Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza

Viaggio in Palestina – marzo/aprile 2010   Al mio arrivo al ‘confine’ di Erez, che ormai da tempo non è più un ‘semplice’ posto di blocco ma un corridoio chiuso di circa 2 km, un lungo tunnel che collega Israele alla Striscia di Gaza e che si percorre – come spesso mi è capitato – da soli, controllati da telecamere nascoste e sensori, ho trovato una fioritura di topinambur che mi ha dato un po’ di speranza. La situazione, tuttavia, fa sperare poco di buono: la chiusura del confine di Rafah (viene aperto solo sporadicamente) contribuisce – con la complicità del regime egiziano – a mantenere sotto assedio la popolazione della Striscia che deve fare i conti con una miseria oramai endemica: più del 70% degli abitanti è disoccupato. I malati, anche quelli con patologie molto gravi e che necessitano di interventi particolari non effettuabili negli ospedali del territorio, attendono spesso giorni e giorni di poter passare il confine per essere ricoverati in qualche ospedale egiziano, spesso in quest’attesa logorante e disumana ci muoiono, bivaccando con altri disperati. Il diritto all’accesso a cure adeguate, nella Striscia di Gaza non ha cittadinanza. I generi alimentari (che ormai solo pochi fortunati si possono permettere di acquistare) arrivano sia da Israele che attraverso i famosi tunnel di Rafah, quelli di cui tanto parlano i nostri mass-media: quelli che secondo loro servono per contrabbandare armi e che di tanto in tanto vengono bombardati e distrutti. Ho avuto occasione di vederli: devo dire che mi sono trovata a sorridere, sembrava quasi la scena di un film ambientato nella nostra Italia durante la guerra o subito dopo…… gran fermento di ‘maestranze’, grida, confusione e polvere, l’arte di arrangiarsi, insomma. Ho visto uscire da questi budelli generi alimentari, macchine per il gas, lavatrici, ventilatori, pacchi di medicine, capre e pecore, e infine……una macchina (!) Purtroppo mi è stato detto che passa anche la droga, facile, a basso costo. Oramai a Gaza quello che arriva e quello che si muove è difficile da controllare. D’altra parte penso che essere costretti a vivere in questo modo – specialmente se sei giovane e senza prospettive e futuro – ti porti a pensare che spappolarti il cervello possa essere per te una buona soluzione. Dimentichi le bombe, i morti, i tre anni di assedio, la miseria, la fame. E poi la mancanza di lavoro. Oppure una gestione del mercato del lavoro che rasenta l’assurdo. Per fare un esempio: i dipendenti che fanno riferimento ad Hamas sono in arretrato con lo stipendio, mentre i dipendenti che rispondono all’Autorità Palestinese percepiscono lo stipendio pur non andando a lavorare. Questa situazione interessa una parte di dipendenti pubblici, circa il 40% tra medici, insegnanti e addetti alla sicurezza, che hanno deciso di non prestare servizio per il governo di Gaza, formato da Hamas, che vinse le elezioni nel gennaio 2006 e prese poi il controllo della Striscia nel luglio 2007.   Le mie giornate a Gaza sono trascorse tra incursioni ed attacchi dell’esercito israeliano. Muoversi all’interno della Striscia – un territorio di soli 45 km in lunghezza e massimo 10 in larghezza, ha tempi lunghi ed imprevedibili in questi giorni, anche a causa dei continui attacchi “uccidi e fuggi” che hanno interessato il centro e il nord della Striscia. La resistenza popolare si oppone come può alle innumerevoli aggressioni: i pescatori sulle loro piccole imbarcazioni vengono bersagliati dalle navi da guerra, ma continuano a uscire a pescare; i contadini sono sotto il tiro dei carri armati quando coltivano i loro campi, ma continuano ad andarci. E’ questa ostinazione, questo marcare una quotidianità semplice e umile la vera forza dei palestinesi. Visitando i bambini sostenuti da Gazzella mi sono chiesta più volte quali possibilità avranno di una dignitosa condizione di vita. Alcuni sono già stati fortunati ad essere sopravvissuti all’operazione ‘Piombo fuso’. Ad esempio, Ra’ad di KhanYunis che ha perso le dita della mano destra, ha ferite varie sul corpo e sul viso, e che mi accoglie assieme alla sua mamma con un sorriso; oppure Yusef di Beit Lahiya che ha perso una gamba e ora porta una protesi; o ancora Ibrahim di Jabaliya che ha ancora schegge nel corpo ed è in attesa di una operazione. Ecco, queste visite le ho fatte durante un attacco israeliano o nel mezzo di un funerale di un caduto della resistenza, funerali che sono sempre accompagnati da milizie armate e lunghi ed affollati cortei . Andare a Gaza mi comporta più impegni: ho visitato anche il Nasser, un ospedale pediatrico, dove mi dicono che i casi di cancro infantile sono in aumento; ho avuto incontri con diverse associazioni che operano sul territorio e che offrono interventi diversificati a favore di bambini non solo feriti, ma anche portatori di handicap o con disturbi psicologici; ho visitato il centro neonatale dell’ospedale al-Shifa, dove il logo di Gazzella apposto sulla parete ricorda che la nostra associazione ha partecipato attraverso l’acquisto di attrezzature al sostegno dei bambini nati prematuri o con malformazioni.   Quando si avvicina la data della partenza, è difficile per me lasciare alle spalle tanti bisogni, miseria e abbandono. Certo mi ha sollevato sapere che Issa, 18 anni, senza gambe da 5 anni a causa di un attacco israeliano, ha vinto 3 medaglie alle olimpiadi per disabili in Giappone, specialità lancio del peso. Ho visto Issa la prima volta nel gennaio del 2005, in una stanza del reparto di rianimazione dello Shifa, era ricoverato con i suoi amici Ibrahim e Imad, anche loro avevano subito l’amputazione delle gambe. Sono i tre ragazzi che Gazzella ha sostenuto sovvenzionando il centro di riabilitazione motoria di Jabaliya. Oggi Imad ha 20 anni ed è padre orgoglioso di una bambina di un anno ed Ibrahim – che di anni ne ha 19 – mi ha detto con piglio sicuro che anche lui sta cercando moglie, perché alla sua età è giusto formarsi una famiglia. Certo questi ragazzi avevano alle spalle delle famiglie solide, sorrette da una grande forza di volontà, ma credo anche

