‘anno, Betlemme sarebbe chiusa

dall’Osservatorio Iraq ripostiamo questo interessante articolo: Una striscia di colonie costruite sulla terra che era a nord di Betlemme minaccia di separare definitivamente la città dalla sua gemella storica, Gerusalemme. di Phoebe Greenwood* – traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra “Se Giuseppe e Maria fossero oggi in viaggio verso Betlemme, la storia del Natale sarebbe un po’ diversa”. A dirlo è padre Ibrahim Shomali, il parroco della città. “La coppia dovrebbe lottare per riuscire ad entrare in città, figuriamoci per trovare una stanza in albergo”. “Se Gesù dovesse venire qui quest’anno, Betlemme sarebbe chiusa”, ha detto il parroco della parrocchia di Beit Jala. “Sarebbe anche costretto a nascere in un checkpoint o vicino al muro di separazione. Maria e Giuseppe dovrebbero ottenere un permesso israeliano, o fingersi turisti”. “Questo è davvero il maggior problema per i palestinesi di Betlemme: cosa succederà quando loro (gli israeliani, ndt) ci chiuderanno completamente?” Betlemme è il cuore della Palestina cristiana e si riempie di orgoglio, ogni Natale. Piazza Manger si trasforma in una grotta con luci e bancarelle, contornata da un imponente albero di natale. Stringhe di angeli illuminati, stelle e campanelle, festoni per strada. Ma basta percorrere in auto cinque minuti in direzione nord, e l’atmosfera gioiosa e festiva improvvisamente scompare. Una striscia di insediamenti israeliani (illegali, ndt) lunga 18 km quadrati, costruita su ciò che una volta era il territorio di Betlemme nord, minaccia di separare la città dalla sua gemella storica, Gerusalemme. Per le autorità israeliane, quelli sono stati quartieri periferici di Gerusalemme sin dal 1967. Uno di questi insediamenti, Har Homa, è costruito sulla terra dove si dice che gli angeli abbiano annunciato la nascita di Cristo ai pastori locali. Uno stretto corridoio di terra tra Har Homa e un’altra colonia, Gilo, ancora collega Betlemme a Gerusalemme, ma la costruzione di Givat Hamatos, un nuovo insediamento la cui costruzione è stata annunciata lo scorso ottobre, lo riempirà nel giro di qualche anno. L’Unione europea e le Nazioni Unite denunciano abitualmente l’espansione unilaterale di Israele attraverso le colonie, ma in ottobre l’Alto commissario Ue, la baronessa Catherine Ashton, ha avvertito che la costruzione di Givat Hamatos è “di particolare preoccupazione dal momento che spezzerebbe la continuità territoriale tra Gerusalemme e Betlemme”. Le preoccupazioni europee non stanno però rallentando il progredire di Israele. La scorsa settimana 500 nuove unità abitative sono state approvate per Har Homa, oltre a 348 nella colonia di Betar Illit, al confine occidentale di Betlemme. All’inizio di questo mese (dicembre, ndt), altre 267 unità abitative sono state multate per la crescita costante degli insediamenti, fino al confine sud della periferia cittadina, dove il ministero della Difesa ha dato ai coloni il permesso di costruire una fattoria sulla terra palestinese. Questo in aggiunta ai 6,782 nuovi appartamenti già programmati per Har Homa, Gilo e Givat Hamatos. Nel breve periodo, la chiusura non farà grande differenza per la vita quotidiana a Betlemme: il muro di separazione già impedisce ai palestinesi di entrare a Gerusalemme dalle città vicine senza un permesso israeliano. Ma questo anello di colonie cambierà in modo permanente la geografia del paesaggio biblico: se anche un accordo di pace radesse al suolo il muro di separazione, le due città rimarrebbero comunque divise. L’attivista israeliano Hargit Ofram, direttore di Peace Now, vede nei piani israeliani un chiaro intento politico.”Questi sforzi sono stati fatti per evitare una possibile soluzione a due Stati, che prevederebbe uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est. Se questa capitale verrà però circondata da colonie e insediamenti, Israele sarebbe costretto in futuro a rimuoverli. Più Israele costruisce, più alto sarà il prezzo che dovrà pagare il futuro Stato palestinese”. Una coalizione di 20 organizzazioni per i diritti umani, tra cui Oxfam e Amnesty International, ha denunciato che il numero di case palestinesi distrutte in Cisgiordania e a Gerusalemme Est dalle autorità israeliane sono raddoppiate in questi anni. Secondo i termini degli Accordi di Oslo, il 13% del territorio di Betlemme attualmente ricade all’interno delle aree A e B, controllate dall’Autorità palestinese. Quest’area ospita l’87,6% della