Report da Gaza

REPORT DA GAZA STRIP Martedì 27 marzo 2007 all’arrivo in Gaza Strip, siamo stati informati del distratto avvenuto nella municipalita- di Beit Hanun, villaggio beduino di Um Al Nasser che Da un laghetto artificiale e’ fuoriuscita “un’onda anomala” (simile tsunami), che ha invaso circa 96 case con sabbia e acqua stagnante. Il dispaccio locale informa di 6 morti, 11 dispersi e 18 feriti; gli sfollati risultano essere circa 400. Ci siamo recati sul posto immediatamente: la situazione che si e- presentata era di devastazione, case distrutte o inagibili, accumuli enormi di sabbia. Lintera popolazione dell’area interessata, era provvisoriamnete evasa nel territorio adiacente, in attesa di soccorso. Le attivita- frenetiche e solerti delle O.N.G. Palestinesi e Internazionali, della Croce Rossa  Internazionale, dell-ONU e della Red Cross hanno contributo a realizzare in sole  24 ore una tendopoli accessoriata su sabbia, per quanto possible con materassi e coperte; sono stati  collocati serbatoi d-acqua potabile, servizi igienici, corrente elettrica e realizzata una postazione per la distribuzione dei pasti. Fin dal primo incontro con dott. Abu Khousa ,direttore locale del P.M.R.S.,sul luogo del disastro siamo stati coinvolti nell-opera di soccorso. I bisogni richiesti, con il  sostegno economico di Gazzella, per fronteggiare l’mmediata emergenza e  anche per continuare l’attivita’ assistenziale nei mesi successivi, sono i sottoelecati: – kit per l’igiene – kit medicinali – attrezzatura mobile per analisi del sangue  (screening per infezioni, patologie intestinali etc.) – circa 50 materassi e coperte (ancora mancanti) – latte e pannolini per bambini – contributo economico, limitato,  per le attivita’ di 2 psicologi e 3 tecnici di laboratorio. Per tutti i sopraelencati bisogni il P.M.R.S. fornirà adeguata documentazione G.

XVI-b viaggio di Gazzella

Cari amici, Fa sempre impressione entrare a Gaza. Proprio il giorno prima del mio ingresso era stato  inaugurato il nuovo terminal di entrata/uscita (naturalmente solo per chi può o è stato autorizzato): lussuoso e vuoto, spaventosamente vuoto. Superato il terminal ti accoglie un lungo tunnel coperto, (sarà più o meno un chilometro) ad elle che si deve percorrere a piedi con le valige e quant’altro. E poi Gaza. Jabaliya accoglie  i visitatori di Gaza con il suo carico di povertà, spazzatura ovunque, bambini scalzi; ma già arrivando a Gaza City le strade si ripuliscono, qua e là i palazzi si fanno alti e curati.  Tanta povertà e qualche lusso: anche qui il neo-liberismo si affaccia con contrasti sempre più arroganti! Sono a Gaza per un progetto  di una Ong italiana di allestimento o ristrutturazione di 18 scuole materne nel sud di Gaza, unito ad  un importante lavoro di formazione delle insegnanti. In quest’ambito, dopo anni d’esperienza,  è nato il progetto  di investire anche in un lavoro specifico con le donne, insegnanti e madri sul tema di genere. Un loro rafforzamento (in inglese si chiama empowerment) e riflessione sulle condizioni della donna avrebbe un effetto anche sui bambini e sulle bambine della  materna,  si potrebbe impostare con loro una diversa relazione di genere all’interno di una società tradizionale ed ora rinchiusa sempre più in se stessa. Mio compito, come donna di un’associazione di donne “Donne in genere”  di Roma, sarebbe quello di   lavorare con alcune formatrici   palestinesi che si dovrebbero occupare di questo corso di “empowerment di donne”, per uno scambio di esperienze. Insieme dovremmo immaginare un percorso da fare con le insegnanti e le mamme, per riflettere sulla loro condizione di donne, madri, educatrici. A Roma un incontro casuale con Gazzella mi ha portato a conoscere gli amici dell’associazione e così sono stata ben contenta di poter fare qualcosa anche per loro: visitare alcune famiglie di bambini feriti. Questo compito in realtà si è rivelato per me un’occasione preziosa: mi ha offerto la possibilità di entrare nelle case della gente comune, famiglie palestinesi, talvolta anche molto numerose (4 figli è il minimo, ma la media è sui 7-8 e poi, … non c’è limite alla provvidenza!). Questa esperienza è stata per me importante. Nelle altre visite a Gaza avevo sempre incontrato intellettuali, responsabili di progetto, insomma gente colta e politicizzata che mi aveva offerto dati, analisi, eccetera… Queste visite mi hanno offerto uno spaccato della gente normale, con la loro lotta per la sopravvivenza in una totale precarietà, che è diventata la loro condizione quotidiana, nella speranza di un diverso futuro, anzitutto per la famiglia, di avere una casa migliore, un lavoro, insomma una vita normale. Ma soprattutto ho avuto l’occasione di toccare con mano, di vedere con i miei occhi, quanto già l’estate scorsa avevo letto: i disastri provocati dalle nuove armi. Ho potuto vedere delle ferite devastanti sui corpi dei sopravvissuti. I racconti delle madri e dei padri di come i figli, e loro stessi, sono stati feriti erano incredibili: un’arma che entra nella stanza di notte, fa luce e tutti sono feriti a terra o morti. E’ la storia della famiglia Fayyad di Beit  Hanun, cittadina vicina al confine nord di Gaza. Questa famiglia ha avuto la casa distrutta ed ora vivono con vari parenti (le famiglie qui sono molto allargate) in un appartamento in caseggiato popolare alla periferia della città. I due bambini hanno delle cicatrici incredibili, il più piccolo, ha una ferita gli attraversa in diagonale tutta la pancia, che è anche costellata insieme alla parte superiore delle cosce, da molte piccole cicatrici rotonde, tipo piercing. Questo bambino era stato dato per morto, come   un altro fratello.  L’altro bambino sopravvissuto (erano in tre) ha una brutta cicatrice a croce sul ginocchio sinistro e anche lui ha le gambe con molte piccole cicatrici  diffuse. La madre ha una gamba sfracellata ed è da 4 mesi stesa su un letto, con dei ferri che tegono insieme la gamba mentre il femore è un insieme molle con un osso troppo rotto per essere tenuto insieme. La madre ha raccontato che nella stanza dove dormivano è entrata come una luce e girava e poi tutti erano a terra morti o feriti. Il padre non ha lavoro, la casa è andata distrutta. Non capisco bene cosa può essere successo, ma i danni sono così impressionanti che chiesi alla mia accompagnatrice del Medical Relief se potevo incontrare per capire meglio, qualche medico dell’ospedale di Shifa, il più  grande ospedale di Gaza. Il giorno dopo alle 9 ero in ospedale. Le foto di corpi straziati, di corpi ricoperti di una polvere grigia, e di altre cose che è meglio neanche nominare che si susseguivano sul computer del medico, mi hanno convinto che non si può tacere. Ho riportato indietro dei documenti in inglese su queste armi e le ferite che provocano. A Roma, nel Centro a cui aderisco, abbiamo organizzato una serata e ho avuto occasione di parlare ad una radio di Roma. Contemporaneamente ho trovato materiale in italiano e il gruppo di scienziati e scienziate contro la guerra che ci lavorano. Bisogna mobilitarci perché queste armi sono usate non solo a Gaza, ma altrove. Per questo motivo ritengo importante e forse più utile delle mie parole, imprecise perché non esperta in proposito, unire a questa lettera una scheda che ho avuto da una scienziata contro la guerra, Bisogna parlare di tutto ciò, diffondere questa conoscenza perché nessuno dica mai in futuro “non sapevo”. La descrizione sulle armi andrebbe accompagnata con un monitoraggio sugli effetti nel medio periodo di queste armi (uranio impoverito ecc.) sugli abitanti di Gaza (e di altri luoghi). Però non è semplice. I medici di Gaza sono isolati. Le ricerche sono costose e presupporrebbero equipe dedicate. E’ praticamente impossibile portare fuori da Gaza reperti  di tessuti umani, pezzi di armi ecc. e quindi una ricerca internazionale non ha molti elementi su cui lavorare anche se ci sono gruppi che lavorano in proposito a partire dal Libano, dove pare che siano state usate anche queste armi (vedi scheda allegata). Gazzella, che accompagna le famiglie di bambini feriti “adottandoli” a distanza fa

