Resoconto del viaggio di Gazzella a Gaza 26 giugno – 6 luglio 2014

Resoconto del viaggio nella Striscia di Gaza 26 Giugno 2014 – 6 Luglio 2014 Arrivo a Gerusalemme alle 23.00 dopo una giornata passata tra aeroporti e voli e trovo una città deserta. Negozi chiusi e solo un ristorante tra la Porta di Giaffa e la Porta Nuova è aperto. Gerusalemme Est è già off limits. Pattuglie di soldati e della sicurezza israeliana si muovono per le strade. Ho davanti una decina di giorni da passare in Palestina. Da Nablus mi dicono che la situazione è molto difficile, gli spostamenti da Gerusalemme sono lunghi e difficili. Il giorno dopo il mio arrivo parto per Erez per entrare nella prigione più grande al mondo: la Striscia di Gaza. Dal 12 giugno, giorno della sparizione dei tre coloni, si sono intensificati i bombardamenti sulla Striscia di Gaza mentre la Cisgiordania è sotto rastrellamento. L’accesso alla prigione di Gaza è come al solito sotto l’attento controllo israeliano. Sembra una giornata tranquilla, calda e umida, ma tranquilla. Arrivo alla solita sistemazione messa a disposizione da uno dei nostri partner a Gaza, l’associazione Medical Relief. Nelle prime ore del pomeriggio del mio primo giorno a Gaza, sento un forte boato: hanno assassinato due resistenti, Osama e Mohammed, mentre erano in macchina e attraversavano il campo profughi di Shati. Un drone, con grande precisione, ha colpito la macchina senza lasciare scampo ai due ragazzi. Vado sul posto e trovo tanti palestinesi attorno a quello che è rimasto della macchina; i corpi martoriati sono già stati portati all’obitorio dello Shifa Hospital. Con un passaggio di fortuna, mi sposto allo Shifa dove incontro i padri e fratelli dei due ragazzi assassinati; è qui che grazie all’aiuto di un amico palestinese che fa da traduttore, parlo con i parenti di Osama e Mohammed. Sono stanca di pubblicare e far girare foto di martiri, corpi di bambini e donne straziati, chiedo che si faccia conoscere il volto dei ragazzi in un momento di vita, anche se sono consapevole che quei corpi martoriati dentro la cella sono l’immagine della loro quotidianità (una foto che li ritrae tutt’e due vivi è in allegato). Mentre a Gaza si colpiscono i resistenti, in Cisgiordania continuano i rastrellamenti con il pretesto di cercare i tre coloni spariti. L’esercito israeliano, con l’aiuto della sicurezza palestinese, predispone le perquisizioni nelle case; durante le operazioni vengono distrutti beni personali, rubati materiali e documenti e i palestinesi vengono prelevati dalle loro case senza motivo (detenzione amministrativa). Sono oramai più di 500 i palestinesi arrestati in queste settimane e tre di loro assassinati dopo essere stati sequestrati. I dieci giorni trascorsi a Gaza sono stati impegnati incontrando i bambini e le bambine del progetto Gazzella; monitorando la condizione sanitaria dello Shifa hospital dove la carenza cronica di medicinali, di materiali monouso ma anche l’impossibilità di fare manutenzione ai macchinari hanno determinato una situazione molto difficile. Con la chiusura, o apertura a singhiozzo, dei valichi Kerem Shalom e Rafah, ma anche con la chiusura dei tunnel, tanti materiali sanitari, medicine e non solo, non sono più reperibili. Si negano i diritti alla vita, alla salute e alle cure. Durante la mia presenza a Gaza i bombardamenti sono stati frequenti su tutta la Striscia, si dice siano contro i resistenti, per distruggere depositi di armi, ma qualsiasi attacco è contro la popolazione civile di Gaza. Bombardamenti che si intensificano soprattutto durante la notte: iniziano verso le 2 del mattino e proseguono per ore. Nel cuore della notte vieni svegliato da un forte boato, il letto oscilla come per una forte scossa di terremoto. Vetri delle finestre in frantumi, crepe vistose sulle pareti delle case, e tanta paura. Questa è la vita a Gaza! Il Ramadan è iniziato e forse qualcuno spera che almeno in questo periodo gli attacchi siano limitati, ma non è così. Il Ramadan viene vissuto sotto le bombe, con l’elettricità a fasce orarie divise per zona; un Ramadan più povero del solito a causa anche dei mancati pagamenti dei salari dallo scorso mese di maggio a più di 40.000 dipendenti del governo di Hamas; per la disoccupazione cronica, mali tutti determinati dall’occupazione israeliana e dalle politiche complici dell’Europa e degli USA. Vengono ritrovati i corpi dei tre coloni e gli attacchi su Gaza si intensificano, ancora martiri della resistenza e feriti tra i civili, mentre in Cisgiordania continuano gli arresti e rastrellamenti. Il mondo condanna l’omicidio dei tre coloni, omicidio che Israele vuole imputare a Hamas che invece, fin dal primo momento dell’annuncio della loro sparizione, ha negato qualsiasi responsabilità. La faccenda dei tre coloni ha messo in luce le non tanto nascoste divergenze politiche palestinesi. Mahmud Abbas Abu Mazen da una parte ha denunciato le punizioni collettive attuate dall’esercito israeliano in Cisgiordania, e dall’altra ha espresso solidarietà a Israele condannando il “rapimento” dei tre coloni e continuando la collaborazione tra le forze di sicurezza dell’ANP e l’esercito israeliano per organizzare rastrellamenti e sequestri dei palestinesi nei territori occupati. A Gaza arrivano notizie della situazione esplosiva in Cisgiordania, notizie inquietanti di aggressioni a bambini e ragazzi palestinesi da parte dei coloni, una caccia al palestinese al grido “morte agli arabi”, fino all’assassinio di Mohammed Abu Khdeir , 16 anni, sequestrato da coloni israeliani e dato alle fiamme. Una morte che i sionisti italiani imputano alla famiglia del ragazzo perché, scrivono, è gay, e postano su facebook e non solo insulti e menzogne. Intanto dalla Striscia di Gaza si intensificano i lanci di razzi contro le colonie israeliane, molti di questi intercettati dal sistema antimissile Iron Dome. Una risposta da Gaza contro l’occupazione, contro le politiche israeliane di pulizia etnica iniziate prima del 1948 e mai terminate. Riporto per dovere di cronaca le dichiarazioni rilasciate dai gruppi islamici mentre ero a Gaza. Il 3 luglio la Brigata armata Ezzedin Qassam, braccio armato di Hamas, tiene una conferenza stampa a Gaza nella quale ribadisce il diritto alla resistenza contro l’occupante e il diritto alla difesa del popolo palestinese. Una conferenza stampa dai toni bassi nella consapevolezza del difficile momento politico, ma
Resoconto del viaggio di Gazzella a Gaza 26 giugno – 6 luglio 2014

