Gazzella Onlus

Notizie da Gaza: Il caso Ayyub

Ayyub è nato a Beit Hanun il I marzo 1992. L’ho incontrato la prima volta nel 2008, aveva16 anni quando è stato inserito nel progetto GAZZELLA di adozione di bambini e ragazzi palestinesi feriti da armi da guerra. Ayyub entra nel progetto di adozione perché la mattina del 28 aprile 2008, mentre tornava a casa da scuola, sotto il bombardamento israeliano ha perso la gamba destra, alcune dita della mano sinistra e ha riportato varie ferito sul corpo.  Ho avuto occasione di rivedere Ayyub nel 2010: vive in una casa povera con la madre, il padre, sei fratelli e una sorella. Della famiglia lavora solo il padre, fa l’autista. La vita di Ayyub è cambiata dall’aprile 2008: non vuole più andare a scuola, vive momenti di forte depressione e fa i conti con le difficoltà derivanti dalla mutilazione, utilizza le stampelle per camminare, ma non ha perso la voglia di vivere. Inizia a frequentare il centro di riabilitazione Assalama di Jabalia, si ritrova con gli amici e condivide con loro parte della giornata presso il centro ricreativo che l’associazione benefica mette a disposizione. Nella primavera del 2011 Ayyub, con altri ragazzi e ragazze feriti, entra nel progetto di assistenza ai disabili e si apre per lui la possibilità, con un intervento, di avere un arto artificiale. Viene così predisposta la documentazione medica per il suo trasferimento in un ospedale in Slovenia. È il primo giugno 2011 quando Ayyub con altri 30 ragazzi palestinesi di Gaza, con invalidità permanenti, arriva al posto di blocco di Erez. Solo 15 ragazzi potranno lasciare la striscia di Gaza per l’ospedale europeo, agli altri, tra cui alcune ragazze, viene rifiutato il visto di uscita. Il nostro Ayyub è uno dei 15 ragazzi che passa il posto di blocco Erez: tutto in regola. Dopo circa tre settimane di permanenza nell’ospedale sloveno, Ayyub ha un arto artificiale e con gli altri ragazzi, è sulla strada del ritorno. Ma questa volta il permesso e il visto non sono più in regola. Ayyub viene fermato al posto di blocco di Erez il 23 giugno 2011, trattenuto in isolamento dalla sicurezza israeliana e poi trasferito nel carcere di Ashkelon e oggi dopo 9 mesi Ayyub è nel carcere di massima sicurezza di Beer Sheva. Ho incontrato i genitori di Ayyub i quali mi raccontano che quando sono stati informati dell’arresto del figlio hanno chiesto spiegazioni all’associazione che accompagnava i ragazzi, si sono rivolti alla Croce Rossa Internazionale e all’Associazione per i Diritti Umani di Gaza “al-Mizan”, ma nessuno è stato in grado di fornire una qualche risposta. La madre mi dice che Ayyub ha problemi respiratori e che dopo l’arresto ha avuto altri problemi derivanti dall’intervento per l’applicazione dell’arto artificiale. I genitori non hanno mai potuto far visita al figlio e gli effetti personali sono stati mandati attraverso i referenti della C.R.I. che, pare, insieme all’avvocato siano gli unici che hanno potuto incontrare Ayyub una sola volta. L’avvocato che segue Ayyub conferma che il ragazzo è stato arrestato al suo rientro dalla Slovenia. Gli israeliani accusano il ragazzo di far parte di un’organizzazione terroristica. Mi racconta l’avvocato che secondo quanto si desume dagli atti di accusa Ayyub avrebbe dovuto essere morto, ucciso durante un’operazione dell’esercito israeliano; invece dal “casuale” controllo dei documenti al rientro dalla Slovenia, i servizi segreti -Shin Beth-, hanno accertato che quell’Ayyub, presunto morto, era vivo. Per maggiori informazioni sulle condizioni di salute del ragazzo mi sono rivolta all’Associazione per i Dritti Umani di Gaza “al-Mizan” che sta seguendo il caso. Confermano che Ayyub era stato arrestato il giorno 23 giugno 2011, con l’accusa di essere un affiliato a un’organizzazione terroristica fin dal 2007 all’età di 15 anni! All’Associazione mi dicono che dal momento dell’arresto non hanno potuto far visita al ragazzo e che le prime settimane di detenzione le ha passate in cella di isolamento ed è stato trasferito successivamente in un’altra cella con altri detenuti. Avevo incontrato Ayyub quando aveva 16 anni ed era sofferente a causa delle ferite; è stato inserito nel progetto GAZZELLA per aiutare la famiglia a curarlo e migliorare le sue condizioni psichiche e fisiche. GAZZELLA continuerà a sostenere la sua famiglia. Aprile 2012 g.b.t.