popolazione palestinese. Il resto ricade all’interno dell’area C, dove Israele controlla chi costruisce cosa. La valle di al-Makour è l’ultimo spazio verde di Betlemme, e una delle poche aree rimaste per l’espansione urbana. È nell’area C ed è controllata dal checkpoint di Gilo da un lato, e dalla colonia di Har Homa dall’altro. È previsto che il muro di separazione passi all’interno della valle. Nessun palestinese ha avuto il permesso di costruire qui sin dal 1967. Nonostante le restrizioni imposte da Israele per le costruzioni, Miranda Nasry Qasasfeh ha speso ogni week end degli ultimi anni per restaurare un magazzino in pietra di proprietà della famiglia di suo marito da 150 anni. Ha costruito un nuovo tetto in lamina di ferro e ha piantato alberi di mandorle e prugne, che erano sul punto di dare i loro primi frutti. La sua è una delle quattro strutture palestinesi nella valle di al-Makour demolite lo scorso 12 dicembre (dall’esercito israeliano, ndt). La maggior parte degli alberi è stata sradicata. Il padre di Qasasfeh, un uomo di 75 anni, si è precipitato sul luogo della demolizione, dove ha trovato sua figlia in uno stato di profonda disperazione. Ore dopo è stato colpito da un ictus, e adesso è paralizzato in tutta la parte sinistra del corpo. Visti gli avvenimenti delle settimane scorse, la famiglia Qasasfeh quest’anno ha lasciato perdere le decorazioni natalizie. “Il comandante israeliano mi ha detto che non avevo niente qui, che questa non è la mia terra. Ma lo è, ed abbiamo bisogno di vivere e di poterci espandere. Quale altra scelta abbiamo? Possiamo forse andare da qualche altra parte?”, si chiede Miranda. Ma nonostante la distruzione della sua proprietà, Miranda Qasasfeh ha ancora speranza che la situazione politica cambierà in futuro. Ha minacciato di disconoscere suo figlio maggiore, se continuerà a dire di voler lasciare Betlemme per cercare lavoro altrove. “Continuo a dire ai miei figli, di fissare nelle loro menti, che non c’è nessun posto nel
La Palestina della convivenza; storia dei Palestinesi 1880/1948. Mostra Fotografica. Siena 5-13 novembre 2011

Il Comune di Siena, in collaborazione con l’associazione culturale “Un altro mondo è possibile” e il centro di documentazione sulla civiltà Palestinese “Hawiyya”, ha il piacere di presentare le mostre “Per non far finta di non sapere; reportage dai campi profughi Palestinesi in Libano” e “La Palestina della convivenza; storia dei Palestinesi 1880/1948”. Siena, complesso museale Santa Maria della Scala, piazza Duomo,1 dal 5 al 13 novembre 2011. Inoltre organizza per il giorno 5 novembre alle ore 9,30 un seminario al quale interverranno Alessandro Cannamela, Assessore alla pace e alla cooperazione internazionale del comune di Siena; Mauro Moretti, docente di storia moderna all’Università per Stranieri di Siena; Maurizio Musolino, giornalista e scrittore; Wasim Dahmash, docente di letteratura araba all’Università di Cagliari; Maria Grazia Imperiale, associazione Zaatar di Genova; Fabio Cappelli, fotoreporter.
II Incontro nazionale degli aderenti a Gazzella: Agnese Manca

Cartina di Gaza e Cisgiordania: Territorio e popolazione L’intera Palestina ha un territorio di circa 27.000 kmq, pari ad una della maggiori regioni italiane. Lo Stato d’Israele ne occupa il 78% (20.700 kmq), con una popolazione di 6.000.000/ab.(stima 1999). La densità media abitativa è di 295ab/kmq. (In Italia è di 191ab/kmq). La Cisgiordania e Gaza (territori palestinesi occupati da Israele) sono il 22% dell’Intera Palestina, pari a circa 6.000 kmq. Il 41% di questo territorio è occupato da insediamenti israeliani costruiti illegalmente. La popolazione palestinese è stimata in 3.500.000 ab., con densità media di 600ab/kmq. In Cisgiordania vivono 2.000.000 di persone e il restante 1.500.000 si concentra nei 378 kmq della Striscia di Gaza, con una densità di oltre 3.500 ab./kmq. La sola città di Gaza conta circa 400.000 abitanti 2. ABU HULI ( a Sud della Striscia di Gaza) A circa 15 Km. dalla città di Gaza verso Khan Yunis nel Sud, all’incrocio con la strada che porta all’insediamento di Cafardarom, una lunga fila di macchine sosta in attesa(2 ore per noi) che si apra il passaggio nei due sensi di marcia. Gente che va a lavoro o in ospedale o a trovare un parente: c’è chi resta in macchina con le portiere aperte, chi siede lungo la scarpata della strada polverosa e chi ricorre a un riparo improvvisato da chi ti vende una bibita fresca o un panino. E’ anche così che si cerca di campare. Ad un tratto si sente un urlo: è aperta! E tutti di corsa in macchina, ma dopo 5 minuti tutto si ferma di nuovo e rincomincia l’attesa. Arrivati alla torretta vediamo spuntare le mitragliatrici delle guardie israeliane, mentre un carro armato, seguito da un bulldozer passa e ripassa davanti a noi sollevando nuvoli di polvere. Fotografare la scena poteva essere rischioso. Foto, Agosto 2001. 