Resoconto del viaggio nella Striscia di Gaza 26 Giugno 2014 – 6 Luglio 2014 Arrivo a Gerusalemme alle 23.00 dopo una giornata passata tra aeroporti e voli e trovo una città deserta. Negozi chiusi e solo un ristorante tra la Porta di Giaffa e la Porta Nuova è aperto. Gerusalemme Est è già off limits. Pattuglie di soldati e della sicurezza israeliana si muovono per le strade. Ho davanti una decina di giorni da passare in Palestina. Da Nablus mi dicono che la situazione è molto difficile, gli spostamenti da Gerusalemme sono lunghi e difficili. Il giorno dopo il mio arrivo parto per Erez per entrare nella prigione più grande al mondo: la Striscia di Gaza. Dal 12 giugno, giorno della sparizione dei tre coloni, si sono intensificati i bombardamenti sulla Striscia di Gaza mentre la Cisgiordania è sotto rastrellamento. L’accesso alla prigione di Gaza è come al solito sotto l’attento controllo israeliano. Sembra una giornata tranquilla, calda e umida, ma tranquilla. Arrivo alla solita sistemazione messa a disposizione da uno dei nostri partner a Gaza, l’associazione Medical Relief. Nelle prime ore del pomeriggio del mio primo giorno a Gaza, sento un forte boato: hanno assassinato due resistenti, Osama e Mohammed, mentre erano in macchina e attraversavano il campo profughi di Shati. Un drone, con grande precisione, ha colpito la macchina senza lasciare scampo ai due ragazzi. Vado sul posto e trovo tanti palestinesi attorno a quello che è rimasto della macchina; i corpi martoriati sono già stati portati all’obitorio dello Shifa Hospital. Con un passaggio di fortuna, mi sposto allo Shifa dove incontro i padri e fratelli dei due ragazzi assassinati; è qui che grazie all’aiuto di un amico palestinese che fa da traduttore, parlo con i parenti di Osama e Mohammed. Sono stanca di pubblicare e far girare foto di martiri, corpi di bambini e donne straziati, chiedo che si faccia conoscere il volto dei ragazzi in un momento di vita, anche se sono consapevole che quei corpi martoriati dentro la cella sono l’immagine della loro quotidianità (una foto che li ritrae tutt’e due vivi è in allegato). Mentre a Gaza si colpiscono i resistenti, in Cisgiordania continuano i rastrellamenti con il pretesto di cercare i tre coloni spariti. L’esercito israeliano, con l’aiuto della sicurezza palestinese, predispone le perquisizioni nelle case; durante le operazioni vengono distrutti beni personali, rubati materiali e documenti e i palestinesi vengono prelevati dalle loro case senza motivo (detenzione amministrativa). Sono oramai più di 500 i palestinesi arrestati in queste settimane e tre di loro assassinati dopo essere stati sequestrati. I dieci giorni trascorsi a Gaza sono stati impegnati incontrando i bambini e le bambine del progetto Gazzella; monitorando la condizione sanitaria dello Shifa hospital dove la carenza cronica di medicinali, di materiali monouso ma anche l’impossibilità di fare manutenzione ai macchinari hanno determinato una situazione molto difficile. Con la chiusura, o apertura a singhiozzo, dei valichi Kerem Shalom e Rafah, ma anche con la chiusura dei tunnel, tanti materiali sanitari, medicine e non solo, non sono più reperibili. Si negano i diritti alla vita, alla salute e alle cure. Durante la mia presenza a Gaza i bombardamenti sono stati frequenti su tutta la Striscia, si dice siano contro i resistenti, per distruggere depositi di armi, ma qualsiasi attacco è contro la popolazione civile di Gaza. Bombardamenti che si intensificano soprattutto durante la notte: iniziano verso le 2 del mattino e proseguono per ore. Nel cuore della notte vieni svegliato da un forte boato, il letto oscilla come per una forte scossa di terremoto. Vetri delle finestre in frantumi, crepe vistose sulle pareti delle case, e tanta paura. Questa è la vita a Gaza! Il Ramadan è iniziato e forse qualcuno spera che almeno in questo periodo gli attacchi siano limitati, ma non è così. Il Ramadan viene vissuto sotto le bombe, con l’elettricità a fasce orarie divise per zona; un Ramadan più povero del solito a causa anche dei mancati pagamenti dei salari dallo scorso mese di maggio a più di 40.000 dipendenti del governo di Hamas; per la disoccupazione cronica, mali tutti determinati dall’occupazione israeliana e dalle politiche complici dell’Europa e degli USA. Vengono ritrovati i corpi dei tre coloni e gli attacchi su Gaza si intensificano, ancora martiri della resistenza e feriti tra i civili, mentre in Cisgiordania continuano gli arresti e rastrellamenti. Il mondo condanna l’omicidio dei tre coloni, omicidio che Israele vuole imputare a Hamas che invece, fin dal primo momento dell’annuncio della loro sparizione, ha negato qualsiasi responsabilità. La faccenda dei tre coloni ha messo in luce le non tanto nascoste divergenze politiche palestinesi. Mahmud Abbas Abu Mazen da una parte ha denunciato le punizioni collettive attuate dall’esercito israeliano in Cisgiordania, e dall’altra ha espresso solidarietà a Israele condannando il “rapimento” dei tre coloni e continuando la collaborazione tra le forze di sicurezza dell’ANP e l’esercito israeliano per organizzare rastrellamenti e sequestri dei palestinesi nei territori occupati. A Gaza arrivano notizie della situazione esplosiva in Cisgiordania, notizie inquietanti di aggressioni a bambini e ragazzi palestinesi da parte dei coloni, una caccia al palestinese al grido “morte agli arabi”, fino all’assassinio di Mohammed Abu Khdeir , 16 anni, sequestrato da coloni israeliani e dato alle fiamme. Una morte che i sionisti italiani imputano alla famiglia del ragazzo perché, scrivono, è gay, e postano su facebook e non solo insulti e menzogne. Intanto dalla Striscia di Gaza si intensificano i lanci di razzi contro le colonie israeliane, molti di questi intercettati dal sistema antimissile Iron Dome. Una risposta da Gaza contro l’occupazione, contro le politiche israeliane di pulizia etnica iniziate prima del 1948 e mai terminate. Riporto per dovere di cronaca le dichiarazioni rilasciate dai gruppi islamici mentre ero a Gaza. Il 3 luglio la Brigata armata Ezzedin Qassam, braccio armato di Hamas, tiene una conferenza stampa a Gaza nella quale ribadisce il diritto alla resistenza contro l’occupante e il diritto alla difesa del popolo palestinese. Una conferenza stampa dai toni bassi nella consapevolezza del difficile momento politico, ma
Dai volontari di Gazzella a Gaza, 2 luglio 2014
La notizia del ritrovamento dei cadaveri dei tre coloni rapiti lo scorso 12 giugno a Hebron sta attraversando le case, le moschee, le strade della striscia di Gaza. Ieri sera, la prima sera di Ramadan, le strade erano piene di bambini che giocavano, gente che passeggiava e che formava capannelli . Stassera sono vuote e la gente si e’ rinchiusa a commentare il fatto e chi ha l’elettricita’ e’ attaccato al computer o al televisore. La paura di un duro attacco contro la popolazione civile e’ reale. Un attacco adesso metterebbe definitivamente in ginocchio Gaza e i suoi 1.600.000 palestinesi. Gli ospedali sono gia’ in sofferenza a causa dell’assedio: mancanza di medicinali e oramai scarseggiano anche materiali monouso. Dall’altro lato la popolazione sta vivendo da troppo tempo profonde contraddizioni e malumori sociali: da una parte i dipendenti pubblici stipendiati dall’ANP e dall’altra I dipendenti pubblici di Hamas senza stipendo da maggio dopo mesi passati con il salario dimezzato. Tensioni sociali che si sono fatte sentire lo scorso 5 giugno quando il governo di Hamas ha fatto chiudere la banche il giorno di pagamento dei salari per i dipendenti dell’ANP e stessa cosa dovrebbe avvenire questo mese. I risultati di questa situazione li ho visti negli ospedali dove medici, infermieri delle diverse “appartenenze” di Governo, perche’ di quest si tratta, si misurano quotidianamente sulle cose da fare e come farle e puo’ anche accadere di imbattersi in involucri di rifiuti speciali ospedalieri abbandonati perche’ non si sa chi deve fare e come fare la raccolta. Per anni ho guardato alla solidarieta’ tra palestinesi, ben consapevoli delle questioni politiche aperte, e questo mi dava speranza. Oggi le tensioni le tocchi con mano nei luoghi pubblici, ma anche nelle famiglie quando un suo componente dipendente del Governo di Gaza lavora senza stipendio e un parente, magari il fratello, e’ a casa senza lavorare stipendiato dall’ANP. Un’amica impiegata press o il Ministero della salute mi dice che e’ senza salario da 2 mesi, ma tutte le mattine deve andare a lavorare pagandosi il trasporto. Spese concrete senza entrate! Queste azioni di resistenza quotidiana sono affiancate dalla resistenza dei comitati e dei vari gruppi armati che anche in questi giorni hanno risposto allo stato di assedio sulla striscia di Gaza e agli omicidi e arresti nella Westbank. In questa situazione sociale cosi’ frantumata un attacco militare israeliano avrebbe effetti devastanti e chi tira le fila della politica mediorientale ne conosce le conseguenze stante che da tanto tempo sta infettando la societa’ civile Palestinese per traghettarla verso il nuovo ordine mondiale-sociale. G.B – da gaza 30/6/2014