Diario del XXV viaggio a Gaza

Gerusalemme, I luglio 2009 vi scrivo dopo quattro giorni dal mio arrivo nei Territori occupati palestinesi, in Cisgiordania. Ho trascorso il primo giorno a Gerusalemme, una città invasa da turisti ignari della tragedia palestinese. I viaggi, organizzati per la maggior parte da parrocchie e /o associazioni cattoliche, hanno lo scopo di far vistare la Terra Santa e le sue città storicamente religiose: Gerusalemme, Nazareth e Betlemme. In questi viaggi si ha l’assaggio dell’occupazione israeliana attraverso i suoi check points e il muro, che comunque “trovano giustificazione” per i turisti nelle ragioni della “sicurezza” . Oltre alla Terra Santa, c’è un’altra terra, la terra occupata, dove circa 4 milioni di palestinesi vivono quotidianamente in ristrettezze economiche e di movimento, segregati dentro città e villaggi dove i muri e i check points della sicurezza ne determinano la vita. Le lunghe ore di attesa ai check points, i blocchi e controlli sulle vie di collegamenti per le città di Ramallah, Nablus, Turkarem, Hebron rendono gli scambi e le relazioni difficili se non impossibili. Un palestinese di Ramallah, ad esempio, che ha un permesso di lavoro nella città di Gerusalemme, è possessore di una card magnetica, fornita dal governo israeliano, che deve utilizzare ogni volta che esce da Ramallah ed entro le 12 ore deve rientrare. Se per qualsiasi imprevisto non rientra entro il termine quando si presenta al check point di Qalandia la card viene automaticamente sequestrata dalla apposita macchinetta di lettura, la sicurezza israeliana interviene, ne segue l’interrogatorio e nella maggior parte dei casi il permesso di lavoro viene ritirato. Libertà di avere un lavoro ad ore!! Ogni Paese, è il caso di dire, ha la sua! In questi giorni sono stata a Nablus, e ho visitato Sabastia , un villaggio a circa 25 km dalla città, dove si trova un distretto sanitario che da anni eroga servizi ai nove villaggi limitrofi grazie all’intervento economico di alcune istituzioni italiane. Purtroppo a Burqa, uno dei nove villaggi di circa 400 persone, sono stati riscontrati – accertati dal Ministro della Salute palestinese 21 casi di influenza tipo A. La mia visita al distretto di Sabastia, per ragioni di monitoraggio del progetto, mi ha riconfermato la capacità dei palestinesi di sopportare anche queste difficoltà con estrema dignità e condivisione: non potendo ricoverare i malati si è scelto di tenerli chiusi in casa, magari raggruppandoli in un unico luogo. Ho lavorato sul posto utilizzando la mascherina, consapevole della precarietà e della assoluta mancanza di prevenzione. Ma la Palestina è questa, condividere consapevolmente e a volte inconsapevolmente, la quotidianità dei palestinesi. A Nablus ho fatto visita a pochi dei nostri 18 bambini nel programma di adozione, per il poco tempo che avevo a disposizione, ma devo francamente dire anche a causa del grande caldo e delle condizioni igieniche del campo profughi di Balata dove la maggior parte dei nostri bambini vive. Avevo un regalo per un ragazzo in adozione, ora ha 17 anni, ma non l’ho trovato perché è stato arrestato qualche settimana fa, insieme ad un altro ragazzo sempre nel nostro programma di adozione. Non sono attualmente in possesso di notizie ed ho impegnato il direttore del Medical Relief di Nablus di tenerci informati. La situazione di precarietà, di totale mancanza di libertà per i ragazzi che crescono in un campo profughi, crescono e muoiono nel campo profughi perché non ci sono le condizioni per poter cambiare o semplicemente andarsene, inducono a scelte di ribellione e di resistenza che credo con grande “cuore” passatemi questo termine, dobbiamo comprendere e condannare chi rende disumana la vita dei bambini e degli adulti. Il mio ritorno a Gerusalemme è stato segnato da un’altra oramai frequente azione quotidiana: l’attacco da parte di coloni a palestinesi che vivono nei villaggi. Ieri sera appena passato il check point di Hawwara il taxi è stato fermato dai soldati israeliani ed in coda per un’ora abbiamo assistito ad un via vai di mezzi militari e ambulanze. Un giovane ragazzo che pascolava gli animali era stato ferito a colpi di fucile da alcuni coloni. Il giovane, che pare non versasse in gravi condizioni, è stato prelevato da un’ambulanza arrivata dalla vicina città di Nablus. Gli attacchi dei coloni a pastori o nei villaggi sono diventati sempre più frequenti . L’altro giorno a Nablus è arrivata un’auto piena di coloni che armati sono scesi e hanno girato per il centro della città. La milizia della A.N.P.ha subito informato il comando israeliano. Sono arrivati con mezzi militari e hanno scortato fuori da Nablus i coloni. Provocazioni di questo tipo sono diventate molto frequenti e sono chiari tentativi di destabilizzare la vita di tutti i giorni dei palestinesi. …..Così i turisti della Terra Santa, tornano a casa dopo aver visitato i luoghi sacri, ma senza aver conosciuto la Palestina, la terra dei palestinesi, quella terra per la quale si soffre, si muore ma che non si abbandona. Spero di riuscire ad entrare nella Striscia di Gaza nei prossimi giorni. *** Gerusalemme, 4 luglio 2009 Ciao. Ieri da Erez mi hanno rispedito a Gerusalemme. Qui non è più chiaro, da tempo, con quali modalità rilascino i permessi. È certo che le ONG internazionali stanno entrando, non so se tutte, e pare con prassi di obbligo di iscrizione a un registro delle associazioni israeliane. Così mi riferiscono. Domani devo telefonare a Erez, agli uffici amministrativi, e sentire se ci sono novità, perché di fatto il processing dell’application form (nuova modalità) è andato a buon fine, ma non mi coordinano l’entrata. Purtroppo nell’attesa di entrare a Gaza non ho organizzato altre visite in Cisgiordania, ma mi programmo di vistare Hebron. Se non succede qualcosa di nuovo e il permesso non arriva penso di rientrare anche prima di sabato prossimo. Immaginate l’amarezza e il disappunto; si confermano le difficoltà nel coordinamento, l’arroganza, e quanto il movimento delle persone sia legato a decisioni ed azioni discrezionali. *** Gerusalemme, 5 Luglio 2009 Oggi da Erez mi hanno informato che domani posso entrare. In questi giorni il dott. H. che segue per noi i bambini in Cisgiordania è andato ad Amman. Non abbiamo quindi finito ancora di vistare i bambini nei territori. Ho già detto ad E. che dobbiamo metterci gambe in spalla e andare a vedere i 10 nuovi casi e visitare i vecchi del 2008. Posticipo il rientro di qualche giorno perché avevo previsto di tornare

