i feriti di parenti e amici, la distruzione di case e scuole.Fra l’altro le persone con cui abbiamo parlato e di cui ci fidiamo sono tutte molto preoccupate perché malgrado riunioni internazionali di donatori e chiacchiere varie, a Gaza non è ancora arrivato un soldo e tutti i programmi si trovano senza fondi in questo momento di grandissimo bisogno. Abbiamo poi incontrato il direttore e due membri del direttivo del YMCA che volevano discutere con noi di possibili vie per ottenere finanziamenti che sarebbero indispensabili per aiutare chi ha perso tutto. La Comunità cristiana di Gaza è di sole 3.000 persone di religione greco ortodossa ma il loro centro è molto grande, ben organizzato e aperto a tutti.  È frequentato da un gran numero di ragazze e ragazzi che fanno molte attività sportive e culturali e che si riuniscono nel tempo libero per stare in compagnia e sentire musica. Hamas non ha mai osato chiuderlo perché l’YMCA nel mondo è potente e sarebbe controproducente a livello di immagine. Giovedì siamo state tutto il giorno a visitare bambini adottati nel nord della Striscia, a Beit Hanun, Beit Lahia, Shayaeia, dove pesanti sono stati i bombardamenti e i cannoneggiamenti dai carri armati e abbiamo avuto così la possibilità di vederne i risultati. In teoria sapevamo tutto, ma che fosse così tremendo non ce lo aspettavamo. Tanta distruzione non l’avevamo mai vista e neanche immaginata. La situazione delle famiglie dei bambini adottati, a parte pochissimi casi, è veramente drammatica. Abbiamo visitato famiglie con 11 o 12 figli di cui più di uno handicappato e in cui il padre o non lavora affatto o fa ogni tanto qualche lavoretto. Fino a un po’ di tempo fa ogni bambino handicappato riceveva dal governo un assegno mensile, e con quello la famiglia sopravviveva, mentre adesso ogni famiglia non ne riceve più di uno. I ragazzi molto

Diario da Gaza 18-24 novembre 2014

  DIARIO DA GAZA NOVEMBRE 2014 MARTEDI’ 18 NOVEMBRE – GERUSALEMME EZY4871. Non è una password ma il numero del volo Easy jet che ci porta di nuovo a Tel Aviv. L’aereo è pieno di ebrei europei, in maggioranza romani. C’è come un’eccitazione nell’aria, quasi di festa e di attesa, qualche aggressività. Penso che l’aereo non è loro ma in qualche modo tutto il clima mi fa sentire ospite. E mi sento anche un po’ rabbiosa. Ci devo pensare perché. Forse perché loro vanno e vengono incuranti di quanto è successo quest’estate, anzi pensano sia un loro diritto di essere nel giusto: si sono difesi. Del resto la strage di quest’estate è stata chiamata “Defensive Edge”, e chi non ha il diritto di difendere la propria casa, la propria terra la propria incolumità? Già, chi non ce l’ha. Sospendo i pensieri per non continuare su queste riflessioni. Lo so, la risposta la troverò tra poco a Gaza. All’aereoporto c’è Kim, palestinese cittadino israeliano, che ha quindi libero accesso all’aeroporto e ci aspetta. Già in macchina ci si immerge nella realtà: ci sono stati dei morti a Gerualemme in una sinagoga. Siamo preoccupate. Per sicurezza Kim non ci lascia sotto la porta di Jaffa, ma ci porta su fino alla torre di David a pochi passi dall’ostello. In effetti i negozi dei vicoli di Geruslemme vecchia sono in chiusura, pià presto del solito. Ci sono solo degli ebrei con cappello e ricciolini con il cappotto askhenazita che rapidamete passano e poche altre cose. Parliamo con Carla del Community Menthal Health Programme, ceneremo insieme. L’ostello è sempre bellissimo e piace a Sancia. E’ una vecchia casa palestine in cima alla città vecchia restaurata lasciando intatti i muri di pietra ed arredata con sedili con cuscini palestinesi. Un clima pacifico e rimanda all’antico. Due passi e siamo al ristorante in attesa di Carla. Il ristorante è praticamente vuoto. Non ci sono turisti e il proprietario ci dice che ci sono stati scontri a Gerusalemme e quindi stasera chiuderà prima. E’ un piacere vedere e parlare con Carla. Rapidamente ci aggiorniamo, parliamo del progetto che Sancia vorrebbe fare con il Community Menthal Health Programme di Gaza per i bambini affetti da stress post traumatico e lei apre uno spiraglio in cui potrebbe intervenire anche la cooperazione italiana, il direttore è un medico e c’è anche una psichiatra che potrebbero essere interessati. Stabiliamo che noi ci andiamo a parlare quanto prima e le diamo i risultati. Mercoledì pomeriggio dovremmo incontrarlo. Carla ci informa che hanno fatto una riunione con tutte le associazioni di donne di Gaza per vedere se riescono a creare una rete di coordinamento. Erano presenti più di 25 associazioni. Ah se il mondo fosse governato dalle donne! Parliamo ancora