3. KHAN YUNIS CITTA’ (120-220.000 ab.) Cittadina fondata dai Turchi dei quali rimane ancora una fortezza. La sua popolazione si è quasi raddoppiata in 13 anni, passando da 70 a 120.000 abitanti in città per superare i 200 mila con la periferia. Khan Yunis si trova a Sud della Striscia di Gaza, vicino alla costa del Mediterraneo. Vicino a Khan Ynui Camp in località Nimsawi c’è l’insediamento israeliano di Neve DeKalim e ad ovest di Khan Yunis la base israeliana di Al Nuria Di notte i soldati israeliani sparano a casaccio sull’abitato ad ogni cambio di guardia. Molte case portano i segni dei proiettili sui soffitti e le pareti. Alle rovine causate dai carri armati israeliani che entrano ed escono a loro piacimento si mescolano le antenne sui tetti, a testimonianza della voglia di conoscere, con accanto i bidoni dell’acqua che scarseggia. Foto presa dal Centro di Riabilitazione della Mezzaluna Rossa, a Giugno del 2002. 4. KHAN YUNIS CAMPO (martiri sui muri) Sul prolungamento della città si stende il campo di Khan Yunis, caratterizzato da strade strette e polverose, fogne a cielo aperto, muri recanti i segni della violenza cui la popolazione è sottoposta: Immagini dipinte sui muri di ragazzi uccisi da Israele, martiri della resistenza contro l’occupazione militare. Il 70% circa degli uomini sono disoccupati per la chiusura delle frontiere con Israele. Senza lavoro, senza un ruolo decisivo in famiglia si sentono umiliati e frustrati. Non di rado la moglie ci fa capire con un cenno che il marito non ci sta più con la testa. Foto, Agosto 2001. 5. KHAN YUNIS (Tufah-tenda condoglianze) In diverse circostanze il bambino ferito, destinatario della nostra busta, era fuori casa con i compagni a vegliare un coetaneo ucciso dai soldati israeliani. In questi casi, per gli spazi ristretti delle abitazioni, viene montata una grande tenda, così da congiungere i due lati della strada davanti alla casa della vittima, dove la gente va a porgere le proprie condoglianze alla famiglia. Foto,Dicembre 2002. 6. KHAN YUNIS (At-Tufah). Il bambino è stato intossicato dal gas velenoso lanciato da Israele verso la fine del 2001. Portato in ospedale per difficoltà nella respirazione, la prima volta vi è rimasto 10 giorni, ma i controlli non sono finiti. Mohammad, insieme anche ad un altro fratellino, continua la cura disintossicante tornando periodicamente in ospedale. La casa è piuttosto ristretta e molto modesta, come si vede dalla foto di Mohammad con la madre e un fratellino. Il padre è senza lavoro da 4 anni, da quando Israele ha licenziato i lavoratori palestinesi, sostituendoli con manodopera importata. Foto, Dicembre 2002. 7. KHAN YUNIS (Tufah) Tutt’intorno palazzi ridotti allo scheletro e cumuli di macerie, mentre i bambini giocano davanti alle tende piantate nello spazio lasciato dalle case distrutte. Ad ogni lancio di missile dei soldati israeliani, appostati a poche centinaia di metri, e ad ogni funerale di un loro martire, i bambini manifestano sfidando il divieto dell’occupante del quale diventano facile bersaglio. Foto, Agosto 2001. 8. KHAN YUNIS (Tufah) Al punto di confine verso il mare, tracciato da Israele, è denominato Hajz At-Tufah, confluisce la maggior parte dei bambini di Khan Yunis e dintorni : Bani Suhaila, Khaza’ah, Na’ymah e Ma’an, per manifestare contro l’occupazione in occasione della giornata della terra, della celebrazione mondiale dei diritti dell’infanzia o dell’anniversario della Nakba. E’ qui che molti dei nostri bambini sono stati feriti per lo più alla testa e al petto, ma anche alle mani, all’addome, al pelvi e alle gambe. In tutta questa zona le case distrutte aumentano e la situazione di strangolamento della popolazione palestinese diventa sempre più insostenibile. Foto, Agosto 2001. 9. KHAN YUNIS (At-Tufah). Bambini giocano accanto al nuovo muro di sbarramento tra un piccolo insediamento ebraico e il campo di Khan Yunis. Dietro il muro della vergogna che Israele sta costruendo in terra palestinese, a protezione di poche famiglie israeliane che si sono installate nella striscia di terra fertile verso il mare. Foto, Giugno 2002. 10. KHAN YUNIS (At-Tufah) La tecnica si affina e il muro alto piu’ di otto metri è sorvegliato da una torretta mobile, guidata da un computer, che spara in tutte le direzioni. In altri punti ci stanno i gulbe che appaiono