XVI viaggio di Gazzella

Cari, vi chiedo di inoltrare a chi pensate questa mia mail. Oggi ho visitato alcune famiglie al Nord di Gaza (Beit Hanoun e Beit Lahyia). Quando parlo di famiglie intendo anche famiglie estremamente allargate. Ad esempio una delle famiglie di Beit Hanounera quella che ha avuto 17 morti e 50 feriti. quindi si tratta di piu’ nuclei familiari all’interno dei quali c’e’ anche una bambina “adottata” che ha perso in questo sterminio entrambi i genitori. Sono famiglie mediamente povere. In un’altra famiglia i bambini feriti erano due (delle ferite incredibili) feriti di notte dentro casa insieme alla madre (ha una gamba tenuta con i ferri e praticamente distrutta da questi strani proiettili che non entrano ed escono ma continuano a girare dentro le carni distruggendo tutto finche’ si fermano. Tra l’altro questa famiglia ha avuto la casa distrutta e dopo aver vissuto con dei parenti ora ha affittato una casa (come al solito ci sono almeno due nuclei familiari). Domani tra l’altro vado a parlare con il medico proprio di questi strani proiettili. Oggi abbiamo anche incontrato anche i tre ragazzi che a Beit Lahyia hanno perso due anni fa entrambe le gambe. Abbiamo chiacchierato con loro. Vanno a scuola. girano su sedie a rotelle e a quanto pare non amano molto le protesi (uno sembra quasi che non le possa mettere). Oggi abbiamo visitato quindi in tutto 7 bambini dentro il nostro progetto, tra i quali due bambine. Dopodomani facciamo il giro di Khan Yunis e Rafah. Devo dire che a me E. mi ha fatto una buona impressione, forse non parla tanto l’inglese. Per ciascuno dei bambini ho preso alcuni appunti e una opiu’ foto che vedremo al mio ritorno. cari saluti B.

Relazione del viaggio a Gaza – ottobre 2006

RESOCONTO DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA E IN CISGIORDANIA 12-25 ottobre 2006 Cari amici di Gazzella, sono passati solo tre mesi dal mio precedente viaggio ed eccomi di nuovo nella Striscia di Gaza. Solo chi, come me, lo ha vissuto personalmente riesce a comprendere appieno i sentimenti contrastanti e laceranti che ti suscita la Palestina e il suo popolo: quando non sei lì, con loro, fremi per volerci essere, ma una volta arrivata in questa terra gli eccidi quotidiani, la miseria e la disperazione condivisi, ti fanno sperare – e con vergogna – di esser fuori al più presto da tutto questo orrore. Sono arrivata a Gaza il giorno 12 ottobre, dopo i ‘soliti’ controlli (raggi non meglio identificati, perquisizioni personali) al posto di blocco israeliano di Erez.E’ ancora il mese sacro di Ramadan. Al posto di controllo Palestinese osservo i soldati che stanno pregando, cosi come i due tassisti che aspettano i pochissimi volontari internazionali che ottengono dagli israeliani occupanti il permesso di entrare a Gaza. Per una mezz’ora attendo che finiscano le loro preghiere, infine con una macchina mi dirigo verso Gaza città.La distruzione e’ ovunque, le strade sono vuote. Nella sede del Medical Relief mi danno il benvenuto l’amico Abu Khusa ed Ilham, la collaboratrice di Gazzella a Gaza. Mi abbracciano, sono felici di rivedermi. Mi raccontano una quotidianità che fa spavento: attacchi israeliani continui, energia elettrica a singhiozzo (viene erogata sei ore al giorno, ma suddivisa in tre fasi), fra la gente c’è disperazione e sfinimento, mancano i generi di prima necessità, il prezzo del pane e della farina è alle stelle, letteralmente le madri non hanno cibo per sfamare i propri figli. A Gaza è ancora estate e così quella stessa sera decidiamo, Ilham ed io, di andare a fare una passeggiata sul lungomare. Chiacchieriamo, ci scambiamo notizie su amici comuni, camminiamo lentamente godendoci il vento fresco che ci fa dimenticare l’afa del giorno. Poi ci sediamo all’aperto a bere un succo di frutta. Sembra una serata piacevole, come probabilmente – io, voi – abbiamo vissuta tante volte. Sembra, ma non è così. All’improvviso sentiamo una fortissima deflagrazione, vediamo fumo in lontananza, e subito dopo il suono di sirene di ambulanze. La gente nella strada inizia a correre ed urlare. Chiediamo notizie e un ragazzo ci dice concitato che gli israeliani hanno bombardato una casa poco distante: per ora si contano 2 morti e 20 feriti…… Nei cinque giorni della mia permanenza a Gaza gli ‘omicidi mirati’ faranno 25 morti, tra civili e resistenti. Le mie giornate saranno scandite da bombardamenti, funerali, pianti, colpi di fucile, preghiere…. Su tutto aleggia lo spettro di una possibile guerra civile fra palestinesi (che farebbe molto piacere agli occupanti): la nuova polizia istituita dal Presidente Abu Mazen, denominata Palestinian Military Police (P.M.P), controlla la Polizia Palestinese agli ordini di Hamas. Durante la mia permanenza a Gaza si sono verificati scontri a fuoco fra le due parti, ma per fortuna ancora contenuti, nessun palestinese vuole una mattanza tra fratelli. Però in molti accusano Abu Mazen di non riuscire (volere?) a tenere insieme il suo popolo. Con Ilham ho visitato l’ospedale Nasser di Khan Yunis, l’ospedale Abu Yusef di Rafah e l’ospedale Kamal Edwal di Jabaliya: bambini e adolescenti nei loro letti avvolti da garze e tubicini, ci guardano con occhi smarriti e spenti, restano muti, neanche un sorriso….. da lontano osserviamo sgomente quelli incoscienti che giacciono in sale di rianimazione sempre più precarie. Ogni volta e sempre ricaccio indietro le lacrime, mi faccio forza, decido di parlare personalmente con i medici, voglio verificare di nuovo e testimoniare la disastrosa situazione sanitaria degli ospedali, vedere ‘cosa’ viene estratto dai corpi dei feriti, e come si presentano queste ferite. Sia dal ‘materiale’ estratto che mi mostrano i medici dei vari ospedali, che dalla visita che personalmente faccio ai sette nuovi bambini presi in adozione, posso appurare che i loro corpi presentano ampie ferite e alcune parti del corpo sono bruciate internamente. Un medico dell’ospedale di Khan Yunis mi racconta di due “strani” casi: alcune persone ricoverate presentavano sul corpo solo piccole bruciature, che apparentemente non hanno destato alcuna preoccupazione: per i medici i pazienti non correvano pericolo. Ebbene, questi feriti, nell’arco di tre giorni sono deceduti. L’autopsia ha rilevato che i loro organi interni erano consumati, probabilmente per effetto di armi non convenzionali. D’altra parte è stato denunciato – anche in Italia – già dal luglio scorso l’uso da parte degli israeliani, sia in Libano che nella Striscia di Gaza, di armi probabilmente batteriologiche o chimiche o al fosforo…… ma forti del silenzio e della complicità internazionali, gli israeliani continuano nei loro mortiferi esperimenti. I medici palestinesi, però, pur dovendo operare ogni giorno con scarsità di medicinali adeguati (mancano addirittura garze e guanti sterili monouso), pur dovendo affrontare turni di lavoro intollerabili, e infine costretti a prestare la loro opera praticamente senza salario a causa della mancanza di fondi dovuta all’embargo economico, nonostante tutto questo, vogliono denunciare e far conoscere cosa si sta consumando in questi mesi nella Striscia di Gaza. All’ospedale di Jabaliya ho avuto dai chirurghi una richiesta “particolare”: la mia macchina fotografica in prestito, per permettere loro di scattare immagini in sala operatoria e testimoniare delle ferite che si trovano a curare. Le mie giornate a Gaza sono trascorse condividendo con i miei amici palestinesi il Ramadan, ho visitato famiglie già conosciute e ne ho incontrate di nuove, accolta sempre con una gentilezza e un’ ospitalità da noi sempre più rara e che ogni volta mi stupisce; mi sono seduta alla loro tavola nel pomeriggio, in attesa che il sole calasse, per iniziare poi a condividere un pasto spesso frugale, ma mai misero e sempre profondamente dignitoso. Lasciata la Strisciadi Gaza, al mio rientro a Gerusalemme, ho incontrato Ugo, il tesoriere di Gazzella, con il quale avevamo in precedenza organizzato il proseguimento del viaggio verso la Cisgiordania, a Nablus ed Hebron. Al nostro arrivo al posto di blocco di Awara a Nablus, ci siamo ritrovati assieme a

