Resoconto del IV viaggio di Gazzella in Palestina

Alle amiche e agli amici che hanno adottato a distanza un bambino palestinese ferito. Luglio 2002 Care amiche e cari amici, finalmente i ىvostri e nostriî bambini hanno ricevuto la visita di Gazzella assieme allيaiuto economico che ci avete inviato per loro e che per ben due volte non eravamo riusciti a portargli a causa dei blocchi israeliani. Grazie alla tenacia, alla capacit‎ e alla volont‎ di ferro di Agnese ٌ che i ىvecchi adottantiî conoscono dalle cronache precedenti ٌ e allيaiuto di Letizia, una ventiseienne ىreclutaî di Carrara che si ث dimostrata disponibile e infaticabile, sono state consegnate a domicilio (cioث nellيabitazione, non usiamo la parola ىcasaî perchب molte volte risulterebbe impropria) 331 buste con il denaro, mentre due buste sono state lasciate al Palestinian Medical Relief perchب le consegni a due bambini gravemente feriti segnalati allيultimo momento. Totale: 333 buste consegnate ad altrettante famiglie (in concreto le nostre due volontarie hanno ىtoccatoî 350 indirizzi ٌ si fa per dire, non essendoci nei campi nب nomi di strade nب numeri civici ٌ ma in diciassette di essi non erano rintracciabili i piccoli adottati perchب le recenti offensive israeliane hanno provocato spostamenti di famiglie, distruzioni di abitazioni, ecc.). Questo il resoconto un poي burocratico del viaggio a Gaza: ciascuno di voi ricever‎ successivamente ٌ ma dateci tempo almeno una ventina di giorni poichب il lavoro ث tanto e ci sono di mezzo le vacanze ٌ le notizie del ىsuoî adottato e la foto. Ed ora, come ث tradizione di ىGazzellaî, un poي di cronaca del viaggio per rendere sempre piک intensi i legami allيinterno della nostra rete e per fare partecipi del viaggio anche gli ىadottantiî (il nome ث brutto, ma non sappiamo trovarne uno migliore: accogliamo i vostri suggerimenti) che sono rimasti in Italia, molti dei quali ci hanno commosso perchب, saputo che si stava realizzando il viaggio a Gaza, ci hanno ripetutamente telefonato per avere notizie, fare auguri, rammaricarsi con noi quando le cose andavano storte ( e come leggerete qui di seguito, di ostacoli e di insuccessi ce ne sono stati, nonostante lيesito pieno della ىmissioneî). Una serie di difficolt‎, non ultima la situazione tesissima nei Territori occupati, ci aveva costretto a fissare la data dellيandata a Gaza verso la fine di giugno. Finalmente eravamo riusciti a formare ٌ sulla carta ٌ un bel gruppo di sette persone (tutti adottanti o volontari), sufficientemente numerosa per il grande lavoro ٌ 350 bambini da incontrare nella Striscia di Gaza. Allيultimo momento perع la nostra équipe si ث inaspettatamente assottigliata, sicchب a Gaza sono arrivate solo Agnese e Letizia. Chi ha rinunziato, scoraggiato dallيincertezza della situazione ٌ troppo insicure le entrate in Israele e a Gaza -, chi per ragioni di salute ٌ unيoperazione chirurgica, una storta a un ginocchio -, chi, infine, come Edoardo e Silvia, perchب respinti allيaeroporto Ben Gurion e trattenuti lد in condizioni assai spiacevoli per dodici ore (si ث chiarito poi che le autorit‎ israeliane non avevano accertato tempestivamente lيautenticit‎ delle nostre credenziali e ritenevano si trattasse di due manifestanti ىterroristiî di Action for Peaceض..). ىPerdutiî anche Edoardo e Silvia che cosد generosamente si erano prestati a dare una mano anche allيultimo momento. Abbiamo dovuto comunicare per telefono ad Agnese che nessuno sarebbe venuto a lavorare con lei e con Letizia. La risposta ث stata calmissima e serena: ىState tranquilli: io non mi muovo da qui finchب non sono andata da tutti i bambini della lista, fino allيultimo di loroض.î. E ha mantenuto la promessa, con lيaiuto di Letizia: per dieci lunghi giorni, nel caldo, nella polvere, fra uno sparo e lيaltro, un posto di blocco e lيaltro, da mattina a sera, famiglia per famiglia. Grazie a loro i vostri aiuti sono finalmente arrivati a destinazione. Care amiche e cari amici, abbiamo voluto darvi per prime le buone notizie. Cيث perع una notizia tragica, che forse molti di voi gi‎ conoscono perchب lيabbiamo subito comunicata ai giornali, alcuni dei quali (Il Manifesto, Liberazione) lيhanno pubblicata con risalto. Due ىnostriî e ىvostriî bambini, gi‎ adottati rispettivamente da una amica di Roma e da una coppia di Monza sono stati uccisi. Si chiamavano Murad e Fadi. Il primo abitava a Rafah e aveva 14 anni ed era stato ferito gravemente alla testa a gennaio, era in coma. I medici speravano di salvarlo ed era stato perciع incluso nella lista che il Medical Relief ci aveva inviato nei primi mesi invernali e subito adottato: invece si ث aggravato ed ث morto. Fadi aveva 10 anni ed abitava nel campo profughi di Khan Younis; era stato ferito allيanca e ancora non era in grado di camminare. Nel frattempo perع la casa dove abitava era stata rasa al suolo da un bulldozer israeliano e cosد la famiglia si era rifugiata in unيaltra abitazione, sempre nel campo profughi. Una notte, colpita da un missile israeliano, la nuova casa ha preso fuoco (forse era poco piک di una capanna di legno) e nel rogo sono morti i genitori e Fadi. Si ث salvato un fratellino, ma nessuno sa come rintracciarlo. Non facciamo nessun commento. I piccoli palestinesi uccisi dallيinizio della seconda Intifada, dicono le statistiche, sono 230, quelli israeliani 55. Sappiamo benissimo che ىGazzellaî ث solo una modestissima, piccola, artigianale rete di solidariet‎, sappiamo che per far cessare questo terribile gorgo di morte (non solo di bambini, ma di donne, vecchi, giovani, di civili inermi) ci vogliono ben altre forze, altro potere che non il nostro. Ma quando Agnese ci racconta lيaccoglienza delle famiglie dei piccoli feriti, come siano contente di sentire da unيitaliana parole di solidariet‎ e di pace (una pace giusta che rispetti indipendenza e libert‎), come sia importante per loro sentire che in un altro Paese ci sono persone che capiscono e condividono la loro lotta, che cercano, anche solo con un modesto aiuto economico, di essere solidali con loro, di partecipare al loro dolore, allora siamo orgogliosi della nostra e specialmente della vostra attivit‎ e siamo certi che insieme stiamo facendo la cosa giusta. Un saluto a