Immagini di vita quotidiana in Palestina
Palestina, bambini senza libertà. Ennio Polito per Liberazione
Nella striscia di Gaza occupata, tempi brevi scandiscono l’inumano giro di vite sollecitato da Ariel Sharon nel “far soffrire” i civili palestinesi. La signora Agnese Manca, che aveva visitato la striscia l’estate scorsa per conto della rete di solidarietà “Per Gazzella”, ha trovato la situazione “di gran lunga, visibilmente peggiorata”. La confisca della terra, la distruzione delle case, la devastazione dei campi coltivati, delle infrastrutture e della rete stradale, il numero dei feriti e dei morti, le ore passate ai punti di accesso, per controlli minuziosi e sfibranti, o per mera esibizione di potere segnalano una sofferenza quotidiana “ai limiti del tollerabile”. Siamo andati a incontrare la signora Manca a Fiumicino, al suo rientro da un viaggio movimentato, nel quale le è stata compagna Letizia Lindi, una dirigente dei giovani comunisti di Carrara. Anche il passaggio della frontiera, all’aeroporto di Tel Aviv, era stato caratterizzato da un carico maggiore di vessazioni poliziesche: lunghi interrogatori, perquisizioni personali, più lunghe ore in isolamento in sudici stanzoni, prima di una decisione che ha imposto il reimbarco della maggioranza dei più giovani. Vittime di un sospetto generalizzato, collegato all’idea che la sicurezza di Israele sia minacciata dall’esterno anziché dalla persecuzione della popolazione autoctona, altri membri della delegazione hanno dovuto così ripartire, ciò che ha fatto ricadere per intero sulle due donne la fatica dell’incontro con trecentocinquanta famiglie di bambini feriti, adottati a distanza. Due bambini sono stati uccisi nei mesi scorsi dai soldati e molti altri hanno perduto la casa, demolita in una delle tante “punizioni” individuali o collettive. I morti sono Murad, un ragazzo di Rafah, nel sud della striscia, ferito al capo, e Fadi, un bambino di dieci anni, di Khan Yunis, bruciato con i genitori e i fratellini nel rogo della loro casupola, nel campo profughi; dell’intera famiglia è sopravvissuto soltanto un ragazzo, del quale mancano notizie. I feriti non si contano. Si può essere feriti all’uscita di scuola, a un funerale, in una manifestazione, oppure giocando per strada. Nel resoconto che ci viene fatto c’è anche una nota lieta. In una casa del campo profughi di Jabalya la Manca aveva incontrato, nel suo viaggio precedente, una ragazzina sugli 11-12 anni che, traumatizzata da bombardamento, aveva perso la parola. Ora l’ha ritrovata. Si chiama Wafa, parla, è contenta di vivere. Ma la felicità, nella striscia, è un genere introvabile. Il paesaggio tra Jabaya e Rafa, all’estremo sud, è infernale. Vecchi e nuovi ritrovati della tecnologia di distruzione israeliana, quasi sempre forniti dagli Stati Uniti, hanno lasciato il loro segno: i carri armati hanno aperto la via, i bulldozer hanno fatto il grosso del lavoro, davanti alle spianate dei campi profughi, dove giocano i ragazzi, sono apparsi i gulba, una sorta di torrioni insediati in posizione dominante o capaci di raggiungere tale posizione con una parte mobile, che sale e dalla quale, all’improvviso, aprono il fuoco le mitragliatrici. Tutto attorno, macerie, tubature dell’acqua tranciate, pali elettrici sradicati o pericolanti, cabine telefoniche schiacciate al suolo, campi rivoltati. “Una quindicina di chilometri oltre il capoluogo, andando verso Khan Yunis, all’incrocio con la strada che conduce a un insediamento”, raccontano, “troviamo una lunga fila di macchine ferme, in attesa. Passano due ore, cariche di tensione. Molti siedono nelle vetture con le portiere aperte, altri sulle scarpate della strada polverosa, o sotto ripari di fortuna. Per gente che va al lavoro, in ospedale o a far visita a un parente, i soldati hanno cura di trasformare distanze di pochi chilometri in un viaggio snervante. A un tratto, sentiamo gridare: “Si passa!”