del suo lavoro, dell’attentato di Gerusalemme, e dato che il ristorante ci mette praticamente alla porta decidiamo che non è il caso di girare per la città vecchia in direzione della spianata. Probabilmente l’attentato è una reazione sconsiderata alla decisione israeliana di vietare la spianata delle moschee ai musulmani…, il secondo luogo sacro per l’Islam, quindi l’ennesima grave provocazione che funziona da miccia agli attentati. Discutiamo di prospettive, ed effettivamente qui gli orizzonti son chiusi. Già la sopravvivenza si presenta difficile. Allora per consolarci, ovvero farci del male, decidiamo di passeggiare nel grande,modernissimo centro commerciale che gli israeliani hanno costruito ai piedi della porta di Jaffa, di fatto è sottoterra… e non manca nessun negozio delle varie catene di moda occidentali (Fendi, Tezegnis, Sisley, Ferragamo ….) Anche qui c’è poca gente e molti negozi chiusi, la serata è finita, ci resta il letto all’ostello e domani di primo mattino si parte. Sta a vedere che Gaza è diventata più sicura di Gerusalemme! MERCOLEDI’ 19 NOVEMBRE – GAZA Alle 8 per venti minuti aspettiamo l’autista. Il traffico. Tutto viene ritardato, solo alle 9.30 siamo al confine di Eretz, oramai si entra tranquilli, salvo la solita domanda: “Avete armi?”. Questa volta rispondo: “You have the weapons”. Le armi ce l’avete voi! Ma è un gioco e la ragazzetta di 21 anni ride. Si entra tranquilli, chiedo di non aver il passaporto firmato e dopo aver superato la porta blindata affidiamo i bagagli ad una carrozzetta palestinese per non trascinarle per il chilometro e mezzo fino al confine dell’Autorità Palestinese e ci incamminiamo con gli zaini a piedi. Camminare di primo mattino fa bene. Sta a vedere che gli israeliani sono degli igienisti e pensano alla nostra salute? L’AP ci riceve come qualsiasi impiegato di confine annoiato, guardano il passaporto. Faccio la stupidaggine di dire che non voglio il timbro sul passaporto e uno di loro mi risponde che lo faranno solo quando saranno uno Stato. Mi sento stupida, certo che non possono timbrare. La mancanza di uno stato palestinese comincia dalla possibilità di mettere (o no) un timbro sul passaporto! Cosa ridicola ma emblematica. E’ però lo spunto per cominciare a parlare di chi ha riconosciuto lo stato palestinese. Io ero rimasta alla Svezia, loro mi informano che in questi giorni lo ha fatto anche la Spagna e sperano nell’inghilterra (in proposito io sono scettica) e la Francia. Un altro chiede quando lo farà l’Italia. Lo deludo: gli dico che non tira l’aria. Con altri 10 NIS (2 euro) di taxi siamo al confine controllato da Hamas. Il nuovo edificio di confine, in muratura, inaugurato da poco, che aveva anche il metal detector (quello che mi aveva fottuto l’altra volta la bottiglia di vino) è distrutto. Un caterpillar lo sta finendo di abbattere. Siamo tornati alle baracche e alla donna in divisa con velo che controlla a mano i bagagli. Cerca il vino. E lì primo problema che allungherà la nostra giornata facendo saltare appuntamenti e la nostra austroungarica tabella di marcia. La richiesta di visto di Sancia ad Hamas (simmetrico a quello israeliano..) riporta il numero del suo vecchio passaporto. Le donne dell’associazione AISHA che ci hanno dato l’affidavit, hanno copiato automaticamente la vecchia richiesta di visto, senza controllare la fotocopia del passaporto

Rapporto della volontaria di Gazzella – Gaza 12 agosto 2014

  Resoconto da Gaza 12 agosto 2014   Sono partita venerdì 8 agosto scorso e il mio viaggio è stato accompagnato da una ‘piacevole’ lettura: il Corriere del Veneto riportava la notizia che il giorno 7 agosto l’Ambasciatore di Israele in Italia, Noar Gilan, era stato a Verona per un incontro con la comunità ebraica, incontro che non era stato pubblicizzato per timore di manifestazioni a favore della Palestina e in solidarietà con il popolo che da un mese sta subendo una criminale aggressione. Costretti a nascondersi, a rinchiudersi tra i loro sostenitori per paura di contestazioni! Sono arrivata a Gerusalemme e ho trovato una città semivuota: pochi turisti si aggiravano in un mercato dove la maggior parte dei negozi era chiusa. All’albergo Gloria dove mi sono fermata a dormire c’erano solo 15 ospiti. Il direttore mi ha detto che aveva avuto cancellazioni di prenotazioni già dal mese precedente. Nella stessa situazione erano anche tanti altri alberghi e ostelli di Gerusalemme. Girare nel mercato di Gerusalemme senza vedere i colori delle merci, i profumi delle spezie, ma anche senza gli insistenti commercianti che normalmente ti rincorrono per venderti qualcosa mi ha messo tanta