Resoconto del III viaggio di Gazzella in Palestina

Care amiche e cari amici che avete in adozione un/a bambino/a palestinese ferito/a, questa volta non ce l’abbiamo fatta. La violenza della guerra, l’occupazione armata e totale dei Territori, la ferrea chiusura di tutti i posti di blocco hanno fermato a Gerusalemme la nostra coraggiosa équipe partita da Roma il 27 marzo. Come è ormai tradizione di Gazzella, vi raccontiamo dettagliatamente il viaggio, sicché diventi patrimonio di tutti noi. Bloccati in Italia da problemi di salute e di lavoro Marisa e Sergio che avevano guidato i due primi viaggi a Gaza, si è provveduto a formare un nuovo gruppo: due “veterani” (Agnese, la professoressa di arabo, “vecchia” esperta di Palestina ed Edoardo, il giovane documentarista cui dobbiamo le foto che ci hanno permesso di produrre una bellissima mostra che abbiamo inaugurato nell’Incontro di Castiglioncello e che è ora a vostra disposizione) e due “reclute”: Giovanna, una maestra elementare di 48 anni, romana, già andata in Palestina durante la I° Intifada e Anna, un’archeologa trentenne di La Spezia. Tutti, ovviamente, “adottanti” che si sono offerti coraggiosamente ( altri, con molta sincerità, ci hanno detto di non essere disponibili finché il pericolo è così elevato) di portare i soldi ai bambini. Abbiamo ritenuto giusto di pagare con i soldi della cassa di Gazzella (quella costituita delle offerte al di fuori delle quote di adozione) le spese di viaggio di Agnese e Edoardo che si erano pagati autonomamente il viaggio di agosto, mentre Giovanna e Anna sono venute a spese loro. Come forse già sapete, avevamo già tentato, con un gruppo diverso, una prima partenza il 5 marzo, ma all’ultimo momento avevamo dovuto rinunciare perché da Gaza non ci era stato dato l’o.k. a causa della pericolosità della situazione locale. Tenacemente eravamo tornati alla carica, rinfrancati dal miglioramento della situazione in Palestina e dal benestare degli amici di Gaza. Eravamo del parere che Gazzella dovesse dare un segnale forte di solidarietà (Abu Khousa, il dirigente palestinese del Medical Relief di Gaza intervenuto al nostro Incontro di Castiglioncello, ci aveva in quell’occasione ripetuto quanto importante fosse politicamente la nostra presenza nei campi profughi) e contemporaneamente sentivamo la responsabilità di avere in banca ormai una somma consistente, mentre i bambini feriti avevano certamente bisogno sia dell’aiuto economico che delle nostre visite solidali nelle loro case. Così i nostri quattro amici si sono imbarcati su un volo Alitalia che, come al solito per risparmiare, aveva orari impossibili: partiti da Roma alle otto del mattino ( sveglia alle quattro!), i nostri sono arrivati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv alle 16, 30. Muniti ( del tutto legalmente) di 25.000 euro, di complicate liste di nominativi di bambini feriti e di un pignolo foglio di istruzioni, frutto delle nostre precedenti esperienze, i quattro si sono presentati al posto di controllo passaporti israeliano. Ora si dà il caso che il primo punto delle istruzioni spiegava che l’entrata in Israele era sempre stata senza problemi e si prevedeva perciò un passaggio di frontiera rapido e liscio come l’olio. Per la stessa ragione, Agnese è stata subito bloccata e poco dopo anche Edoardo, Anna e Giovanna. Senza scendere nei dettagli, vi basti sapere che sono stati privati del bagaglio – che è stato minuziosamente verificato, dal dentifricio ai calzini -, dei biglietti aerei, del telefonino e di tutto quanto avevano con sé ( ad alcuni di loro si è cercato anche di impedire di andare al bagno) e sono stati trattenuti su delle panche per oltre quattro ore: nessuno ha dato mai risposta alle loro richieste di sapere i motivi del fermo. Poiché, poco prima del ritiro del telefonino, avevano fatto a tempo a segnalare a noi a Roma la loro situazione, da Roma abbiamo chiesto ed ottenuto l’intervento del Consolato italiano di Tel Aviv. Dopo più di quattro ore di fermo, del tutto sereni e padroni di sé, stanchissimi e profondamente colpiti dall’aggressività e dalla violenza verbale degli agenti – tutti molto giovani- dei servizi di sicurezza e della polizia di frontiera, Agnese, Anna, Giovanna ed Edoardo hanno finalmente potuto lasciare l’aeroporto e prendere l’auto per Gerusalemme. Cosa gli israeliani cercassero, cosa veramente volessero, i nostri quattro se lo sono chiesto allora e se lo chiedono ancora oggi: il loro arrivo precedeva di parecchie ore quello dei pacifisti e niente indicava che lo scopo del loro viaggio fosse diverso da quello che avevano dichiarato: visitare le famiglie dei bambini adottati in Italia e portare loro qualche possibile aiuto. Né le somme di denaro che avevano con sé, pur consistenti, avevano interessato i servizi di sicurezze e di polizia. Forse, c’è stato, nel fermo, un intento intimidatorio? O, forse, e questa è sembrata a noi tutti l’ipotesi più plausibile, l’attentato di Nethanya coi suoi oltre venti morti, avvenuto durante il volo Roma-Tel Aviv, ha fatto scattare un allarme eccezionale, dato che l’attentato veniva dopo un abbastanza lungo periodo di quiete? Comunque, finalmente verso le dieci di sera, i nostri quattro amici hanno raggiunto l’albergo di Gerusalemme. Della permanenza di cinque giorni passati purtroppo tutti a Gerusalemme, i nostri amici ci hanno fatto un racconto sintetico. Essi si sono fin dal primo momento concentrati su due obiettivi: il primo, prioritario, cercare tutte le vie per raggiungere Gaza, il cui check point era però totalmente chiuso, tenendosi in contatto telefonico costante con i compagni del Medical Relief che, essendo sul posto, avevano momento per momento il polso della situazione. Il secondo era entrare in contatto con i pacifisti di Action for Peace per partecipare nei limiti del possibile ad almeno alcune delle loro iniziative e portare loro la solidarietà di Gazzella. Così i nostri hanno preso contatto col Medical Relief della Città Santa e con l’UNRWA, hanno avuto con loro incontri ricchi di informazioni sulla situazione dell’infanzia, facendo a loro volta conoscere l’iniziativa di Gazzella ed hanno partecipato ad assemblee, riunioni e manifestazioni dei pacifisti. Hanno avuto inoltre un incontro, interessantissimo e umanamente molto coinvolgente e commovente, con la dirigente di un’associazione palestinese che si occupa dei minori detenuti nelle carceri israeliane