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – Gennaio 2012

Relazione viaggio a Gaza, gennaio 2012 Dal 12 al 26 gennaio sono stata a Gaza a visitare i bambini adottati da “Gazzella”. L’entrata da Eretz, il chekpoint di Beit Hanun posto all’ingresso della Striscia di Gaza, mi ha messo come al solito a dura prova per il trattamento che ho dovuto subire. Sono arrivata da Gerusalemme il venerdì 13 gennaio di mattina presto, all’orario di apertura, perché essendo il giorno in cui il passaggio chiude a mezzogiorno per riaprire poi solo la domenica, avevo una gran paura che trovassero una scusa per rimandarmi indietro. Non ero mai stata a Gaza a gennaio e dalle esperienze precedenti Gaza era per me un luogo dove si muore sempre di caldo; invece inaspettatamente tirava un vento gelido e gli agenti della sicurezza e i soldati nei loro box e casette riscaldate facevano finta di non vedere che c’era qualcuno che aspettava fuori. Quando finalmente dopo più di mezz’ora sono riuscita ad attirare la loro attenzione, mi hanno chiesto il passaporto e mi hanno fatto segno di aspettare. E’ passata un’altra mezz’ora e più in cui nessuno ha fatto niente, e finalmente, forse perché mi hanno visto gesticolare insistentemente, senza degnarmi di uno sguardo hanno chiamato qualcuno al telefono che è arrivato, armato fino ai denti e con molto comodo e aria annoiata, per prendere il mio passaporto. Dopo altre attese e un breve interrogatorio sulle ragioni della mia andata a Gaza, cosa sempre traumatizzante perché non si sa mai bene cosa sia meglio rispondere, finalmente sono passata e, attraverso il lungo corridoio in terra di nessuno (si fa per dire perché il controllo di questa zona è unicamente israeliano), sono finalmente arrivata a Gaza dove, dopo un rapido controllo del permesso dell’autorità palestinese che è da circa un anno necessario avere, mi sono sentita libera. Lì finalmente mi sono venuti a prendere Maher dell’associazione Hanan, una delle associazioni con cui Gazzella collabora, accompagnato da un amico che parlava inglese e che faceva da interprete. La sorpresa e l’impressione sono state forti. La mia ultima visita nella Striscia di Gaza risale ad ottobre del 2010. Allora la distruzione, risultato dell’operazione israeliana “Piombo Fuso” avvenuta fra dicembre 2008 e gennaio 2009, era ancora molto evidente. Adesso, invece, dal Nord al Sud, si vedono centinaia e centinaia di case nuove o ancora in costruzione e gru e cantieri dappertutto. I palazzi sono molto fitti e il terreno libero, soprattutto quello non sabbioso e coltivato, è ridotto a piccoli appezzamenti in mezzo a gruppi di costruzioni. Fra le costruzioni nuove salta all’occhio l’alto numero di moschee grandi e piccole, che nelle ore della preghiera fanno un gran baccano, cosa che mette ancora più in evidenza della vista quanto siano numerose. Comunque il gran numero di nuove costruzioni dà un senso di grande vitalità del paese, decisamente positivo. Altro segno della vita che forse migliora per gli abitanti è un gran numero di nuovi ristorantini, soprattutto di pesce. Il pesce è esposto a vista sulla strada o è addirittura sul marciapiede; si sceglie entrando e dopo un pòarriva cotto alla perfezione e profumato da erbe varie, purtroppo non accompagnato da un buon vino. Non si può avere tutto!! Mi auguro che in estate il pesce sia messo in frigoriferi o sul ghiaccio. Non sono riuscita a capire se i pesci e pescetti, gamberi e granchi presenti in abbondanza in tutte queste piccole trattorie e anche nei mercati, siano tutti pescati localmente o vengano anche dagli allevamenti di El Arish sulla costa egiziana non lontano da Gaza, come mi hanno detto alcuni. Ho cercato di capire chi costruisce tanto e soprattutto chi può comprare poi gli appartamenti che sono decisamente cari. Certo le case servono, considerato l’aumento della popolazione (gli abitanti di Gaza sono arrivati a 1.800.000) e la distruzione causata dalle bombe israeliane. Confrontando le diverse versioni mi è parso di capire che la terra è molto cara, ma il materiale da costruzione che arriva dall’Egitto attraverso i tunnel, costa invece abbastanza poco, malgrado la tassa riscossa da Hamas su tutto ciò che arriva dai tunnel. Chi ha la terra, quindi, si può costruire la casa, magari lavorandoci personalmente e con parenti e amici disoccupati (la disoccupazione è al 70% e quindi braccia per aiutare a costruire non mancano). Il governo di Hamas sostiene che sta costruendo molte case per i poveri che vivono ancora in baracche e catapecchie, soprattutto nei campi. Speriamo sia vero, altrimenti non si capisce, data la grande povertà, chi si possa permettere di acquistarli. Ci sono poi i nuovi ricchi che guadagnano, e anche molto, commerciando tutto ciò che arriva attraverso i tunnel. La situazione nei campi, dove vivono molti dei bambini di Gazzella è terribile. Lo spazio a disposizione è molto limitato e la popolazione cresce. I pavimenti di molte case sono in terra battuta. Spesso il bagno non esiste o è molto primitivo e la cucina si riduce a dei fornellini traballanti sistemati in qualche angolo all’aperto. I molti bambini, a volte più di 7-8 nello stesso nucleo, dormono in un’unica stanza e, non raramente, insieme ai genitori. Molte famiglie sono poverissime ma dignitose, con case in ordine e bambini puliti, mentre in altre famiglie è visibile un degrado terribile in cui i padroni di casa non hanno neanche voglia di offrirci qualcosa da bere come fanno in generale tutti. Quando piove il campo si allaga immediatamente trasformandosi in un orribile pantano fangoso che ridiventa poi di polvere che penetra dappertutto dopo poche ore di sole. Durante il mio soggiorno ha piovuto spesso, e mentre io pensavo che ci mancava solo la pioggia per rendere Gaza al suo peggio, gli abitanti erano invece molto contenti perché è l’unico periodo dell’anno in cui piove un po’ e loro hanno molto bisogno di acqua. Il mare invernale, spesso in tempesta, era invece bellissimo. Il freddo tuttavia si faceva sentire e mentre ero a Gaza, abbiamo fatto fare 500 berretti da distribuire ai nostri bambini. Bisognerebbe trovare altre risorse da dedicare a queste

