Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza. Ottobre-novembre 2018

Relazione del viaggio a Gaza ottobre – novembre 2018 Siamo partite dal’Italia abbastanza preoccupate: sciopero generale il giorno della partenza, bombe su Gaza con possibilità di chiusura dell’entrata di Erez da Israele. Per fortuna è andato tutto nel migliore dei modi. Arrivate all’aeroporto la security non ci ha neanche chiesto quale era lo scopo del nostro viaggio e la serata a Mea Sharim, il quartiere ebreo ortodosso dove abita il nostro amico che ci ospitava, è stata piacevole. Essendo venerdì pomeriggio il quartiere brulicava di ortodossi di tutte le dimensioni e con gruppetti familiari con almeno 4-5 bambini sotto i 6 anni, miniature dei loro genitori! Poi abbiamo cenato piacevolmente al Jerusalem hotel. Sabato essendo chiusa l’entrata nella Striscia di Gaza, abbiamo camminato e girato per Gerusalemme est sempre più israeliana e meno palestinese e la sera con amici vecchi e nuovi abbiamo cenato in casa confrontando animatamente impressioni e notizie di quello che sta succedendo in Italia e in Palestina e abbiamo anche deciso di tentare l’entrata il giorno dopo e cioè la domenica anche se il venerdì in risposta alle pietre e ai razzi palestinesi, gli israeliani avevano approfittato per bombardare e sparare uccidendo 7 ragazzi di Gaza per cui si diceva che le entrate fossero state blindate. Il nostro ottimismo è stato premiato e l’indomani mattina siamo entrate nella Striscia con facilità dopo aver passato i 3 controlli: israeliano, Autorità Palestinese e Hamas e siamo state rilevate da un nuovo giovane che lavora con l’associazione Aisha, Ahmed, che non conoscevamo ancora, e arrivate in ufficio abbiamo cominciato a fare un piano di lavoro per le visite ai bambini adottati da Gazzella e per far partire i 2 progetti finanziati dall’8×1000 della Chiesa Valdese. È interessante che Aisha avendo bisogno di nuovo personale giovane ha deciso di aprire a candidati maschi e ha bandito dei posti. Hanno risposto al bando solo ragazzi cristiani! I cristiani a Gaza sono ridotti a meno di 1000 su 2.000.000 di abitanti! I due ragazzi che ora lavorano ad Aisha coccolati dalle decine di femmine sono molto carini e bravi e secondo Reem che dirige il centro, sono anche molto bravi. Dal giorno dopo abbiamo cominciato a visitare i ragazzini adottati, e questa volta non li abbiamo trovati soltanto migliorati fisicamente, ma con nostra sorpresa molti di loro e anche alcuni dei loro familiari stanno proprio meglio psicologicamente. Forse dal 2014 cioè dall’operazione israeliana “Margine Protettivo” in cui i nostri bambini adottati sono stati feriti, è passato il tempo necessario senza che ci sia stato un forte bombardamento e le ferite si sono rimarginate o chissà. Per esempio Bahadin, ragazzino che non aveva più parlato dal momento in cui era stato ferito nel luglio del 2014, ha ricominciato a parlare anche se purtroppo i genitori non lo possono portare in un ambulatorio di logopedia per mancanza di soldi e non parla ancora bene e ha problemi scolastici. Tutto il gruppo familiare che mi trasmetteva angoscia ad ogni incontro, mi è sembrato più sereno e sorridente. E così Abdalqader e Musa, i due fratelli a cui sono stati uccisi 2 fratelli a fine luglio del 2014 nel bombardamento di una scuola dell’UNWRA dove si erano rifugiati con tutta la famiglia pensando che fosse un luogo sicuro, stanno molto meglio, anzi bene e stanno pensando cosa studiare all’università dove potranno entrare sicuramente con borsa di studio perché sono bravissimi a scuola. Con il padre hanno riparato i danni dell’appartamento in cui vivono e hanno un nuovo fratellino. La mamma nel salutarmi mi ha detto che ringrazia molto Gazzella perché a parte l’aiuto materiale ricevuto che è stato fondamentale, la famiglia ha sentito l’appoggio affettuoso nel ricominciare a vivere. Queste e altre storie ci incoraggiano molto a continuare. Siamo però molto preoccupate perché i soldi di Gazzella stanno diminuendo e molte adozioni vecchie non vengono rinnovate e non vengono sostituite da nuove. Sarebbe proprio peccato che Gazzella si estinguesse. Oltre a visitare i bambini adottati nelle loro case, abbiamo lavorato sui progetti che sono stati finanziati dall’8×1000 della Chiesa Valdese. Abbiamo concluso il quinto e ultimo anno del progetto Aisha – WILPF Italia: “Per una vita senza violenza” e ne abbiamo proposto un altro che è stato finanziato, che si propone di intercettare i bambini che lasciano la scuola e cercare di trovare loro dei lavori attraverso cui poi farli ritornare a scuola. L’altro progetto finanziato, dell’Associazione Hanan con Gazzella, per il II anno fa corsi alle madri di bambini con handicap o feriti per insegnar loro a trattare i loro bambini in maniera appropriata e a eseguire esercizi riabilitativi data la carenza e spesso la lontananza ambulatori di riabilitazione. Abbiamo anche chiesto a tutte la persone con cui abbiamo interagito e del cui giudizio ci fidiamo, quale è la loro posizione sulle manifestazioni del venerdì al confine con Israele che sono già costate più di 200 giovani vite oltre alle decine di migliaia di feriti che affollano gli ospedali. Mi sembra che le persone intervistate siano tutte d’accordo sul fatto che si tratti di un movimento che viene dalla società civile e non dai partiti ma che i partiti di sinistra tutti abbiano cercato di impossessarsene, ma che non ci sia assolutamente accordo sia sulla sua utilità per ottenere qualcosa ma soprattutto se sia giusto mandare al macello tanti giovani invece di cercare di impedirlo. Se abbiamo capito bene, i 3 partiti che ora controllano le manifestazioni del venerdì sono Hamas, Il Fronte popolare e la Gihad islamica. Pare che ora finalmente stiano discutendo cosa fare per cercare di indirizzare le manifestazioni in una maniera che non finiscano sempre con l’uccisione di giovani. Non ho capito in che modo ma spero proprio che un modo lo trovino. La situazione dell’erogazione di corrente quando eravamo state l’ultima volta era diventata veramente drammatica e a 4 ore di corrente seguivano da 8 a 16 ore senza o anche di più. Adesso invece la situazione è ritornata a 8 ore sì e 8 ore no e a