Resoconto osservatore Action for Peace

I muri del pianto. Siamo qui, sono qui, che nulla mi autorizza a parlare in nome di altri, a testimoniare. a testimoniare quanto atroce e profetica sia una affermazione di franz kafka, uno scrittore e un ebreo, ‘l’evoluzione umana è una crescita della potenza di morte’. noi, io, abbiamo visto la potenza di morte dispiegarsi contro bambini, donne, civili, contro ogni umano diritto. noi siamo qui a testimoniare quanto dense e intense, sei pietre scagliate contro la coscienza molle dell’europa e del mondo, siano le parole scritte dall’osservatore romano il 3 aprile scorso, a nome dell’unica autorità morale dell’occidente: ‘la terra del risorto è profanata vittima di una aggressione che si fa sterminio’. noi, io, possiamo testimoniare la profanazione, l’aggressione, una aggressione che si fa sterminio. siamo qui a testimoniare la straordinaria forza morale del popolo palestinese, dei bambini, dei ragazzi, dei giovani, degli uomini e delle donne. due giovani palestinesi, a rischio della loro vita, ci hanno riportato a piedi da ramallah a gerusalemme. ma siamo qui anche per condividere con voi qualche tentativo di riflessione. siamo in guerra, una guerra mondiale. l’escalation militare in palestina non è altro che il secondo atto della guerra che gli stati uniti hanno iniziato dopo l’11 settembre. il prossimo atto sarà l’iraq, uno degli stati definiti canaglia da un gentleman che abita la casa bianca. dovrebbero prenderne coscienza anche gli sciagurati che hanno votato, quasi alla unanimità, la grottesca partecipazione italiana inafghanistan, ‘bisogna esserci per contare’, ha spiegato qualcuno. secondo chalmers johnson, professore americano della università di berkeley, direttore del japan policy research institute e autore del saggio ‘gli ultimi giorni dell’impero americano’, esiste però anche una superpotenza canaglia, il suo paese. è facile, e difficile allo stesso tempo, perché le certezze sono sempre maligne, prevedere che il rallentamento, che è solo apparente, dell’escalation militare in palestina, ha lo scopo di evitare che i paesi arabi si defilino dall’appoggio necessario agli americani per attaccare l’iraq. dopo l’iraq o durante l’iraq il governo israeliano potrà tentare la soluzione finale in palestina. la soluzione finale in palestina si chiama palestinianfrei, è scritto nei programmi del governo israeliano. una seconda riflessione: perché tutto questo è accaduto e accade? perché come ci ha fatto osservare il primario anestesista del new trauma center di ramallah le due guerre mondiali sono durate 5 anni e questa guerra dura da più di 50 anni? la guerra secondo franco fornari, autore del saggio ‘psicanalisi della guerra’, è una elaborazione paranoica di un lutto. il lutto indicibile dell’olocausto è elaborato dal popolo israeliano in modo paranoico e paranoide. potrebbe esserci un’altra via? l’altra via è quella percorsa dalla minoranza dei pacifisti e di tutti coloro che si oppongono alla politica del governo israeliano. è la via che percorrono i soldati israeliani che hanno detto no. è la via suggerita dai francescani con il loro rifiuto di dichiararsi ostaggi dei palestinesi. è la via scelta dal sacerdote che al check point tra bethlehem e gerusalem il 31 dicembre 2001 davanti ai centurioni che avevano bloccato la marcia interreligiosa ha letto il sermone della montagna: ‘beati i poveri di spirito …beati i pacifici …beati i perseguitati …’ è la strada di nurit peled, premio sakharov per la pace, che ha visto morire in un attacco di hamas la figlia di 14 anni. ‘a gerusalemme, speranza e umanità stanno morendo.israele sta diventando un cimitero di bambini e il cimitero cresce di minuto in minuto, come un regno sotterraneo che cresce sotto i nostri piedi e trasforma in un deserto tutto quanto ci circonda…. vi prego, aiutate le madri ad avere il sopravvento e a salvare i figli.’l’olocausto chiede a tutti noi, scrive tom segev, un israeliano, nel libro il settimo milione, di tutelare la democrazia, combattere il razzismo e difendere i diritti umani. l’olocausto conferma e rafforza, prosegue, la legge israeliana che impone ad ogni soldato di non obbedire a un ordine palesemente illegittimo. ‘è questo il compito del settimo milione’, conclude. in modo retorico e ingiurioso è stato chiesto a noi, osservatori internazionali, definiti ‘pacifisti’, virgolette in una qualche misura sprezzanti, è stato chiesto da vili, cinici e immorali servitori sui media di ogni causa ingiusta, se abbiamo condiviso con gli israeliani l’incubo degli attacchi suicidi. per quel poco, anzi pochissimo, anzi nulla, che abbiamo potuto, abbiamo fatto anche questo. siamo anche saliti sugli autobus israeliani, come ci ha interrogato un editorialista del corriere della sera, siamo anche entrati nei supermercati, abbiamo anche cenato in ristoranti di israele. il 30 dicembre 2001 durante la missione precedente in cinque in unagiornata abbiamo preso tre autobus per andare a neve shalom, un luogo, in israele, in cui palestinesi e israeliani tentano di costruire, elaborando in modo non paranoico il lutto e lavorando sul futuro, le condizioni per una pace duratura. abbiamo camminato da soli o in gruppo per le vie di gerusalemme ovest nei luoghi insanguinati dagli attacchi suicidi. ci siamo interposti a ramallah tra i soldati e i tanks israeliani, che impedivano l’ingresso delle ambulanze nel cortile di un ospedale, e i medici e gli infermieri palestinesi che all’arrivo di due cadaveri straziati e insanguinati si stavano per lanciare addosso ai soldati israeliani. il 29 marzo a paris square eravamo con le donne in nero quando sono passate auto della polizia e ambulanze che accorrevano in un supermercato non lontano dove una giovane palestinese si era uccisa e aveva ucciso. un secondo supermercato era davanti a noi. uno dei coordinatori della delegazione action for peace, su richiesta dei medici del new trauma center, è uscito a cercare di raccogliere il cadavere di una donna palestinese uccisa da un cecchino. il cecchino ha sparato anche a lui. qualcuno di noi, i più coraggiosi, roberto giudici, si sono anche interposti contro la forma più vile e disumana di terrore.abbiamo pianto per le vittime, per tutte le vittime di questa indicibile tragedia, abbiamo pianto di fronte ai muri infiniti che impediscono ogni percorso alla speranza. il nostro pianto, merita rispetto. la sofferenza che ho visto nei volti degli oltre 250 giovani e giovanissimi che con noi, molto più anziani, hanno condiviso questa drammatica esperienza, merita ammirazione. noi possiamo, dobbiamo, tutti, essere vicini al popolo palestinese e al popolo israeliano. credenti insieme ai non credenti. con la preghiera e il pianto. alfredo tradardi osservatore internazionale di action for peace mercenasco (ivrea), 9 aprile 2002 bibliografia 1. franco fornari, psicoanalisi della guerra, feltrinelli 1967 2. tom segev, il settimo milione – come l’olocausto ha segnato la storia di israele, scie mondadori 2001 3. zygmunt bauman, modernità e olocausto, il mulino 1992 4. edward said, la questione palestinese – la tragedia di essere vittime delle vittime, gamberetti 2001 5. chalmers johnson, gli ultimi giorni dell’impero americano, garzanti 2001