Rapporto del viaggio di Gazzella a Gaza – Aprile 2014
L’arrivo nella Striscia di Gaza è accompagnato dal sorvolo di F16 che minacciosi sfrecciano su tutta la Striscia. Non sai mai quando colpiranno e questa è una delle tante ragioni di stress e paura che coinvolgono tutti, adulti e bambini. Durante la mia permanenza a Gaza non sono mancati gli attacchi israeliani per colpire siti della resistenza palestinese. Per gli israeliani i resistenti da colpire sono ovunque: pescatori quando sono in mare, i contadini quando sono sulla loro terra a coltivare, i bambini quando giocano per strada. Perfino la fabbrica di lavatrici nel campo profughi di Jabalya, o l’officina del fabbro a El Zahraa sono siti di resistenti! La chiusura dei tunnel si fa sentire per quanto riguarda il rifornimento di carburante (l’elettricità continua ad essere erogata a fasce orarie, 6 ore), di generi alimentari, medicine e attrezzature, ma anche per il mancato introito delle tasse che permetteva al Governo di Gaza di pagare stipendi e sostenere le famiglie in stato di bisogno. Infatti, come è emerso anche nel corso delle visite ai nostri bambini in adozione, parecchie famiglie che versano in condizioni critiche ricevono aiuti dal Governo locale, servizi sociali. Contributi che variano a seconda del numero dei componenti della famiglia e dalla specifica condizione. Il contributo viene erogato ogni 3 mesi e non supera i 500 NIS trimestrali (circa 100 euro). Un contributo mensile il Governo di Gaza lo riconosce anche ai feriti da attacchi israeliani che versano in difficili condizioni o che sono rimasti invalidi . La ricostruzione è un’attività continua a Gaza: in questo periodo è in corso il rifacimento della strada principale, che costeggia il mare, e collega Gaza a Rafah. I finanziamenti sono del Qatar, mentre allo Shifa Hospital, uno degli ospedali pubblici della Striscia di Gaza, si sta ultimando la nuova ala dell’ospedale grazie ai finanziamenti degli Emirati Arabi. Negli ospedali è costante la carenza di medicinali e non vi sono prospettive per avviare le attività di prevenzione sanitaria, che sarebbero di assoluta importanza per la popolazione. Mi riferiscono i medici che i casi di tumore in particolare tra i bambini sono in aumento, ma purtroppo la mancanza di un data base “storico” non permette di avere informazioni certe sull’incremento dei casi di tumore e delle diverse tipologie, poiché è solo dal 2009 che è iniziata la raccolta dei dati. La maggior parte dei malati di tumore è costretto a recarsi per le cure fuori Gaza, in Israele, Egitto, Giordania e questo compatibilmente con le aperture dei border di Erez e Rafah. I bambini trovano cura presso il Rantheesi Hospital, in particolare per la chemioterapia che resta comunque l’unica cura accessibile in quanto la radioterapia mancano le attrezzature. La nostra Associazione in questi anni ha seguito con attenzione le possibili ricadute determinate dall’uso di armi “non convenzionali” durante gli attacchi israeliani. La ricerca di sostanze contaminanti e inquinanti nell’acqua dei pozzi municipali della Striscia di Gaza ha infatti dimostrato la presenza di metalli pesanti che purtroppo è stata rilevata anche nei capelli di bambini ed adulti, che in tempi diversi sono stati analizzati. Per queste ragioni iniziative di prevenzione a Gaza sarebbero di estrema utilità. Mentre ero a Gaza si è consumata l’ennesima farsa in tema di “accordo di pace”. Il governo israeliano fermava il rilascio dei prigionieri come punizione politica nei confronti dell’Autorità Palestinese che aveva avviato l’iter di adesione a 15 convenzioni internazionali, tutte di rilevante importanza, pur dovendo notare che mancavano le richieste di adesione alle Corti Internazionali, quelle che davvero spaventano Israele. La situazione politica interna palestinese continua ad essere anch’essa complicata e alcuni parlamentari e leader del movimento islamico di resistenza, Hamas, hanno chiesto alla rappresentanza di Ramallah di interrompere i negoziati con Israele e di porre fine alla politica di coordinamento della sicurezza, tra forze di sicurezza palestinesi ed israeliane, perché è un’attività che va a discapito dei palestinesi. Prova che i negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele non stanno dando alcun beneficio è che dall’inizio dell’anno ci sono stati 20 omicidi e centinaia di arresti da parte del IOF (forse di occupazione israeliane). La situazione socio-economica in Palestina è molto difficile: secondo il censimento del 2013 i bambini, la cui età non supera i 18 anni, costituiscono tra la Cisgiordania e Gaza circa 2 milioni di individui cioè il 47% del totale della popolazione. Di questi, nella Cisgiordania, il 18,5% soffre la povertà, mentre nella Striscia di Gaza si arriva al 39,3%. Tra l’altro l’Ufficio centrale di statistica palestinese evidenzia che il tasso di povertà delle famiglie palestinesi della Striscia di Gaza è in notevole aumento a causa dell’assedio, ma anche per la continua chiusura del border di Rafah. Al 18 di aprile u.s. il border di Rafah risulta chiuso al passaggio merci e persone da 81 giorni. L’Onu ha criticato la chiusura del border per i suoi drammatici effetti sulla popolazione civile e per i tanti malati che aspettano di ricevere cure mediche. Nel corso della mia permanenza a Gaza ho visitato anche la famiglia di Ayub. Ayub è stato ferito durante un attacco israeliano nel 2008, ha perso una gamba, arrestato nel 2011 e condannato a 6 anni di carcere, (vedi report pubblicati nel sito). Ayub è tuttora detenuto nel carcere di Beersheva e fortunatamente non è più in isolamento. La madre ci racconta che ogni 2 mesi vanno a trovare il figlio, attraverso il coordinamento della Croce Rossa Internazionale. Subiscono tanti e pesanti controlli, da parte degli israeliani, sia al border di Erez che al carcere. La madre ci dice che il colloquio avviene via telefono e un vetro la separa da Ayub, ma non riesce a vederlo bene in quanto il vetro è oscurato. Ayub sta attraversando un periodo di depressione. Avrebbe necessità di una nuova protesi alla gamba. Lascio la striscia di Gaza, 13 aprile e arrivo Gerusalemme in una giornata di alta tensione: le forze di occupazione israeliana avevano limitato l’ingresso dei palestinesi alla Spianata delle Moschee e poi aggredito i fedeli musulmani, sostenendo l’avanzata dei coloni nei luoghi
