‘acqua a Gaza
I risultati della ricerca sulla contaminazione dell’acqua, ricerca sostenuta da Gazzella, sono stati pubblicati. Ne pubblichiamo un estratto in inglese. Leggi l’articolo completo Water Quality in the Gaza Strip: The Present Scenario The Gaza Strip is one of the most densely populated areas in the world, 4505 people per km2 and the only source of water is represent by groundwater. The water quality in Gaza is very poor and the groundwater is affected by many dif- ferent contaminants sources including soil/water interaction in the unsaturated zone due to recharge and return flows, mobilization of deep brines, sea water intrusion or upcoming and disposal of domestic and industrial wastes into the aquifer. Previous reports on the water quality in Gaza discussed the high levels of major ions (especially of chloride, nitrate and fluoride) in the drinking water. Moreover, little or no information is available for trace elements in the groundwater of the Gaza Strip. The sources of trace elements in groundwater could be natural and anthropogenic. 58 wells were sampled during July 2010, and were analyzed major ions and trace elements to check if the water quality is improving from the previous report. This study has revealed that no groundwater in Gaza Strip meets all WHO drinking water standards. The contaminants which affected the Gaza Strip are of different types and they originate from different sources. The environmental conditions are no safe for the population and some actions to improve the groundwater conditions are necessary to safeguard the population. Leggi l’articolo completo *immagine linkata da ElectronicIntifada.net
Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – Gennaio 2012
Relazione viaggio a Gaza, gennaio 2012 Dal 12 al 26 gennaio sono stata a Gaza a visitare i bambini adottati da “Gazzella”. L’entrata da Eretz, il chekpoint di Beit Hanun posto all’ingresso della Striscia di Gaza, mi ha messo come al solito a dura prova per il trattamento che ho dovuto subire. Sono arrivata da Gerusalemme il venerdì 13 gennaio di mattina presto, all’orario di apertura, perché essendo il giorno in cui il passaggio chiude a mezzogiorno per riaprire poi solo la domenica, avevo una gran paura che trovassero una scusa per rimandarmi indietro. Non ero mai stata a Gaza a gennaio e dalle esperienze precedenti Gaza era per me un luogo dove si muore sempre di caldo; invece inaspettatamente tirava un vento gelido e gli agenti della sicurezza e i soldati nei loro box e casette riscaldate facevano finta di non vedere che c’era qualcuno che aspettava fuori. Quando finalmente dopo più di mezz’ora sono riuscita ad attirare la loro attenzione, mi hanno chiesto il passaporto e mi hanno fatto segno di aspettare. E’ passata un’altra mezz’ora e più in cui nessuno ha fatto niente, e finalmente, forse perché mi hanno visto gesticolare insistentemente, senza degnarmi di uno sguardo hanno chiamato qualcuno al telefono che è arrivato, armato fino ai denti e con molto comodo e aria annoiata, per prendere il mio passaporto. Dopo altre attese e un breve interrogatorio sulle ragioni della mia andata a Gaza, cosa sempre traumatizzante perché non si sa mai bene cosa sia meglio rispondere, finalmente sono passata e, attraverso il lungo corridoio in terra di nessuno (si fa per dire perché il controllo di questa zona è unicamente israeliano), sono finalmente arrivata a Gaza dove, dopo un rapido controllo del permesso dell’autorità palestinese che è da circa un anno necessario avere, mi sono sentita libera. Lì finalmente mi sono venuti a prendere Maher dell’associazione Hanan, una delle associazioni con cui Gazzella collabora, accompagnato da un amico che parlava inglese e che faceva da interprete. La sorpresa e l’impressione sono state forti. La mia ultima visita nella Striscia di Gaza risale ad ottobre del 2010. Allora la distruzione, risultato dell’operazione israeliana “Piombo Fuso” avvenuta fra dicembre 2008 e gennaio 