Sei giorni di attesa a Gerusalemme

SEI GIORNI DI ATTESA di Marina Rossanda 7 aprile 2002 La mia ultima visita a Gerusalemme, forse la quindicesima o giù di li’, è stata anche la più angosciosa. La speranza era di vedere la nostra Gazzella e la sua famiglia nel villaggio dove vivono vicino a Hebron, di parlare con gli interessati locali di un possibile progetto di supporto informatico per i non vedenti, certo da rinviare nella realizzazione a tempi migliori, ma che intanto era possibile preparare, infine di fare un’altra visita a Gaza e a Ramallah, forse a Gerico. Partita gli ultimi di marzo speravo che almeno una parte del programma potesse realizzarsi. Invece le sole cose efficaci e fattibili – ma io non avevo al momento energie sufficienti per parteciparvi – erano i tentativi di “interposizione”. Sono stati atti bellissimi, che – al di là dei successi concreti hanno avuto uno straordinario valore di testimonianza. E’ sicuro che hanno contribuito alla mobilitazione Europea rinforzando la campagna che la nostra Luisa Morgantini fa da mesi, con una bravura, un coraggio e una costanza . e – vorrei aggiungere – uno stile istituzionale sempre migliore. Brava, brava, brava. E con lei tutti gli altri ragazzi e meno giovani che pure avevano certamente realizzato che l’atmosfera era molto aspra e che tra i soldati in azione per Israele e presenti ai posti di blocco e in azione – alcuni erano estremamente tesi, addirittura esaltati e quindi pericolosi. Altri meno aggressivi, ma chiaramente obbedivano a ordini duri. Non si spiegherebbero se no i tanti atti disumani come impedire l’accesso ai feriti e l’allontanamento dei morti. Restando a Gerusalemme in attesa di riallacciare i miei contatti ho avuto un terribile senso di oppressione: la città a Est era grigia, semichiusa prima per feste religiose poi per scioperi silenziosi, la sua consueta cordialità non era sparita ma molto appannata. Sembrava , oltre che triste, perfino meno bella. Contribuiva al grigiore il tempo, umido, freddo e ventoso, e il pensiero di quanto ciò aumentasse le sofferenze di quanti erano privati di casa, strade e mezzi di trasporto nelle aree chiuse. Le stesse immagini viste sulle reti TV arabe o sulla BBC erano come dei flash abbastanza lunghi da lasciare la bocca amara, abbastanza brevi da moltiplicare le domande che martellavano nella testa. Dopo aver parlato con le poche persone che ho trovato – dopo innumerevoli telefonate con Rita, un’amica “reclusa” a Ramallah, partiti gli amici del gruppo che doveva compiere la missione a Gaza per Gazzella e ha dovuto rinviare, ho finito per tornare con qualche giorno di anticipo. Forse una sola cosa utile ho fatto a parte la presenza fisica che i Palestinesi apprezzano comunque per lo spirito solidale che contribuisce alla loro resistenza: ho chiarito che secondo gli esperti locali di sanità portare farmaci dall’Italia non servirebbe – a meno di stabilire meticolosamente con le loro organizzazione sanitarie – ora pressoché inaccessibili, la liste delle cose difficili da trovare. In effetti l’industria locale produce gran parte dei farmaci e dei materiali di medicazioni necessari, ma il problema sono i blocchi che ne impediscono l’invio proprio dove servono. In altri momenti le grosse donazioni di farmaci sono state addirittura una calamità facendo la concorrenza all’industria locale! Chi legge queste righe perciò, se vuole credermi non si affanni a raccogliere farmaci a meno di poter stabilire come arriveranno a destinazione dove servono, cosa al momento considerata impossibile, ma usi altrimenti le sue energie in favore della popolazione. Collabori con i gruppi attivi e in contatto con la popolazione, diffonda l’informazione vera Che nonostante un certo miglioramento ancora manda deformazioni: per dire l’ultima al GR3 del 7 aprile il corrispondente da Betlemme ha fatto diventare palestinese il cecchino israeliano che, come tutte le altri fonti hanno detto , aveva sparato al religioso francescano , per fortuna mancandolo (o ,mi chiedo, era una intimidazione ?) Ora non desidero altro che tornare laggiù . non riesco a credere che sarà consentito a Sharon di fare tutto, proprio tutto quello che vuole.