. Tutti risalgono in macchina precipitosamente per tornare a fermarsi cinque minuti dopo. Da una gulba spuntano le canne delle mitragliatrici, passa un carro armato, seguito da un bulldozer, che rovescia sui viaggiatori nuvole di polvere”. “Per evitare di perdere tempo con gli spostamenti abbiamo dormito quattro notti a Khan Yunis. Nel buio, ma spesso anche di giorno, risuonavano gli spari. A Rafah i muri delle case sono tappezzati di fotografie di martiri, per lo più giovani, uccisi mentre manifestavano contro il ritorno dei carri armati in città o soltanto per essersi avvicinati troppo ai nuovi confini, con i quali gli israeliani incamerano altri territori palestinesi. Decine di case continuano a essere distrutte in incursioni notturne e l’indomani, chi viene trovato sulle macerie rischia la vita”. Molti di quelli che Agnese chiama “i nostri bambini” si sono dispersi dopo che le famiglie hanno perduto la casa. Cita, tra gli altri, Omar, di quattro anni, e Mahmud Yasser, di venti mesi. I due sono fratelli, figli di uno dei sei uomini uccisi nella loro automobile da un razzo israeliano, due settimane fa, il secondo attentato in pochi giorni. Nel primo, il padre e i due bambini erano rimasti feriti in varie parti del corpo. La madre è in attesa di un terzo figlio. Chiediamo con quali sentimenti la gente viva questa nuova fase del dramma. “Chi ce ne ha parlato, lo ha fatto con civiltà, con dignità, forse anche con un po’ di rassegnazione. Ogni bambino, ci diceva a Gerusalemme il conducente di un taxi, ha il diritto di sognare, ma a me non è stato concesso. Sfollato nel ’48 da Bersheva, non ho nessuno e non possiedo niente. Noi non vogliamo annientare gli israeliani, ma loro vogliono annientare noi. Ho cinquanta anni e non ho mai vissuto un giorno da libero. Sono un democratico, credo nell’eguaglianza degli esseri umani e nel rispetto della dignità di ognuno. Per i miei figli non c’è futuro. Qui non si possono fare progetti per l’avvenire, neanche a breve scadenza. I nostri problemi non finiranno mai. Il mondo non sa e non vuole sapere”. Ennio Polito, Esponente della rete di solidarietà “Per Gazzella” di ritorno da Gaza
Foto da Genin
Il 18 maggio 2002, una volontaria di Gazzella ha visitato il campo profughi di Genin e ha scattato alcune fotografie.
Bambini palestinesi detenuti da Israele
Intervista a Luisa Morgantini su Noi Donne (22 febbraio 2002) – Lei si sta occupando dei diritti negati dei bambini palestinesi. Quale e’ la situazione oggi? La situazione e’ tragica. Le condizioni di vita della popolazione intera , in modo particolare la condizione dei minori sono insopportabili. Intanto bisogna dire che il 53% dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza ha meno di 18 anni. I ragazzi non hanno mai conosciuto la serenita’ o un infanzia normale a causa dell’occupazione militare israeliana . Dalla fine di Settembre del 2000, dallo scoppio della seconda Intifada i ragazzi uccisi dai soldati israeliani sono stati piu’ di 300, la maggior parte mentre uscivano da scuola o passavano per la strada o erano al mercato, altri mentre tiravano sassi, qualcuno tirava rudimentali molotov. Migliaia sono i ragazzi e le ragazze ferite, centinaia e centinaia con handicap permanenti, come il dolce Daud 12 anni e Hania di 15, del campo profughi di Kalandia, tutti e due hanno perso un occhio, colpiti da una pallottola di gomma con cuore d’acciaio; erano appena usciti da scuola, i soldati sparavano all’impazzata contro un nugolo di ragazzi che tiravano pietre. Anch’io, insieme ad altre parlamentari europee, mi sono trovata a Kalandia mentre i soldati sparavano all’impazzata, sono stati colpiti dei passanti. Le pietre che tiravano i ragazzi non arrivavano neppure ai soldati, eppure loro sparavano, mirando freddamente. I bambini feriti sono stati prevalentemente colpiti alla testa, agli occhi, all’addome. Una denuncia precisa sui comportamenti dei soldati e’ stata fornita da una giornalista israeliana, Amira Hass, la quale ha intervistato un ufficiale dell’esercito che diceva che gli ordini ricevuti erano di sparare ai bambini superiori ai 12 anni. Centinaia di scuole sono state chiuse o se ne e’ impedito il funzionamento, alcune di esse sono state convertite in campi militari. Il tragitto per recarsi a scuola, quando questa non e’ all’interno del prio villaggio, diventa di giorno in giorno piu’ difficile a causa dell’aumento del prezzo dei mezzi di trasporto, infatti con la chiusura delle strade dei villaggi, controllati in genere da mezzi militari, le auto non possono passare. Si puo’ passare , quando i soldati non ne fanno divieto, a piedi. In questo modo bisogna prendere un mezzo per arrivare da casa alla strada di uscita dal paese, attraversare a piedi e poi prendere un altro mezzo di trasporto, se poi si