Rapporto del XXIV viaggio a Gaza

Gaza, 9 febbraio 2009 Dall’Associazione Gazzella-Onlus Sulla via del ritorno in Italia Scrivo dopo dieci giorni dal mio arrivo nella Striscia di Gaza (via Cairo, poi ci vogliono circa 6-7 ore di macchina per arrivare a Rafah). Sono riuscita alla fine a passare, dopo un giorno e mezzo di attesa al confine egiziano di Rafah, portando con me il carico di medicinali comperati in Egitto. Inizialmente sono stata bloccata perché i funzionari preposti adducevano la mancanza di una dichiarazione dell’ambasciata italiana che attestasse che io entravo a Gaza a mio rischio e pericolo. Assieme a me, in attesa, sotto un caldo a cui mi ero disabituata, aspettavano giornalisti, fotografi free lance, cooperanti di diverse Ong ed Associazioni. Mi hanno rimandata indietro. Sono tornata all’albergo distante una cinquantina di chilometri. La mattina successiva alle nove mi sono ripresentata al confine. Dopo oltre tre ore di discussioni animate, cercando di mantenere la calma, ho convinto l’impiegato di turno a farmi firmare una sorta di autocertificazione nella quale io dichiaravo di entrare nella Striscia a mio rischio e pericolo, senza più tirare in ballo la nostra ambasciata. Entrare, non entrare, molto è lasciato alla discrezione degli amici egiziani. Nella parte palestinese di Rafah mi aspetta Mustafa Barghuti, medico e presidente del PMRS (Palestinian Medical Releif Society, referente di Gazzella). Rimaniamo chiusi in un’ambulanza che somiglia più ad un nostro pulmino, per ore, in attesa che facciano entrare un gruppo di medici libici. E queste ore di attesa, il caldo, la tensione assieme alla stanchezza già accumulata nel precedente viaggio fin lì, daranno inizio ad un persistente malessere intestinale che mi ha accompagnato durante tutta la mia permanenza, oltre ad una sorta di congiuntivite agli occhi che si sarebbe manifestata più avanti, per il contatto, credo, con l’aria avvelenata tra l’altro dal fosforo bianco; e questa è l’aria che respirano tutti i giorni i bambini e gli adulti della Striscia di Gaza. Stavolta alloggio in un piccolo albergo e non nella dependance del PMRS bombardata e andata semidistrutta lo scorso anno, a febbraio, solo pochi giorni dopo che io ero rientrata dal precedente viaggio. Ancora non è stata ricostruita. Gaza è deserta, non è ancora sera, pochissima gente per le strade, anche se non dichiarato ufficialmente, di fatto c’è il coprifuoco. Manca tutto. Le persone non camminano, fuggono. Eppure nel mio modestissimo albergo trovo acqua calda, saponetta e bagno schiuma, asciugamani puliti, un letto con lenzuola linde e tirate. Mi commuovo. Ogni volta che mi appresto a scrivere un resoconto della mia vita a Gaza, mi sembra di riprendere a descrivere lo stesso identico film, la stessa trama scontata, lasciata in sospeso nella mia ultima visita. E in effetti è proprio così. Quando mi guardo attorno e vedo le case, le scuole, le tante infrastrutture distrutte, faccio fatica a collocarle nel tempo: è successo ieri, o nel 2006 o nel 2001? Posso solo dire che è una distruzione continua, una malefica coazione a ripetere, così come si reitera la conta dei morti e feriti. Gli amici del PMRS mi danno l’elenco dei risultati dell’operazione ‘Piombo Fuso’, ventidue giorni di massacro e occupazione militare: Abitazioni distrutte 4.100 Abitazioni danneggiate 17.000 Moschee distrutte 20 Ospedali e scuole distrutti o danneggiati 25 Edifici pubblica sicurezza distrutti o danneggiati 31 Ponti 2 Municipalità 5 Reti idriche e fognature 10 Autoambulanze e veicoli di protezione civile 20 Reti elettriche 10 Strade (km) 50 Fabbriche e negozi 1.500 Complessivamente i danni ammontano a circa 380 milioni di dollari. Ovviamente a questi danni materiali dobbiamo aggiungere i danni non monetizzabili, eufemisticamente definiti dagli israeliani casualties: gli oltre 1300 esseri umani uccisi e gli oltre 5.000 feriti. Ed è proprio da quest’ultimo dato che voglio partire. Poco prima di arrivare a Gaza avevo letto sul Corriere della Sera un articolo a firma di uno dei pochi giornalisti al quale era stato permesso (strano no?) l’accesso nella Striscia, immediatamente dopo il “cessate fuoco”; egli informava l’opinione pubblica italiana che da un sopralluogo da lui effettuato negli ospedali, in particolare all’ospedale al-Shifa di Gaza, risultava che non vi fosse sovraffollamento di feriti, quindi l’articolo sottintendeva che “i feriti non fossero poi così tanti come proclamato dalle fonti palestinesi”. Mi sono proposta quindi di andare nello stesso ospedale a vedere la situazione. Ho trascorso molti giorni del mio soggiorno a Gaza proprio all’ospedale al-Shifa. Dei pazienti ricoverati a causa delle ferite riportate nel corso dell’attacco c’erano solo, ovviamente, i casi i più gravi; la sala di rianimazione aveva ancora tutti e 10 i posti letto occupati. Non ha altri posti letto! Gli uffici amministrativi dell’ospedale sono stati e sono sovraffollati per la ragione che mi ha spiegato il dott. Raed al-Alreeni, riporto alla lettera le sue parole: “ I feriti che sono arrivati allo Shifa durante i 22 giorni di attacco sono stati curati, ricoverati e poi in parte dimessi. Adesso facciamo tutto il lavoro amministrativo che non è stato possibile espletare durante l’emergenza, ovvero registrare tutte le persone che sono passate dall’ospedale durante l’attacco israeliano. Adesso, i genitori o i parenti dei feriti vengono qui per presentare la documentazione relativa ai loro cari. Oltre 800 feriti sono stati trasferiti all’estero, di questi 600 sono stati ricoverati negli ospedali palestinesi in Egitto e gli altri distribuiti negli ospedali del Qatar, del Kuwait, della Turchia e della Giordania. Purtroppo gli ospedali palestinesi pubblici in Egitto non sono in grado di far fronte alle cure che taluni casi necessitano, sia per mancanza di attrezzature, di materiale sanitario, di norme igieniche, ma anche di professionalità. Abbiamo già avuto di ritorno 13 morti.” Questa dichiarazione del dott. al-Areeni mi ha dato la prima conferma di quanto già sapevo, ovvero come l’informazione sul massacro israeliano durato 22 giorni sia stata in effetti una “non-informazione”, una informazione capziosa. Ridimensionare il numero degli uccisi e dei feriti (come già fatto dopo il massacro di Genin del 2002), è il primo passo per poter poi sostenere che si dissotterrano cadaveri dai cimiteri per metterli in posa sulle macerie ad uso dei media e infine che i resistenti usano i bimbi come scudi umani. Alle