rapporto di viaggio a Gaza – dicembre 2013
Alla fine di novembre e durante tutto dicembre 2013 tre volontarie di Gazzella sono state a Gaza alternandosi per un periodo di 32 giorni, riuscendo così a visitare quasi tutti i bambini e i ragazzi adottati nei tre programmi di Gazzella: i bambini feriti in collaborazione con il PMRS; i bambini cerebrolesi in collaborazione con Hanan; i bambini sordomuti in collaborazione con Emaar. Di seguito le relazioni di viaggio. 1. Relazione del viaggio a Gaza, fine novembre – primi di dicembre 2013 (di S. e U.) Cari amici scrivo questo resoconto di ritorno dalla striscia di Gaza dove sono andata assieme a un’amica di Gazzella, a visitare i bambini del progetto e a incontrare le rappresentanti di una associazione di donne, Aisha (Association for Women and Child Protection). Con le donne di Aisha e con la sezione italiana della associazione WILPF (Women International League for Peace and Freedom) abbiamo scritto un progetto che è stato presentato e finanziato dall’8 per 1000 della Chiesa Valdese a cui ha dato un contributo anche Gazzella. Il progetto: Per una vita senza violenza, si occupa di donne che hanno subito violenza in famiglia. Un pulmino le prende la mattina nelle loro case che sono in genere nei campi e quindi nelle zone piu’ povere della striscia e le porta nella sede di Aisha nella città di Gaza dove nei laboratori seguono corsi di addestramento a diverse professioni: cucito, maglia, ricamo, fotografia, parrucchiere, ecc. Alla fine di un anno di corso in cui le allieve ricevono anche lezioni elementari di economia e finanza, le donne vengono incoraggiate ad aprire una piccola attività in proprio e vengono seguite e consigliate per qualche mese. La sede di Aisha è un luogo che ci è molto piaciuto, pieno di donne di tutte le età, allegre e laboriose. C’è l’avvocata che da’ consigli legali e aiuta a risolvere problemi di ogni genere, una giovane donna che parla in ottimo inglese con i rappresentanti di una ONG nordica, bambini piccolissimi delle donne che lavorano li’; nelle classi si svolgono lezioni teoriche partecipatissime e nei laboratori ferve il lavoro pratico. Durante il soggiorno a Gaza abbiamo fatto anche qualche giro e qualche incontro per conoscere meglio la realtà del luogo. Abbiamo visitato l’YMCA. I cristiani a Gaza sono solo 1600 o pochi di più, ma la sede dell’YMCA che è molto grande è frequentata da tutti. Ha campi sportivi e sale per attività varie ed è uno dei pochi posti dove ragazzi di ogni eta’ e religione possono con pochissimi soldi fare attività sportive o anche solo riunirsi per discutere, cantare o ballare e mangiare insieme. Il governo di Hamas li lascia fare perché, dicono loro, ha paura di fare mosse che possono avere ripercussioni internazionali dati i legami che l’YMCA ha in tutto il mondo. Molti locali infatti che vengono aperti per permettere ai giovani di incontrarsi, vengono con scuse varie chiusi appena diventano un centro di aggregazione e di svago e invece l’YMCA non è mai stato toccato. La situazione di Gaza è peggiorata notevolmente nell’ultimo anno, anche se un anno fa non si credeva fosse possibile che le condizioni di vita potessero ulteriormente peggiorare. Il problema principale è quello della mancanza di carburante dovuto alla chiusura dei tunnel che collegavano Gaza all’Egitto e che ha anche causato la perdita di lavoro a più di 500 persone ed ha quindi reso miserabili altre 500 famiglie. Il prezzo del carburante che ora Gaza può comperare solo da Israele è aumentato di più di 6 volte. Il risultato è che la corrente viene erogata per un massimo di 6 ore ogni 24 ma spesso per minor tempo e in maniera non continuativa e totalmente inaspettata. Molti palazzi e negozi che fino a che si comprava il carburante dall’Egitto possedevano e utilizzavano un generatore, ora non possono più usarlo e al calar del sole la città di Gaza diventa completamente buia. Fuori dalla città e nei campi la situazione è molto peggiore e tragica perchè non esistono organizzazioni internazionali con generatori privati. Gli ultimi giorni che siamo state nella striscia la temperatura è scesa di molti gradi e la pioggia è stata incessante e con un forte vento. L’ultimo giorno abbiamo visitato al Beach camp (al-Shati’), che è contiguo alla città di Gaza, lungo il mare, una famiglia con almeno 12 bambini, tutti a piedi nudi. La casa e’ quasi nuova ma senza finestre. Faceva molto freddo e dalle aperture delle finestre entrava acqua gelida. Mi hanno spiegato che la casa è stata costruita dall’UNWRA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ma che i soldi sono finiti prima di fare le finestre perché con la chiusura dei tunnel il poco materiale che entra da Israele è carissimo. La disoccupazione è aumentata ancora, gli ospedali sono ancora più in difficoltà, i mezzi di trasporto sono più cari e quindi è più complicato muoversi, trasportare chi ha bisogno di cure mediche e di fisioterapia o comunque di spostarsi. Gli israeliani continuano a colpire le barche dei pescatori e vicino al confine con Israele, i contadini che lavorano la loro terra che è per loro l’unica fonte di sussistenza. Di tutti i bambini adottati da Gazzella che abbiamo visitato ci siamo dette meno male che aiutiamo questa famiglia. Non abbiamo avuto dubbi su nessuno. Tutti i bambini adottati fanno parte di famiglie molto povere e numerose, spesso sono molto malati, spesso hanno un altro o più fratelli con gravi problemi. Le donne, come ogni volta che si viene in Palestina, ci appaiono straordinarie, reggono in piedi tutto il possibile e anche di più e quando parlano le mamme o le nonne dicono quasi sempre cose interessanti e per noi illuminanti. Quasi tutte ci hanno ringraziato così calorosamente che veramente ci siamo rese conto più delle altre volte di quanto sia importante quello che facciamo che è reso possibile solo dalla generosità delle persone che decidono di adottare un bambino palestinese. Bisogna assolutamente fare in modo di continuare e possibilmente di aumentare il numero
Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – Gennaio 2012
Relazione viaggio a Gaza, gennaio 2012 Dal 12 al 26 gennaio sono stata a Gaza a visitare i bambini adottati da “Gazzella”. L’entrata da Eretz, il chekpoint di Beit Hanun posto all’ingresso della Striscia di Gaza, mi ha messo come al solito a dura prova per il trattamento che ho dovuto subire. Sono arrivata da Gerusalemme il venerdì 13 gennaio di mattina presto, all’orario di apertura, perché essendo il giorno in cui il passaggio chiude a mezzogiorno per riaprire poi solo la domenica, avevo una gran paura che trovassero una scusa per rimandarmi indietro. Non ero mai stata a Gaza a gennaio e dalle esperienze precedenti Gaza era per me un luogo dove si muore sempre di caldo; invece inaspettatamente tirava un vento gelido e gli agenti della sicurezza e i soldati nei loro box e casette riscaldate facevano finta di non vedere che c’era qualcuno che aspettava fuori. Quando finalmente dopo più di mezz’ora sono riuscita ad attirare la loro attenzione, mi hanno chiesto il passaporto e mi hanno fatto segno di aspettare. E’ passata un’altra mezz’ora e più in cui nessuno ha fatto niente, e finalmente, forse perché mi hanno visto gesticolare insistentemente, senza degnarmi di uno sguardo hanno