Dalla volontaria di Gazzella a Gaza – 22/9/2018

Gaza. Rapporto del ministero della salute – Gaza Grande Marcia del ritorno . Aggiornamento in data: 21\9\2018 , ore 19:15: Morti : 1 (Karim Muhammad Kolab, 25 anni) Feriti: 312 ricoverati: 100 Feriti gravi: 5 Feriti con pallottole vive 54:  di cui bambini 20, donne 2 A migliaia sono arrivati a Malaka uno dei concentramenti delle manifestazioni per la Grande Marcia del Ritorno. L esercito israeliano ha riempito l’aria di gas e sparato contro la folla. Le immagini parlano! Grande lavoro per i volontari e i medici, sulle ambulanze, sul territorio e nella tendopoli sanitaria  allestita a circa due km. Anche oggi i mezzi di soccorso e il personale paramedico, che lavorano in condizioni estremamente difficili, sono  stati raggiunti  da proiettili e dai gas. Dalle 16 alle 19.30 lavandosi gli occhi bruciati dai gas, hanno raccolto a braccia o in barella i feriti. Un volontario di primo soccorso del nostro team è stato ferito da un proiettile al braccio, fortunatamente non in modo grave. Oggi si sono vissuti momenti difficili, quando una folla di manifestanti è arrivata al reticolato e sembrava riuscire a sfondare. L esercito israeliano si è scatenato con lancio di gas e proiettili. Un breve fuggi fuggi e poi nuovamente in marcia! Questo è il terrore di Israele: sapere che i palestinesi  indietreggiano, ma non scappano, non abbandonano la lotta.