Resoconto del II viaggio di Gazzella in Palestina

Roma, ottobre 2001 A tutte le persone, le famiglie, le classi, le scuole, i gruppi di azienda che hanno “adottato” un/a bambino/a palestinese ferito/a, attraverso la Rete “Per Gazzella“ Care amiche e cari amici, siamo ancora, come certamente voi tutti, sotto la forte emozione della tragedia dell’11 settembre, ma abbiamo deciso di non tardare oltre a scrivervi, perche’ è gia’ molto il ritardo che si e’accumulato nell’inviarvi, come ci eravamo impegnati, il resoconto del nostro secondo viaggio a Gaza. La maggiore difficolta’ sta nello scegliere l’essenziale fra le decine e decine di cose che vorremmo dirvi e che, lasciate libere di passare dalla nostra testa ( e dal nostro cuore) al computer, riempirebbero pagine e pagine di una lettera- fiume, che conterrebbe dalla descrizione del paesaggio estivo di Gaza al racconto di ciò che ci hanno detto le cento e piu’ famiglie che abbiamo visitato, alle informazioni sul punto a cui è quella che fra noi chiamiamo la ” Rete per Gazzella” , ai propositi che abbiamo per il suo futuro sviluppo, alle storie dei bambini che piu’ ci hanno colpito, al resoconto minuzioso della parte economica (due delle tre persone che sono andate a Gaza lo hanno fatto pagando tutto di tasca propria e la terza- il giovane documentarista- ha offerto gratuitamente la sua opera e si è fatto rimborsare solo le spese del biglietto aereo) e così via. Una lettera- fiume però, oltre ad obiettive difficolta’ postali, sicuramente vi annoierebbe e rischierebbe di essere cestinata. Conterremo perciò questa lettera in una lunghezza accettabile e la limiteremo alla cronaca della consegna dei “vostri” soldi ai “vostri” bambini. Se vi interessa sapere di piu’, fatecelo sapere e vi faremo avere o la fotocopia degli articoli che Marisa ha scritto di ritorno dal viaggio e il resoconto scritto da Agnese o risponderemo volentieri a domande, osservazioni, dubbi sul nostro operato; per quanto invece riguarda lo sviluppo e la crescita della “Rete per Gazzella” fra due o tre settimane vi manderemo un documento informativo dettagliato. Il nostro viaggio è cominciato il 31 luglio e siamo tornati a Roma il 10 agosto. A luglio non eravamo potuti partire perche’ i nostri partners palestinesi ( il Palestinian Medical Relief) non avevano forze sufficienti da metterci a disposizione. Siamo stati un po’ dubbiosi perche’ agosto era un momento pessimo per andare giù, specialmente per il caldo, ma poi ha prevalso il senso del dovere e abbiamo pensato che non era giusto che noi ce ne andassimo in vacanza lasciando i soldi in banca mentre i ragazzini palestinesi certamente avevano urgenza di averli. Il periodo e la situazione locale ( quasi ogni giorno Gaza era bombardata) hanno però provocato inattese difficolta’ per formare la squadretta disponibile. Chi sarebbe venuto volentieri ma doveva portare in vacanza la famiglia, chi francamente ci ha confessato di aver paura, chi non era più tanto sicuro del proprio inglese, chi non aveva i soldi sufficienti per pagarsi le spese del viaggio, chi, desideroso e pronto a venire con noi, non ci dava affidamento di quella robustezza fisica che ormai l’esperienza ci dice indispensabile per un lavoro così massacrante. Cocciutamente non abbiamo mollato e alla fine si e’formata una squadretta quanto mai improbabile, composta da due “signore” un po’..attempate ( Marisa, 76 anni, Agnese superati i sessanta), e un giovane fotografo e documentarista ( Edoardo 28 anni.). Due di noi si conoscevano gia’ da tempo, ma il “trio” era del tutto inedito e la formazione ha avuto il suo “battesimo” solo al momento della partenza, all’aeroporto di Fiumicino: nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita della nostra amalgama. Che invece e’ risultata “sul terreno”( cioe’ alla prova dei fatti, fatiche notevolissime e pericoli potenziali) pressoche’ perfetta: abbiamo lavorato ( e spesso anche rischiato) senza ombra di cedimenti e di nervosismi, siamo andati d’accordo fra di noi e coi palestinesi, abbiamo sgobbato al massimo, ma abbiamo consegnato 110 buste con 500 shekel ciascuna nelle mani di altrettante famiglie, con ognuna delle quali abbiamo parlato portando la nostra solidarieta’ e la “vostra” amicizia concreta, facendo anche, ogni volta che e’ stato possibile, la foto dell’”adottato”. (Edoardo ha anche girato parecchio materiale che speriamo dia luogo a un “corto” da proiettare almeno nelle nostre iniziative) Senza dubbio ci giudicherete poco modesti, ma possiamo assicurarvi che siamo soddisfatti e convinti di avere fatto tutto ciò che dovevamo. Cerchiamo ora di riassumervi i punti che pensiamo vi interessino di piu’: ***I compagni palestinesi del Medical Relief avevano compilato la lista coi 120 nomi dei bambini che noi qui avevamo gia’ dato in affidamento ( seguendo a nostra volta gli elenchi che per e-mail il Medical Relief ci aveva mandato). Le localita’ erano Jabalia, (campo profughi a nord di Gaza City), Khan Younis, Rafah. Di questi 120 bambini, sessanta li avevano gia’ visitati a marzo Marisa e Sergio che gli avevano consegnato la prima tranche delle vostre mensilita’. (400 shekel, pari circa a 220.000 lire). Gli altri sessanta erano nuovi affidamenti a cui dare per la prima volta una prima tranche. Abbiamo calcolato che sarebbe stato opportuno preparare 120 buste con 500 shekel ciascuna (pari cioe’ a circa 275/280.000 lire , equivalenti a un buon salario mensile di lavoratore qualificato). ***Seguendo gli elenchi, i nostri accompagnatori ( tenete presente che nei campi non ci sono strade ma viottoli e che anche nelle abitazioni fuori dei campi non ci sono ne’ numeri civici ne’ nomi delle vie) raggiungevano con noi- noi tre di Gazzella ci siamo divisi in due gruppi- le singole famiglie, lasciando il pulmino a una certa distanza e procedendo a piedi. Era evidente che nessuno ci aspettava sicche’ spesso dovevamo attendere un po’ fuori della porta perche’ la famiglia potesse accoglierci ( le donne in genere dentro casa non portano il velo, per esempio). In ogni casa chiacchieravamo con i genitori e col bambino, constatavamo lo stato della ferita, cercavamo di esprimergli al meglio i nostri ( e i vostri) sentimenti in modo che la nostra apparisse sì una forma di solidarieta’ umana ma anche un gesto di amicizia e di