Fare la spesa a Gaza. Dai volontari di Gazzella a Gaza

A Gaza i negozi e i supermarket sono pieni di generi alimentari: dalla Nutella ai Corn Flakes Kelloggs’, dai formaggi alla pasta, scatolette di generi alimentari vari, shampoo e saponi, carta igienica e detersivi, abbigliamento e accessori. Prodotti di varie marche tra le quali si distinguono, per quantità, Oreal, Nestlé e ovviamente prodotti di marca israeliana. Spesso si incontrano nuovi centri commerciali, di moderna concezione, a più piani con ristorante. L’accesso a questi beni di consumo è solo per pochi palestinesi, per chi ha un salario fisso (dipendenti pubblici, impiegati delle ong internazionali, liberi professionisti). Parliamo di circa il 30% della popolazione che ha un lavoro a Gaza. Buona parte dei palestinesi vive con gli aiuti dell’ UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi. Le Nazioni Unite intervengono nelle aree più povere (campi beduini, famiglie dei campi profughi che vivono vicino ai border lines). Molti sopravvivono grazie agli aiuti delle associazioni benefiche islamiche. Aiuti mirati, utili e necessari, ma che non modificano lo stato delle cose. La politica internazionale sembra avere tutto l’interesse a mantenere tale situazione. È chiaro che sopravvivere a Gaza è una vera impresa: c’è chi per poche migliaia di dollari collabora a vario titolo con altrettanti vari “interlocutori”; c’è chi cerca di sopravvivere con dignità come i pescatori e gli agricoltori che quotidianamente mettono a rischio la propria vita, come le donne che contribuiscono al mantenimento della famiglia facendo ricami o andando a servizio di famiglie benestanti. Altri hanno trovato nei tunnel (si dice più di 1.500). Il lavoro nei tunnel rappresenta un’alternativa, ma è un’alternativa non priva di rischi (i tunnel sono spesso sotto i bombardamenti israeliani). Per poter entrare nell’area dei tunnel è necessario avere un’autorizzazione del Ministero degli Interni attraverso la sede locale a Rafah. Non fanno problemi ad accordarci il permesso, ci chiedono di non fare riprese, ma solo foto e un uomo della sicurezza ci affianca nella “visita”. Possiamo visionare solo i tunnel di “conoscenti” del mio accompagnatore; ci dirigiamo verso un tunnel dove arrivano dall’Egitto scarti di ferro che saranno venduti per essere successivamente lavorati e riutilizzati. Per scendere nel tunnel la cui profondità è di circa 25 m. si utilizza una carrucola alla quale è agganciato un sedile di legno. Dal fondo un percorso di circa 2-3 km e si arriva in Egitto. I materiali più leggeri vengono fatti risalire servendosi di grosse ceste di plastica. In un tunnel vicino, è appena arrivato un “carico” di cipolle. I materiali destinati alla ricostruzione arrivano attraverso tunnel di ampie dimensioni, ai quali non abbiamo avuto accesso. I tunnel sono praticamente l’uno vicino all’altro “nascosti” sotto grandi tendoni. I generatori danno corrente per la movimentazione delle carrucole. Tutta l’area al confine con l’Egitto è un grande cantiere, scavi e movimento di camion, ma si vedono anche piccoli mezzi di trasporto dei proprietari dei tunnel che spesso sono gruppi familiari e amici. Con l’attività dei tunnel tante famiglie si mantengono e rompono l’assedio. Da Israele attraverso Karni, il border commerciale, arriva un po’ di tutto. Sulla strada che collega Khan Younis a Gaza abbiamo visitato un grande negozio di abbigliamento che ci è sembrato praticamente la succursale di un magazzino israeliano. Lo si poteva dedurre dalle evidenti marche ed etichettature apposte sui vestiti e non solo. Questa è la situazione a Gaza dopo tre anni dall’aggressione israeliana “Piombo fuso” e dopo cinque anni di assedio. Non si può dire che manchino generi alimentari o materiali. Tuttavia circa il 70% dei palestinesi vive di espedienti e di aiuti umanitari e di fatto non ha diritto d’ accesso, ai beni disponibili. In queste settimane si sta parlando in Europa della possibilità di inviare carovane di aiuti a Gaza. Ma è questo il principale bisogno della