trova un altro check point devi rifare la stessa operazione. Il costo del trasporto diventa cosi il doppio o il triplo piu’ caro. Tutto cio’ in una situazione in cui il 60% della popolazione non puo’ piu’ lavorare sempre a causa del blocco militare e molto spesso dal coprifuoco. Ma al di la’ delle difficolta’, bisogna tenere in considerazione la paura, moltissime sono le famiglie che non permettono piu’ ai ragazzi di uscire di casa per timore che possano essere aggrediti dai soldati o capitare in qualche scontro. A Khan Yunis, dove i bombardamenti e le distruzioni di case sono quotidiane, mentre passavo per strada e i bambini uscivano da scuola li vedevo camminare rasente i muri, e poi mettersi improvvisamente a correre al suono di clackson di auto e tapparsi le orecchie con gli occhi spaventati. Insomma la popolazione palestinese e cosi’ i ragazzi, sono praticamenti prigionieri nelle loro case o villaggi. All’ospedale di Gaza un ragazzo di tredici anni, ferito ad una gamba, mi chiedeva di portarlo in Italia, ma poi molto piu’ mestamente mi ha detto Òmi basterebbe andare a Hebron, il mio amico Nizar e’ andato a trovare i suoi parenti e non gli hanno piu’ dato il permesso di tornare qui ed io anche quando usciro’ dall’ospedale non potro’ andare a trovarlo. Ma perche’ noi dobbiamo vivere cosa’? Ti sembra giusto?Ó Majidi, invece, anche lui tredicenne non capisce piu’ suo padre, un dirigente palestinese che da sempre ha cercato relazioni con gli israeliani del movimento pacifista. Mentre suo padre parlava al telefono con un israeliano, lui ha detto ad alta voce Òpapa’, smettila di parlare con loro, oggi hanno ammazzato FaresÓ. Eyad Sarraj direttore di un centro psicologico per l’infanzia di Gaza, sostiene che le condizioni di violenza anche in famiglia si sono accentuate moltissimo. Le malattie nervose, la depressione, l’aggressivita’ sono ormai ad un livello esplosivo per la societa’ palestinese e i ragazzi ne pagano le conseguenze piu’ gravi. Ma cresce anche la violenza tra i ragazzi stessi. Insieme a questo cresce la malnutrizione, sempre di piu’ genitori disperati che non possono acquistare neppure il pane. Ogni volta che vado in Palestina, ma in realta’ ogni giorno mi chiedo fino a quando? Fino a quando non potra’ esservi pace in quella terra e i giovani potranno finalmente muoversi liberamente per la strada e andare a scuola o al lavoro, non vedere piu’ le proprie case demolite, gli ulivi sradicati, la terra confiscata, i padri umiliati. Fino a quando (per fortuna non ancora molti) giovani palestinesi per reazione ai soprusi e all’ingiustizia si trasformeranno in kamikaze, distruggendo la propria e quella di giovani vite israeliane ? E fino a quando giovani israeliani in nome della sicurezza del proprio paese si trasformano in soldati che colpiscono ciecamente e ai check point impediscono persino a donne che stanno partorendo di andare all’ospedale, e con freddezza bloccano le ambulanze con persone moribonde? Domanda forse retorica ma che ci mette di fronte alle nostre responsabilita’ di singole cittadine e delle nostre istituzioni dal governo italiano, all’unione europea, alle Nazioni Unite per agire per una pace giusta nel riconoscimento del diritto dei due popoli ad uno stato. – Ha denunciato inoltre le condizioni di vita dei bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Ce le puo’ illustrare? Gli atti di tortura cominciano dal momento dell’arresto. Il bambino preso viene bendato e messo su un veicolo, dove comincia l’interrogatorio. Qualche volta i bambini vengono insultati e picchiati. Si stima che nel 2000 circa 350 bambini, dai 10 ai 18 anni, sono stati arrestati, la maggioranza per aver tirato pietre contro dei soldati o per questioni di
Argomenti di discussione : Guerra e pace in Palestina
Nella nostra parte del mondo hanno ancora cittadinanza, per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, due atteggiamenti complementari: c’e’ chi si sorprende per il fatto che esso non trovi ancora una soluzione pacifica, ma evita con ogni cura qualsiasi presa di posizione sul merito di cio’ che accade, e c’e’ chi si sente tenuto a una “equidistanza” rispetto alle parti, o a privilegiare, nella ricerca della pace, quella che collega una sua rivendicazione di primogenitura alla memoria del martirio degli ebrei nei campi di sterminio nazisti, sicche’ l’altro popolo dovrebbe accontentarsi di limitate concessioni.L’esperienza di mezzo secolo attesta che l’uno e l’altro atteggiamento, lungi