Dalle volontarie di Gazzella a Gaza – 4 maggio 2018

Venerdì 4 maggio 2018 Aeroporto, 15.30. Tre ore alla partenza dell’aereo. Una birra ed orride patatine per farmi compagnia. Ho alle spalle Gaza, Gerusalemme, la maledetta partenza del Giro d’Italia che ha blindato tutta la città. Corsa al cronometro, per farla durare di più. Dalle 9.30 del mattino alle 16.10 del pomeriggio, almeno secondo una previsione della Gazzetta dello sport, che ha incassato svariati milioni per questa genialata. Perfino il Consolato generale italiano per la Palestina era contrario. Chissà quello presso Israele. Penso che “diplomaticamente” questa volta (come spesso accade) l’Italia ha due posizioni a seconda del tavolo dove si siede. È successo nella prima guerra mondiale, nella seconda e altrove. A casa di Dino ho visto un report Ufficiale delle Nazioni Unite sugli abusi di Israele nella West Bank e a Gaza, compresi i cosiddetti “settlement”. Anche qui si fa per dire. Ci sono 620mila israeliani nelle cosiddette colonie che disegnano un muro degno di un bel ricamo dove contadini sono divisi dalle loro terre, villaggi isolati, percorsi infami. Per fare 32km Roberto, un lettore di Italiano alla Birzeit University impiega al ritorno circa 3 ore tra check point e traffico impazzito. Benvenuti nella West Bank controllata da Israele. Meglio sarebbe dire occupata da Israele, comprese vaste zone della Zona A, che doveva essere sotto l’Autorità palestinese. Oggi è venerdì, è iniziato lo shabat e io penso a Gaza, anzi mi sento a Gaza. Mi vedo i ragazzi a mani nude con le loro T-shirt, sfidare la chiusura di Gaza. È disperazione. Non riesce a diventare strategia. Israele con la partenza del Giro d’Italia ha fatto le plain di pubblicità, mentre quei “facinorosi”, “istigati da Hamas”, pericolosi per la sicurezza di Israele, manifestano e vengono feriti ed uccisi. In questi giorni poi quel furbo di Abu Mazen, ha osato, in un incontro palestinese, parlare delle persecuzioni degli ebrei in Europa nel Medio Evo e dell’Olocausto. Tutti i giornali del mondo ne hanno parlato. Perfetto! Preciso! Mentre il mondo si interroga su Gaza, o per lo meno ha l’occasione per riflettere su come vivono i palestinesi di Gaza, lui attira l’attenzione, non sull’oggi di Israele, sul suo modo operandi, sulla violazione dei diritti umani, ma sulla Shoah!. Confermando che i Palestinesi sono antisemiti, se lo è il loro capo. Stupido o che? Si può definire un politico o un idiota o..? Sembra proprio che i palestinesi siano esperti nel fare Bingo! Ma andiamo con ordine, dopo aver sfogato la mia rabbia. Dal pomeriggio 30 aprile, in un momento di riposo nel salotto della nostra casa sono passati già 4 giorni. Anzitutto il 1° aprile. Manifestazione dei vari partiti di sinistra alla quale abbiamo partecipato. Poca gente, davanti al Ministero del lavoro. Elias ci diceva che i vari funzionari avevano detto, che il 1° maggio il ministero è chiuso. Lui ha risposto “per quello che fate, aperto è chiuso è lo stesso”. Strana giornata il primo maggio. Dopo la manifestazione Elias ci ha portato alla chiesa di rito greco-ortodosso (la sua) che è del IV secolo dC. Splendida, ci ha mostrato le tombe di suo padre ecc. Ora i cristiani di Gaza rimasti sono circa 4000. Lui dice che tra 10 anni saranno forse 200. Tutti, quando escono o per Natale o Pasqua non tornano più. Se ne vanno. Da lì, con molto orgoglio ci hanno portato in un ristorante in una vecchia, vera casa palestinese restaurata da un vignettista