Gazzella Onlus

Palestina, bambini senza libertà. Ennio Polito per Liberazione

Nella striscia di Gaza occupata, tempi brevi scandiscono l’inumano giro di vite sollecitato da Ariel Sharon nel “far soffrire” i civili palestinesi. La signora Agnese Manca, che aveva visitato la striscia l’estate scorsa per conto della rete di solidarietà “Per Gazzella”, ha trovato la situazione “di gran lunga, visibilmente peggiorata”. La confisca della terra, la distruzione delle case, la devastazione dei campi coltivati, delle infrastrutture e della rete stradale, il numero dei feriti e dei morti, le ore passate ai punti di accesso, per controlli minuziosi e sfibranti, o per mera esibizione di potere segnalano una sofferenza quotidiana “ai limiti del tollerabile”. Siamo andati a incontrare la signora Manca a Fiumicino, al suo rientro da un viaggio movimentato, nel quale le è stata compagna Letizia Lindi, una dirigente dei giovani comunisti di Carrara. Anche il passaggio della frontiera, all’aeroporto di Tel Aviv, era stato caratterizzato da un carico maggiore di vessazioni poliziesche: lunghi interrogatori, perquisizioni personali, più lunghe ore in isolamento in sudici stanzoni, prima di una decisione che ha imposto il reimbarco della maggioranza dei più giovani. Vittime di un sospetto generalizzato, collegato all’idea che la sicurezza di Israele sia minacciata dall’esterno anziché dalla persecuzione della popolazione autoctona, altri membri della delegazione hanno dovuto così ripartire, ciò che ha fatto ricadere per intero sulle due donne la fatica dell’incontro con trecentocinquanta famiglie di bambini feriti, adottati a distanza. Due bambini sono stati uccisi nei mesi scorsi dai soldati e molti altri hanno perduto la casa, demolita in una delle tante “punizioni” individuali o collettive. I morti sono Murad, un ragazzo di Rafah, nel sud della striscia, ferito al capo, e Fadi, un bambino di dieci anni, di Khan Yunis, bruciato con i genitori e i fratellini nel rogo della loro casupola, nel campo profughi; dell’intera famiglia è sopravvissuto soltanto un ragazzo, del quale mancano notizie. I feriti non si contano. Si può essere feriti all’uscita di scuola, a un funerale, in una manifestazione, oppure giocando per strada. Nel resoconto che ci viene fatto c’è anche una nota lieta. In una casa del campo profughi di Jabalya la Manca aveva incontrato, nel suo viaggio precedente, una ragazzina sugli 11-12 anni che, traumatizzata da bombardamento, aveva perso la parola. Ora l’ha ritrovata. Si chiama Wafa, parla, è contenta di vivere. Ma la felicità, nella striscia, è un genere introvabile. Il paesaggio tra Jabaya e Rafa, all’estremo sud, è infernale. Vecchi e nuovi ritrovati della tecnologia di distruzione israeliana, quasi sempre forniti dagli Stati Uniti, hanno lasciato il loro segno: i carri armati hanno aperto la via, i bulldozer hanno fatto il grosso del lavoro, davanti alle spianate dei campi profughi, dove giocano i ragazzi, sono apparsi i gulba, una sorta di torrioni insediati in posizione dominante o capaci di raggiungere tale posizione con una parte mobile, che sale e dalla quale, all’improvviso, aprono il fuoco le mitragliatrici. Tutto attorno, macerie, tubature dell’acqua tranciate, pali elettrici sradicati o pericolanti, cabine telefoniche schiacciate al suolo, campi rivoltati. “Una quindicina di chilometri oltre il capoluogo, andando verso Khan Yunis, all’incrocio con la strada che conduce a un insediamento”, raccontano, “troviamo una lunga fila di macchine ferme, in attesa. Passano due ore, cariche di tensione. Molti siedono nelle vetture con le portiere aperte, altri sulle scarpate della strada polverosa, o sotto ripari di fortuna. Per gente che va al lavoro, in ospedale o a far visita a un parente, i soldati hanno cura di trasformare distanze di pochi chilometri in un viaggio snervante. A un tratto, sentiamo gridare: “Si passa!”