dall’ avvicinare la pace, perpetuano il fallimento degli sforzi rivolti a questo fine. Il primo, perche’ semplifica un problema complesso e ipotizza soluzioni indolori, che non esistono. Il secondo perche’ lo squilibrio fra torti e ragioni delle parti, presente fin dall’inizio, si e’ ingigantito nel tempo e collocarsi “nel giusto mezzo” significa oggi, in linea di fatto, incoraggiare l’intransigenza dei vincitori e serrare il cappio attorno al collo dei perdenti. In questo senso, era nel vero lo storico polacco Isaak Deutscher, ebreo ma duramente critico verso il tipo di “soluzione” che Israele incarna, quando affermava che il mondo, per i suoi peccati di antisemitismo prima, e per l’acquiescenza mostrata verso le sopraffazioni israeliane, poi, e’ piu’ colpevole delle parti in causa. Una tragedia nazionale. – Problema complesso, si e’ appena detto. E’ vero, per esempio, che le ondate di immigrazione ebraica affluite nella Palestina-Israele negli anni della persecuzione nazista (1932-45) e in quelli immediatamente successivi (1945-48) sono state numericamente superiori a quelle precedenti – 370.00 contro 177.000 – ma e’ vero anche che questo apporto e’ oggi nettamente minoritario rispetto al totale della popolazione israeliana – 6 milioni 100.000, secondo l’ultimo censimento – che ha tutt’ altra provenienza. Sostenere che la creazione di uno Stato ebraico in Palestina – anzi , la trasformazione dell’intera Palestina in uno Stato ebraico, secondo l’obbiettivo enunciato dalla conferenza sionista di New York (1942) – sarebbe conseguenza di quella persecuzione e da questa sarebbe legittimata e’ palesemente infondato. Il movimento sionista era nato quasi mezzo secolo prima e gestiva il tentativo di “ebraizzazione” della Palestina secondo i suoi propri orientamenti e programmi, che nulla avevano a che fare con l’antinazismo. Gli stessi argomenti valgono, a maggior ragione, per la cacciata, manu militari, di ottocentomila civili palestinesi, la grande maggioranza, cioe’, della popolazione dei territori su cui Israele affermo’ il suo controllo nel 1947-48 e per la riduzione del rimanente alla condizione di minoranza oppressa. E’ una cifra di per se’ eloquente, che dovrebbe far riflettere chi tuttora cerca in motivi irrazionali la spiegazione dell’abisso che si e’ scavato tra i due popoli. Altro che antisemitismo, altro che fanatismo religioso. Come avrebbe reagito un europeo, mettiamo un italiano del secolo scorso, se gente venuta da altri paesi lo avesse, nel giro di poche settimane, scippato della sua aspettativa di indipendenza nella sua unica “patria” storica, della casa, delle bestie da lavoro e di ogni mezzo di sussistenza, e avesse chiamato altri sconosciuti a sostituirsi a lui in diritto e in fatto? Non a caso, i palestinesi si riferiscono a quella pagina della loro storia con la parola “catastrofe”. Ma quell’evento, con tutti i suoi effetti dirompenti, e’ solo l’inizio. Tre guerre e diverse crisi piu’ tardi, dopo aver conquistato con le armi l’intero territorio della Palestina originaria, il gruppo dirigente di Israele proclamava apertamente il proposito di tenersi tutto. L’occupazione proseguita senza mutamenti di sostanza per piu’ di trenta anni e la colonizzazione che l’ha accompagnata si estesa a macchia d’olio, tanto da prefigurare una Palestina ghettizzata, territorialmente frammentata e dipendente, in parte occupata, in parte rioccupabile in qualsiasi momento. Dal ’67 a oggi, da quella parte non e’ venuta alcuna proposta costruttiva, neppure in risposta a cambiamenti importanti dell’atteggiamento palestinese, come l’adesione alla formula dei “due Stati”.Un mondo meno vivibile. – Anche in questo tentativo dimettere in mora, per quanto lo riguarda, la legge internazionale. Israele trova chi lo comprenda, chi lo ammiri e, come era logico aspettarsi, chi lo imiti (quante “pulizie etniche”, nel mondo, dal ’67 in poi, sperando in un’eguale impunita’). Molti dei mutamenti in peggio che il mondo ha registrato negli ultimi anni sono venuti da quel laboratorio. Nel 1956, Israele si alleo’ alla gran Bretagna per attaccare l’ Egitto, e occupo’ il Sinai, ma dovette ritirarsi, su richiesta americana, nel giro di settimane, oggi aggira ed elude i consigli della Casa bianca e i suoi soldati sono addestrati a sparare sui bambini; ieri descriveva i suoi esperimenti come socialisti, oggi elegge come primo ministro un personaggio che non sfigurerebbe sul banco degli accusati in un processo per crimini di guerra.