Relazione del viaggio a Gaza – ottobre 2006

RESOCONTO DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA E IN CISGIORDANIA 12-25 ottobre 2006 Cari amici di Gazzella, sono passati solo tre mesi dal mio precedente viaggio ed eccomi di nuovo nella Striscia di Gaza. Solo chi, come me, lo ha vissuto personalmente riesce a comprendere appieno i sentimenti contrastanti e laceranti che ti suscita la Palestina e il suo popolo: quando non sei lì, con loro, fremi per volerci essere, ma una volta arrivata in questa terra gli eccidi quotidiani, la miseria e la disperazione condivisi, ti fanno sperare – e con vergogna – di esser fuori al più presto da tutto questo orrore. Sono arrivata a Gaza il giorno 12 ottobre, dopo i ‘soliti’ controlli (raggi non meglio identificati, perquisizioni personali) al posto di blocco israeliano di Erez.E’ ancora il mese sacro di Ramadan. Al posto di controllo Palestinese osservo i soldati che stanno pregando, cosi come i due tassisti che aspettano i pochissimi volontari internazionali che ottengono dagli israeliani occupanti il permesso di entrare a Gaza. Per una mezz’ora attendo che finiscano le loro preghiere, infine con una macchina mi dirigo verso Gaza città.La distruzione e’ ovunque, le strade sono vuote. Nella sede del Medical Relief mi danno il benvenuto l’amico Abu Khusa ed Ilham, la collaboratrice di Gazzella a Gaza. Mi abbracciano, sono felici di rivedermi. Mi raccontano una quotidianità che fa spavento: attacchi israeliani continui, energia elettrica a singhiozzo (viene erogata sei ore al giorno, ma suddivisa in tre fasi), fra la gente c’è disperazione e sfinimento, mancano i generi di prima necessità, il prezzo del pane e della farina è alle stelle, letteralmente le madri non hanno cibo per sfamare i propri figli. A Gaza è ancora estate e così quella stessa sera decidiamo, Ilham ed io, di andare a fare una passeggiata sul lungomare. Chiacchieriamo, ci scambiamo notizie su amici comuni, camminiamo lentamente godendoci il vento fresco che ci fa dimenticare l’afa del giorno. Poi ci sediamo all’aperto a bere un succo di frutta. Sembra una serata piacevole, come probabilmente – io, voi – abbiamo vissuta tante volte. Sembra, ma non è così. All’improvviso sentiamo una fortissima deflagrazione, vediamo fumo in lontananza, e subito dopo il suono di sirene di ambulanze. La gente nella strada inizia a correre ed urlare. Chiediamo notizie e un ragazzo ci dice concitato che gli israeliani hanno bombardato una casa poco distante: per ora si contano 2 morti e 20 feriti…… Nei cinque giorni della mia permanenza a Gaza gli ‘omicidi mirati’ faranno 25 morti, tra civili e resistenti. Le mie giornate saranno scandite da bombardamenti, funerali, pianti, colpi di fucile, preghiere…. Su tutto aleggia lo spettro di una possibile guerra civile fra palestinesi (che farebbe molto piacere agli occupanti): la nuova polizia istituita dal Presidente Abu Mazen, denominata Palestinian Military Police (P.M.P), controlla la Polizia Palestinese agli ordini di Hamas. Durante la mia permanenza a Gaza si sono verificati scontri a fuoco fra le due parti, ma per fortuna ancora contenuti, nessun palestinese vuole una mattanza tra fratelli. Però in molti accusano Abu Mazen di non riuscire (volere?) a tenere insieme il suo popolo. Con Ilham ho visitato l’ospedale Nasser di Khan Yunis, l’ospedale Abu Yusef di Rafah e l’ospedale Kamal Edwal di Jabaliya: bambini e adolescenti nei loro letti avvolti da garze e tubicini, ci guardano con occhi smarriti e spenti, restano muti, neanche un sorriso….. da lontano osserviamo sgomente quelli incoscienti che giacciono in sale di rianimazione sempre più precarie. Ogni volta e sempre ricaccio indietro le lacrime, mi faccio forza, decido di parlare personalmente con i medici, voglio verificare di nuovo e testimoniare la disastrosa situazione sanitaria degli ospedali, vedere ‘cosa’ viene estratto dai corpi dei feriti, e come si presentano queste ferite. Sia dal ‘materiale’ estratto che mi mostrano i medici dei vari ospedali, che dalla visita che personalmente faccio ai sette nuovi bambini presi in adozione, posso appurare che i loro corpi presentano ampie ferite e alcune parti del corpo sono bruciate internamente. Un medico dell’ospedale di Khan Yunis mi racconta di due “strani” casi: alcune persone ricoverate presentavano sul corpo solo piccole bruciature, che apparentemente non hanno destato alcuna preoccupazione: per i medici i pazienti non correvano pericolo. Ebbene, questi feriti, nell’arco di tre giorni sono deceduti. L’autopsia ha rilevato che i loro organi interni erano consumati, probabilmente per effetto di armi non convenzionali. D’altra parte è stato denunciato – anche in Italia – già dal luglio scorso l’uso da parte degli israeliani, sia in Libano che nella Striscia di Gaza, di armi probabilmente batteriologiche o chimiche o al fosforo…… ma forti del silenzio e della complicità internazionali, gli israeliani continuano nei loro mortiferi esperimenti. I medici palestinesi, però, pur dovendo operare ogni giorno con scarsità di medicinali adeguati (mancano addirittura garze e guanti sterili monouso), pur dovendo affrontare turni di lavoro intollerabili, e infine costretti a prestare la loro opera praticamente senza salario a causa della mancanza di fondi dovuta all’embargo economico, nonostante tutto questo, vogliono denunciare e far conoscere cosa si sta consumando in questi mesi nella Striscia di Gaza. All’ospedale di Jabaliya ho avuto dai chirurghi una richiesta “particolare”: la mia macchina fotografica in prestito, per permettere loro di scattare immagini in sala operatoria e testimoniare delle ferite che si trovano a curare. Le mie giornate a Gaza sono trascorse condividendo con i miei amici palestinesi il Ramadan, ho visitato famiglie già conosciute e ne ho incontrate di nuove, accolta sempre con una gentilezza e un’ ospitalità da noi sempre più rara e che ogni volta mi stupisce; mi sono seduta alla loro tavola nel pomeriggio, in attesa che il sole calasse, per iniziare poi a condividere un pasto spesso frugale, ma mai misero e sempre profondamente dignitoso. Lasciata la Strisciadi Gaza, al mio rientro a Gerusalemme, ho incontrato Ugo, il tesoriere di Gazzella, con il quale avevamo in precedenza organizzato il proseguimento del viaggio verso la Cisgiordania, a Nablus ed Hebron. Al nostro arrivo al posto di blocco di Awara a Nablus, ci siamo ritrovati assieme a