tristezza… (foto) La Cisgiordania da quando è iniziata l’ennesima aggressione contro la popolazione di Gaza è in continuo fermento; in particolare le città di Ramallah e Nablus. Ci sono scontri quotidiani con morti e feriti fra le forze di occupazione israeliane e i palestinesi che chiedono il riconoscimento dei loro diritti e la fine dell’aggressione criminale contro i civili di Gaza. Ho attraversato il valico di Eretz (che ha riaperto solo da pochi giorni) assieme ad alcuni attivisti internazionali. Il posto di controllo del governo di Hamas è stato distrutto, sostituito da una postazione improvvisata, un tavolo e una sedia e un addetto che registra le entrate su un quaderno. Durante il percorso in macchina per raggiungere la sede del Palestinian Medical Relief Society (uno dei referenti di Gazzella in loco) ho visto moltissime case distrutte, strade sventrate, insomma è una Gaza che stento a riconoscere! Nella sede del Medical Relief vengo accolta con grande affetto. Mi dicono che per fortuna tutto lo staff che lavora nella struttura sta bene, solo alcuni hanno avuto la casa danneggiata. Dei bambini sostenuti da Gazzella non si hanno ancora informazioni perché – sebbene ci sia una tregua in corso di 72 ore – le comunicazioni sono estremamente difficoltose e i droni continuano incessantemente a sorvolare il cielo di Gaza…. Dopo il bombardamento dell’unica centrale elettrica, l’elettricità è disponibile dalle 2 alle 4 ore al giorno a fasce giornaliere non stabilite. Si va avanti con i generatori, per chi trova e può acquistare del gasolio. I bombardamenti hanno distrutto buona parte dei pozzi municipali, tubature e pompe idriche e gli impianti di depurazione sono fermi a causa della mancanza di combustibile, e dunque l’acqua arriva alle case senza essere depurata. Un’acqua già comunque inquinata e contaminata da metalli pesanti (vedi al riguardo la ricerca Water Quality in the Gaza Strip: The present scenario, pubblicata sul sito di Gazzella). Dunque la popolazione si rifornisce d’acqua dalle fontane pubbliche (foto). Gli spazi esterni, antistanti all’ospedale Shifa, sono occupati da tendopoli improvvisate, dove hanno trovato rifugio i feriti dimessi che però non hanno più una casa e i parenti dei feriti ancora ricoverati, anch’essi senza casa. Queste persone vivono accampate, in condizioni igieniche precarie e i tempi per trovare loro un’adeguata sistemazione non sono ovviamente determinabili. Poco distante dall’ospedale Shifa, alla scuola secondaria al-Karmel, ho notato un assembramento di persone: stavano distribuendo 1000 dollari alle famiglie che avevano avuto la casa distrutta, grazie ad un finanziamento del Qatar. La maggioranza erano sfollati che hanno trovato rifugio nelle scuole dell’Unrwa o presso parenti. Il denaro non serve per la ricostruzione della casa, ma per far fronte agli immediati bisogni quotidiani perché moltissimi oltre ad aver perso la casa ora, prima erano senza lavoro. La Striscia di Gaza è sotto assedio dal giugno del 2007, e la sua popolazione non gode dei diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti agli esseri umani: libertà di movimento, un lavoro e un salario, i servizi sanitari e l’istruzione… oggi il Ministero della salute ha diramato gli ultimi dati relativi ai morti e feriti dal 6 luglio al 10 agosto: 1.935 uccisi di cui 467 bambini, 9.886 feriti di cui 3.009 bambini. Nei prossimi giorni Gazzella darà corso all’ordine di acquisto di medicinali e materiale sanitario per gli ospedali pubblici di Gaza, e questo grazie al ricavato della sottoscrizione straordinaria che grazie alla generosità dei donatori ci ha permesso di raccogliere finora 15.200 euro… ma la sottoscrizione continua e speriamo di raccogliere ancora più denaro per questa terra devastata e per questo popolo che nonostante tutto resiste! A Gaza ora tutti aspettano con trepidazione i risultati degli incontri che si stanno svolgendo al Cairo fra i rappresentanti palestinesi e israeliani. Una cosa è certa: i gazawi non vogliono un accordo di facciata, vogliono riavere il porto, l’aeroporto, libertà di circolazione di persone e merci, vogliono poter pescare, poter coltivare i propri campi, poter studiare liberamente, poter pregare a Gerusalemme… in poche parole vogliono vivere!   In allegato trovate la foto che ho fatto al mercato di Gerusalemme e le foto che ho fatto stamattina a Gaza.   G.B.   12.8.2014       EMERGENZA GAZA RACCOLTA STRAORDINARIA DI FONDI PER ACQUISTO MATERIALE SANITARIO PER GLI OSPEDALI DI GAZA Gazzella-Onlus c/c presso Banca Etica Roma IBAN: IT43D0501803200000000105279 Causale: Emergenza Gaza (dall’estero SWIFT: CCRTIT2T84A)