Rapporto del XXIII viaggio

Resoconto del viaggio in Palestina – LUGLIO 2008 Arrivo al posto di blocco di Eretz il 29 giugno 2008: Eretz è di fatto il confine tra Israele e la prigione di Gaza. L’economia israeliana evidentemente è basata su un’economia di guerra viste le nuove e sofisticate strutture di sicurezza e i mezzi militari di intervento impegnati. Giovani uomini e donne in borghese provenienti dai paesi dell’Est affiancano i soldati regolari israeliani di età media 20 anni. Imbracciano mitragliette di nuova generazione e indossano rigorosamente occhiali scuri. Ostentano il potere di decidere quanto aspetterai prima di essere ammesso al controllo e se potrai entrare. Con pazienza mi siedo per terra, sistemo il bagaglio sotto il sole e aspetto. Finalmente, dopo quasi un’ora, mi comunicano che posso andare al controllo del passaporto dove viene messo il timbro di entrata nella Striscia di Gaza e mi avvio verso il territorio palestinese. Il viaggio precedente a Gaza l’ho fatto nel mese di febbraio e subito realizzo che nulla e’ cambiato anzi la situazione si è aggravata: distruzione, disoccupazione, malati che non possono accedere alle cure, ospedali senza elettricità che operano con il supporto dei generatori. Una popolazione allo stremo che non può permettersi di acquistare generi alimentari, quali frutta, verdura, carne perché troppo caro e tutto rigorosamente importato da Israele, . Qui la pace sembra non trovare casa. Pochi giorni dopo il mio rientro in Italia, lo scorso mese di febbraio, le forze di occupazione israeliane avevano bombardato gli uffici del ministro degli interni di Hamas in pieno centro di Gaza City e adiacente agli uffici del Medical Relief. L’appartamento che solitamente occupavo era stato seriamente danneggiato e messi fuori uso un generatore e l’ambulanza. Il raid israeliano aveva fatto un morto, una bambina, e decine di feriti. Per l’Associazione Gazzella l’attività di adozione di bambini feriti non avrà mai fine: dall’inizio del 2008, infatti, abbiamo preso in adozione nella Striscia di Gaza altri 45 bambini feriti. Da anni Gazzella denuncia l’utilizzo da parte di Israele di armi proibite, contro la popolazione e i resistenti: bombe a frammentazione, sostanze chimiche. A nulla è servito il documentario di RAI News 24 del settembre 2006, le denunce documentate ad esponenti politici: i palestinesi di Gaza sembra debbano pagare la vittoria di Hamas e subire l’ipocrisia del popoloso mondo dei “pacifisti”. All’ospedale pubblico di Gaza, lo Shifa Hospital, è stata allestita un piccola mostra di reperti delle bombe utilizzate dagli israeliani contro la popolazione e una mostra fotografica. Ho parlato con il direttore dello Shifa Hospital dell’importanza di sensibilizzare gli internazionali che a vario titolo arrivano nella striscia di Gaza convenendo che non si può e non si deve mettere sullo stesso piano quanto subisce la popolazione di Gaza sotto occupazione e quando accade alla popolazione israeliana che vive nelle località vicino alla striscia di Gaza e viene colpita dai razzi Qassam. Durante la mia permanenza a Gaza ho trascorso due giorni al confine (con l’Egitto) di Rafah, a supporto del M.O.H. (Minister of Health) che doveva far uscire 50 malati da Gaza arrivati al confine o con le ambulanze (anche sei malati in un’ambulanza) o in macchina e poi a piedi con la flebo a seguito. Il governo egiziano aveva autorizzato anche l’uscita per 200 palestinesi (motivi di studio, lavoro, ricongiungimento familiare); in realtà al border c’erano più di 4.000 persone che cercavano una via di fuga. Adulti che scalavano il muro che divide Rafah dall’Egitto, poi a turno si passavano i bambini terrorizzati, poi i passeggini, poi il bagaglio e poi i vecchi e le donne. Stavano in bilico sul muro e, ad una distrazione da parte della sorveglianza, tentavano di saltare. Sono stati due giorni sotto il sole, più di 40 gradi, senza servizi igienici, senza acqua. Vecchi, donne, bambini, uomini con valigioni, in attesa di una possibilità d’uscita che non è arrivata, neppure per i 200 che avevano il permesso. I malati siamo riusciti a farli uscire il primo giorno, ma con grande fatica. Alla fine del secondo giorno gli idranti egiziani hanno definitivamente respinto i palestinesi. Negli incontri con le famiglie dei nostri bambini era percepibile la tristezza a causa delle lotte intestine tra i palestinesi, ma anche consapevoli dell’abbandono da parte dei paesi europei per una giusta risoluzione. Le visite ai nostri bambini, nuovi casi, sono state piuttosto difficili per mancanza di carburante: così Elham ed io ci siamo arrangiate un po’ con l’ambulanza, un po’ con i taxi a tariffe altissime e un po’ con l’asino. Purtroppo dei nuovi casi molti sono di amputazioni di gambe e braccia a causa, come mi spiegavano i medici dello Shifa Hospital, dell’utilizzo delle bombe a frammentazione e degli agenti chimici, che causano continue emorragie determinando la necessità dell’amputazione.. Il caso di Yasser, 10 anni, ferito da una pallottola alla schiena è una delle tante drammatiche situazioni che ogni volta si affrontano a Gaza. Con Elham incontriamo il bambino su una carrozzella perché rimasto paralizzato e tracheotomizzato con ventilazione meccanica . Il padre mi chiede se possiamo sostenere le spese per approfondite analisi del sangue; a Gaza le infezioni di epatite B e C stanno diventando una grande piaga a causa della mancanza di adeguati kit sanitari, siringhe cateteri, disinfettanti etc, ed adeguate situazioni igieniche. Immediatamente diamo disponibilità per procedere con gli accertamenti. Così accompagno il bambino con il padre, il fratello ed Elham allo Shifa Hospital. Il bambino è praticamente con la testa piegata a destra con difficoltà a respirare. Il padre mi dice che è stato ferito a maggio 2007 e subito trasportato al Soroka Hospital in Beer Sheva – Israele, dove è stato operato e dopo tre mesi dimesso e mandato allo Shifa Hospital per la riabilitazione. Mi mette a disposizione la documentazione sanitaria, in lingua inglese, rilasciata dall’ospedale israeliano: danni alla C3 (in altro documento e’ indicata C2) e C6, traumi alla spina dorsale, alle vertebre. Ancora presenza di frammenti. Il medico che incontriamo ci consiglia di approfondire la situazione generale anche con una risonanza magnetica. Metto a disposizione

Di ritorno dal XXII viaggio a Gaza

Cari amici di Gazzella Sapevo che l’edificio che ospita gli uffici del Medical Relief a Gaza City e alcuni appartamenti, tra cui quello che occupavo io, è a pochi metri di distanza dal Ministero degli Interni di Hamas; della cosa ne avevo parlato con Sliman, suo padre e Salim, che abitano con le famiglie nello stesso stabile. Mi ero convinta che se restavano loro, ci potevo stare anch’io: ci siamo scambiati il numero di telefono e mi sono adattata a passare le notti in una stanza dalla parte opposta all’edificio “obiettivo israeliano”. A distanza di pochi giorni dal mio rientro in Italia, mercoledì notte 27 febbraio alle ore 23,00 gli israeliani hanno sganciato una bomba sull’edificio che ospita gli uffici del ministero degli interni di Hamas a Gaza: obiettivo colpito, è morta una bimba di 6 mesi e ferite 25 persone. Ho visto quel che accade dopo un bombardamento mirato ad un edificio, la notte di venerdì 15 febbraio, quando un F16 ha sganciato una bomba sulla casa di un membro dell’organizzazione Jihad a El Bureij uccidendo 8 persone e ferendone 50. Nella striscia di Gaza 1.600.000 persone vivono nel terrore: gli israeliani hanno dichiarato obiettivi da colpire le abitazioni dei membri di Hamas, di Jihad e dei resistenti. Chi abita vicino agli obiettivi israeliani vive nella paura, alcuni si spostano in altre case presso parenti; le strade sono deserte, perché altro obiettivo sono le macchine che possono trasportare “resistenti”; i bambini li vedi solo nell’orario di entrata ed uscita dalla scuola. Un terrore che scorre quotidiano, che si consuma nelle case senza luce, dove scarseggiano cibo e acqua. In questa situazione vivono 4.000.000 di palestinesi distribuiti tra i territori occupati e nella prigione della striscia di Gaza. La comunità europea è più preoccupata di non essere accusata di antisemitismo che di farsi carico di una possibile soluzione della causa palestinese. Forse sarebbe ora di imporre ad Israele il rispetto delle risoluzioni ONU, di determinare i confini dello Stato di Israele, perché si è mai visto uno Stato senza confini e senza costituzione? Non è difficile stare dalla parte delle ragioni del popolo Palestinese, così come siamo stati con i perseguitati dai nazifascisti: ebrei, zingari, omosessuali, disabili, politici….. Oggi proprio nel ricordare e richiamarmi a tutti i morti nei campi di concentramento non posso accettare quanto si sta consumando contro il popolo Palestinese. G. 2 marzo 2008 Le ultime fotografie del bombardamento israeliano contro la sede del Medical Relief  di Gaza, partner di Gazzella-Onlus:

Diario del XXI viaggio

Carissimi amici di Gazzella, sembra ieri e invece è già passato un mese. Esattamente un mese fa son tornata dal mio secondo viaggio a Gaza. Questa volta  non c’era la l’emozione del ritorno dopo tanto tempo. Ero già stata a febbraio scorso quindi per me era un po’ un ritorno in un contesto che pensavo di conoscere. Certo ogni volta decidere di partire per Gaza non trova tutti consenzienti. Ma ho approfittato dell’ultimo scorcio di agosto per andarci alla chetichella. Bene o male Gaza rimane una pericolosa area in guerra, anche se “di bassa intensità”, come agli esperti piace chiamarla. Il che significa che ogni giorno ci “scappa” qualche morto che non fa più notizia, qualche bambino rimane ferito, in una stupida guerra di provocazioni reciproche che può improvvisamente sfociare in un bombardamento “chirurgico” detto anche “intelligente”, in una spirale che affossa la vita quotidiana dei palestinesi, semina pianti, e “aumenta la sicurezza per Israele”. Una pazzia. Una tranquilla pazzia che è diventata talmente normale da non fare notizia. Ecco questo è qualcosa di cui vorrei parlare questa volta. Come si può vivere “normalmente” in tale contesto. Come si può vivere – che poi significa progettare il futuro –  in un paese dove la tua casa, faticosamente costruita con le tue mani e i tuoi risparmi può essere distrutta da un bombardamento o da un buldozer per un motivo non provocato dalle tue azioni, ma semplicemente perché sei li. E tu ti trovi a ricominciare d’accapo, ricostruendo i muri, rifacendo le finestre, lì o altrove. Ho fotografato molte case distrutte mentre mi chiedevo com’era la vita lì dentro e dove fossero ora i suoi abitanti. Ho visto e fotografate case ricamate dai proiettili sparati dal confine, che avevano il solo difetto di mostrare la loro facciata al muro. Mi sono chiesta che significa dormire in una stanza ed essere raggiunta da dei proiettili sparati dall’alto. Ho visto bambini giocare tra i resti di queste case, a piedi nudi. Eppure, in una via appartata, accanto a una fila di panni stessi, ho sorpreso due vecchi, un uomo ed una donna, seduti pacificamente a chiacchierare. Normalità e pazzia. Sto perdendo tempo. Parlo di qualcosa di normale mentre si immagina Gaza con combattimenti per strada, morti, fuoco e grida. No non è così. Il fuoco cova sotto la cenere e la cenere è una vita quotidiana che fatica a tenersi insieme, con 68% di uomini disoccupati o che si devono inventare ogni giorno un lavoro per raccogliere due shekel  per campare. Una vita familiare che si tiene insieme a fatica: i bambini crescono per strada, a branchi, le famiglie sono sempre più numerose (7-8 figli sono la norma) ho visitato famiglie di 15-18 figli (naturalmente alcuni già sposati). Le case sono praticamente solo stanze da letto e cucina e bagno. Il diwan si trasforma la sera in una serie di materassi dove dormono gli abitanti della casa. Anche la stanza dei genitori ospita figli a volontà. Vita a gaza. Per non parlare che questa vita normale si svolge in prigione. Già, mettiamola come vogliamo, ma nessuno entra a Gaza se non è autorizzato dagli israeliani. Gazesi, stranieri e abitanti di West Bank. Loro poi ancora meno. Ci sono famiglie, divise tra Gaza e West Bank che non si vedono da anni. Mi diceva una responsabile di Save the Children di Gaza che per far uscire un gazese da Gaza per trovare i suoi parenti che vivono a Ramallah, aveva dovuto ottenere l’autorizzazione a portarlo come interprete personale in West Bank. Eppure Israele, quando si era “disimpegnato” da Gaza, aveva chiesto all’ONU di riconoscere Gaza come indipendente. Quale paese o territorio è indipendente se i suoi abitanti non possono uscire da nessuna parte? E’ da aprile, dai giorni della guerra civile di Gaza, che anche il valico di Rafah è chiuso e quindi chi deve uscire per motivi medici o solo per sposarsi in Canadà o andare a studiare all’estero (esiste anche una borghesia gazese) non lo può semplicemente fare. E non sono esempi, sono casi che mi hanno raccontato. Possono diventare tutte queste vessazioni normali? Può questa vita essere normale? A Gaza si. Può la coscienza internazionale rimanere immobile e silenziosa di fronte a tutti questi normali  abusi? A quanto pare si. Cosa dire, fare per risvegliare questa coscienza? Una situazione che non riesce a risolversi dopo 60 anni viene abbandonata. Gaza diventa una no men (e no women e no children) land dove i diritti umani vengono calpestati tutti i giorni. Amen. Scusate lo sfogo, ma erano un po’ i miei pensieri di fronte ad una situazione normale. Per dodici volte mi sono seduta a terra nei salotti delle case dei bambini feriti che ho visitato. Qualcuno spariva per andare a comprare delle aranciate per noi (a febbraio arrivava il the o il caffè). Devo dire che non è facile bere 5 o 6 aranciate in un pomeriggio e rifiutare è impossibile. Qualcun altro andava a “mettersi bene” per fare bella figura. La visita di una “straniera” non è un fatto di tutti i giorni ed io partecipavo volentieri al gioco. Tanti sorrisi, occhiate, informazioni sulla famiglia, quanti sono stati feriti, dove abitavano. Talvolta un’aia con dei pochi animali. Caldo, sempre caldo. Talvolta un ventilatore veniva in aiuto. E poi la foto. Già lo scorso febbraio io avevo deciso che non volevo fotografare le ferite dei bambini. Una scelta etica. Non serve lo strazio di una ferita per aiutare una famiglia di 15 figli! Né per commuoversi (muoversi insieme, in sintonia). Basta visitare Gaza. I bambini feriti questa volta non erano tanto “bambini”. Molti sono stati feriti anni fa. Uno a 21 anni è su sedia a rotelle, uno ha un arto artificiale, vari , nonostante siano stati feriti sul corpo, ora vivono normalmente. Tutti vanno a scuola. (come da noi la scuola è anche una forma di disoccupazione occulta). Ho visto vari ragazzi tra i 15 e i 17 anni: vanno tutti a scuola alle secondarie. Molti poi probabilmente fanno dei lavoretti. I ragazzi  che ho visitato questa volta  (c’era solo una ragazza) vivono nell’area di  Rafah e Khan