2009, era ancora molto evidente. Adesso, invece, dal Nord al Sud, si vedono centinaia e centinaia di case nuove o ancora in costruzione e gru e cantieri dappertutto. I palazzi sono molto fitti e il terreno libero, soprattutto quello non sabbioso e coltivato, è ridotto a piccoli appezzamenti in mezzo a gruppi di costruzioni. Fra le costruzioni nuove salta all’occhio l’alto numero di moschee grandi e piccole, che nelle ore della preghiera fanno un gran baccano, cosa che mette ancora più in evidenza della vista quanto siano numerose. Comunque il gran numero di nuove costruzioni dà un senso di grande vitalità del paese, decisamente positivo. Altro segno della vita che forse migliora per gli abitanti è un gran numero di nuovi ristorantini, soprattutto di pesce. Il pesce è esposto a vista sulla strada o è addirittura sul marciapiede; si sceglie entrando e dopo un pòarriva cotto alla perfezione e profumato da erbe varie, purtroppo non accompagnato da un buon vino. Non si può avere tutto!! Mi auguro che in estate il pesce sia messo in frigoriferi o sul ghiaccio. Non sono riuscita a capire se i pesci e pescetti, gamberi e granchi presenti in abbondanza in tutte queste piccole trattorie e anche nei mercati, siano tutti pescati localmente o vengano anche dagli allevamenti di El Arish sulla costa egiziana non lontano da Gaza, come mi hanno detto alcuni. Ho cercato di capire chi costruisce tanto e soprattutto chi può comprare poi gli appartamenti che sono decisamente cari. Certo le case servono, considerato l’aumento della popolazione (gli abitanti di Gaza sono arrivati a 1.800.000) e la distruzione causata dalle bombe israeliane. Confrontando le diverse versioni mi è parso di capire che la terra è molto cara, ma il materiale da costruzione che arriva dall’Egitto attraverso i tunnel, costa invece abbastanza poco, malgrado la tassa riscossa da Hamas su tutto ciò che arriva dai tunnel. Chi ha la terra, quindi, si può costruire la casa, magari lavorandoci personalmente e con parenti e amici disoccupati (la disoccupazione è al 70% e quindi braccia per aiutare a costruire non mancano). Il governo di Hamas sostiene che sta costruendo molte case per i poveri che vivono ancora in baracche e catapecchie, soprattutto nei campi. Speriamo sia vero, altrimenti non si capisce, data la grande povertà, chi si possa permettere di acquistarli. Ci sono poi i nuovi ricchi che guadagnano, e anche molto, commerciando tutto ciò che arriva attraverso i tunnel. La situazione nei campi, dove vivono molti dei bambini di Gazzella è terribile. Lo spazio a disposizione è molto limitato e la popolazione cresce. I pavimenti di molte case sono in terra battuta. Spesso il bagno non esiste o è molto primitivo e la cucina si riduce a dei fornellini traballanti sistemati in qualche angolo all’aperto. I molti bambini, a volte più di 7-8 nello stesso nucleo, dormono in un’unica stanza e, non raramente, insieme ai genitori. Molte famiglie sono poverissime ma dignitose, con case in ordine e bambini puliti, mentre in altre famiglie è visibile un degrado terribile in cui i padroni di casa non hanno neanche voglia di offrirci qualcosa da bere come fanno in generale tutti. Quando piove il campo si allaga immediatamente trasformandosi in un orribile pantano fangoso che ridiventa poi di polvere che penetra dappertutto dopo poche ore di sole. Durante il mio soggiorno ha piovuto spesso, e mentre io pensavo che ci mancava solo la pioggia per rendere Gaza al suo peggio, gli abitanti erano invece molto contenti perché è l’unico periodo dell’anno in cui piove un po’ e loro hanno molto bisogno di acqua. Il mare invernale, spesso in tempesta, era invece bellissimo. Il freddo tuttavia si faceva sentire e mentre ero a Gaza, abbiamo fatto fare 500 berretti da distribuire ai nostri bambini. Bisognerebbe trovare altre risorse da dedicare a queste
Fare la spesa a Gaza. Dai volontari di Gazzella a Gaza