Resoconto del XIV viaggio di Gazzella

Resoconto 6 – 18 luglio 2006 Cari amici di Gazzella, ancora un mio resoconto dalla Striscia di Gaza. Avevo già programmato questo viaggio, ma le date che avevo ipotizzato per la mia partenza hanno poi coinciso con l’ennesimo delinquenziale assedio-aggressione israeliana che ha portato – tra l’altro – alla distruzione della centrale elettrica di Gaza e di numerosi ponti di collegamento. Sono abituata a condividere con i palestinesi l’occupazione militare, a piangere i loro morti, a tentare di confortarli nella sofferenza di una vita che, appunto, ‘non è vita’….. però stavolta ho dovuto quasi impormi di partire, combattuta fra la consapevolezza dell’orrore che quella mattanza quotidiana mi avrebbe rinnovato e l’angoscia manifesta dei miei familiari che mi pregavano di rimandare. Non sono una martire, nel senso etimologico del termine, non ho una fede per cui sacrificarmi…. Voglio solo essere testimone oculare di ciò che Israele fa in un territorio che occupa militarmente e illegalmente, essere solidale con chi subisce un crimine e darne il più possibile conoscenza. Dunque, ho pensato, molto, ho discusso, ho sostenuto le mie ragioni e sono partita. Sono arrivata a Gaza il 6 luglio, ad accogliermi ho trovato bombardieri F16, elicotteri d’attacco Apache, carri armati e navi da guerra, ancora appostate a largo, puntate verso lo stesso tratto di spiaggia sulla quale pochi giorni prima avevano cannoneggiato, sterminando un’intera famiglia: sette persone, padre, madre e cinque figli. Solo Huda, sette anni, è sopravvissuta. Ho avuto modo di incontrarla, un piccolo essere terrorizzato, e di lei dirò più avanti. Gli amici del Medical Relief mi fanno un crudo resoconto di questi giorni di raid, blitz, operazioni israeliane, come vengono con delicati eufemismi definiti i delitti dell’esercito occupante: nelle ultime tre settimane si contano più di 100 morti e oltre 400 feriti, uomini, donne e bambini. Le zone più colpite sono quelle a nord della Striscia di Gaza: Jabaliya, Beit Hanun, e Beit Lahiya, dove i carri armati, muovendosi dal posto di blocco di Eretz, e penetrando nel territorio per circa quattro chilometri, si sono appostati a ridosso delle case. A Rafah, a sud della Striscia, al confine con l’Egitto, gli israeliani hanno occupato la zona dell’aeroporto, che si trova a ridosso del campo profughi chiamato – forse nella speranza di una allegria comunque negata – Brasil; i carri armati sono arrivati anche a Karni, il posto di blocco commerciale, ed ancora nel centro della Striscia a ridosso di Deyr Balah e Khan Yunis. Un’invasione che di fatto vede gli israeliani riprendere il possesso e il controllo dell’intero territorio che solo un anno fa avevano finto, con fini palesemente propagandistici, di abbandonare. In queste operazioni sono state distrutte circa 100 abitazioni civili, infrastrutture, ponti, strade. Sono stati devastati centinaia di ettari di coltivazioni di frutta e ortaggi. La popolazione è terrorizzata. Ho trascorso l’intero pomeriggio del 6 luglio, e mi sono trattenuta fino a tarda sera, all’Ospedale Shafi di Gaza, dove le ambulanze scaricavano in continuazione cadaveri orrendamente mutilatati di palestinesi, civili e combattenti, caduti sotto il fuoco israeliano. Trasportavano feriti da portare con urgenza in sala di rianimazione. Ho visto braccia e gambe mozzate, corpi bruciati e mutilati. I medici stremati e impotenti, prelevavano al volo sangue per frenare emorragie, si scambiavano i guanti di lattice, lottavano contro la mancanza dei più banali medicinali e presidii di pronto soccorso. E denunciavano l’uso di armi chimiche o batteriologiche, proprio per quelle ustioni – mai osservate prima – sui corpi dei morti e dei feriti. Ho cercato di estraniarmi da tutto quell’orrore, millantando coraggio ho confortato parenti e amici, condividendo con loro l’estenuante attesa di notizie sulla sorte dei loro cari. Ho abbracciato e stretto mani di donne e uomini sconosciuti. Ho ricacciato indietro le lacrime e mi sono vergognata della mia debolezza. È stato allo Shafi Hospital, quel pomeriggio, che ho incontrato Mustafa Barghouti, ‘vecchio’ resistente, medico, nato a Gerusalemme, che ha fondato nel 1979 i Comitati di soccorso medico palestinese. Avevo già avuto modo di conoscerlo, in precedenti occasioni. Barghouti è una persona dai modi gentili, che in passato è stato ferito, incarcerato e torturato dagli israeliani. Alle recenti elezioni politiche ha partecipato con un partito di ispirazione laica e di sinistra da lui fondato: al-Mubadara – l’iniziativa. Questo breve inciso sulla persona è per dirvi che è uno ‘che ne ha passate tante’….. Ebbene, quel pomeriggio, ho visto sul suo viso disperazione, rabbia, impotenza: quasi piangendo mi ha chiesto se era possibile – tramite Gazzella – sovvenzionare l’acquisto urgentissimo di 4 generatori elettrici da destinare ai centri di riabilitazione motoria di Jabaliya e di Khan Yunis, al centro di soccorso medico di Jabaliya e agli uffici di Gaza. Ed anche di medicinali di primo soccorso e salva-vita. Barghouti mi ripete che la centrale elettrica è stata completamente distrutta. Si ricorre per 18 ore al giorno ai generatori, mentre per le rimanenti 6 ore l’elettricità viene fornita da una società privata israeliana, che la eroga, ovviamente, a costi esorbitanti. Si prevede che questa devastazione lascerà la Striscia di Gaza al buio per i prossimi 6-9 mesi. Inoltre, senza elettricità non è possibile pompare acqua, e l’emergenza idrica, soprattutto ora, nella stagione già caldissima, causa gravi infezioni intestinali. Mi chiede se noi, amici e sottoscrittori di Gazzella possiamo fare qualcosa. Senza elettricità non possono effettuare alcuna operazione chirurgica. Nella sala di rianimazione dell’ospedale si cerca di “andare al risparmio” nel timore di restare senza carburante per il generatore e così si utilizzano ventilatori, al posto del sistema di aria condizionata. Senza esitare telefono in Italia e faccio parlare Barghouti con il tesoriere di Gazzella, traduco le richieste, trasmetto l’angoscia e la premura….. il giorno seguente arriva l’autorizzazione alla spesa: 8.000 euro per ogni generatore ed 8.000 per le medicine, per un totale di 40.000 euro. Per la nostra associazione è una cifra molto consistente, che comunque serve per curare, a volte salvare la vita ai ‘nostri’ bambini: troveremo, mi dico – tutti assieme – di certo il modo per rifondare il ‘ben’ tolto…. Due giorni dopo sono di nuovo all’ospedale Shafi e ho la tragica riconferma