Diario del XX viaggio

Cari amici di Gazzella, anzitutto mi presento: mi chiamo Francesco, ho 27 anni, sto per laurearmi ed ho già trascorso due passate estati in un campo di lavoro in Palestina. Questo è il resoconto del mio terzo viaggio, il primo che ho intrapreso come volontario dell’associazione, una sorta di piccolo diario. Purtroppo non ho potuto raggiungere la Striscia di Gaza, e dunque ho concentrato le mie visite in Cisgiordania. In una decina di giorni sono riuscito a visitare gran parte dei bambini ‘adottati’ in questa regione. Le famiglie hanno ricevuto due rate di aiuti economici dalla nostra associazione, l’ultima delle quali all’inizio di quest’anno. L’aiuto di Gazzella è un piccolo aiuto ma estremamente importante. Molte famiglie sono riuscite a pagarsi le spese sanitarie e riescono a sopperire alla mancanza di lavoro e di cibo grazie anche al nostro sostegno. Fondamentale, ovviamente, è anche la presenza fisica sul territorio, mia stavolta, ma soprattutto dei volontari che mi hanno preceduto, di cui peraltro molte famiglie mi hanno chiesto notizie, a riprova del legame di stima e di affetto che si viene a creare. Le visite alle singole famiglie dei bambini feriti rappresentano un atto di solidarietà politica, ma soprattutto umana, esteso a tutta la popolazione palestinese che soffre guerra e occupazione da quasi 60 anni. Dal mio punto di vista, comunque, ogni famiglia con l‘accoglienza che mi ha riservato, i sorrisi e la forza di spirito mi ha donato certamente più di quanto io potevo donare loro con la mia presenza. Potrà apparire una riflessione banale, ma è significativa di tutto il viaggio che ho compiuto nei Territori Occupati. Nablus Il mio ‘giro’ è iniziato dalla città di Nablus e più precisamente dal check-point di Huwwara, principale ingresso alla città. Ho superato il check-point con facilità e quindi ho atteso i responsabili del Medical Relief con i quali avrei iniziato le visite alle famiglie. In 2 giorni abbiamo visitato 14 bambini sui 18 in adozione in questa città. La situazione di Nablus mi è apparsa come la peggiore della Cisgiordania, sia per quanto riguarda la situazione dei bambini adottati, sia per il livello d’assedio cui la città è sottoposta quotidianamente. In tre giorni di permanenza sono stato testimone di tre incursioni dell’esercito. L’ultima, e la più pesante, è avvenuta di notte. L’esercito ha messo sotto assedio il campo profughi di Al ‘Ain, usando l’artiglieria pesante; nel corso degli scontri è rimasto ucciso il capo locale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP). Per più di tre ore, ovvero dalle 2 del mattino fino all’alba, la città sembrava sotto bombardamento. La mattina seguente è stato per me sorprendente notare che molti abitanti della città avevano appreso la notizia della battaglia solo dalla radio, dalla televisione o dalla voce del muezzin. Il concetto di normalità in Palestina ha dei parametri molto diversi dai nostri: quella che per me è stata una notte di inferno per gli abitanti di Nablus è stata una notte come tante altre, da molti anni a questa parte, una notte “normale”. Le incursioni dell’esercito israeliano avvengono quotidianamente, le zone più colpite sono i quattro campi profughi e la città vecchia. I segni delle battaglie sono evidenti in queste zone della città: mura crivellate dai colpi, palazzi disastrati o interamente distrutti e crollati. Nella parte vecchia della città il crollo dei palazzi lascia dei vuoti “insoliti” all’interno dell’antica struttura architettonica, gli israeliani li hanno demoliti con l’esplosivo o addirittura bombardati con gli F16. Molte lapidi ricordano chi è rimasto vittima di queste incursioni. Una di esse riporta i nomi dei membri di un’intera famiglia; la casa è stata fatta saltare in aria con tutti loro chiusi all’interno. Questo solo per permettere ai soldati un ingresso ampio nei stretti vicoli della città vecchia. Il continuo stato d’assedio è dato anche dalla posizione della città. Essa è situata in una vallata circondata dai monti, sui quali ovviamente sono posizionate le basi militari dell’esercito israeliano. A chiudere il cerchio i numerosi check-point: Beit Iba, Huwwara, il 17, Beit Fouriq… uno più “problematico” dell’altro… Il check-point 17, ad esempio, è aperto solo al transito delle ambulanze, mentre al check-point che porta al villaggio di Beit Fouriq mi è stato negato il passaggio con l’ambulanza del Medical Relief. Non ho ma avuto così tanti problemi come ai check-point che circondano Nablus. Ogni muro, ogni spazio di questa – come di altre città palestinesi – è ricoperto di manifesti degli uccisi, i “martiri”, come qui vengono chiamati. Non posso non soffermarmi sui loro volti: tantissimi sono giovani, adolescenti, alcuni di loro addirittura bambini. Un manifesto appare attaccato di fresco: leggo la data, 8 agosto. E’ un ragazzo presunto appartenente alla Jihad, assassinato dalle “forze speciali”, le teste di cuoio israeliane che, come in questo caso, agiscono perlopiù in borghese, penetrano nelle città palestinesi, colpiscono a sangue freddo e escono dai territori occupati coperti dall’esercito. Penso sia un atto criminale. Qualcuno mi racconta che quel ragazzo non era più ‘attivo’ da molti mesi, e forse era pure sulla ‘lista di Olmert’. Di recente, infatti, il governo israeliano ha pubblicato una lista di persone cui è stato tolto lo status di “ricercato”. Sono anche stati liberati 250 detenuti palestinesi, in accordo e in avvicinamento con il governo di Abu Mazen, governo nato in seguito alla presa di potere di Hamas nella Striscia di Gaza. Queste iniziative sono state pubblicizzate in tutto il mondo per mostrare la volontà di pace d’Israele. Sul campo però è tutta un’altra storia: non solo Israele continua a compiere i cosiddetti ‘omicidi mirati’, assassinando anche persone non più “ricercate” (che peraltro continuavano a vivere in clandestinità, conoscendo perfettamente il gioco dei sionisti) ma mi è stato raccontato che nella famosa ‘lista di Olmert’ sono state incluse persone che prima non erano affatto ricercate. Nel corso della mia permanenza a Nablus ho anche raccolto l’atto di accusa di molte persone che criticano fortemente l’Autorità Nazionale Palestinese. Ovviamente il disastro in Palestina è il risultato dell’occupazione israeliana, ma una chiara responsabilità spetta anche all’ANP. Le

Diario del XIX viaggio

Carissim*, la mia decisione di andare a Gaza in questo scorcio di agosto ha trovato non tutt* consenzienti. Ma tant’è… Qui a Gaza vivono molti cooperanti italiani ed “extra-Gazesi” che mi son detta che una in più non avrebbe provocato un grave cambiamento ambientale e rischi per me (non più che girare per Roma con il motorino). Or dunque, ricomincio con il mio diario. Sono già arrivata in Israele e nella parte est della “Terra di Israele” (dizione che viene sempre più spesso usata dagli israeliani per indicare la West Bank!) oramai due giorni fa e stamani inizia il mio secondo giorno a Gaza. Molte cose da raccontare. L’entrata al Ben Gurion super tranquillo (sarei stata più tempo per passare il controllo passaporti a New York), a Gerusalemme mi sono sistemata alla solita Casa Palestina della cooperazione italiana e poi via per un giro per comprare sigarette che a Gaza si trovano a fatica e a Gerusalemme costano di più. E’ stato un viaggio intorno al muro che praticamente serpeggia tra le case di questo paese vicinissimo a Gerusalemme (praticamente non si esce dalla città in un giro tra strade israeliane e viottoli palestinesi e due check point). Un incubo non previsto da Kafka. A Gerusalemme ho condiviso la Casa Palestina e la cena con un un veterinario di Arezzo che si andrà ad occupare di pecore beduine di Gaza sempre per il CRIC. Insieme abbiamo condiviso lo sconforto per la situazione e le logiche degli aiuti. Lui tra l’altro era un giorno che discuteva con una burocrate dell’ECHO di Gerusalemme per dei dettagli molto divertenti ma che sarebbero  lunghi da spiegare bene (sull’apporto calorico e quantità di cibo da prevedere per queste pecore, notate per un periodo di 6 mesi…). A voce magari un giorno. Erezt ieri è stato un incubo. Essendo si può dire “pratica” del passaggio, il CRIC ha organizzato che ci entrassi da sola (ieri venerdì era giorno festivo e i “CRIChini” si riposano). Già alla guardiola esterna del terminal, mi dicono che non c’è il mio cordinamento (autorizzazione che mi consente di entrare in Gaza).Da notare che, proprio come per un carcere, a Gaza si entra (e chi può esce) dalle 8 alle 17.  E la ragazzina al di la del vetro con un sorriso soddisfatto mi dice che è “scaduto” da un mese. Impossibile rispondo, quello è quello vecchio di febbraio. Io ho deciso ad Agosto di venire a Gaza e quindi ci dev’essere uno di agosto. Niet. Mi da un numero del capo di Erez. Con un cellulare italiano provo, nessuno risponde. L’entrata ad Eretz è sotto il sole di agosto di Gaza. Erano le 10. All’ufficio del CRIC non c’è nessuno (venerdì). Il capo al cellulare non risponde (giusto è venerdì). Mi viene in mente di chiamare Roma (4 euro) chiedo aiuto. Dopo  circa 40 minuti con un asciugamano in testa, in mezzo al piazza sotto il sole  sento chiamare “gianna”. Hellas! Il coordinamento c’era e così dopo piacevoli conversazioni con tre ragazzine (strappo il non Stamp) e con solo 4 passaggi di “girella” sono entrata a Gaza. Continuo a chiedermi perchè 4 girelle di ferro quando se bloccata non riuscirei a passarne una e credo che non ce la farebbe nemmeno un uomo robusto. Ma tant’è,  la prudenza non è mai troppa. Non si sa mai con questi Gazesi..! Piccolo dettaglio divertente: una delle tre ragazzine, mentre le altre confabulavano, mi chiede se in Libano non avevo avuto paura degli islamici, me la sono guardata: stava al di là del vetro, con il coltello dalla parte del manico, in una condizione di carceriera e di forza e aveva paura degli “islamici”. Che può fare la  paura e l’incapacità di guardare il volto “dell’altro”. Colpisce la paura che un “ordinary” israeliano ha degli arabi (ovviamente tutti islamici). Alla fine del tunnel “moderno” dotato di telecamere ogni 20 metri (prima il lungo percorso era diviso in due, una parte tecnologica ed una lunga parte tutta sgarrupata dal lato palestinese) e un angolo a gomito di sicurezza una sorpresa: il lungo tunnel sgarrupato non c’era più, mi aspettavano circa 700 metri di no-man-land sotto il sole e un nugolo di giovani   in attesa di portarmi i bagagli. Coraggio. Tutto sommato se fossi a Sabaudia camminerei 700 metri sotto il sole e perché no a Gaza? Dopo, sul taxi che mi porta al CRIC vengo a sapere che il tunnel è stato distrutto dagli israeliani perche durante la guerra civile si era riempito di gente di Fatah che premeva per entrare in Israele (..!)  creando anche un problema di “sicurezza” per il comando israeliano di Erezt (come facciamo a controllarli se sono troppo? I pochi che entrano, seguiti dalle telecamere si possono controllare, un migliaio che si avvicina no) e poi non si può neanche sparare contro, perché il tunnel ha ai lati i pannelli di cemento…). Quindi molto meglio la no man land.  Il mio boy, oltre che dire madam, laggage, yes and no, non sapeva. Vai! A metà strada sento dei brevi spari alle mie spalle e un’altra  rapida risposta di fronte a me. Mi fermo e mi volto (pronta a fotografarmi per terra) e il ragazzo nervoso mi dice go! go! Allora sapeva un’altra parola in inglese! Bene. Mentre cammino sulla strada sterrata penso che se sento gli spari, questi non sono per me. Perchè l’arma mi avrebbe raggiunto prima che io la sentissi. O forse così mi piace pensare. Arrivo ai taxi posteggiati con altri piccoli sporadici colpi di arma (non sono un’esperta militare per dire di quale arma). Il taxista parla inglese, ha una bella macchina. E’ tornato a Gaza dopo esser stato per anni in Dubai. Tiene famiglia con 3 figli. E’ scoraggiato, non ne vuole sapere della politica e dei politici. E’ preoccupato di farcela, mantenere la famiglia e dare un futuro ai suoi figli? Quale? Infine ieri ho seguito un po’ un corso di formazione per formatori pedagogici e con Donatella di Baobab abbiamo parlato del video, di quello che aveva fatto e di quello che

