Primo Seminario nazionale di Gazzella
Il 21 febbraio 2002 si e’ svolto il Primo Seminario nazionale di Gazzella , con la partecipazione del direttore della Palestinian Union of Medical Relief Committees nella Striscia di Gaza, del sindaco di Rosignano, dell’on. Ettore Masina e di molti adottanti di “Gazzella”. l’intervento di Ettore Masina LETTERA 79 febbraio 2002 Care amiche, cari amici, credo fosse il mese di settembre del 2000 quando in LETTERA vi parlai del Progetto “Gazzella”, varato da due straordinarie persone: Marisa Musu e Marina Rossanda. Dandole il nome di una bambina palestinese di 12 anni, colpita alla testa da un soldato israeliano mentre tornava a casa da scuola e rimasta a lungo fra la vita e la morte, Marisa e Marina, con un gruppetto di altri gene-rosi avevano appena dato vita, a quell’epoca, a una rete di solidarietà insieme politica e affettuosa. Avevano, cioè, lanciato la proposta di adozioni a distanza di piccoli palestinesi feriti o mutilati nel corso della Seconda Intifada. E’ passato poco più di un anno e nonostante la penuria di mezzi e – naturalmente! – il silenzio dei giornali, il progetto ha preso quota: e poiché le animatrici di “Gazzella” dicono che i primi “adottori” sono stati gli amici di LETTERA, mi sembra giusto informarvene: tanto più che la situazione palestinese ci carica di un’angoscia dalla quale possiamo uscire soltanto con gesti concreti di rottura del silenzio e dell’inerzia. Gli amici di Gazzella si sono riuniti recentemente per il loro primo “congresso”: gente meravigliosa, venuta da tutte le parti d’Italia: La loro rete si è ormai distesa come una carezza su 287 bambini palestinesi. Bambini di Palestina Come vi scrivevo in quella LETTERA ormai lontana, da cinquant’anni, anzi da cinquantaquattro, noi ogni giorno ci alziamo, portiamo i bambini a scuola, andiamo al lavoro, ritorniamo a casa, mangiamo, ci abbandoniamo al sonno e intanto in Palestina muoiono ammazzati uomini donne e bambini: 361 bambini uccisi dal settembre 2000, uno di 13 anni assassinato il 17 febbraio scorso, quasi a impedire che ci illudessimo di una pausa di questa atroce contabilità. No, non è un genocidio, i giuristi negano che si possa definirlo così. Allora diciamo: è uno stillicidio omicida, come se il tempo fosse segnato da una mostruosa gigantesca clessidra attraverso la quale passano, ma sempre più velocemente, non granelli di sabbia ma corpi di uccisi. Da cinquant’anni, anzi da cinquantaquattro, noi ci innamoriamo, sogniamo, preghiamo, frequentiamo concerti, organizziamo feste fra amici, ci commoviamo leggendo le pagine di grandi scrittori, tentiamo di scrivere poesie e di imparare nuove canzoni, e intanto uomini donne bambini palestinesi continuano a morire ammazzati: uno dopo l’altro, o in stragi crudelissime, dietro le muraglie di una totale incapacità di reazione dell’opinione pubblica internazionale e di un’acquiescenza dei governi democratici che rimarranno una vergogna per la storia del nostro tempo. In questo mezzo secolo di martirio palestinese, nei tranquilli territori europei alcuni di noi sono giunti alla vecchiaia, altri hanno maturato la loro giovinezza, ed altri ancora sono nati, sono cresciuti, hanno imparato le tecniche per entrare in contatto con persone lontanissime da loro mentre a due ore di distanza di aereo i palestinesi continuavano a morire, in diverse maniere. Nei primi decenni ci sono state, “laggiù”, guerre terribili. Allora per qualche giorno – o settimana – siamo stati costretti da orrendi rumori e visioni di massacri a pensare al Medio Oriente. Ma gli eserciti innalzano le loro bandiere proprio per farci sapere che la guerra è cosa loro, noi ne siamo fortunatamente (almeno direttamente) esclusi. Così a quel sangue e a quelle morti abbiamo dedicato l’attenzione dolorosa – o forse soltanto perplessa – che si presta ad eventi che sono atroci e disgustosi ma che, in fondo, non ci appartengono. Oppure è accaduto a non pochi di prendere posizione su quelle guerre, parteggiando per il “piccolo”, moderno, civile, “occidentale”, “europeo” Israele aggredito da arabi fanatici, straccioni e sporchi. Ricordo ancora sui parabrezza di molte automobili milanesi l’adesivo “Io sono per Israele”. Poi le guerre si sono rivelate più che mai inutili, il “piccolo” Israele minacciato essendo in realtà un gigante, issato com’è sulle spalle degli Stati Uniti e difeso dalle armi dell’Impero; e anzi qualcuno di noi ha capito che in quella faziosità filo-israeliana era contenuto un grano di razzismo. Franco Fornari, grande psicoanalista, ci ammoniva: concedere a Israele il diritto di comportarsi in modi che non si consentirebbero ad altri popoli significa pensare che esso è qualcosa di geneticamente diverso da noi Come se fossero vittime del traffico Finita l’epoca delle guerre, è cominciata la più macabra delle routines. Come le stragi sulle strade degli week-end nei paesi industriali, le morti di uomini donne e bambini palestinesi scandiscono nel Medio Oriente le cronache di una violenza che, nella sua insensatezza, sembra ormai inestirpabile. Negli ultimi anni i palestinesi non sono morti di guerre ma sono morti di nostalgia nell’esilio, di miseria da espropri e da disoccupazione, di torture, di prigionie nel deserto, di malattie da repressione: denutrizione, mancanza d’acqua, ritardi nei soccorsi medici a causa dei blocchi stradali, immensa difficoltà di stabilire un minimo di condizioni igieniche nei campi profughi, in cui per mezzo secolo centinaia di migliaia di persone sono state costrette a vivere e in cui per mezzo secolo gli israeliani hanno impedito ogni miglioria. Negli ultimi sedici mesi i palestinesi sono morti soprattutto di spietate rappresaglie di ogni loro atto insurrezionale. Ma si potrebbe dire che i palestinesi sono morti e muoiono soprattutto di solitudine perché il loro martirio di mezzo secolo è anche e soprattutto amara consapevolezza di costituire per l’opinione pubblica internazionale ben più un fastidio che un problema. I bambini prigionieri In mezzo a questa solitudine, a questo sangue, a queste case sventrate dai bulldozers si muovono i bambini palestinesi; e molti non si muovono affatto, perché dal settembre 2000 ad oggi più di 700 sono stati incarcerati, cioè rinchiusi in celle, insieme a delinquenti “comuni”, adulti, e quindi esposti non soltanto alle inevitabili brutalità del sistema carcerario ma anche a rischi facilmente intuibili. Il 26 gennaio scorso