Resoconto del XIV viaggio di Gazzella

Roma, maggio 2006 RESCONTO DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA (17-24 aprile 2006) A tutti gli amici che sostengono un bambino palestinese attraverso il progetto Gazzella Cari amici di Gazzella, qui di seguito potete leggere il resoconto del mio ultimo viaggio a nella Striscia di Gaza che ho effettuato lo scorso mese di aprile. Vorrei tanto potervi scrivere cose diverse, raccontarvi che la situazione nei territori occupati è migliorata, che qualcosa – finalmente – sta cambiando. Purtroppo non lo posso fare. La realtà, cruda e lampante, è che a Gaza si continua a morire,  al di là dell’operazione strumentale – una sorta di specchietto per le allodole – del tanto strombazzato ritiro unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza e dello smantellamento di poche colonie. La verità è che a Gaza (e non solo) l’occupazione continua, o forse sarebbe meglio dire non è mai finita. I cosiddetti ‘omicidi mirati di presunti ‘terroristi’, una specie di esemplare ossimoro inventato dalla propaganda sionista (un omicidio è cattivo, ma se è mirato è buono), per definire uccisioni extragiudiziali al di fuori di qualsiasi legalità, colpiscono sempre più spesso la popolazione civile. Le aggressioni portate avanti dall’esercito con decine di tanks attaccano aree agricole ed abitazioni civili. Il 10 aprile scorso, a Bayt Lahiya, durante uno di questi attacchi è rimasta uccisa una bambina di soli 8 anni: Hadil. Assieme ad Ilham (la collaboratrice di Gazzella a Gaza) sono andata a trovare la famiglia. La casa dove viveva Hadil è stata completamente distrutta. La numerosa famiglia – 12 fra fratelli e sorelle – già poverissima, è stata ora privata anche dell’abitazione, l’unica cosa che possedesse – e ora sono costretti a chiedere ospitalità ai parenti.  Nell’incursione sono rimasti feriti altri 9 membri del nucleo familiare e tra questi la sorellina di Hadil, una bimba di soli tre anni, Nur, colpita alla gamba. La madre ed il padre sono disperati e ci hanno chiesto soccorso per sostenere le spese mediche che stante l’indigenza non possono permettersi. Abbiamo assicurato loro che faremo del nostro meglio e quanto nelle nostre possibilità per cercare di dar loro aiuto. Già è importante raccontare la loro storia, continuare testardamente a far sapere ciò che accade oggi, ogni giorno, in Palestina. Questo mio viaggio, le mie visite ai ‘nostri’ bambini, sono ancora e sempre segnate dalla sofferenza. A Gaza mi aspetta un altro dramma. Ancora una storia di morte e patimenti. Sono andata a trovare Abdallah, nato il 29/12/2002, ferito allo stomaco. Sapevo che anche la sua era una famiglia numerosa – 12 fra sorelle e fratelli –  e che era orfano di padre. La madre, annichilita dal dolore, mi dice che il bambino è deceduto tre mesi fa a seguito della gravità della ferita. Vorrei mettermi a urlare e fuggire da questa realtà, tornare alle sicurezze, agli affetti miei, in Italia, a casa. Invece abbraccio questa donna  e cerco le parole adatte, ma come si fa a consolare chi ha perso un figlio di tre anni? Da lei vengo a sapere che anche un fratello diAbdallah, Ibrahim di 15 anni, è stato ferito, sempre allo stomaco, lo scorso anno. Ihrahim non era fra i bambini e ragazzini sostenuti da Gazzella, ma anche se ha già 15 anni, decido di proporre ai nostri amici del Medical Relief di inserirlo nel nostro progetto, al posto del fratellino deceduto, certa che la sua mamma ‘adottiva’ qui in Italia sarebbe stata d’accordo. Poi prendo commiato, accompagnata da una sensazione di impotenza, rabbia e frustrazione per l’impossibilità a fare di più. Continuo le mie visite. Sempre a Gaza sono andata a trovare Yasmin, ferita alla testa, allo stomaco e alla mano. Il padre è disoccupato, sono 12 fra fratelli e sorelle, la famiglia è estremamente povera e la miseria, nella piccola casa, si tocca con mano. Ci spostiamo, conIlham, a Rafah, città al confine con l’Egitto che nonostante stia cercando faticosamente di tornare alla vita, porta ancora i segni pesantissimi dell’incursione israeliana del maggio 2004, durante la quale furono uccisi più di 40 civili. Rafah è ancora praticamene semi-distrutta. Qui andiamo a far visita a Sami, e a Nimat . I due ragazzini non sono in casa, Ilham mi assicura che tornerà a visitarli a breve. Le visite successive sono nel campo profughi di Khan Yunis, nella zona denominata Tuffah, la ‘mela’. Qui la situazione è sempre drammatica e precaria e moltissime famiglie vivono sotto la soglia di povertà, come quelle dei bambini che andiamo ad incontrare. Muhammad H., che ha quasi 14 anni, è rimasto invalido a seguito delle ferite riportate alla schiena, Samir, ferito alla gamba, ancora non riesce a camminare correttamente, Muhammad  T., ferito all’occhio, ha avuto la vita compromessa. La settimana che ho trascorso nella Striscia di Gaza è stata segnata da scontri interni fra diverse fazioni e da incursioni israeliane. La zona a nord – quella compresa fra il posto di blocco di Eretz, Bayt Hanun, Dughin e i valico commerciale di Karni – che viene aperto e chiuso a  piacimento dell’esercito occupante – è continuamente sotto il tiro dei carri armati. Il blocco di ogni tipo di rifornimenti, compresi i generi alimentari, rende la situazione drammatica. Ai palestinesi non è permesso esportare i loro prodotti agricoli, tutte le merci importate sono controllate dagli israeliani che impongono dazi altissimi, con un conseguente esorbitante rincaro dei prodotti di largo consumo. I permessi di lavoro giornalieri in Israele, concessi prima a circa 11.000 palestinesi, sono stati ora ridotti a soli 4.000, dunque il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’80% fra la popolazione. Questa è la vita quotidiana nei Territori occupati, la realtà spesso taciuta. Infine voglio dire a tutti voi che ho lasciato la Striscia di Gaza costretta a subire l’ennesima violazione di diritti: sono stata obbligata – come tutti i palestinesi che quotidianamente escono per lavorare in Israele e poi rientrano alla sera – a sottopormi a un controllo effettuato mediante l’irradiazione di raggi X. Durante il mio precedente viaggio di gennaio, la stanza predisposta per tale verifica era una sola: ora, zelanti, ne hanno allestite quattro. Negli ultimi tre mesi ho subito due volte questo trattamento. Avrei voluto oppormi, rifiutarmi, ma in Israele parlare di diritti non ha senso. I lavoratori palestinesi, oltre alle innumerevoli vessazioni, devono subire ogni giorno queste radiazioni di cui