XVIII viaggio di Gazzella

Resoconto del viaggio in Palestina – luglio 2007 Cari amici di Gazzella, ecco di nuovo il resoconto del mio ultimo viaggio in Palestina. Sono arrivata al posto di blocco di Erez il 7 luglio scorso e, come già più volte ho scritto, il terminal è strutturato come fosse un confine di “Stato” . Recentemente Israele ha stanziato altro denaro per rendere più efficiente e migliorare “l’impianto di sicurezza”: altre stanze predisposte per il controllo, idranti collocati alle pareti e numerose porte metalliche ad apertura automatica che delimitano i percorsi. Al solito mi viene controllato il passaporto con l’apposizione del timbro di entrata nella Striscia di Gaza (il timbro di entrata è una novità recente), poi mi avvio verso il territorio palestinese. Durante il mio precedente viaggio – durante l’aprile scorso – il tunnel che collegava il controllo israeliano a quello palestinese era oggetto di interventi di sistemazione e di restauro. Alcuni lavoratori palestinesi indossavano una giacca da lavoro con la scritta JUMP START INTERNATIONAL. Distribuivano dei depliants, di cui conservo preziosamente una copia per memoria. Questo il testo: “JUMP START INTERNATIONAL e’ una delle ONG internazionali che lavora nella Striscia di Gaza; è un’ organizzazione umanitaria dedicata a costruire pace attraverso la prosperità. JUMP START opera in aree di post conflitto attraverso programmi di sviluppo, educazione, ricostruzione, progetti rivolti al rinnovo delle comunità. Qui lavoriamo per rendere il passaggio del terminal di Beit Hanun il più confortevole possibile sia per i palestinesi che si recano al lavoro in Israele, sia per i giornalisti, i lavoratori stranieri che per qualsiasi motivo, attraverseranno il terminal per entrare nella striscia di Gaza . Il nostro obiettivo è anche quello di rendere il terminal operativo ed efficiente con tutta l’area circostante pulita e che sia di attrazione. Abbiamo in progetto di restaurare il tetto, l’illuminazione, le toillettes, muri e pavimenti e se possibile ci piacerebbe “abbellire” l’ambiente adiacente al terminal. Nello spirito della cooperazione JUMPSTART INTERNATIONAL accoglie qualsiasi tuo suggerimento per le migliorie da apportare e anche accetta materiali non più in uso che possono essere riutilizzati (vecchi computers, materiali per impianti elettrici, stampanti, scanner, panchine da giardino e/o arbusti e cespugli per abbellire il paesaggio). Le risorse economiche dell’Autorità sono poche, quindi qualsiasi contributo è ben accetto. Se hai altre idee a riguardo del nostro progetto facci sapere. Insieme possiamo contribuire a rendere più confortevole ed efficiente il terminal di Beit Hanun” Vi riporto il testo fedelmente perché nel leggerlo si poteva credere che anziché entrare nella martoriata striscia di Gaza ci si stava recando in un luogo di villeggiatura del Mediterraneo. Oggi, dopo circa tre mesi, il tunnel che portava al controllo palestinese è stato distrutto, cancellato dai carri armati e dalle bombe israeliane, riducendo in macerie e polvere migliaia di euro che qualche ONG internazionale aveva stanziato per il progetto. Visti i risultati, credo si debba iniziare a ripensare al ‘senso’ della cooperazione. Dopo circa un chilometro un tassista mi accompagna alla sede del Medical Relief a Gaza città. Le strade sono poco affollate. Gli uomini della sicurezza del presidente Abu Mazen, che con i loro fiammanti M16 e le autovetture da difesa-attacco si incontravano fino a pochi mesi fa nelle strade, sono scomparsi. Incontro, invece, uomini con giacche fosforescenti che puliscono le strade, sistemano le aiuole. Parlando con la gente del posto comprendo il dolore, l’umiliazione provata per quanto è accaduto nelle settimane precedenti: gli scontri armati hanno causato circa 100 morti e numerosi feriti tra i palestinesi: uno scontro fratricida nel quale si sono mescolati motivi politici e personali. Anche la ‘nostra’ Ilham, collaboratrice di Gazzella, malgrado i suoi 26 anni, mi appare “invecchiata” da questa esperienza. La vita quotidiana sembra scorrere tranquilla; certo non vedere gruppi armati aggirarsi per le strade rende le persone psicologicamente sicure, pur con la consapevolezza che le incursioni israeliane non si sono fermate, così come non sono scomparse le tensioni politiche interne. Questa volta mi sono concessa un pomeriggio al mare (eh sì, Gaza è sul mare!). Mi ricordava un po’ i nostri anni ’50. C’erano venditori su carrettini trainati da asini che offrivano patate cotte, bibite, ciambelle salvagente. C’erano donne con abiti lunghi e bambini che facevano il bagno ed io mi sono confusa fra loro, nella mia ‘audace’ canottiera, senza destare particolare attenzione. Con un automezzo del Medical Relief sono arrivata fino al confine di Rafah con l’Egitto, dove, dall’altra parte in territorio egiziano, erano bloccati più di 4.000 palestinesi, uomini donne, anziani, bambini ai quali veniva impedito di rientrare nella Striscia. Avremmo dovuto prestare soccorso ad un malato, ma non ci è stato possibile superare il controllo egiziano. La situazione al confine di Rafah è sotto il controllo degli addetti alla sicurezza di Hamas. Sono pochi soldati, giovani e con poche armi: ci accolgono offrendoci caffè. La situazione appare tranquilla. Tornando verso Gaza città l’autista del Medical Relief mi propone di visitare il cimitero inglese di Dayr al-Balah dove sono sepolti i soldati morti nella guerra del 1914-18. E’ stata un’esperienza che ha dell’incredibile! Un muro ben tenuto circonda un’area dove su di un ordinato prato “all’inglese” sono collocate qualche centinaia di lapidi bianche, rigorosamente pulite. Il tutto è abbellito con piante. Ho scattato alcune foto di questa “particolare”dimensione della striscia di Gaza perché ritengo che abbia dell’inverosimile: in questo cimitero lindo e perfetto, mantenuto dal governo britannico, l’occupazione militare israeliana, la mancanza d’acqua, le bombe non si sono mai viste. Nei giorni che ho trascorso nella Striscia di Gaza ho visitato alcuni dei nostri bambini che vivono a Beit Lahiya, Tuffah, Jabaliya ed ho anche messo a punto il progetto per il centro di riabilitazione del Medical Relief di Gaza città a cui collabora per un anno anche Gazzella. Il centro è già operativo. Offre servizi di fisioterapia (e pratica terapia antalgiche), in particolare a bambini che nascono con disabilità o che sono rimasti invalidi a causa delle ferite riportate. E’ diretto dalla d.ssa Nadra Matter e sono impegnati 1 volontario e 5 fisiatri. Il centro è un