Viaggio a Gaza

Arrivati all’aeroporto di Tel Aviv, ai due lati del percorso di uscita dove si attende l’arrivo dei passeggeri, si vedono come due grandi corsi d’acqua incanalati in vasche rettangolari, disseminate da fontanelle zampillanti. Più che una sensazione di fresco avverto come un pugno nello stomaco pensando al popolo palestinese derubato delle sue risorse idriche. Il 2 agosto, dopo una sosta a Gerusalemme in attesa di un’autorizzazione per entrare a Gaza, in tre: Marisa, Edoardo ed io del Progetto “Gazzella”, prendiamo un taxi (targa gialla), di quelli circolanti in Israele e a Gerusalemme, e in un’ora e mezza circa arriviamo ad Erez, confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Superato il controllo dell’Autorità israeliana, a 500 metri di distanza, troviamo quello dell’Autorità palestinese che dopo aver controllato i nostri passaporti ci da il “benvenuto” e ci offre un bicchiere d’acqua fresca. Prendiamo un secondo taxi (targa verde stavolta), per Gaza e Territori occupati con l’esclusione di Gerusalemme Est, arbitrariamente annessa da Israele entro i suoi confini , dopo la guerra del 1967. In poco più di un quarto d’ora siamo in Gaza città (400.000 abitanti), dove ha sede il Medical Relief Committees di cui siamo ospiti. Con due dei loro pulmini, ci accompagnano presso le 120 famiglie dei bambini feriti, già assegnati in affidamento a distanza ad altrettante famiglie italiane, aderenti al Progetto “Gazzella”. Inizia così una tre giorni d’intenso lavoro per i campi di Jabalya, Khan Yunis, Rafah e loro frazioni, attenendoci anche noi al regime di un solo pasto al giorno, come la popolazione locale è da tempo costrette a fare. Percorriamo da Nord a Sud l’intera Striscia di Gaza (1.500.000 abitanti) per raggiungere le numerose casupole sparse in zone più o meno desertiche e lungo le linee di confine tracciate dall’Autorità israeliana, dove gli scontri tra popolazione ed esercito occupante sono quasi quotidiani. Il 1° giorno andiamo a Jabalia , a Nord di Gaza. L’autoradio sempre accesa, con notizie e canti malinconici in lingua araba, ci accompagna lungo la strada asfaltata, spesso costeggiata da cumuli di sabbia, traccia palese degli alberi sradicati dagli occupanti. A tratti incontriamo baracche intercalate da imponenti costruzioni e macchine che si alternano con carrette trainate da asini. A Jabalya veniamo accolti, oltre che dal personale di zona del Medical Relief, anche da una folla di bambini scorrazzanti per le strade polverose sulle cui mura campeggiano le immagini dipinte dei loro compagni martiri. AJabalya, come a Bait Lahia e a Bait Hanun, andiamo a trovare nelle proprie case i bambini feriti. Due di noi con l’autista e l’interprete ed io accompagnata dal Direttore del C.B.R “Community Based Rehabilitation” che descrive il territorio di Jabalya come segue: 100.000 abitanti di cui 1400 disabili, un solo club per la gioventù, dove i ragazzi si incontrano, si raccontano e solidarizzano fra loro sostenendosi l’un l’altro nella difficile condizione di vita loro imposta dall’occupante israeliano. La gente vive di espedienti, il 70% della forza lavoro, prima impiegata da Israele è da 8 mesi ormai disoccupata essendo stata sostituita da operai Rumeni. Nuha, l’assistente sociale che cura il Programma di Riabilitazione dei giovani nel campo di Beit Hanun (27.000 abitanti), zona agricola, sottolinea come la famiglia numerosa sia funzionale a questo tipo di economia, bisognosa di braccia per lavorare la terra. Si sofferma poi su alcuni problemi come, i matrimoni celebrati in età molto giovane e tra parenti, la donna non percepita dall’uomo nel suo giusto valore e perciò discriminata. E’a lei, che consegniamo ogni volta la busta con il contributo della famiglia italiana, per i bisogni più immediati del ragazzo ferito e della famiglia. L’accoglienza è semplice, ma cordiale e man mano che ci addentriamo nei motivi della nostra visita ci parlano della loro solitudine, dei sacrifici da affrontare per arrivare a sopravvivere alle restrizioni imposte da Israele e, in fine, della necessità di far conoscere al mondo la realtà in cui vivono perché non siano lasciati soli. Il 2° giorno andiamo a Khan Yunis, cittadina fondata dai Turchi dei quali rimane ancora una fortezza. La sua popolazione si è quasi raddoppiata in 13 anni, passando da 70 a 120.000 abitanti. Prima di entrare in città, ci fermiamo al crocevia di Abu Kuli in attesa che i soldati israeliani ci permettano di proseguire. Dalla loro torre di osservazione, azionano il semaforo verde o rosso a loro discrezione senza essere visti, pronti a sparare, afferma il nostro autista, su chiunque osi scendere dalla macchina. A conferma di questo c’è il vicino “Crocevia dei Martiri” con poche case palestinesi, tra blocchi di cemento e montagne di sabbia. Khan Yunis si trova a Sud della Striscia di Gaza, vicino alla costa del Mediterraneo. Il punto di confine verso il mare, tracciato da Israele, è denominato Hajz At-Tuffah. E’ qui che la maggior parte dei bambini di Khan Yunis, Bani Suhaila, Khaza’ah, Na’ymah e Ma’an, sono stati feriti per lo più alla testa e al petto, ma anche alle mani, all’addome, al pelvi e alle gambe. Tutt’intorno palazzi ridotti allo scheletro e cumuli di macerie, mentre i bambini giocano davanti alle tende piantate nello spazio lasciato dalle case distrutte. Ad ogni lancio di missile dei soldati israeliani, appostati a poche centinaia di metri, e ad ogni funerale di un loro martire, i bambini manifestano sfidando il divieto dell’occupante del quale diventano facile bersaglio. Quella presenza armata, minacciosa per la popolazione locale, è lì a protezione di alcune famiglie ebree insediatesi lungo il litorale. A poca distanza, vediamo immagini dipinte sui muri di ragazzi uccisi da Israele su quel confine creato ad arte per rendere la vita impossibile a chi vi abita. Attorno ai giovani martiri, bandiere palestinesi dipinte a tinte forti e le solite scritte coreografiche in lingua araba: “Palestina libera con Gerusalemme capitale! Intifada fino alla vittoria !”. Ismail, che mi fa d’autista e d’accompagnatore, parla con passione del suo lavoro in collaborazione coi Medici senza Frontiere (greci e francesi) nel Programma di Riabilitazione dei giovani. Sottolinea la difficoltà nell’assistenza soprattutto a quelle famiglie che vivono nella striscia di terra tra le postazioni militari e le case dei coloni. Striscia che nel piano di Oslo doveva far parte d’Israele per cui resta completamente isolata. L’autorizzazione al personale del Medical Relief di