popolazione di Gaza? A Gaza mancano sistemi fognari, la gente beve e mangia quello che espelle! La popolazione non ha a disposizione farmaci specifici per cancro, leucemie, talassemia, ecc, non ha accesso a servizi sanitari adeguati, cioè mancano le strutture e le attrezzature che possono far fronte alla diagnostica, alla prevenzione e alla cura. Mancano laboratori che possano elaborare indagini anche in campo ambientale, Gli abitanti di Gaza vivono su una terra contaminata dalle bombe al fosforo e da metalli nocivi alla vita e alla riproduzione, quale risultato dei continui bombardamenti con armi con convenzionali. C’è la necessita di un piano di recupero e raccolta, non riciclaggio, dei materiali rimasti sul terreno dopo gli attacchi israeliani. Tutti argomenti che ci pongono la domanda chi “pagherà tutto ciò” e quindi mettere sul piatto le responsabilità. Non può essere il continuo intervento della Cooperazione Internazionale (che oramai ha assunto il ruolo di servizio sociale) che paga per chi ha distrutto (il denaro proviene dalle tasche dei cittadini) e i responsabili non vengono chiamati a rispondere, e così come pare evidente non risponderanno dei crimini commessi. Gli aiuti umanitari a Gaza non bastano. È necessario promuovere e mettere in campo azioni politiche non solo di facciata, non discorsi in sedi istituzionali, ma riconoscere senza mezzi termini il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Se l’isolamento e l’assedio continuano Gaza resterà una prigione sotto attacchi e…. sotto assistenza. G.B.T. Gaza, 21 ottobre 2011

‘arrivo dei prigionieri liberati scattate dai volontari di Gazzella a Gaza il 19.10.2011

La giornata della liberazione dei prigionieri ha visto tutti i palestinesi della striscia di Gaza in festa; il governo locale ha dichiarato una giornata di chiusura degli uffici pubblici, iniziativa annunciata anche per oggi (19 ottobre). Il tragitto degli ex prigionieri da Rafah a Gaza fino al loro arrivo a piazza El Kativa, dove era stato allestisto un grande palco per il ricevimento, ha visto folle di palestinesi riverse in strada. Piazza El Kativa è stata occupata fin dale prime ore del mattino , soprattutto da donne e bambini ed e’ andata riempiendosi di migliaia di palestinsei. Tante donne con le fotografie dei prigionieri che non hanno ottenuto la liberta’ , tante dichiarazioni di soddisfazione per l’accordo raggiunto, e altre come una anziana donna palestinese ha dichiarato ” altri quattro, cinque Shalit per portare a casa tutti i nostri prigionieri” Un’attesa di ore, sotto il sole; i primi pullman con gli ex prigionieri hanno iniziato ad arrivare verso le 16,00. L’arrivo degli ex prigionieri era tenuto strettamente sotto controllo dai servizi di sicurezza di Hamas. Si sono vissuti momenti di grande emozione all’arrivo degli ex prigoinieri. Non sono mancati rilievi al fatto che per 40 prigionieri non sara’ possible tornare nelle loro case perche’ e’ stato imposto di dare loro una destinazione lontana dal loro paese prevedendo ospitalita’ in Turchia, Griodania, Egitto, Qatar . Stessa sorte e’ toccata a circa 30 ex prigionieri originari della westbank che sono stati obbligatoriamente diretti nella Striscia di Gaza. Una ex prigioniera ha rifiutato di entrare nella striscia di Gaza dove era stata destinata, e per lei si stanno aprendo le porte di un paese arabo (Egitto, Giordania ). Ora tutti si aspettano il rilascio dei rimanenti prigionieri inseriti nell-accordo, Hamas /Israele, accordo che gia’ vede le prime nubi: l’ambasciatore americano in Israele, Shapira, si e’ visto recapire la missiva israeliana che chiede agli StatiUniti di perseguire i palestinesi da ieri liberi e che si erano macchiati dell’uccisione di israeliani con cittadinanza americana (riferimento ai coloni). Quindi da ex prigionieri a braccati e non solo, Un influente rabbino dei territori occupati ha chiesto l’ assassinio dei palestinesi liberati ieri. Omicidi su commisssione pratica di cui Mosad e Shin Bet hanno fatto scuola anche in passato. 19.10.2011 Gaza G.B.T.    