Resoconto del XIII viaggio di Gazzella

RELAZIONE DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA (22-31 gennaio 2006)   A tutti gli amici che sostengono un bambino palestinese attraverso il progetto Gazzella   Cari amici di Gazzella, siamo ancora una volta – Giuditta ed Ugo – a farvi un resoconto del nostro ultimo viaggio nella Striscia di Gaza. Il nostro viaggio a Gaza e’ iniziato domenica 22 gennaio: abbiamo scelto questo periodo per essere presenti anche allo svolgimento delle elezioni palestinesi, sulle quali vi riporteremo le nostre impressioni più avanti. Una volta arrivati al posto di blocco di Erez, dopo il solito controllo dei documenti lungo ed estenuante, abbiamo percorso il tragitto obbligato, superato le porte metalliche che si aprono solo a comando, sotto l’occhio delle videocamere che filmano tutto il percorso, e infine raggiunto il tunnel che conduce al posto di controllo palestinese. Abbiamo trascinato le nostre valigie per più di un chilometro, tanto dista la postazione palestinese, dove abbiamo mostrato i documenti e lì – con sorpresa di Ugo che è ‘solo’ al suo secondo viaggio in Palestina – un poliziotto saluta me, Giuditta, cordialmente … le mie visite agli amici palestinesi sono così frequenti che oramai mi considerano una “di loro”. Scambiamo qualche battuta, e già da quelle poche parole mi è chiaro che il ritiro da Gaza dei coloni non ha significato affatto ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Non ci vuole molto per renderci conto che la popolazione palestinese continua a fare i conti quotidianamente con l’occupazione israeliana: distruzione sistematica delle principali vie di comunicazione con l’uso dei carri armati, occupazione di quattro chilometri di territorio a nord della Striscia, tra il posto di blocco di Erez e il campo profughi di Bayt Hanun. La presenza e il controllo “mare-terra-cielo” della forza occupante è quotidiano: aerei spia e bombardieri F16 volano spesso sulle nostre teste. Ad esempio, il giorno successivo, 23 gennaio, visitiamo il centro di Riabilitazione del PMRC (i Comitati di Soccorso medico palestinesi, la maggiore organizzazione medico-riabilitativa in Palestina e nostri referenti in loco. Sono loro i nostri gentili ospiti di tutti i viaggi nella Striscia di Gaza). Il centro è sufficientemente attrezzato, vi lavorano un medico e due assistenti che si prodigano a curare le conseguenze – spesso devastanti – di ferite o malattie. Sono proprio loro a raccontarci che il medesimo giorno del nostro arrivo un aereo israeliano ha effettuato un bombardamento “mirato” che ha causato un morto e sei feriti. Ci consigliano di non recarci in alcuni campi profughi per ragioni di sicurezza e mettono a disposizione per i nostri spostamenti mezzi di trasporto con le insegne della Mezzaluna Rossa che dovrebbero (ma non è scontato) assicurarci un minimo di tranquillità. Nel campo profughi di Jabaliya, dove vivono 106.000 palestinesi, ci rechiamo in una casa poverissima ma dignitosa, per visitare il piccolo Ahmad e portargli lo zainetto dono della famiglia ‘affidataria’. Il babbo di Ahmad ci dice che il bambino è a scuola, prende lui lo zainetto e ci ringrazia per il regalo e per l’affetto e la solidarietà dimostrata al popolo palestinese e alla sua causa. Sempre nel campo di Jabaliya riusciamo anche ad incontrare Riham di 11 anni. La bambina è stata ferita nel 2002 ad una gamba e – nonostante siano passati quattro anni – risente ancora dei postumi della ferita. Tutta l’area in cui ci troviamo è molto mal messa, ma i genitori di Riham ci accolgono in compagnia degli altri sei figli nella loro casa, anche questa povera come la maggioranza del campo, ma perfettamente tenuta, offrendoci una tazza di tè caldo (un rito di accoglienza che si ripeterà frequentemente in quasi tutte le nostre visite seguenti). Abbiamo deciso che il sostegno economico dell’affidatario di Gazzella verrà consegnato alla famiglia successivamente perché il gesto, a ridosso delle elezioni politiche, potrebbe essere male interpretato. Nei giorni successivi – sempre con i nostri amici del Medical Relief – organizziamo la visita al campo profughi di Bayt Lahiya, ai tre ragazzi che hanno perso entrambe le gambe nel raid israeliano del 4 gennaio 2005. Raggiungiamo una zona di campagna e veniamo accolti dalla famiglia di Ibrahim – uno dei tre ragazzi – in un’area scoperta e ospitale che si trova a ridosso dell’abitazione. Quale benvenuto ci offrono enormi fragole dolci di loro produzione. Ma rimaniamo pietrificati quando, avvisati del nostro arrivo, vengono a salutarci Issa e Imad, due giovani amici di Ibrahim: sono ambedue su carrozzine elettriche, donate loro dall’Autorità palestinese. Ai moncherini è stato possibile applicare delle protesi, che però non consentono una deambulazione. Sono lieti dei complimenti che facciamo loro e questo è il nostro modo di portare la solidarietà nostra e quella degli adottanti, che è cosa ancora più importante del sostegno economico. All’interno della casa, in una piccola stanza c’è, adagiato in terra su un cuscino, Ibrahim di 14 anni. Diciamo adagiato perché, non avendo neanche i moncherini, il ragazzo poggia per terra solo il tronco del corpo. Ha un viso aperto e sereno, ci accoglie benevolmente ma non riesce a sorridere. I fratelli maggiori ci spiegano che Ibrahim fa poco movimento perché non è in grado di adoperare la carrozzina elettrica donata anche a lui dall’Anp mentre invece gli sarebbe utile una semplice sedia a rotelle che, oltre ad essere adoperabile perché più adatta alle sue condizioni fisiche, gli consentirebbe un salutare movimento delle braccia per spingere le ruote. Un ulteriore grave problema – ci spiegano – è rappresentato dal “bagno alla turca” non idoneo alla sua condizione fisica, come anche gli altri servizi igienici presenti nella casa. Ne esistono indicati per la sua menomazione e i fratelli di Ibrahim si dichiarano in grado di eseguire tutti i lavori murari e idraulici per l’impianto, ma non hanno il denaro per acquistare l’attrezzatura. E’ evidente sui loro visi l’amore che portano per lo sfortunato fratello. Così, su due piedi, decidiamo. Il giorno successivo a Gaza abbiamo acquistato sia il servizio igienico, che la sedia a rotelle. La visita ai tre ragazzi uniti dalla stessa tragedia ci ha fatto percepire con