Ritorno in Palestina

di Marina Rossanda Tornando in Palestina dopo alcuni anni di assenza, nel novembre 2000, secondo mese della nuova Intifada, ero rimasta colpita dalla contraddizione tra l’evidenza della cessata occupazione nelle aree di amministrazione palestinese e il deterioramento delle condizioni di vita. Se a Ramallah era chiara la presenza di istituzioni e organizzazioni della vità civile e politica palestinese, se a Gaza erano sorti numerosi alberghi, mercati e negozi e la spiaggia era vivace e frequentata, se vi era stata un’esplosione edilizia nella striscia – non solo in città – si vedevano però anche segni di grande povertà – ad esempio mendicantibambini trascurati e mal nutriti come non era consueto vedere nemmeno nelle misere ma dignitose baracche dei campi di rifugiati. Alcuni di questi avevano cambiato aspetto, la famosa barriera di rete metallica di Deheishe era caduta – altre però erano rimaste dove i campi, ancora all inizio della loro trasformazione in villaggi, rasentavano la rete stradale israeliana cresciuta a dismisura insieme alle colonie in espansione. Ma specialmente ero impressionata dalla progressiva distruzione del territorio nelle zone dì contatto tra le aree palestinesi e le colonie, quelle di Gaza che ormai non ci dovrebbero più essere in base a tutti gli accordi, e le altre, come quelle illegalmente annesse nei dintorni di Gerusalemme: Gilo è il tipico esempio. Anche verso Ramallah, tutt’intorno a Qalandya e ad Al-Ram, c’erano montagne e solchi di terra rossa e sassi, tra i quali arrancavano in modo precario le macchine private e i taxi collettivi cercando di aggirare le infinite code al posto di blocco, che è anche scenario di tragedie quotidiane.Nablus e Jenin erano praticamente inaccessibili, per Gaza c’era un filtro come nemmeno durante l’occupazione, e a Hebron la desertificazione colpiva strade ed aree ridotte a terra di nessuno intorno alle zone palestinesi; le zone a controllo misto erano praticamente occupate, con coprifuoco lunghissimi o di durata arbitraria. Le vie di comunicazione per i palestinesi erano chiuse o trasformate in percorsi a ostacoli.Era palpabile la quotidiana minaccia, che, a ritmi imprevedibili, negava ai bambini la scuola e ai malati la possibilità di curarsi, a tutti l’elementare diritto di camminare sicuri in strada, o anche di rispondere altelefono nella propria casa se la stanza col telefono era esposta al tiro dei cannoni israeliani.Descrivendo queste impressioni per la Rivista del Manifesto (n.13 del gennaio 2001) terminavo con l’evidenza dell’esasperazione palestinese, al limite dello scontro ancora più sanguinoso, ancora in parte controllato, ma, concludevo, ‘domani chissà”. Il domani è noto: nell’agosto 2001 vidi aumentate la precarietà, le reciproche uccisioni, le azioni militari da una parte; dall’altra si facevano più frequenti gli attacchi suicidi e le imboscate. Da Israele e dalle colonie partivano raid che si lasciavano alle spalle morti e feriti, anche civili e bambini, macerie di case bombardate o spianate al bulldozer, campi e uliveti distrutti. L’aggressione, in risposta alla povera ma tenace rivolta palestinese, giungeva con missili portati da elicotteri ed aerei al centro delle zone ‘autonome”, la periferia era soggetta a incursioni e mitragliamento dai mezzi blindati. Le uccisioni mirate da parte di commandos, vere ‘esecuzioni extragiudiziali”, erano sempre più frequenti. E si sapeva degli arresti e delle condanne da parte palestinese di sospetti collaborazionisti. Tutto ciò a sussulti, diluiti in una vita quotidiana solo apparentemente normale. Primi giorni. Con Sancia Gaetani arrivammo un giovedì; errore, dopo i primi contatti, dovemmo aspettare i tre giorni del lungo week-end imposto a Gerusalemme dalle tre religioni, per stabilire il programma delle visite a Hebron e Gaza; anche perché i nostri telefoni cellulari sembravano riflettere l’imprevedibilità della situazione, e ci sentivamo isolate. Ramallah, prima meta, non era consigliabile il venerdì (specie il primo venerdì dopo la strage di Nablus>, allora decidemmo di guardare le moschee di Gerusalemme dal Monte degli Ulivi. Arrivammo dalle partì dell’ospedale Augusta Victoria in un tassi preso al volo dalle parti dell’Hotel King David, dove abitavamo nella casa vuota di un professore israeliano amico (nostro e dei palestinesi); il tassista israeliano ci prese perché il lavoro era poco, ma cercò di spaventarci, mostrando l’imponente schieramento di polizia tutt’intorno alla zona delle moschee. In verità era tranquillizzante il rigido divieto di accesso per tutti anche al Muro del pianto e al cimitero ebraico ricostituito dopo l’occupazione alle falde del Monte degli Ulivi. Il tassista ci aveva detto, più scuro che trionfante: o Israele riesce a diventare la potenza dominante in Medio Oriente o ci sarà un enorme spargimento di sangue. All’ospedale Augusta Victoria cercò di convincerci a rifugiarci là. Ci facemmo invece lasciare alla grande chiesa cristiana, peraltro brevemente aperta solo per noi, e poi ci dirigemmo verso il villaggio palestinese sulla cresta , tutto chiuso, negozi, bar e albergo, e oltre, fino all’ex hotel Seven Arches con la sua terrazza panoramica. Il cammello bardato in servizio turistico, vecchia conoscenza, si riposava seduto. Saremo stati una dozzina tra uomini palestinesi e gente in visita, divisi tra coloro che cuocevano felicemente al sole ardente del mezzogiorno d’agosto e quelli che si accucciavano, come me, nel cono d’ombra degli alberelli. Nel silenzio totale si levava dalla moschea al–Aqsa la preghiera musulmana. Lo spiazzo delle moschee era vuoto , come la valle del Kidron che da quello ci divideva. Vuoto e silenzio, vibranti della voce amplificata del celebrante, nella quale percepivo toni drammatici, divennero sempre più tesi per tre quarti d’ora, fino alla fine della cerimonia; poi la folla degli ammessi, solo anziani, solo residenti a Gerusalemme ,usci per un percorso inconsueto sotto la vigilanza della polizia israeliana, che comunque non tralasciò di arrestare, come apprendemmo poi, alcuni sanitari volontari, in attesa in caso di guai. Sulla terrazza comparvero macchine e venditori di immagini della città e noi fummo catturate da un tassista arabo.Il resto del week-end fu dedicato al suk della città vecchia, a vedere un’amica cooperante e un’altra serie di amici convergentì al ristorante arabo in voga. Vi fu solo una breve scappata a el–Bireh, per acquisti di ricami e un postumo omaggio a Samiha Khaleel nella sua Fondazione Tn’ash el usra , poi la visita a due amiche nei loro uffici di organizzazioni di donne situati esattamente

