Bambini palestinesi detenuti da Israele
Intervista a Luisa Morgantini su Noi Donne (22 febbraio 2002) – Lei si sta occupando dei diritti negati dei bambini palestinesi. Quale e’ la situazione oggi? La situazione e’ tragica. Le condizioni di vita della popolazione intera , in modo particolare la condizione dei minori sono insopportabili. Intanto bisogna dire che il 53% dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza ha meno di 18 anni. I ragazzi non hanno mai conosciuto la serenita’ o un infanzia normale a causa dell’occupazione militare israeliana . Dalla fine di Settembre del 2000, dallo scoppio della seconda Intifada i ragazzi uccisi dai soldati israeliani sono stati piu’ di 300, la maggior parte mentre uscivano da scuola o passavano per la strada o erano al mercato, altri mentre tiravano sassi, qualcuno tirava rudimentali molotov. Migliaia sono i ragazzi e le ragazze ferite, centinaia e centinaia con handicap permanenti, come il dolce Daud 12 anni e Hania di 15, del campo profughi di Kalandia, tutti e due hanno perso un occhio, colpiti da una pallottola di gomma con cuore d’acciaio; erano appena usciti da scuola, i soldati sparavano all’impazzata contro un nugolo di ragazzi che tiravano pietre. Anch’io, insieme ad altre parlamentari europee, mi sono trovata a Kalandia mentre i soldati sparavano all’impazzata, sono stati colpiti dei passanti. Le pietre che tiravano i ragazzi non arrivavano neppure ai soldati, eppure loro sparavano, mirando freddamente. I bambini feriti sono stati prevalentemente colpiti alla testa, agli occhi, all’addome. Una denuncia precisa sui comportamenti dei soldati e’ stata fornita da una giornalista israeliana, Amira Hass, la quale ha intervistato un ufficiale dell’esercito che diceva che gli ordini ricevuti erano di sparare ai bambini superiori ai 12 anni. Centinaia di scuole sono state chiuse o se ne e’ impedito il funzionamento, alcune di esse sono state convertite in campi militari. Il tragitto per recarsi a scuola, quando questa non e’ all’interno del prio villaggio, diventa di giorno in giorno piu’ difficile a causa dell’aumento del prezzo dei mezzi di trasporto, infatti con la chiusura delle strade dei villaggi, controllati in genere da mezzi militari, le auto non possono passare. Si puo’ passare , quando i soldati non ne fanno divieto, a piedi. In questo modo bisogna prendere un mezzo per arrivare da casa alla strada di uscita dal paese, attraversare a piedi e poi prendere un altro mezzo di trasporto, se poi si trova un altro check point devi rifare la stessa operazione. Il costo del trasporto diventa cosi il doppio o il triplo piu’ caro. Tutto cio’ in una situazione in cui il 60% della popolazione non puo’ piu’ lavorare sempre a causa del blocco militare e molto spesso dal coprifuoco. Ma al di la’ delle difficolta’, bisogna tenere in considerazione la paura, moltissime sono le famiglie che non permettono piu’ ai ragazzi di uscire di casa per timore che possano essere aggrediti dai soldati o capitare in qualche scontro. A Khan Yunis, dove i bombardamenti e le distruzioni di case sono quotidiane, mentre passavo per strada e i bambini uscivano da scuola li vedevo camminare rasente i muri, e poi mettersi improvvisamente a correre al suono di clackson di auto e tapparsi le orecchie con gli occhi spaventati. Insomma la popolazione palestinese e cosi’ i ragazzi, sono praticamenti prigionieri nelle loro case o villaggi. All’ospedale di Gaza un ragazzo di tredici anni, ferito ad una gamba, mi chiedeva di portarlo in Italia, ma poi molto piu’ mestamente mi ha detto Òmi basterebbe andare a Hebron, il mio amico Nizar e’ andato a trovare i suoi parenti e non gli hanno piu’ dato il permesso di tornare qui ed io anche quando usciro’ dall’ospedale non potro’ andare a trovarlo. Ma perche’ noi dobbiamo vivere cosa’? Ti sembra giusto?Ó Majidi, invece, anche lui tredicenne non capisce piu’ suo padre, un dirigente palestinese che da sempre ha cercato relazioni con gli israeliani del movimento pacifista. Mentre suo padre parlava al telefono con un israeliano, lui ha detto ad alta voce Òpapa’, smettila di parlare con loro, oggi hanno ammazzato FaresÓ. Eyad Sarraj direttore di un centro psicologico per l’infanzia di Gaza, sostiene che le condizioni di violenza anche in famiglia si sono accentuate moltissimo. Le malattie nervose, la depressione, l’aggressivita’ sono ormai ad un livello esplosivo per la societa’ palestinese e i ragazzi ne pagano le conseguenze piu’ gravi. Ma cresce anche la violenza tra i ragazzi stessi. Insieme a questo cresce la malnutrizione, sempre di piu’ genitori disperati che non possono acquistare neppure il pane. Ogni volta che vado in Palestina, ma in realta’ ogni giorno mi chiedo fino a quando? Fino a quando non potra’ esservi pace in quella terra e i giovani potranno finalmente muoversi liberamente per la strada e andare a scuola o al lavoro, non vedere piu’ le proprie case demolite, gli ulivi sradicati, la terra confiscata, i padri umiliati. Fino a quando (per fortuna non ancora molti) giovani palestinesi per reazione ai soprusi e all’ingiustizia si trasformeranno in kamikaze, distruggendo la propria e quella di giovani vite israeliane ? E fino a quando giovani israeliani in nome della sicurezza del proprio paese si trasformano in soldati che colpiscono ciecamente e ai check point impediscono persino a donne che stanno partorendo di andare all’ospedale, e con freddezza bloccano le ambulanze con persone moribonde? Domanda forse retorica ma che ci mette di fronte alle nostre responsabilita’ di singole cittadine e delle nostre istituzioni dal governo italiano, all’unione europea, alle Nazioni Unite per agire per una pace giusta nel riconoscimento del diritto dei due popoli ad uno stato. – Ha denunciato inoltre le condizioni di vita dei bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Ce le puo’ illustrare? Gli atti di tortura cominciano dal momento dell’arresto. Il bambino preso viene bendato e messo su un veicolo, dove comincia l’interrogatorio. Qualche volta i bambini vengono insultati e picchiati. Si stima che nel 2000 circa 350 bambini, dai 10 ai 18 anni, sono stati arrestati, la maggioranza per aver tirato pietre contro dei soldati o per questioni di