Resoconto del viaggio di Gazzella a Hebron

Mentre Giuditta e Ugo, dopo Gaza vanno a Nablus, un altro membro di “Gazzella” è a Hebron. Ecco il suo resoconto: Finalmente questa volta riesco a raggiungere Hebron; in altre occasioni sono sempre stato respinto, per una “ragione” o per un’altra. Poter vedere questa città mi attenua un po’ il dispiacere di non essere potuto andare a Gaza con Ugo e Giuditta a visitare il mio bambino, ormai ragazzo, in affido e gli altri bambini di “Gazzella”. Gaza, anche dopo il ritiro dei coloni, è sotto rigido controllo israeliano; i suoi confini sono blindati, il mare è impraticabile per i pescatori palestinesi (solo a dicembre ne sono stati uccisi tre), i bombardamenti da aerei e artiglieria sono quasi quotidiani, la fascia di “sicurezza” creata a Nord è interdetta ai palestinesi (il giorno dopo le elezioni è stata uccisa una bambina di nove anni colpevole di avere in mano una busta di plastica sospetta). Insomma, una grande prigione a cielo aperto con la sola differenza che i carcerieri non sono più anche dentro ma sono tutti attorno, per mare, terra, cielo. A Hebron, invece, i coloni sono nel cuore della città. Questo rende la situazione unica: qui l’occupazione è amplificata all’ennesima potenza. Il colono non è l’indesiderato vicino che ha costruito sulla tua terra la propria casa a ridosso della tua; è uno che ha occupato la tua casa, si è incuneato nell’intimità della tua abitazione, impedisce al tuo bambino di uscire di casa per andare a scuola o a giocare in strada, a tua moglie di andare a fare la spesa, a te di andare a lavorare. Da un’altura riesco a osservare il panorama della città: la colonia di Kiryat Arba (circa 6000 coloni) scivola dalla collina e si insinua nella città, come una velenosa metastasi; giunge alla moschea, quella dove il dr. Goldstein ha trucidato 25 inermi palestinesi in preghiera, e va a collegarsi ai 500 coloni che occupano il centro della vecchia città. Nel vecchio suk vedo quello che già sapevo ma vederlo crea un’angoscia che ti prende le budella e provoca una rabbia che ti fa parlare da solo. E non dici belle cose. I palestinesi sono stati costretti a mettere teli e reti sulle strade per impedire che gli escrementi e l’immondizia gettata dai coloni che occupano le case soprastanti invadano le loro case e i loro negozi. Così cammino sotto la pattumiera. A Hebron i commercianti palestinesi sono gentilissimi, non ossessivi e importuni come spesso a Gerusalemme, sempre più “commercializzata” ed occidentalizzata: ti salutano, ti chiedono perché sei lì, ti offrono un tè. Se compri, bene; altrimenti sei il benvenuto ugualmente. Eppure sono ben più poveri dei negozianti di Gerusalemme. Visito la moschea dimezzata: sì, perché una parte è ormai diventata sinagoga! Trovo i fori dei proiettili di Goldstein ovunque: ha sparato all’impazzata. Il custode continua a ripetermi: “non era un pazzo, era un dottore” quasi che un dottore non possa essere anche un pazzo. Il grave è che effettivamente non era pazzo, almeno non nel senso clinico del termine: era solo l’avanguardia di quella follia collettiva che si chiama occupazione. Parlo con i Carabinieri italiani che fanno parte della forza internazionale (TIPH) preposta al controllo della zona H2 (quella con i coloni). Alcuni sono veterani, sono stati in Kosovo e in Iraq, a Nassirya. Tutta esperienza e “professionalità” sprecata: qui possono solo guardare e scrivere quello che vedono, spedire il rapporto, consapevoli che andrà in un cassetto e da qui in uno scatolone in qualche cantina. Questa “forza” ben rappresenta l’ipocrisia e l’incapacità della comunità internazionale ad intervenire sulla questione palestinese: il confine tra l’osservatore passivo ed il complice è ben tenue. Mi torna in mente il dibattito sul livello di consapevolezza in Europa dell’esistenza dei campi di sterminio. Ben più utili sono i ragazzi che incontriamo nel cuore della zona occupata: sono una decina, vivono in un paio di stanze, dormono per terra e quando entro stanno cucinando la cena con un fornello da campeggio. Vengono da ogni dove: Canada, Stati Uniti, Italia …. Fanno tenerezza per la giovane età (20/22 anni in media) ma sono molto determinati. Il loro lavoro consiste nell’accompagnare i bambini a scuola, le donne a fare la spesa. Si prendono sassi, sputi, spintoni. Il rischio di un Goldstein impazzito che entri in queste due stanze e faccia una strage non è poi così remoto. Gli internazionali hanno già avuto i loro morti (Rachel, Tom) e nessuno è stato ucciso per errore. Si fa sera; un minareto dista pochi metri dalle case del centro occupate; mi sembra che abbia più altoparlanti del solito: certo è che la preghiera della sera esce fortissima, quasi violenta, come a gridare a questa gente venuta da Brooklin: andatevene, ridateci le nostre case, i nostri orti, i nostri olivi, la nostra pace. A proposito di case, riesco a mantenere l’impegno preso con un mio amico palestinese di Hebron che vive a Rho. Con l’aiuto di un suo parente, trovo la sua vecchia casa di famiglia; è in alto sulle colline, domina tutta Hebron. Per questo motivo è stata occupata dall’esercito. Ovviamente la versione dei tre ragazzotti in divisa armati sino ai denti che mi impediscono di entrare è ben diversa: quella è una casa dove 120 anni fa viveva la moglie di un famoso rabbino; ora c’è una biblioteca, visitata dagli israeliani. Eppure da lì la famiglia del mio amico è stata cacciata nel 1948 e tuttora il mio amico ha la chiave di quella casa. Mi piacerebbe provarla sulla serratura! Vicino c’è un cimitero: c’è anche la tomba di Goldstein, ove si recano in pellegrinaggio altri pazzi come lui! Qui tutto è violenza, inganno, mistificazione. Come la storiella dello sgombero dei coloni. Avevo letto dell’intenzione di Olmert di espellere i coloni da Hebron. Pensavo i 500, certo non mi illudevo per Kiryat Arba. Invece scopro che devono essere sgombrate solo alcune famiglie che hanno occupato un’immobile recentemente. C’è una sentenza da fare eseguire. È tutto ridicolo. Anche qualche chilometro del muro è stato dichiarato illegittimo dalla “giustizia” israeliana. E le altre centinaia? E tutta Kiryat Arba? La strategia è raffinata: si accredita l’immagine di uno Stato democratico che fa rispettare le proprie leggi (quelle internazionali no, non esageriamo!) e a livello mediatico prima o poi vedremo in TV come a Gaza, come ad Amona, scene di “poveri disgraziati” costretti a forza a lasciare la “propria” casa. Ed ancora una volta i ruoli di vittime