Issa, adottato da Gazzella, vince tre medaglie alle Olimpiadi per Disabili in Giappone 2009

Issa, nella foto con tre medaglie al petto vinte alle Olimpiadi per Disabili in Giappone 2009, è uno dei ragazzi adottati da Gazzella Onlus. Issa era stato ferito il il 5 gennaio 2005 insieme a Ibrahim e Imad (tutti adottati da Gazzella) mentre stavano in campo di fragole con i genitori che lì lavoravano. Ibrahim e Imad sono cugini. La mattina del 5 gennaio i carri armati israeliani entrati a Bei Lahya hanno sparato una cannonata contro le famiglie che lavoravano nel campo. Issa, Imad e Ibrahim hanno perso le gambe. Ci sono stati 5 morti e 10 feriti. Issa, Ibrahim e Imad sono inclusi nel progetto di riabilitazione e fisioterapia di Gazzella Onlus.

Incontro dibattito a Vittorio Veneto

Incontro dibattito a Vittorio Veneto (Treviso) La sera di sabato 17 aprile a Vittorio Veneto (Treviso), nell’ambito di una iniziativa sul tema: “Pace in Palestina – Stop the wall” organizzata dal locale circolo di Rifondazione Comunista, è stata presentata al pubblico anche l’organizzazione di “Gazzella”. Per il circolo del Prc ha curato la serata Massimo Cason, membro del nostro direttivo. Sul manifesto affisso in città in 150 esemplari e sul volantino distribuito capillarmente era stato riprodotto anche il logo di “Gazzella”. Il dibattito si è svolto nella sala delle conferenze della Biblioteca civica; operatore “esterno” – accanto al segretario della Federazione del Prc Alessandro Sabicciu e al consigliere regionale Mauro Tosi, reduce da un viaggio in Palestina – era il giornalista di “Liberazione” Giancarlo Lannutti, anch’egli del nostro direttivo. All’esterno dell’edificio erano affissi un manifesto di convocazione della serata e il manifesto rosso di “Gazzella”; nell’anticamera della sala era allestito un tavolino con il nostro materiale (depliants, segnalibro, adesivi) che è stato molto richiesto. Massimo Cason in apertura e Giancarlo Lannutti in chiusura hanno illustrato struttura e finalità di “Gazzella”, ricordando la figura di Marisa Musu e fornendo anche le indicazioni operative sia per l’affidamento dei bambini feriti che per l’adesione all’associazione; diverse persone hanno chiesto al termine del dibattito ulteriori informazioni e chiarimenti. Era presente nel complesso oltre una sessantina di persone, anche da altri centri vicini come Conegliano.