chiamato qualcuno al telefono che è arrivato, armato fino ai denti e con molto comodo e aria annoiata, per prendere il mio passaporto. Dopo altre attese e un breve interrogatorio sulle ragioni della mia andata a Gaza, cosa sempre traumatizzante perché non si sa mai bene cosa sia meglio rispondere, finalmente sono passata e, attraverso il lungo corridoio in terra di nessuno (si fa per dire perché il controllo di questa zona è unicamente israeliano), sono finalmente arrivata a Gaza dove, dopo un rapido controllo del permesso dell’autorità palestinese che è da circa un anno necessario avere, mi sono sentita libera. Lì finalmente mi sono venuti a prendere Maher dell’associazione Hanan, una delle associazioni con cui Gazzella collabora, accompagnato da un amico che parlava inglese e che faceva da interprete. La sorpresa e l’impressione sono state forti. La mia ultima visita nella Striscia di Gaza risale ad ottobre del 2010. Allora la distruzione, risultato dell’operazione israeliana “Piombo Fuso” avvenuta fra dicembre 2008 e gennaio 2009, era ancora molto evidente. Adesso, invece, dal Nord al Sud, si vedono centinaia e centinaia di case nuove o ancora in costruzione e gru e cantieri dappertutto. I palazzi sono molto fitti e il terreno libero, soprattutto quello non sabbioso e coltivato, è ridotto a piccoli appezzamenti in mezzo a gruppi di costruzioni. Fra le costruzioni nuove salta all’occhio l’alto numero di moschee grandi e piccole, che nelle ore della preghiera fanno un gran baccano, cosa che mette ancora più in evidenza della vista quanto siano numerose. Comunque il gran numero di nuove costruzioni dà un senso di grande vitalità del paese, decisamente positivo. Altro segno della vita che forse migliora per gli abitanti è un gran numero di nuovi ristorantini, soprattutto di pesce. Il pesce è esposto a vista sulla strada o è addirittura sul marciapiede; si sceglie entrando e dopo un pòarriva cotto alla perfezione e profumato da erbe varie, purtroppo non accompagnato da un buon vino. Non si può avere tutto!! Mi auguro che in estate il pesce sia messo in frigoriferi o sul ghiaccio. Non sono riuscita a capire se i pesci e pescetti, gamberi e granchi presenti in abbondanza in tutte queste piccole trattorie e anche nei mercati, siano tutti pescati localmente o vengano anche dagli allevamenti di El Arish sulla costa egiziana non lontano da Gaza, come mi hanno detto alcuni. Ho cercato di capire chi costruisce tanto e soprattutto chi può comprare poi gli appartamenti che sono decisamente cari. Certo le case servono, considerato l’aumento della popolazione (gli abitanti di Gaza sono arrivati a 1.800.000) e la distruzione causata dalle bombe israeliane. Confrontando le diverse versioni mi è parso di capire che la terra è molto cara, ma il materiale da costruzione che arriva dall’Egitto attraverso i tunnel, costa invece abbastanza poco, malgrado la tassa riscossa da Hamas su tutto ciò che arriva dai tunnel. Chi ha la terra, quindi, si può costruire la casa, magari lavorandoci personalmente e con parenti e amici disoccupati (la disoccupazione è al 70% e quindi braccia per aiutare a costruire non mancano). Il governo di Hamas sostiene che sta costruendo molte case per i poveri che vivono ancora in baracche e catapecchie, soprattutto nei campi. Speriamo sia vero, altrimenti non si capisce, data la grande povertà, chi si possa permettere di acquistarli. Ci sono poi i nuovi ricchi che guadagnano, e anche molto, commerciando tutto ciò che arriva attraverso i tunnel. La situazione nei campi, dove vivono molti dei bambini di Gazzella è terribile. Lo spazio a disposizione è molto limitato e la popolazione cresce. I pavimenti di molte case sono in terra battuta. Spesso il bagno non esiste o è molto primitivo e la cucina si riduce a dei fornellini traballanti sistemati in qualche angolo all’aperto. I molti bambini, a volte più di 7-8 nello stesso nucleo, dormono in un’unica stanza e, non raramente, insieme ai genitori. Molte famiglie sono poverissime ma dignitose, con case in ordine e bambini puliti, mentre in altre famiglie è visibile un degrado terribile in cui i padroni di casa non hanno neanche voglia di offrirci qualcosa da bere come fanno in generale tutti. Quando piove il campo si allaga immediatamente trasformandosi in un orribile pantano fangoso che ridiventa poi di polvere che penetra dappertutto dopo poche ore di sole. Durante il mio soggiorno ha piovuto spesso, e mentre io pensavo che ci mancava solo la pioggia per rendere Gaza al suo peggio, gli abitanti erano invece molto contenti perché è l’unico periodo dell’anno in cui piove un po’ e loro hanno molto bisogno di acqua. Il mare invernale, spesso in tempesta, era invece bellissimo. Il freddo tuttavia si faceva sentire e mentre ero a Gaza, abbiamo fatto fare 500 berretti da distribuire ai nostri bambini. Bisognerebbe trovare altre risorse da dedicare a queste
Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza luglio 2011
30 Luglio 2011 Cari amici di Gazzella, ritorno dopo quattro mesi: nella Striscia di Gaza continuano i tagli all’elettricità e di conseguenza in questa stagione calda i generi alimentari sono a rischio deterioramento. L’accesso all’acqua potabile resta impossibile se non attraverso le scorte fornite dall’UNRWA; l’acqua prelevata dai pozzi è eccessivamente inquinata da nitrati e nitriti e questo soprattutto a causa della mancanza di adeguati impianti di fognature e in parte contaminata anche da metalli pesanti. Le strutture sanitarie non sono in grado di dare adeguate risposte al fabbisogno della popolazione, soprattutto in campo di prevenzione (mancano i kit per le analisi, i macchinari diagnostici) e soprattutto mancano i farmaci specifici per le patologie gravi. I reparti di chirurgia pediatrica, cardiologia e oncologica sono quelli che risentono maggiormente delle conseguenze dell’occupazione e dell’assedio. Gli impegni delle ONG internazionali, limitati dalle reiterate incursioni militari israeliane, riescono solo in parte a far fronte al fabbisogno sanitario e i vari presidi sanitari presenti sul territorio sono praticamente al collasso. I negozi sono riforniti di vari generi alimentari (si trova anche la pasta Barilla, la Nutella!), tuttavia l’accesso a buona parte dei beni di prima necessità è ovviamente riservato solo a chi ha un buon reddito, visto che i prezzi sono troppo elevati. Le produzioni di ortaggi, frutta, e l’allevamento di ovini e pollame restano per molti l’unico scarso sostegno. A Gaza purtroppo si sente aria di corruzione, di arricchimento con i traffici illeciti delle merci fatte passare dai tunnel, che – se da un lato rappresentano l’unica via per garantire la fornitura di generi indispensabili, dall’altro sono fonte di ricchezza per pochi e alimentano la borsa nera. E’ facile incontrare una giovane donna che ti racconta che il marito ha cattive frequentazioni e fa uso di droghe e alcool, e che il salario, non è sufficiente a mantenere la famiglia (per l’affitto, la scuola, gli alimenti, l’assicurazione sanitaria ci vogliono circa 900 nis mensili pro capite, circa 200 euro) e così capisci perché anche i palestinesi si trovano costretti a cercare, o meglio ad inventarsi, una seconda entrata; non bisogna poi dimenticare che circa 80% della popolazione è disoccupata. Per tanti aspetti il contesto