A Gaza i negozi e i supermarket sono pieni di generi alimentari: dalla Nutella ai Corn Flakes Kelloggs’, dai formaggi alla pasta, scatolette di generi alimentari vari, shampoo e saponi, carta igienica e detersivi, abbigliamento e accessori. Prodotti di varie marche tra le quali si distinguono, per quantità, Oreal, Nestlé e ovviamente prodotti di marca israeliana. Spesso si incontrano nuovi centri commerciali, di moderna concezione, a più piani con ristorante. L’accesso a questi beni di consumo è solo per pochi palestinesi, per chi ha un salario fisso (dipendenti pubblici, impiegati delle ong internazionali, liberi professionisti). Parliamo di circa il 30% della popolazione che ha un lavoro a Gaza. Buona parte dei palestinesi vive con gli aiuti dell’ UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi. Le Nazioni Unite intervengono nelle aree più povere (campi beduini, famiglie dei campi profughi che vivono vicino ai border lines). Molti sopravvivono grazie agli aiuti delle associazioni benefiche islamiche. Aiuti mirati, utili e necessari, ma che non modificano lo stato delle cose. La politica internazionale sembra avere tutto l’interesse a mantenere tale situazione. È chiaro che sopravvivere a Gaza è una vera impresa: c’è chi per poche migliaia di dollari collabora a vario titolo con altrettanti vari “interlocutori”; c’è chi cerca di sopravvivere con dignità come i pescatori e gli agricoltori che quotidianamente mettono a rischio la propria vita, come le donne che contribuiscono al mantenimento della famiglia facendo ricami o andando a servizio di famiglie benestanti. Altri hanno trovato nei tunnel (si dice più di 1.500). Il lavoro nei tunnel rappresenta un’alternativa, ma è un’alternativa non priva di rischi (i tunnel sono spesso sotto i bombardamenti israeliani). Per poter entrare nell’area dei tunnel è necessario avere un’autorizzazione del Ministero degli Interni attraverso la sede locale a Rafah. Non fanno problemi ad accordarci il permesso, ci chiedono di non fare riprese, ma solo foto e un uomo della sicurezza ci affianca nella “visita”. Possiamo visionare solo i tunnel di “conoscenti” del mio accompagnatore; ci dirigiamo verso un tunnel dove arrivano dall’Egitto scarti di ferro che saranno venduti per essere successivamente lavorati e riutilizzati. Per scendere nel tunnel la cui profondità è di circa 25 m. si utilizza una carrucola alla quale è agganciato un sedile di legno. Dal fondo un percorso di circa 2-3 km e si arriva in Egitto. I materiali più leggeri vengono fatti risalire servendosi di grosse ceste di plastica. In un tunnel vicino, è appena arrivato un “carico” di cipolle. I materiali destinati alla ricostruzione arrivano attraverso tunnel di ampie dimensioni, ai quali non abbiamo avuto accesso. I tunnel sono praticamente l’uno vicino all’altro “nascosti” sotto grandi tendoni. I generatori danno corrente per la movimentazione delle carrucole. Tutta l’area al confine con l’Egitto è un grande cantiere, scavi e movimento di camion, ma si vedono anche piccoli mezzi di trasporto dei proprietari dei tunnel che spesso sono gruppi familiari e amici. Con l’attività dei tunnel tante famiglie si mantengono e rompono l’assedio. Da Israele attraverso Karni, il border commerciale, arriva un po’ di tutto. Sulla strada che collega Khan Younis a Gaza abbiamo visitato un grande negozio di abbigliamento che ci è sembrato praticamente la succursale di un magazzino israeliano. Lo si poteva dedurre dalle evidenti marche ed etichettature apposte sui vestiti e non solo. Questa è la situazione a Gaza dopo tre anni dall’aggressione israeliana “Piombo fuso” e dopo cinque anni di assedio. Non si può dire che manchino generi alimentari o materiali. Tuttavia circa il 70% dei palestinesi vive di espedienti e di aiuti umanitari e di fatto non ha diritto d’ accesso, ai beni disponibili. In queste settimane si sta parlando in Europa della possibilità di inviare carovane di aiuti a Gaza. Ma è questo il principale bisogno della popolazione di Gaza? A Gaza mancano sistemi fognari, la gente beve