II Incontro nazionale degli aderenti a Gazzella

II Incontro nazionale degli aderenti a Gazzella Sala del Carroccio, Campidoglio, Roma, 12 aprile 2003 Di seguito i relatori (clicca sul loro nome per seguire l’intervento): Francesca Bettini Ennio Polito Maria Grazia Terzi Germano Delfino Agnese Manca   Francesca Bettini Anzitutto grazie a voi per essere qui, per aver risposto in modo entusiasta ad una necessità comune. A poco più di un anno dal primo seminario, abbiamo sentito l’esigenza di rinnovare un’occasione di incontro tra tutti coloro che aderiscono a Gazzella. Personalmente ritengo che ormai la comunicazione tra persone è sempre più mediata da macchine. E’ ‘globale’, essenziale, rapida. Senza negare gli indubbi vantaggi, si sconta, però, una sorta di mancanza di emozione. Sicché nasce il bisogno, ma anche la richiesta, di visibilità (che è sinonimo di trasparenza). E’ fondamentale conoscersi, comunicare attraverso i ‘corpi’, in specie lavorando in un progetto che – oltre a testimoniare solidarietà ad un popolo resistente – cerca di sanare corpi che sono stati negati perché feriti, mutilati. Dovendo riferire un bilancio sommario di questi due anni di attività, non posso fare altro che sottolineare due eventi che hanno marcato il nostro procedere. Il primo — luttuoso — ovvero la perdita di Marisa Musu, fondatrice e — direi — cuore pulsante di Gazzella, l’altro che – pur nel contesto di una occupazione e colonizzazione della Palestina sempre più spietata — ci rende orgogliosi del nostro lavoro. Ovvero la crescita di Gazzella, al di sopra delle nostre migliori aspettative. Nel novembre del 2000, all’inizio della nostra ‘impresa’, gli aderenti erano circa una trentina. Per lo più amici che conoscendo il passato, la militanza e il rigore politico di Marisa, si erano associati prontamente a questa sua ultima fatica. Il suo nome era al tempo stesso un manifesto e una garanzia. E lei — per me — era una fonte di pratiche dalle quali trarre insegnamento. In questi due anni ci siamo impegnati (ognuno al suo meglio) per il progresso di Gazzella. Ma si è verificata anche quella che definirei una reazione a catena, un passa parola, una lievitazione naturale, come spesso accade nelle associazioni che nascono dal basso, che hanno come motore propulsore la coscienza della società civile. Oggi gli aderenti sono più di 500, (altrettanti i bambini affidati) distribuiti su tutto il territorio nazionale: dalla Sicilia a Bolzano, oltre confine, in Svizzera ed Olanda. Non solo singole persone o gruppi (magari di amici e/o colleghi) formatisi per l’occasione, ma anche organismi, istituzionali e non. Ad esempio — ne cito solo alcuni – il Comune di Castellina in Chianti, quello di S.Croce sull’Arno e quello di Fiumicino, che hanno deliberato cospicui stanziamenti che ci hanno permesso sia di affidare un numero considerevole di bambini sia di acquistare presidi per bambini resi disabili da proiettili israeliani sparati alla spina dorsale o agli occhi. Moltissime sono le scuole, di ogni ordine, e grado. Grazie ad alcuni ‘valorosi’ e operosissimi insegnanti hanno non solo sottoscritto ma anche ‘pubblicizzato’ Gazzella sensibilizzando i propri alunni sulle vicende tragiche della Palestina. Ancora: Associazioni culturali, Forum Sociali cittadini, Circoli Arci e Legambiente, strutture sanitarie (come il Centro Trasfusionale dell’Ospedale di Civitanova Marche), gruppi di iscritti ad associazioni Sindacali come la CGIL ed altri, sezioni locali di partiti politici, come i Ds di Civitanova Marche e le compagne del gruppo di Rifondazione Comunista, qui, al Comune di Roma che ringraziamo nuovamente per l’ospitalità. Voglio ricordare anche le donazioni fatte da privati cittadini, ma anche da associazioni, come l’ANPI nazionale e provinciale. Altra cosa che mi preme sottolineare è che uno dei nostri obiettivi fondanti, ovvero riuscire a costruire un progetto politico che non si cristallizzi in una struttura rigida ma che, invece, evolva in una rete fra persone accomunate dagli stessi scopi, si è realizzato, di fatto, in modo spontaneo. Sono nati coordinamenti locali di Gazzella in Veneto, Toscana, Campania e Lazio per iniziativa di singoli ‘adottanti’ che poi proprio come coordinamento hanno fatto diffusione al loro massimo e raccolto fondi nel modo più vario: in occasione di feste di partito, organizzando serate a tema, mostre pittoriche. Fra loro e noi si è stabilito un filo diretto, fatto di scambio di esperienze e di idee per disegnare assieme le prospettive future. Ora non vorrei che i miei toni appaiano troppo trionfalistici. Dobbiamo affrontare una serie di piccoli/grandi problemi di percorso: siamo pochi, volontari, abbiamo lavori ‘ufficiali’ per vivere e dunque poco tempo a disposizione. I nostri mezzi sono esigui e i canali di comunicazione limitati. Inoltre — come ricordava sempre Marisa — bisogna considerare il fatto indiscutibile che l’adozione a distanza di un bimbo palestinese è una adozione ‘difficile’, perché non è facile mantenere il contatto fra adottante e adottato, perché è in atto un tentativo di liquidazione di un intero popolo. Dico questo per giustificare eventuali discrasie fra noi e voi. A volte ci troviamo nell’impossibilità di rispondere adeguatamente alle aspettative e alle richieste esterne, come ad esempio una maggiore funzionalità organizzativa, oppure partecipare ad incontri e dibattiti. Ma speriamo di crescere e migliorare anche in questo, magari con il vostro aiuto. Un brevissimo accenno in chiusura ai periodici viaggi fatti in Palestina (ne parlerà Agnese che ringraziamo per l’impegno indefesso) per consegnare direttamente ai bambini il denaro raccolto. I nostri volontari si muovono in una realtà desolante, ma hanno il coraggio e la tenacia propria di chi sa che sta facendo la cosa giusta. A questo proposito voglio concludere dicendovi che nell’eticità di questo fare comune, io ho la riconferma – ancora di più in questi giorni di mobilitazione contro la guerra all’Irak— che nessun uomo è un’isola, intera in se stessa, ma è un pezzo del Continente, una parte del Tutto. Grazie   Ennio Polito L’OMBRA DELL’IRAQ SULLA PALESTINA RIOCCUPATA C’è una parentela molto stretta, ineludibile, tra l’atto di “guerra preventiva” lanciato dagli Stati uniti contro l’Iraq, senza legittimazione alcuna ma con schiacciante superiorità di mezzi, e l’ininterrotto sostegno da loro stessi prestato al progetto di sopraffazione israeliano in Palestina. Come essa si esprimerà sulla scena internazionale non è ancora possibile dire. Ma si è già espressa sinistramente in una cifra: settanta