non è diverso da quello occidentale, con l’aggravante dell’occupazione e dell’assedio. A Gaza si percepisce anche che sono prossimi alcuni cambiamenti di natura politica, però è difficile definirne la portata. Durante alcune viste che ho fatto ad uffici pubblici o a sedi di ONG locali ho trovato appesa al muro una foto di Vittorio Arrigoni, sorridente con la sua inseparabile Kufia; in molti hanno espresso la loro solidarietà e la loro tristezza per la perdita di un uomo che ha condiviso in prima persona le sofferenze del popolo palestinese e le ha fatte conoscere al mondo. A Khan Yunis sono stata all’associazione Basma dove mi hanno accolto le mamme dei bambini sordomuti che Gazzella sostiene. Mi hanno ringraziato caldamente per il sostegno che diamo loro, non solo economico, ma anche di vicinanza alle famiglie. Ho visitato altri bambini feriti che vivono nella città di Gaza, e anche ad El Bourej, al campo profughi di Magazi ed a Beit Hanun e sono state visite particolarmente faticose a causa del caldo umido che quest’anno si è fatto sentire. Però non è mai accaduto, pur nella miseria, che le famiglie non mi offrissero una bevanda o un frutto. Ho rivisto Sa’ad, che era stato ferito nel luglio del 2006 da un elicottero F16 mentre giocava vicino alla sua casa. Ricordo i nostri primi incontri: avevo davanti a me un bambino con la tracheotomia, con il drenaggio alla pancia, le gambe massacrate. Ricordo le richieste di aiuto che si rincorrevano: i pannolini, le sacche per il drenaggio, la carrozzina prima e le stampelle dopo, la fisioterapia… Oggi Sa’ad, dopo aver subito vari interventi chirurgici, riesce stare in piedi da solo, anche senza l’aiuto delle stampelle; va a scuola con ottimi risultati e la sua stretta di mano e forte e sicura. Uscire dalla Striscia di Gaza è stato particolarmente lungo e difficile: i controlli israeliani sono durati oltre due ore. Gerusalemme, ogni volta che ci torno, cambia volto: nuovi negozi e ristoranti sono stati aperti nel centro storico, continua la cacciata dei palestinesi da Gerusalemme est, si creano nuovi insediamenti per i coloni arrivati dai paese dell’est, si tenta di distruggere il cimitero arabo della Porta dei Leoni, il tram che proviene dalla Gerusalemme “ebraica” ad ovest sfreccia davanti alle “New Gate” e alla “Porta di Damasco”. Israele avanza con l’occupazione attraverso la trasformazione di luoghi di memoria e di storia, patrimonio dell’umanità, come dichiarato dall’Unesco, che per loro non hanno alcun valore, conta solo la ricerca di una identità da costruire distruggendo e negando la vita ad altro popolo. Fra i palestinesi si continua a sussurrare “resisteremo”.
Relazione di viaggio a Gaza con il convoglio Corum maggio 2011
Relazione di viaggio a Gaza con il convoglio Co.R.Um (11-18 maggio 2011) Questo convoglio, il Co.R.Um. (Convoglio Restiamo Umani, da una frase con cui Vittorio Arrigoni chiudeva tutti i suoi reportages da Gaza durante l’operazione “Piombo Fuso” dicembre 2008-Gennaio 2009), nasce da una serie di riunioni tenutesi a Roma e in altre città, immediatamente dopo il rapimento e l’omicidio di Vittorio Arrigoni, l’idea di un convoglio che provasse ad entrare a Gaza dal valico di Rafah. Obiettivi del convoglio sono rompere l’assedio e l’isolamento di Gaza, commemorare Vittorio ad un mese dalla sua morte, dire forte ai palestinesi che il suo assassinio (ancora tutto da chiarire) non può fermare in nessun modo la solidarietà internazionale alla popolazione e, infine, quello di essere a fianco dei palestinesi nel giorno della Nakba, il 15 maggio. Il convoglio è prevalentemente formato da attivisti italiani ma non mancano partecipanti da diverse parti del mondo (USA, Inghilterra, Germania, Francia, Polonia e Pakistan). L’appuntamento per tutti è per la sera dell’11 Maggio al Cairo, in un albergo con camere che affacciano sul grande zoo cittadino, nel centrale quartiere di Giza. L’atmosfera tra i 73 partecipanti al convoglio è serena: ci s’incontra,ci si conosce, qualcuno si rincontra, qualcuno si riconosce. Colpisce l’eterogeneità del gruppo: gruppi e gruppetti, singoli, associazioni, giovani dei centri sociali, studenti, lavoratori, attivisti di vecchia data e persone alla prima esperienza, pensionati e addirittura 2 splendidi tedeschi anziani(ma solo anagraficamente!) del gruppo “Ebrei tedeschi contro l’occupazione”,già sopravvissuti ai lager nazisti e oggi in prima fila per la libertà e l’indipendenza della Palestina. Purtroppo la tensione e le preoccupazioni salgono notevolmente quando una nostra delegazione incontra l’addetto dell’ambasciata italiana in Egitto il quale ci avvisa che il nostro ingresso a Gaza non è per nulla scontato: il valico di Rafah è ancora chiuso, il Ministero Egiziano per gli Affari Palestinesi teme incidenti, diplomatici e non, e quanti nei giorni passati hanno provato a passare, sono stati respinti. VERSO GAZA Il 12 Maggio,alle 6 del mattino,con solo un’ora di ritardo rispetto al timing previsto, il Co.R.Um parte. Sarà un viaggio lungo. Circa 600 km dividono Il Cairo da Rafah. Speranza ed emozione da una parte e paura di non entrare dall’altra si mescolano. Ogni chekpoint dell’esercito egiziano diventa un punto interrogativo: “ci faranno passare?” Alla fine saranno 6 i controlli passati. Nell’ultimo controllo (vicino ad El Arish, porto a 70 km da Rafah) aspettiamo 3 ore sotto il sole, nel deserto del Sinai, fraternizzando con i soldati dell’Egitto post Mubarak e, quando ormai siamo quasi rassegnati a dover fare inversione e tornare indietro, ci viene invece dato l’ok per proseguire. E’ in quel momento che, pur non osando nessuno dirlo per scaramanzia, capiamo che manca poco all’ingresso a Gaza. Già lungo tutto il percorso le bandiere palestinesi,esposte ai finestrini dei 2 pullman del convoglio, erano state salutate dalle donne e dagli uomini egiziani, anziani e giovani, con 2 dita della mano alzate in segno di vittoria. Ma, arrivati al valico, sembra davvero che tutto l’Egitto sia con noi: civili e militari ci sorridono, ci fanno la V di vittoria e ci gridano ” END OCCUPATION, FREE PALESTINE”. Una mezz’ora per sbrigare le pratiche doganali e, alle 17:30 locali, SIAMO A GAZA!! GAZA 12 MAGGIO L’emozione è grande. Per tanti di noi è la prima volta, per qualcuno è un ritorno e per altri ancora è un rimettere piede in Palestina nonostante il decreto di espulsione di Israele. Per tutti è comunque un momento importante e commovente. Il primo obiettivo è raggiunto: dopo anni di scellerato patto Egitto-Israele, un convoglio internazionale rompe l’assedio ed entra a Gaza. Nel lato palestinese del confine, ad attenderci c’è il signor Kahlil, del Palestinian Human Rights Center, ci sono attivisti palestinesi in festa e anche un non piccolo numero di poliziotti di Hamas in borghese, un po’ sorpresi, un po’ dubbiosi e un bel po’ preoccupati. Dopo un saluto di rito con le autorità, montiamo sui pullman e ci dirigiamo a Gaza City. Siamo tutti sfiniti. La stanchezza svanisce appena arrivati al Gallery Cafè, delizioso bar di Gaza City dove Vittorio Arrigoni passava spesso: lì centinaia di ragazze e ragazzi ci aspettano festanti. Sono i giovani dei movimenti per la riconciliazione; sono quei giovani che poi staranno per 5 giorni al nostro fianco, notte e giorno, sono i giovani del movimento 15 marzo (nato