. Tutti risalgono in macchina precipitosamente per tornare a fermarsi cinque minuti dopo. Da una gulba spuntano le canne delle mitragliatrici, passa un carro armato, seguito da un bulldozer, che rovescia sui viaggiatori nuvole di polvere”. “Per evitare di perdere tempo con gli spostamenti abbiamo dormito quattro notti a Khan Yunis. Nel buio, ma spesso anche di giorno, risuonavano gli spari. A Rafah i muri delle case sono tappezzati di fotografie di martiri, per lo più giovani, uccisi mentre manifestavano contro il ritorno dei carri armati in città o soltanto per essersi avvicinati troppo ai nuovi confini, con i quali gli israeliani incamerano altri territori palestinesi. Decine di case continuano a essere distrutte in incursioni notturne e l’indomani, chi viene trovato sulle macerie rischia la vita”. Molti di quelli che Agnese chiama “i nostri bambini” si sono dispersi dopo che le famiglie hanno perduto la casa. Cita, tra gli altri, Omar, di quattro anni, e Mahmud Yasser, di venti mesi. I due sono fratelli, figli di uno dei sei uomini uccisi nella loro automobile da un razzo israeliano, due settimane fa, il secondo attentato in pochi giorni. Nel primo, il padre e i due bambini erano rimasti feriti in varie parti del corpo. La madre è in attesa di un terzo figlio. Chiediamo con quali sentimenti la gente viva questa nuova fase del dramma. “Chi ce ne ha parlato, lo ha fatto con civiltà, con dignità, forse anche con un po’ di rassegnazione. Ogni bambino, ci diceva a Gerusalemme il conducente di un taxi, ha il diritto di sognare, ma a me non è stato concesso. Sfollato nel ’48 da Bersheva, non ho nessuno e non possiedo niente. Noi non vogliamo annientare gli israeliani, ma loro vogliono annientare noi. Ho cinquanta anni e non ho mai vissuto un giorno da libero. Sono un democratico, credo nell’eguaglianza degli esseri umani e nel rispetto della dignità di ognuno. Per i miei figli non c’è futuro. Qui non si possono fare progetti per l’avvenire, neanche a breve scadenza. I nostri problemi non finiranno mai. Il mondo non sa e non vuole sapere”. Ennio Polito, Esponente della rete di solidarietà “Per Gazzella” di ritorno da Gaza

Bambini palestinesi detenuti da Israele

Intervista a Luisa Morgantini su Noi Donne (22 febbraio 2002) – Lei si sta occupando dei diritti negati dei bambini palestinesi. Quale e’ la situazione oggi? La situazione e’ tragica. Le condizioni di vita della popolazione intera , in modo particolare la condizione dei minori sono insopportabili. Intanto bisogna dire che il 53% dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza ha meno di 18 anni. I ragazzi non hanno mai conosciuto la serenita’ o un infanzia normale a causa dell’occupazione militare israeliana . Dalla fine di Settembre del 2000, dallo scoppio della seconda Intifada i ragazzi uccisi dai soldati israeliani sono stati piu’ di 300, la maggior parte mentre uscivano da scuola o passavano per la strada o erano al mercato, altri mentre tiravano sassi, qualcuno tirava rudimentali molotov. Migliaia sono i ragazzi e le ragazze ferite, centinaia e centinaia con handicap permanenti, come il dolce Daud 12 anni e Hania di 15, del campo profughi di Kalandia, tutti e due hanno perso un occhio, colpiti da una pallottola di gomma con cuore d’acciaio; erano appena usciti da scuola, i soldati sparavano all’impazzata contro un nugolo di ragazzi che tiravano pietre. Anch’io, insieme ad altre parlamentari europee, mi sono trovata a Kalandia mentre i soldati sparavano all’impazzata, sono stati colpiti dei passanti. Le pietre che tiravano i ragazzi non arrivavano neppure ai soldati, eppure loro sparavano, mirando freddamente. I bambini feriti sono stati prevalentemente colpiti alla testa, agli occhi, all’addome. Una denuncia precisa sui comportamenti dei soldati e’ stata fornita da una giornalista israeliana, Amira Hass, la quale ha intervistato un ufficiale dell’esercito che diceva che gli ordini ricevuti erano di sparare ai bambini superiori ai 12 anni. Centinaia di scuole sono state chiuse o se ne e’ impedito il funzionamento, alcune di esse sono state convertite in campi militari. Il tragitto per recarsi a scuola, quando questa non e’ all’interno del prio villaggio, diventa di giorno in giorno piu’ difficile a causa dell’aumento del prezzo dei mezzi di