In ricordo di Marisa Musu

Marisa Musu, fondatrice di Gazzella, e’scomparsa domenica 3.11.2002 a Roma. Ci mancherà molto… Cari amici, in questi giorni abbiamo ricevuto telefonate, lettere, telegrammi che esprimono dolore e cordoglio per la scomparsa di Marisa Musu, fondatrice di Gazzella. Con queste brevi righe vogliamo ringraziare tutti, e ribadire che Gazzella va avanti: e’ una delle tante splendide eredita’ che Marisa ci ha lasciato. Facciamo in modo che la rete da lei voluta e costruita si arricchisca di sempre maggiori maglie. Un abbraccio a tutti voi. In ricordo di Marisa Musu: Medical Relief Committees (traduzione dall’arabo) Alla cara amica Giovanna e atutta la sua famiglia alla cara amica Anissa, con grande tristezza e sconforto abbiamo appreso la notizia della scomparsa dell’amata Marisa, alla quale va il nostro profondo rispetto e la nostra grande stima per il suo ruolo eminente nel fare propri i problemi umani e la difesa degli oppressi e per la sua profonda fede nella giustizia, nella liberta’ e nel progresso per tutti gli esseri umani senza distinzione. Con la sua scomparsa abbiamo perso una amica sincera dei nostri bambini e del popolo palestinese. Solo voi, cari amici, potete colmare il vuoto lasciatoci. Nel pregarvi di accettare le nostre piu’ sincere condoglianze auguriamo a voi lunga vita. Con grande stima. A nome di tutti i componenti dei Medical Relief Committees Abdel Hadi Abu Khousa Francesca Bettini Progettava un viaggio in Palestina per Natale. Voleva rivedere i suoi bambini, come li chiamava. Mu‚adh, Kifah, Arzak, Wadi…, li rammentava uno per uno. Storpiava, ridendo, i loro nomi, raccontava gli incontri, l’ammirazione per le loro madri, la solidarietà espressa alle famiglie, il futuro che avrebbe voluto per loro. Mu’adh è vispo, intelligente, andrebbe seguito fino all’Università, bisogna trovare il modo di guarire Kifah dalla depressione, procurare a Wadi un computer per ciechi…. Gazzella‚ era la sua ultima fatica, aveva portato avanti il progetto con caparbietà, ed era orgogliosa e felice dei risultati ottenuti. Aveva coinvolto amici, conoscenti, con discrezione e gentilezza, ma trasmettendo un rigore e una passione dai quali non si poteva rimanere esenti. Ora voleva tornare in Palestina ed era impaziente, probabilmente conscia che il tempo rimastole era breve. Nell’attesa organizzava il prossimo viaggio a Gaza, al solito senza risparmiarsi, con una resistenza che ogni volta mi stupiva. La mia amicizia con Marisa risale ad alcuni anni fa, ma in questi ultimi due dalla creazione di Gazzella in poi ci siamo frequentate con maggiore assiduità, mi telefonava quasi giornalmente, ci scambiavamo incombenze da sbrigare, abbozzavamo lettere da scrivere, pianificavamo incontri a cui partecipare. Aveva una voce fresca, da ragazzina e una forza vitale inesauribile e contagiosa. Nella mia vita privata e politica ho conosciuto molte donne che sono state importanti nel mio percorso di crescita e di presa di coscienza, e alcune se ne sono andate, ma lo sconforto profondo, lo stordimento, e il senso di mancanza che provo per la morte di Marisa non ha paragoni. La mia casa è piena di lei, di suoi ricordi, di suoi pensieri. Regali dai suoi viaggi a Praga, Damasco, Gerusalemme, cartoline, libri, articoli, fogli di appunti, note frettolose…. “Lo chiederò a Marisa”, mi dicevo, per un dubbio, un consiglio, un semplice parere. E adesso? Si dice che il