insieme ai movimenti dei giovani degli altri paesi arabi durante questa “primavera”), quelli del 5 Giugno (piu’ politicizzati e vicini al FPLP), quelli del GYBO (Gaza Youth for the Break Out). Sono quei giovani coraggiosissimi che quotidianamente combattono l’occupazione israeliana e contemporaneamente sfidano Hamas e le Autorità Palestinesi. Chiedono la fine dell’occupazione israeliana e chiedono libertà, democrazia, trasparenza e giustizia sociale in Palestina. Sono preparati, studiano, parlano inglese perfettamente e conoscono bene la tecnologia. Ci accolgono cantando “Bella Ciao” e “ONADEIKUM” la piu’ famosa canzone di lotta palestinese. Dopo un’ottima cena offerta da un ristoratore amico di Vittorio a tutti noi, andiamo a dormire in una palazzina, miracolosamente scampata ai bombardamenti di “piombo fuso”, affittata per noi. L’affaccio è sul mare, si vede il porto e, nonostante la miseria e la distruzione, la costa di Gaza sembrerebbe splendida. Peccato per quelle motovedette israeliane che, inesorabilmente navigano avanti e indietro davanti a noi aspettando di sparare contro ogni legge e diritto internazionale, contro chiunque si spinga piu’ al largo delle 3 miglia. GAZA 13 MAGGIO Poche ore di sonno e siamo pronti. Cominciamo con una visita alle zone piu’ colpite durante “piombo fuso”. Non solo il palazzo del governo: scuole, ospedali, sedi di associazioni umanitarie, ONU, fabbriche agroalimentari e un numero infinito di residenze civili. Niente e nessuno è stato risparmiato in questa “operazione di polizia tesa a snidare i terroristi” e contro la quale in pochi nel mondo hanno protestato. Visitiamo Al Samuni, quartiere che si chiama così in onore della famiglia Samuni massacrata nell’ultima guerra. 34 persone, in maggioranza donne e bambini, sono stati fatti radunare dagli israeliani in una casa con la scusa della
Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza marzo-aprile 2011
Resoconto del viaggio in Palestina marzo-aprile 2011 Cari amici di Gazzella, questa mia lettera vi arriva con un ritardo di circa un mese dovuto alla forte emozione che ha suscitato in me l’ultimo viaggio nella Striscia di Gaza. Un’emozione ancora più forte delle volte precedenti. Purtroppo mentre ero lì ho appreso della morte di un altro bambino sostenuto da Gazzella. Nawal – una bimba nata nel 2004 – viveva a Beit Hanun. Durante l’operazione “piombo fuso” aveva riportato bruciature da fosforo in gran parte del corpo. In questi anni aveva subito numerosi interventi nel tentativo di rimediare al disastro provocato dal fosforo. Sfortunatamente non ce l’ha fatta. Inoltre ho lasciato Gaza due giorni prima che venisse sequestrato e ucciso Vittorio Arrigoni. Ho saputo del sequestro mentre ero a Gerusalemme e mi apprestavo – dopo una breve visita nei territori della Cisgiordania – a fare ritorno in Italia. Tutti gli amici che ho incontrato nei giorni successivi a Gerusalemme erano frastornati, nessuno sapeva darsi una ragione di questa morte assurda. Solo due settimane prima l’uccisione dell’attore palestinese-israeliano, pacifista, Juliano Mer Khamis – freddato a colpi di pistola nel campo di Jenin – aveva suscitato il timore che ad uccidere Juliano fossero dei palestinesi collaborazionisti. Molti tra gli amici palestinesi individuavano nei servizi israeliani i mandanti dell’omicidio di Vittorio, altri invece lo attribuivano al degrado culturale e civile a cui sono ridotte sacche di giovani gazzesi attratti da idee oscurantistiche e divenuti manovalanza manovrabile da chiunque. Ero Tornata a Gaza dopo 4 mesi di assenza e mi era sembrato che nulla fosse cambiato. Attraversare il posto di blocco di Erez che segna una sorta di confine tra il territorio conquistato dagli israeliani e la Striscia di Gaza è sempre più faticoso. Il chilometro di tunnel fatto di acciaio, telecamere e docce di raggi X separa due mondi. Nel percorso tra Erez e la città di Gaza City incontro i “raccoglitori” di ferro e sassi, di materiali di scarto, di avanzi di macerie, il tutto da riciclare per tentare di ricostruire o rimediare ai danni delle incursioni israeliane. I bambini sono partecipi di queste raccolte, si spostano a dorso di muli in aree a rischio, “border line”, dove i cecchini israeliani sono pronti a sparare. Ogni manifestazione di vita è nel mirino dei cecchini israeliani. Anche i volontari internazionali che spesso accompagnano i contadini palestinesi che cercano di lavorare le loro terre vicine alle linee israeliane sono obiettivi dei cecchini. Mentre attraverso quel tratto del quale ho fatto qualche fotografia che vi avevo mandato l’ultima volta, non posso non pensare a un amico palestinese colpito a morte mentre cercava di raccogliere i suoi ortaggi e che avevo visto la volta precedente all’ospedale Shifa di Gaza. E tutte le volte penso ai nostri quattro ragazzi che avevano perso le gambe mentre raccoglievano le fragole. Li vado a trovare tutte le volte che posso. Ormai sono grandi e uno di loro si è sposato ed ha una bambina piccola. In questa mia visita ho incontrato parecchi dei nostri bambini ed ho avuto conferma che la presenza di Gazzella e le nostre visite sono importanti per trasmettere vicinanza e condivisione nelle difficoltà e nel dolore. Sempre più sono le richieste di aiuto e di intervento per bambini che hanno ferite che non guariscono e che forse con adeguate cure e con appropriato intervento chirurgico potrebbero essere risolte. È il caso di Ra’ad, 11 anni, di Khan Younis ferito al viso da un proiettile che ha perforato la bocca; a distanza di 2 anni e dopo un intervento Ra’ad non riesce a mangiare, la bocca è sanguinante e il labbro superiore visibilmente malformato probabilmente per la presenza di piccole schegge. Per lui si sta tentando di trovare la modalità per un ricovero in un ospedale italiano. Gli attacchi israeliani contro i civili nei primi giorni di aprile, hanno causato 17 morti e più di 40 feriti; io sono stata nella sala emergenza dello Shifa Hospital: i feriti arrivavano sia con ambulanze che con auto private. Le nuove disposizioni gestionali del più grande ospedale pubblico della Striscia di Gaza, garantivano l’accesso nella sala emergenza solo ai feriti e ai parenti stretti, limitando l’accesso ai giornalisti locali che, molto spesso in passato, erano fonte di confusione ed intralcio agli interventi di soccorso. Il personale incaricato dell’ospedale era addetto alla raccolta delle informazioni dell’evento e di documentazione fotografica dei feriti. È diffusa la convinzione tra i medici che le ferite causate dalle armi utilizzate dagli israeliani durante gli attacchi siano riferibili ad armi “non convenzionali”; in tal senso il risultato di alcune indagini hanno confermato la presenza di metalli pesanti, tossici e cancerogeni, sia nelle polveri delle bombe utilizzate durante gli attacchi che in campioni di tessuti di feriti. Durante questa esperienza ho visto arrivare allo Shifa Hospital bambini feriti e terrorizzati. È sempre più necessario adoperarsi per creare le condizioni affinché i danni arrecati dagli attacchi siano doverosamente documentati e denunciati. Essere a fianco e sostenere la popolazione palestinese ci ha portato ad allargare il campo di intervento della nostra associazione. Ho visitato l’associazione I’mar di Khan Yunis che attraverso il centro di recupero “Basma” (sorriso) si prende cura di bambini sordomuti. È l’unico centro della Striscia di Gaza che cura questi casi; il centro assiste 45 tra bambine e bambini. Tutte/i sono Roma, maggio 2011stati sottoposti ad intervento chirurgico gratuito, presso lo Shifa Hospital, da parte di una equipe medica proveniente dagli Emirati Arabi . L’intervento consiste nell’inserire un microchip dietro l’orecchio ed esternamente una piccola apparecchiatura che elabora i suoni e i rumori. Presso il centro “Basma” si insegna a conoscere le parole, e si “perfezionano tecnicamente” le percezioni dei rumori. Ho visitato nelle loro case alcuni bambini che sono stati operati. Ho riscontrato che, a volte, anche un familiare, il padre o il fratello, era sordomuto. Chissà, forse per ragioni ereditarie. I genitori mi raccontavano che i momenti di maggior angoscia per loro erano durante gli attacchi aerei, spesso effettuati con droni. E non solo
