Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – Gennaio 2012
Relazione viaggio a Gaza, gennaio 2012 Dal 12 al 26 gennaio sono stata a Gaza a visitare i bambini adottati da “Gazzella”. L’entrata da Eretz, il chekpoint di Beit Hanun posto all’ingresso della Striscia di Gaza, mi ha messo come al solito a dura prova per il trattamento che ho dovuto subire. Sono arrivata da Gerusalemme il venerdì 13 gennaio di mattina presto, all’orario di apertura, perché essendo il giorno in cui il passaggio chiude a mezzogiorno per riaprire poi solo la domenica, avevo una gran paura che trovassero una scusa per rimandarmi indietro. Non ero mai stata a Gaza a gennaio e dalle esperienze precedenti Gaza era per me un luogo dove si muore sempre di caldo; invece inaspettatamente tirava un vento gelido e gli agenti della sicurezza e i soldati nei loro box e casette riscaldate facevano finta di non vedere che c’era qualcuno che aspettava fuori. Quando finalmente dopo più di mezz’ora sono riuscita ad attirare la loro attenzione, mi hanno chiesto il passaporto e mi hanno fatto segno di aspettare. E’ passata un’altra mezz’ora e più in cui nessuno ha fatto niente, e finalmente, forse perché mi hanno visto gesticolare insistentemente, senza degnarmi di uno sguardo hanno chiamato qualcuno al telefono che è arrivato, armato fino ai denti e con molto comodo e aria annoiata, per prendere il mio passaporto. Dopo altre attese e un breve interrogatorio sulle ragioni della mia andata a Gaza, cosa sempre traumatizzante perché non si sa mai bene cosa sia meglio rispondere, finalmente sono passata e, attraverso il lungo corridoio in terra di nessuno (si fa per dire perché il controllo di questa zona è unicamente israeliano), sono finalmente arrivata a Gaza dove, dopo un rapido controllo del permesso dell’autorità palestinese che è da circa un anno necessario avere, mi sono sentita libera. Lì finalmente mi sono venuti a prendere Maher dell’associazione Hanan, una delle associazioni con cui Gazzella collabora, accompagnato da un amico che parlava inglese e che faceva da interprete. La sorpresa e l’impressione sono state forti. La mia ultima visita nella Striscia di Gaza risale ad ottobre del 2010. Allora la distruzione, risultato dell’operazione israeliana “Piombo Fuso” avvenuta fra dicembre 2008 e gennaio 2009, era ancora molto evidente. Adesso, invece, dal Nord al Sud, si vedono centinaia e centinaia di case nuove o ancora in costruzione e gru e cantieri dappertutto. I palazzi sono molto fitti e il terreno libero, soprattutto quello non sabbioso e coltivato, è ridotto a piccoli appezzamenti in mezzo a gruppi di costruzioni. Fra le costruzioni nuove salta all’occhio l’alto numero di moschee grandi e piccole, che nelle ore della preghiera fanno un gran baccano, cosa che mette ancora più in evidenza della vista quanto siano numerose. Comunque il gran numero di nuove costruzioni dà un senso di grande vitalità del paese, decisamente positivo. Altro segno della vita che forse migliora per gli abitanti è un gran numero di nuovi ristorantini, soprattutto di pesce. Il pesce è esposto a vista sulla strada o è addirittura sul marciapiede; si sceglie entrando e dopo un pòarriva cotto alla perfezione e profumato da erbe varie, purtroppo non accompagnato da un buon vino. Non si può avere tutto!! Mi auguro che in estate il pesce sia messo in frigoriferi o sul ghiaccio. Non sono riuscita a capire se i pesci e pescetti, gamberi e granchi presenti in abbondanza in tutte queste piccole trattorie e anche nei mercati, siano tutti pescati localmente o vengano anche dagli allevamenti di El Arish sulla costa egiziana non lontano da Gaza, come mi hanno detto alcuni. Ho cercato di capire chi costruisce tanto e soprattutto chi può comprare poi gli appartamenti che sono decisamente cari. Certo le case servono, considerato l’aumento della popolazione (gli abitanti di Gaza sono arrivati a 1.800.000) e la distruzione causata dalle bombe israeliane. Confrontando le diverse versioni mi è parso di capire che la terra è molto cara, ma il materiale da costruzione che arriva dall’Egitto attraverso i tunnel, costa invece abbastanza poco, malgrado la tassa riscossa da Hamas su tutto ciò che arriva dai tunnel. Chi ha la terra, quindi, si può costruire la casa, magari lavorandoci personalmente e con parenti e amici disoccupati (la disoccupazione è al 70% e quindi braccia per aiutare a costruire non mancano). Il governo di Hamas sostiene che sta costruendo molte case per i poveri che vivono ancora in baracche e catapecchie, soprattutto nei campi. Speriamo sia vero, altrimenti non si capisce, data la grande povertà, chi si possa permettere di acquistarli. Ci sono poi i nuovi ricchi che guadagnano, e anche molto, commerciando tutto ciò che arriva attraverso i tunnel. La situazione nei campi, dove vivono molti dei bambini di Gazzella è terribile. Lo spazio a disposizione è molto limitato e la popolazione cresce. I pavimenti di molte case sono in terra battuta. Spesso il bagno non esiste o è molto primitivo e la cucina si riduce a dei fornellini traballanti sistemati in qualche angolo all’aperto. I molti bambini, a volte più di 7-8 nello stesso nucleo, dormono in un’unica stanza e, non raramente, insieme ai genitori. Molte famiglie sono poverissime ma dignitose, con case in ordine e bambini puliti, mentre in altre famiglie è visibile un degrado terribile in cui i padroni di casa non hanno neanche voglia di offrirci qualcosa da bere come fanno in generale tutti. Quando piove il campo si allaga immediatamente trasformandosi in un orribile pantano fangoso che ridiventa poi di polvere che penetra dappertutto dopo poche ore di sole. Durante il mio soggiorno ha piovuto spesso, e mentre io pensavo che ci mancava solo la pioggia per rendere Gaza al suo peggio, gli abitanti erano invece molto contenti perché è l’unico periodo dell’anno in cui piove un po’ e loro hanno molto bisogno di acqua. Il mare invernale, spesso in tempesta, era invece bellissimo. Il freddo tuttavia si faceva sentire e mentre ero a Gaza, abbiamo fatto fare 500 berretti da distribuire ai nostri bambini. Bisognerebbe trovare altre risorse da dedicare a queste