tempo sana le ferite e i lutti. Forse. Forse no. Marina Rossanda Con Marisa Musu i palestinesi perdono una grande amica – Così la ricordo, ma lei era molto di più Con Marisa ci eravamo trovate piu’ di una volta in Palestina dopo la prima intifada , quando lei raccoglieva con suo marito Ennio Polito i dati per il loro libro sui bambini Palestinesi ed io lavoravo per collegare alcune ONG su progetti sanitari. Dal 1991 al 1995 si fece la rivista BALSAM, con lei Direttore responsabile. Nel novembre 2000, un mese dopo lo scoppio della seconda intifada mi chiamo’ per propormi di andare noi due a riprender contatti e farci un’idea. Ne fui felice perche’ mancavo da alcuni anni. Trovammo un’atmosfera tesa. ma la solita testarda resistenza degli amici Palestinesi, che, pur piu’ provati che in passato.ci accolsero con gioia e ci aiutarono a fare vari incontri. Fu all’Ospedale Ahli di Hebron, vedendo la ragazzina Ghazalah ancora in coma per una pallottola israeliana in testa, che a Marisa venne l’idea della campagna per Gazzella, della quale i visitatori di questo sito sanno tutto. Avuta la conferma dei medici a smentita delle dichiarazioni dei militari che negavano di aver sparato alla ragazzina, e avuto il consenso della famiglia, la campagna parti’ e Marisa vi si getto’ anima e corpo, nonostante i suoi molteplici impegni come ex-partigiana, una dei pochi ancora in vita del gruppo storico romano. Fu un successo , come sempre lei non si risparmio’ ma dopo la seconda andata a Gaza per la distribuzione personale del contributo, famiglia per famiglia, seppe che la salute la tradiva. Nessuno mi convincera’ che la grande fatica di questa operazione, condotta in un ambiente certo assai inquinato, e il correre su e giu’ per l’Italia a sostenere la campagna non abbia qualche responsabilita’ nel riattivarsi del suo male apparentemente domato, che domenica 3 novembre l’ha portata improvvisamente via. Lei lo sapeva benissimo, di rischiare, infatti a me gia’ un po’ malandata aveva energicamente sconsigliato di far lo stesso sforzo – potevo fare altre cose. La foto allegata e’ proprio di quest’ultimo nostro incontro a Gerusalemme, quando certo stanchissima ma eccitata dalla buona riuscita del giro a Gaza, sedette a cena sotto il pergolato del Jerusalem Hotel con Agnese, Edoardo, suoi compagni di giro e con Sancia e me, reduci da altri incontri. La sua straordinaria forza ha attivato molti giovani – la campagna andra’ certo avanti – goccia nel mare dei bisogni si e’ detto sin dal principio , ma segno essenziale di presenza e solidarieta’, con l’immagine di Marisa presente e indimenticabile. Sergio Tavassi Sono grato ai figli di Marisa e a Ennio di aver pensato a me per questo saluto in cui ricordare gli anni dell’impegno di Marisa nel Coordinamento Genitori Democratici prima e nell’Associazione

Hassan Vahedi

Il pittore iraniano Hassan Vahedi ha fatto donazione a Gazzella di alcune sue opere. Sono disponibili quadri di diverse dimensioni. Chi è interessato ad averne qualcuno contatti Gazzella. L’offerta è libera.

Ischia per Gazzella

Egidio Ferrante organizza “Ischia per Gazzella”, una serie di eventi che vedranno coinvolti diversi artisti e musicisti, per raccogliere fondi per l’adozione a distanza di bambini Palestinesi feriti, organizzata dalla Gazzella Onlus Il sito dell’evento: http://www.polifase.it/ischia/   Gazzella ringrazia tutti gli artisti che partecipano all’iniziativa