‘Intifada (cenni storici)
Le origini del conflitto Estesa all’incirca come il Piemonte, la Palestina era abitata nell’antichita’ da popolazioni diverse, alcunedelle quali nomadi. Tra le altre, gli ebrei, che, per motivi legati alla loro attivita’ commerciale, si erano sparsi anche in altri territori, fondandovi colonie. A questo esodo volontario si sovrappose, dopo la conquista romana e la distruzione del grande tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., la dispersione forzata. In seguito, quei territori, ormai a maggioranza araba, fecero parte per secoli dell’lmpero ottomano. Finche’, sconfitto quest’ultimo nella prima guerra mondiale (1914/18), passarono sotto protettorato britannico, con la promessa dell’indipendenza. Ma la Gran Bretagna, con una dichiarazione del suo ministro degli esteri, lord Balfour (1917), aveva preso con il movimento sionista un impegno che contraddiceva quella promessa, autorizzando massicce ondate di immigrazione ebraica, con la prospettiva di creare un “focolare” (home foyer) nazionale ebraico. Mentre nel 1918 vi erano in Palestina 644.000 arabi e 56.000 ebrei (l’ 8 per cento del totale), nel ’31 gli ebrei erano diventati il 31,4 per cento e possedevano il 5,6 per cento della terra. I palestinesi si opposero anche con le armi a un’immigrazione il cui fine dichiarato era quello di sottrarre loro la propria terra e l’indipendenza. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo l’orrore dell’Olocausto, l’Onu cerco’ di uscire da una situazione gravemente compromessa raccomandando la spartizione del territorio in due Stati: uno ebraico, con il 56,47 per cento della superficie originaria e uno arabo-palestinese, con il 42,88 per cento, diviso in tre parti non confinanti. Gersalemme doveva avere uno statuto internazionale. La guerra, esplosa nel ’48, mando’ a monte quel progetto. Con l’appoggio materiale delle maggiori potenze (Urss e Stati uniti) e grazie ad accordi segreti con il re di Transgiordania, Abdullah, legato agli inglesi , i sionisti si impadronirono non solo della terra loro destinata nelle raccomandazioni dell’Onu, ma anche di parte dello Stato palestinese (il rimanente fu annesso dalla Transgiordania, che muto’ il suo nome in Giordania) ed espulsero con le armi la grande maggioranza della popolazione araba. Ai primi 800.000 profughi altri se ne aggiunsero con i conflitti successivi sicchè nel 1980 l’Onu ne registra due milioni 150 mila. La Gerusalemme storica, araba, fu annessa dalla Giordania. Gli israeliani vi costruirono accanto una citta’ nuova, che, con la finzione dell’unita’, precostituiva argomenti per un’ulteriore espansione. Questa avvenne nel giugno del ’67, con la cosiddetta “guerra dei sei giorni”, che porto’ sotto il dominio israeliano l’intero territorio della Palestina originaria. Quella guerra, dalla quale gli Stati arabi erano usciti sconfitti, vide d’altra parte i palestinesi, che il mondo aveva “dimenticato”, tornare sulla scena come protagonisti armati. Territori occupati e legittimita’ internazionale Con l’espressione “Territori occupati” ci si riferisce fondamentalmente a quelli a occidente del Giordano, noti, appunto, come Cisgiordania o West Bank (“riva occidentale”) che avrebbero dovuto far parte dello Stato palestinese ed erano stati, invece, fra il ’48 e il ’67, sotto la Giordania, e alla “striscia” di Gaza, destinata anch’essa allo Stato palestinese, ma amministrata dall’Egitto. Quel termine richiama anche l’illegittimita’ delle pretese di Israele, sconfessate dall’Onu con la risoluzione 194 , che chiede il ritorno dei profughi, con la 242 (che ribadisce l’inammissibilita’ della conquista con le armi e il principio del ritiro israeliano) e con una serie di risoluzioni che respingono l’annessione di Gerusalemme. L’intifada e gli accordi di Oslo Mentre i palestinesi hanno dato il loro assenso, a partire dagli anni 70, a soluzioni conformi alla legittimita’ internazionale (accettazione di un loro mini-Stato e riconoscimento di Israele), lo Stato ebraico mantiene da ben trentatrè anni un atteggiamento negativo, o ambiguo, sul destino dei Territori e ha spinto a fondo l’opera di snazionalizzazione attraverso la costruzione di insediamenti di civili ( i cosiddetti coloni) armati. Nel 1987, l’invivibilita’ del regime d’occupazione ha fatto scoppiare la prima intifada, che ha portato al livello piu’ basso l’immagine dell’occupante. La battaglia dei sassi era cessata con la firma degli accordi di Oslo (1993), negoziati in segreto tra Israele e l’Olp ( riconoscimento dell’Olp, trasferimento di piccole parti di territorio all’autogoverno palestinese, ma calendario di ritiri israeliani mai mantenuto, assoluta vaghezza sui punti centrali per una pace giusta, cioè il diritto al ritorno dei profughi, l’eliminazione degli insediamenti, lo status di Gerusalemme), ma l’intransigenza e la repressione hanno imposto la ripresa della lotta. Basti pensare che dal 1993 al 2000 (cioe’ durante i colloqui per gli accordi di Oslo) gli abitanti degli insediamenti sono raddoppiati, passando da 100.000 a 200.000 e che la situazione economica ( un lavoratore palestinese in Israele porta a casa 50 dollari alla settimana; la disoccupazione ha raggiunto il 25%) e’ diventata insopportabile: si capisce così perche’ la passeggiata di Sharon sulla Spianata delle moschee ( il terzo luogo sacro dell’Islam) il 28 settembre del 2000 abbia rappresentato la scintilla della nuova rivolta.