A che punto è “Per Gazzella”

Come ci eravamo impegnati a fare, abbiamo portato e consegnato di persona ai ragazzi palestinesi feriti o ai loro familiari, nelle rispettive case nella striscia di Gaza, la prima rata del denaro raccolto e a loro destinato: l’equivalente in travel cheques di seimila dollari per sessanta bambini – cento dollari, pari a due mensilita’, per ognuno di loro. Abbiamo pensato, infatti, conoscendo la terribile situazione nei campi profughi, che sarebbe stato opportuno consegnare a tutti la stessa somma e trattenere fino alla prossima consegna nel conto che abbiamo aperto in banca “Per Gazzella” il resto delle somme gia’ versate da molti per l’intero importo (660.000 lire = 340,80 euro). Le spese di viaggio per due persone (andata e ritorno in aereo, albergo a Gerusalememe, corse in auto da e per Gaza) erano totalmente a nostro carico. Per risparmiare abbiamo viaggiato con la compagnia greca Olympic piuttosto che con l’Alitalia (460.000 lire anziche’ un milione, ma non pochi disagi: soste ad Atene di otto ore all’andata e cinque al ritorno, arrivo a Tel Aviv e partenza da Gerusalemme, rispettivamente, alle tre e alle quattro del mattino). Per la prossima volta bisognera’ trovare una soluzione diversa. Fortunatamente, a Gaza siamo stati completamente ospitati dalla Medical relief, organizzazione non governativa palestinese attiva da anni nei territori occupati sulla cui serieta’ ed efficienza avevamo ricevuto garanzie nell’ambiente medico italiano e palestinese. Il Medical relief ha pienamente risposto alle aspettative, ha perfettamente organizzato il nostro lavoro nei campi profughi e ci ha permesso di raggiungere e conoscere in due giorni le sessanta famiglie. Essi avevano preparato per noi un elenco di sessanta nomi, scelti a uno a uno nei campi tenendo conto della gravita’ della ferita e della condizione sociale della famiglia; criteri indubbiamente piu’ validi di quello genericamente seguito da noi a Roma, a tavolino, quando avevamo trascritto dall’elenco dei centocinquanta nomi in quel momento disponibili, una quota di sessanta. Abbiamo quindi accettato di procedere secondo le loro indicazioni e abbiamo suddiviso il denaro – in shekel, la moneta israeliana corrente nei Territori – che nei due giorni successivi abbiamo portato a destinazione. Siamo certi che i nostri sottoscrittori avrebbero fatto la stessa scelta e che quelli di loro che leggeranno nell’elenco un nome diverso da quello inizialmente selezionato comprenderanno e continueranno a sostenerci. Dovremmo dire, a questo punto, quale esperienza umana e politica – rara e ricchissima – sia stata per ognuno di noi visitare queste case, poco piu’ che delle baracche, guardarci attorno – quelle stanze, quei viottoli sterrati, quelle sedie sconnesse, quei panni stesi sul filo ad asciugare, quei volti, quelle ferite inflitte a corpi innocenti, quelle canne di fucile e quei bunker a pochi metri dai quali eravamo costretti a muoverci,- misurare in tutte le sue dimensioni l’enormita’ di questa ingiustizia storica e le responsabilita’ di chi non la racconta, non la vede, non sente il dovere di mostrarne le immagini. Non ci bastano le parole. A coloro che ci hanno permesso di viverla proponiamo di unirsi a quelli di noi , volontari della campagna “Per Gazzella”, che torneranno a giugno in Palestina. Chi lo desidera, chi conosce l’inglese o l’arabo, chi può permettersi di spendere un milione e di sacrificare una settimana di ferie per qualcosa che vale, ci pensi e ce lo dica in tempo.