Resonconto del XII viaggio di Gazzella

RELAZIONE DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA (12-24 luglio 2005) A tutti gli amici che sostengono un bambino palestinese attraverso il progetto Gazzella A distanza di tre mesi dal nostro ultimo viaggio nella Striscia di Gaza siamo tornati per visitare i bambini sostenuti attraverso il nostro progetto. Cerchiamo di mantenere fede al proposito di fare un viaggio ogni 3-4 mesi. E’ luglio e il caldo è soffocante. Al posto di blocco di Eretz passiamo i pesanti controlli e sottostiamo agli interrogatori fatti con tono aggressivo da soldati diciottenni, sullo scopo del nostro viaggio: quel giorno siamo gli unici che riusciamo ad entrare, alcune ragazze appartenenti ad una Ong straniera vengono tenute in attesa di una risposta per ore, per poi concedere loro un visto di un’ora soltanto, il che equivale a negarlo. E’ chiaro l’intento di impedire l’ingresso a qualsiasi organizzazione che abbia come fine il sostegno al popolo palestinese. Ripercorrere il chilometro che dista dal vecchio tunnel che introduce nel territorio di Gaza, con le videocamere che filmano tutto e tutti e le barriere e le porte di metallo che si aprono a comando, è sempre un’esperienza traumatica. A Gaza siamo attesi dai nostri amici dei Comitati di Soccorso medico palestinese (PMRC), che sono i nostri referenti ed anche nostri gentili ospiti ogni volta che raggiungiamo Gaza. Ci riceve Ilham, che si occupa del coordinamento del progetto Gazzella. A proposito del ‘disimpegno’ da Gaza, ovvero l’evacuazione di alcune colonie che dovrebbe iniziare il prossimo 17 agosto, i nostri amici sono scettici:  la cosa più probabile che si aspettano è che Gaza diventi una grande prigione a cielo aperto, una sorta di ‘campo di concentramento’ sempre controllata completamente dagli israeliani che continueranno comunque a stabilire a loro arbitrio chi ha diritto di entrata e chi no. D’altra parte i palestinesi non possono uscire né entrare già da tempo. Per un palestinese è assolutamente impossibile spostarsi fra la Cisgiordania e Gaza, anche se la famiglia è divisa. È difficile immaginare se e come la vita di tutti i giorni di un palestinese che abita nella striscia di Gaza migliorerà senza la presenza dei 7800 coloni. Durante questo viaggio abbiamo anche notato che c’erano pochissimi stranieri, meno delle volte precedenti. È diventato più difficile ottenere il permesso per entrare a Gaza le condizioni di sicurezza sono peggiorate. Siamo stati testimoni di un attacco israeliano con Apache 16 e purtroppo anche di scontri a fuoco fra militanti di Hamas e forze dell’Anp che dovevano impedire il lancio di missili contro gli insediamenti colonici. Il giorno successivo al nostro arrivo, assieme ad Ilham e con un altro volontario del PMRC che potesse fare da interprete e, cosa non semplice soprattutto nei campi profughi, riuscire a localizzare le diverse famiglie dei bambini adottati, abbiamo iniziato a muoverci per il nostro giro di visite; il nostro programma prevede di visitare 167 dei bambini che ricevono un sostegno da un adottante in Italia. Alcuni bambini non li abbiamo trovati: le famiglie avevano cambiato casa e non sempre i vicini sapevano esattamente dove si erano trasferite. Altri, considerato il periodo di vacanza e le scuole chiuse, erano da parenti, oppure ai campi estivi che – pur tra mille difficoltà – il PMRC riesce ad organizzare. A volte si dimentica che Gaza è sul mare, e proprio il mare a volte può essere fonte di altro dolore, come nel caso della famiglia di Qader, una bambina tredicenne che è nel nostro progetto, e che siamo andate a trovare. Qader era in Egitto per essere sottoposta alla quinta operazione (è stata ferita nel 2002 all’addome). Sua madre distrutta dal dolore ci ha raccontato che il mese scorso un fratello di 19 anni di Qader, appena diplomato, è annegato in mare. Ci hanno spiegato che sono tanti i bambini e ragazzini che annegano nel mare spesso agitato: non sanno nuotare, non ci sono bagnini, nessun controllo.  Per dieci giorni abbiamo visitato i bambini di Bayt Lahiya, Bayt Hanun, Jabaliya, Khan Yunis e Rafah, siamo stati nei campi profughi e nelle zone rurali. Quando possibile i nostri spostamenti avvenivano con l’ambulanza del PMRC che dovrebbe garantire un minimo di sicurezza dagli attacchi israeliani (ma non sempre è così), in certi casi, come a Bayt Lahiya, dove abbiamo incontrato 10 bambini e rispettive famiglie, ci siamo spostati senza macchina, a piedi, per cinque ore sotto il sole, a tratti con un trattore, o con un asino. Il nostro accompagnatore, quel giorno, è finito in ospedale per un colpo di sole. Noi ci siamo salvati grazie a provvidenziali cappelli avuti in prestito. La situazione a Gaza continua ad essere terribile. La popolazione (1.400.000 complessivamente) nei villaggi e soprattutto nei campi profughi è fittissima, cresce del 4% all’anno e si vede. Nei villaggi ci sono in media 25.000 persone per chilometro quadrato e nei campi profughi 50.000. I 7.800 coloni israeliani, vivono invece in meno di 600 per Km quadrato. La povertà è tremenda. La presenza israeliana è ovunque. Basta guardare gli insediamenti con intorno le torrette con i soldati con i mitra puntati contro abitanti e passanti. Nel cielo si sente il ronzio degli aerei senza pilota, non si vedono ma si sa che fotografano tutto e tutti. Si può assistere alla scena di una automobile carica di passeggeri che viene centrata da un razzo. Nei dodici giorni della nostra permanenza a  Gaza gli occupanti israeliani hanno ucciso in questo modo almeno sei persone, presunti “terroristi di Hamas”. Abbiamo anche assistito al funerale di 4 militanti di Hamas, che è stato molto sentito e partecipato dagli abitanti di Gaza. Un’altra angheria messa in atto con sottile crudeltà dagli occupanti (frequentemente, almeno due volte al mese) è quella di interrompere, scavando enormi buche con il bulldozer e rendere così impraticabile, l’unica strada che attraversa la striscia da nord al sud. Appena gli israeliani li autorizzano a ripercorrere la strada, i palestinesi la riparano prontamente, la strada è indispensabile per qualsiasi spostamento, soprattutto di lavoro. La disoccupazione, infatti, ha raggiunto l’80% Durante le nostre visite effettuate di mattina alle