trasporto, infatti con la chiusura delle strade dei villaggi, controllati in genere da mezzi militari, le auto non possono passare. Si puo’ passare , quando i soldati non ne fanno divieto, a piedi. In questo modo bisogna prendere un mezzo per arrivare da casa alla strada di uscita dal paese, attraversare a piedi e poi prendere un altro mezzo di trasporto, se poi si trova un altro check point devi rifare la stessa operazione. Il costo del trasporto diventa cosi il doppio o il triplo piu’ caro. Tutto cio’ in una situazione in cui il 60% della popolazione non puo’ piu’ lavorare sempre a causa del blocco militare e molto spesso dal coprifuoco. Ma al di la’ delle difficolta’, bisogna tenere in considerazione la paura, moltissime sono le famiglie che non permettono piu’ ai ragazzi di uscire di casa per timore che possano essere aggrediti dai soldati o capitare in qualche scontro. A Khan Yunis, dove i bombardamenti e le distruzioni di case sono quotidiane, mentre passavo per strada e i bambini uscivano da scuola li vedevo camminare rasente i muri, e poi mettersi improvvisamente a correre al suono di clackson di auto e tapparsi le orecchie con gli occhi spaventati. Insomma la popolazione palestinese e cosi’ i ragazzi, sono praticamenti prigionieri nelle loro case o villaggi. All’ospedale di Gaza un ragazzo di tredici anni, ferito ad una gamba, mi chiedeva di portarlo in Italia, ma poi molto piu’ mestamente mi ha detto Òmi basterebbe andare a Hebron, il mio amico Nizar e’ andato a trovare i suoi parenti e non gli hanno piu’ dato il permesso di tornare qui ed io anche quando usciro’ dall’ospedale non potro’ andare a trovarlo. Ma perche’ noi dobbiamo vivere cosa’? Ti sembra giusto?Ó Majidi, invece, anche lui tredicenne non capisce piu’ suo padre, un dirigente palestinese che da sempre ha cercato relazioni con gli israeliani del movimento pacifista. Mentre suo padre parlava al telefono con un israeliano, lui ha detto ad alta voce Òpapa’, smettila di parlare con loro, oggi hanno ammazzato FaresÓ. Eyad Sarraj direttore di un centro psicologico per l’infanzia di Gaza, sostiene che le condizioni di violenza anche in famiglia si sono accentuate moltissimo. Le malattie nervose, la depressione, l’aggressivita’ sono ormai ad un livello esplosivo per la societa’ palestinese e i ragazzi ne pagano le conseguenze piu’ gravi. Ma cresce anche la violenza tra i ragazzi stessi. Insieme a questo cresce la malnutrizione, sempre di piu’ genitori disperati che non possono acquistare neppure il pane. Ogni volta che vado in Palestina, ma in realta’ ogni giorno mi chiedo fino a quando? Fino a quando non potra’ esservi pace in quella terra e i giovani potranno finalmente muoversi liberamente per la strada e andare a scuola o al lavoro, non vedere piu’ le proprie case demolite, gli ulivi sradicati, la terra confiscata, i padri umiliati. Fino a quando (per fortuna non ancora molti) giovani palestinesi per reazione ai soprusi e all’ingiustizia si trasformeranno in kamikaze, distruggendo la propria e quella di giovani vite israeliane ? E fino a quando giovani israeliani in nome della sicurezza del proprio paese si trasformano in soldati che colpiscono ciecamente e ai check point impediscono persino a donne che stanno partorendo di andare all’ospedale, e con freddezza bloccano le ambulanze con persone moribonde? Domanda forse retorica ma che ci mette di fronte alle nostre responsabilita’ di singole cittadine e delle nostre istituzioni dal governo italiano, all’unione europea, alle Nazioni Unite per agire per una pace giusta nel riconoscimento del diritto dei due popoli ad uno stato. – Ha denunciato inoltre le condizioni di vita dei bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Ce le puo’ illustrare? Gli atti di tortura cominciano dal momento dell’arresto. Il bambino preso viene bendato e messo su un veicolo, dove comincia l’interrogatorio. Qualche volta i bambini vengono insultati e picchiati. Si stima che nel 2000 circa 350 bambini, dai 10 ai 18 anni, sono stati arrestati, la maggioranza per aver tirato pietre contro dei soldati o per questioni di