XVII viaggio di Gazzella

RESOCONTO DEL VIAGGIO IN PALESTINA – 25 marzo-6 aprile 2007 Cari amici di Gazzella, ecco il resoconto del nostro ultimo viaggio in Palestina. Ugo ed io arriviamo a Gerusalemme il 26 marzo, all’una di mattina. Alle nove siamo già negli uffici del Medical Relief di Gerusalemme per rivedere gli elenchi dei bambini e fare il punto del bilancio finanziario. La giornata trascorre veloce, mentre il nostro pensiero va già al giorno successivo, quando andremo a Gaza. Al nostro arrivo al posto di blocco di Erez, il giorno 27, troviamo una novità: in pochi mesi, esattamente dall’ottobre dello scorso anno, il check point è stato trasformato in un “international terminal”. Gli uffici sono stati ampliati e sul nostro passaporto viene apposto il timbro di entrata a Gaza, cosa che prima non avveniva. Non subiamo particolari controlli ai bagagli e ci mettiamo in cammino per circa due chilometri. Una parte del tunnel e’ stato rifatto ma sono stati mantenuti e rinnovati i cancelli di metallo che vengono aperti a distanza. Raggiungiamo il posto di controllo palestinese, superato senza difficoltà e perdita di tempo e poi con un taxi ci rechiamo gli uffici del Medical Relief. Qui i nostri amici ci informano che solo poche ore prima il villaggio beduino di Umm Al Nasser, nella municipalità di Beit Hanun, e’ stato invaso da una grande onda anomala fuoriuscita da un laghetto artificiale che ha invaso circa 100 case con sabbia e acqua stagnante e putrida. Il dispaccio locale dà notizia di 6 morti, 11 dispersi e 18 feriti; gli sfollati risultano essere circa 400.   Ugo ed io, assieme ad altri volontari, ci rechiamo sul posto e constatiamo che la situazione è veramente drammatica: case distrutte o inagibili, accumuli enormi di sabbia. L’intera popolazione dell’area interessata si e’ spostata nel territorio adiacente, in attesa dei soccorsi. Abbiamo portato con noi dall’Italia una lettera da consegnare alla piccola Maliha Ali Musallam che vive nel villaggio beduino, ma non troviamo la bambina perché la casa e’ inagibile; consegniamo la lettera al padre che incontriamo nelle vicinanze delle casa mentre sta cercando di recuperare indumenti, materassi, coperte qualsiasi cosa si sia “salvata” al fango, acqua e sabbia. Le attività frenetiche e solerti delle O.N.G. Palestinesi e Internazionali, della Croce Rossa Internazionale, dell’ONU e della Mezzaluna Rossa riusciranno a realizzare in sole 24 ore una tendopoli accessoriata su sabbia, con materassi e coperte, a fornire serbatoi d’acqua potabile, servizi igienici, corrente elettrica e a realizzare una postazione per la distribuzione dei pasti.     Il direttore locale del Medical Relief ci chiede un aiuto economico per fronteggiare l’immediata emergenza e anche per continuare l’attività assistenziale nei mesi successivi. Sentiti i membri del Consiglio di Gazzella, i soci ed i nostri sostenitori, si decide di intervenire con un versamento di 10.000 Euro per poter acquistare quanto sotto specificato: – kit per l’ igiene – kit medicinali – attrezzatura mobile per analisi del sangue (screening per infezioni, patologie intestinali etc.) – circa 50 materassi e coperte (ancora mancanti) – latte e pannolini per bambini – contributo economico, limitato, per le attività di 2 psicologi e 3 tecnici di laboratorio. Per tutto ciò il Medical Relief ci fornirà adeguata documentazione.   In questa occasione incontriamo il dott. Juma dell’ospedale Shifa di Gaza al quale consegniamo del materiale sanitario che ci aveva richiesto e che grazie al contributo dei compagni della Federazione del Prc di Verona e di alcuni soci di Gazzella abbiamo potuto acquistare. La situazione sanitaria a Gaza è disastrosa, manca tutto e noi cerchiamo di fare quel che possiamo per aiutare questi medici coraggiosi. Gli consegniamo anche dell’altro materiale sanitario che e’ stato donato da alcuni ospedali italiani. Il dott. Juma ci ringrazia caldamente per l’amicizia e la disponibilità dimostrata.       Nei giorni successivi, accompagnati da Ilham, la nostra collaboratrice a Gaza, Ugo ed io ci rechiamo al campo profughi di Magazine Camp a fare visita a due ragazzi, Kaled e Sa’d, feriti nel mese di luglio 2006. Le ferite riportate hanno devastato i loro corpi mutilandoli e entrambi sono rimasti invalidi e impossibilitati a deambulare. Al campo profughi di Khan Yunis consegniamo la lettera al ragazzo Amad e visitiamo le famiglie di Ali, Khaled, e Nura. I ragazzi sono fuori casa. I familiari ci riferiscono che le loro condizioni di salute sono migliorate, ma constatiamo con i nostri occhi la situazione di estrema povertà e di indigenza in cui versano le famiglie.   A Beit Hanun visitiamo la piccola Basma che e’ stata ferita alla schiena e Muhammad che e’ stato ferito alla gamba: le famiglie e i bambini ci accolgono con affetto e sebbene anche loro siano estremamente poveri, non mancano di dimostrarci la loro ospitalità, come sempre in Palestina: ci invitano a sedere con loro e ci offrono caffè e bibite.   A Jabaliya Camp incontriamo Ahmad, gli diamo la lettera inviata dalla famiglia adottante, e poi andiamo a casa di Muhammad che però e’ a scuola; i familiari ci dicono che il bambino, ferito ad una gamba, ha problemi nel camminare.   Infine, non possiamo esimerci dal visitare i nostri ‘vecchi’ amici di Beit Lahiya: Imad, Issa e Ibrahim. Abbiamo conversato con loro facendoci promettere che si impegneranno in attività fisiche e di riabilitazione perché l’immobilità a cui sono costretti (hanno perso entrambe le gambe a causa di un attacco con i carri armati nel gennaio del 2005) li ha “appesantiti”. Ci siamo anche impegnati a verificare se sia possibile provvedere alla riabilitazione attraverso il sostegno economico di Gazzella: si pensava di affidare al centro di riabilitazione del Medical Relief di Jabaliya non solo l’attività di riabilitazione, ma anche prevedere il trasporto dei ragazzi da casa al centro e rientro.   Dopo cinque giorni si conclude la nostra permanenza a Gaza. Lasciamo gli amici del Medical Relief in piena attività, sia sul fronte dell’emergenza nel campo beduino di Umm Al Nasser, devastato dall’onda anomala, sia impegnati con le attività del centro di riabilitazione del distretto sanitario di Jabaliya. In quei giorni