e mangia quello che espelle! La popolazione non ha a disposizione farmaci specifici per cancro, leucemie, talassemia, ecc, non ha accesso a servizi sanitari adeguati, cioè mancano le strutture e le attrezzature che possono far fronte alla diagnostica, alla prevenzione e alla cura. Mancano laboratori che possano elaborare indagini anche in campo ambientale, Gli abitanti di Gaza vivono su una terra contaminata dalle bombe al fosforo e da metalli nocivi alla vita e alla riproduzione, quale risultato dei continui bombardamenti con armi con convenzionali. C’è la necessita di un piano di recupero e raccolta, non riciclaggio, dei materiali rimasti sul terreno dopo gli attacchi israeliani. Tutti argomenti che ci pongono la domanda chi “pagherà tutto ciò” e quindi mettere sul piatto le responsabilità. Non può essere il continuo intervento della Cooperazione Internazionale (che oramai ha assunto il ruolo di servizio sociale) che paga per chi ha distrutto (il denaro proviene dalle tasche dei cittadini) e i responsabili non vengono chiamati a rispondere, e così come pare evidente non risponderanno dei crimini commessi. Gli aiuti umanitari a Gaza non bastano. È necessario promuovere e mettere in campo azioni politiche non solo di facciata, non discorsi in sedi istituzionali, ma riconoscere senza mezzi termini il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Se l’isolamento e l’assedio continuano Gaza resterà una prigione sotto attacchi e…. sotto assistenza. G.B.T. Gaza, 21 ottobre 2011
‘arrivo dei prigionieri liberati scattate dai volontari di Gazzella a Gaza il 19.10.2011
La giornata della liberazione dei prigionieri ha visto tutti i palestinesi della striscia di Gaza in festa; il governo locale ha dichiarato una giornata di chiusura degli uffici pubblici, iniziativa annunciata anche per oggi (19 ottobre). Il tragitto degli ex prigionieri da Rafah a Gaza fino al loro arrivo a piazza El Kativa, dove era stato allestisto un grande palco per il ricevimento, ha visto folle di palestinesi riverse in strada. Piazza El Kativa è stata occupata fin dale prime ore del mattino , soprattutto da donne e bambini ed e’ andata riempiendosi di migliaia di palestinsei. Tante donne con le fotografie dei prigionieri che non hanno ottenuto la liberta’ , tante dichiarazioni di soddisfazione per l’accordo raggiunto, e altre come una anziana donna palestinese ha dichiarato ” altri quattro, cinque Shalit per portare a casa tutti i nostri prigionieri” Un’attesa di ore, sotto il sole; i primi pullman con gli ex prigionieri hanno iniziato ad arrivare verso le 16,00. L’arrivo degli ex prigionieri era tenuto strettamente sotto controllo dai servizi di sicurezza di Hamas. Si sono vissuti momenti di grande emozione all’arrivo degli ex prigoinieri. Non sono mancati rilievi al fatto che per 40 prigionieri non sara’ possible tornare nelle loro case perche’ e’ stato imposto di dare loro una destinazione lontana dal loro paese prevedendo ospitalita’ in Turchia, Griodania, Egitto, Qatar . Stessa sorte e’ toccata a circa 30 ex prigionieri originari della westbank che sono stati obbligatoriamente diretti nella Striscia di Gaza. Una ex prigioniera ha rifiutato di entrare nella striscia di Gaza dove era stata destinata, e per lei si stanno aprendo le porte di un paese arabo (Egitto, Giordania ). Ora tutti si aspettano il rilascio dei rimanenti prigionieri inseriti nell-accordo, Hamas /Israele, accordo che gia’ vede le prime nubi: l’ambasciatore americano in Israele, Shapira, si e’ visto recapire la missiva israeliana che chiede agli StatiUniti di perseguire i palestinesi da ieri liberi e che si erano macchiati dell’uccisione di israeliani con cittadinanza americana (riferimento ai coloni). Quindi da ex prigionieri a braccati e non solo, Un influente rabbino dei territori occupati ha chiesto l’ assassinio dei palestinesi liberati ieri. Omicidi su commisssione pratica di cui Mosad e Shin Bet hanno fatto scuola anche in passato. 19.10.2011 Gaza G.B.T.