Relazione del XXIX viaggio a Gaza
Resoconto del viaggio in Palestina Novembre-dicembre 2010 Cari amici di Gazzella, tra il 15 novembre e il 15 dicembre due volontarie di Gazzella sono andate a Gaza a trovare i bambini feriti che assistiamo. Alcuni bambini hanno avuto la visita di entrambe, altri sono stati visitati solo da una delle due. Così si è riusciti a raggiungere un numero maggiore di bambini. Ringraziandovi del sostegno che continuate generosamente a dare, vi mandiamo i due resoconti di viaggio. §§§§§§§§§§§§§§ Torno a Gaza dopo quattro mesi e nulla è cambiato. Percorso il “corridoio gabbia” di Erez, che collega i Territori occupati alla Striscia di Gaza, ritrovo macerie, povertà e miseria. Sulla strada verso Gaza city incontro tanti ragazzini che raccolgono sassi da vendere alle fabbriche per essere ridotti in polvere e trasformati in materiale da ricostruzione. La raccolta sassi è diventata un’attività diffusa e la gente pur di sopravvivere si ingegna come può. Altri raccolgono resti di macerie di case distrutte durante l’operazione “piombo fuso” inconsapevoli che quel materiale potrebbe essere contaminato da sostanze tossiche utilizzate durante gli attacchi. Non è facile trovare il materiale per la ricostruzione, se non pagandolo a caro prezzo e proveniente dal “ mercato dei tunnel”. Da una settimana il governo israeliano ha permesso ai gazesi l’esportazione di prodotti, ma solo fiori e fragole. Assai poco per una popolazione che subisce un embargo da tre anni, e che è costretta a vedere i mercati riforniti di generi alimentari, ma senza la possibilità di acquistarli perché, nella striscia di Gaza, la disoccupazione è oramai alle stelle. Le visite ai nostri bambini mi portano, in molti casi, in luoghi ancora distrutti, maleodoranti, in un ambiente contaminato dal fosforo bianco, dove capita di trovare ancora resti di materiale bellico dell’operazione “Piombo fuso”. A Gaza non è attivo alcun progetto di tutela della salute, di prevenzione sul territorio. La popolazione vive ancora in condizioni di precarietà tra le macerie, senza corrente elettrica se non per poche ore al giorno. Vedendo tutto questo mi chiedo dove finiscano i miliardi stanziati dalla cooperazione internazionale che vengono inviati al governo di Ramallah, soldi che saranno investiti, magari, per progetti di cui la popolazione di Gaza non ha bisogno. Al contrario, è tangibile la consapevolezza, tra la gente di Gaza, della carica di solidarietà insita nella carovana Viva Palestina, alla quale Gazzella ha contribuito con un furgone, un carico di ventiduemila euro di medicinali e quindici carrozzelle, o nella spedizione della Freedom Flottilla I e II (che è in preparazione per il marzo 2011) non tanto per i materiali che i volontari internazionali trasportano ma perché con queste iniziative si dà voce ai diritti di più di un milione e cinquecentomila palestinesi e si dà forza al riconoscimento dell’identità nazionale palestinese. Quando mi trovo a scrivere il resoconto del viaggio, tendenzialmente tendo a dare un’informazione più strettamente legata alla vita sociale, e tralascio le emozioni che provo, che vivo e che mi accompagneranno sempre. Come quando, nell’autunno del 2008, ho accompagnato il piccolo Yasser all’ospedale al-Shifa di Gaza per essere sottoposto ad una risonanza magnetica. La risonanza magnetica, che Gazzella avrebbe sostenuto economicamente, si doveva fare nella speranza di poter stabilire se fosse stato 1 Roma, dicembre 2010possibile sottoporlo ad un intervento. Yasser era stato ferito nel 2007 e un proiettile gli si era conficcato nel collo. Non era stato possibile rimuoverlo e Yasser è rimasto paralizzato, con una tracheotomia che lo aiutava a respirare. Yasser era un ragazzino di 13 anni di colorito pallido con due grandi occhi. Invece dopo un primo esame RX ci dissero che la risonanza era rischiosa perché avrebbe potuto far muovere il proiettile. Ricordo il dolore del padre e del fratello ed io che guardavo con rabbia la lastra RX dove il proiettile era ben visibile. Yasser era un bambino sostenuto dalla nostra associazione e grazie al contributo economico del suo adottante ha vissuto un po’ meglio questi ultimi due anni, affrontando spese mediche e tentativi di riabilitazione. Dopo un ulteriore tentativo di intervento chirurgico in Egitto, la scorsa estate, Yasser è rientrato a Gaza dove è morto il 18 ottobre u.s.. Con grande tristezza abbiamo comunicato ai sostenitori di Yasser la dolorosa notizia. Bisogna denunciare queste morti che restano sconosciute, e che nessuno menziona. Un’operazione armata che causa nell’immediato più di 1.400 morti non si può nascondere, la morte di Yasser, e di chissà quanti altri – pur conseguenza della stessa mattanza – sì. Ecco noi cerchiamo di fare questo: non occultare le morti dei bambini e delle bambine palestinesi, quelle morti che il mondo tace, che arrivano lente, spesso accompagnate da tanta sofferenza. Gli occhi di Yasser esprimevano tutta quella sofferenza. *** La visita a Saed mi ha sollevata. Saed, ferito nel luglio del 2006 durante l’operazione “Summer Rains”, era poi stato sempre in punto di morte. Gambe, braccia e addome, distrutte da armi “non convenzionali”. 2 Saed e’ riuscito a sopravvivere, gli hanno rimosso il ‘porter’ che aveva nello stomaco e, grazie alla fisioterapia e a scarpe ortopediche appropriate può ora camminare senza l’aiuto delle grucce. Il bambino ha bisogno ancora di un intervento alle gambe. Ho cercato le foto nell’archivio, perché così posso trasmettervi, anche con le immagini, i miglioramenti che Saed ha fatto, grazie al sostegno ricevuto e alla sua forza vitale. Ho proseguito le visite nei campi profughi di Jabaliya, Beit Hanun, El Magazin, El Burej. In queste case povere, dove non c’è acqua e il sistema fognario è inesistente e tutto si scarica nel terreno in un riciclo continuo di inquinamento, ho sempre trovato tanta accoglienza. Chi mi offriva un caffè, un tè o un’arancia. *** Il governo di Gaza cerca di tenere monitorati i bisogni della gente attraverso centri locali di assistenza raccogliendo anche indicazioni di eventuali abusi e violenze, che purtroppo sono frequenti anche in famiglia. Ho visitato una Casa di accoglienza per “bambini illegali”. Così vengono definiti i bambini che le madri partoriscono fuori dal matrimonio. Un tempo questi bambini erano destinati a entrare in una struttura e