umoristico, famoso a Gaza. Da lì un Centro commerciale (anche noi abbiamo centri commerciali…). Pranzo in un ristorante popolare e poi un rush alla spiaggia verso Rafah, un ristorante (bar sulla spiaggia: Capalbio! Qui le spiagge sono bellissime, peccato che le fogne scaricano a mare… e non lontano dalla spiaggia. La prossima volta cerco di fare una foto: vedere per credere. Era una giornata ventosa, e pensavo ai compagni del III ristretti dentro il CCP ovvero gli amici alla tradizionale scampagnata a formaggio e fave. Un tour che forse noi ci saremmo risparmiate, ma era commovente come le tre donne di AISHA che ci accompagnavano (Elias aveva un party del Fronte popolare) cercavano di mostrarci le cose belle che ci sono a Gaza, volevano ringraziarci di essere lì, e farci condividere la loro vita. Sono state stupende, in particolare Reem con l’invito al pranzo con la sua famiglia estesa . Un momento indimenticabile: un pranzo con Maqluba (non so come si scrive) con 26 persone. Io sono dentro la macchina fotografica ma poi anche io mi sono gettata sul cibo. Ho assistito alla sua preparazione e proverò a rifarlo a Roma (a Gerusalemme ho comperato le spezie necessarie). Il due, dopo abbracci e baci siamo partite con Gaza nel cuore. Lasciamo amici, gente incontrata, speranze portate avanti a fatica, un futuro incerto e ragazzi che vogliono “respirare”, studiare ed avere un futuro, perfino girare il mondo. E tornare. L’ONU ha scritto un testo severo sull’oppressione e la violazione dei diritti umani. Ma chi ne parla? Chi lo legge? Chi lo conosce? Certamente non i media italiani e quindi anche noi. Tutto facile. Io ho passato ore a spedire con we transfer foto e testi, ma non ci sono stati problemi. Mi sto rendendo conto che sia con Hamas che con gli israeliani la mia età mi mette al sicuro: certamente una vecchia non può essere un soggetto pericoloso, terrorista, ma non lo ero nemmeno da giovane. Meglio. Passeggiata d’obbligo alla città vecchia, ma prima visita al famoso mercato ebraico di Gerusalemme ovest. Prezzi doppi rispetto Gerusalemme est. Tutto caro anche per le nostre tasche. Interessante. A Gerusalemme est copriamo spezie e pistacchi. Serata da Dino. Ci mancherà. Ha finito i suoi 6 anni al consolato e deve rientrare. Lavorerà per l’agenzia della cooperazione italiana in Sudan. Il suo vicino è un quasi triestino, lettore di italiano alla Birzeit University. Cena con altre donne italiane. Clima intelligente e piacevole. Ieri, prima di lasciarci (Sancia va dalla sua amica, la moglie di Daniel, fisico ebreo a Roma) ma prima di lasciarci scopriamo

Dalle volontarie di Gazzella a Gaza – 29 aprile 2018

Sabato. Un sabato tranquillo, poche macchine sulla strada dopo il venerdì del Ritorno. Le spiagge sono vuote, ieri erano piene di famiglie che variamente bivaccavano sui tavoli predisposti, uomini a cavallo lungo la spiaggia, ragazzini in acqua a giocare. Fa relativamente freddo, ma questo non è un ostacolo. E’ il sabato del villaggio dopo il venerdì. Ieri con alcuni amici del Fronte siamo andate alla manifestazione al confine di Gaza City. Ce ne sono cinque in tutto il territorio di confine con Israele. Quello di Gaza sembra il più importante e numeroso insieme a quello di Khan Younis a sud. Secondo il nostro modo di contare direi che c’erano almeno 10mila persone. Di tutti i generi. Ad alcuni di voi manderò appena ho di nuovo la corrente, via we transfer, le foto. C’era di tutto, carretti, banchetti che vendevano vari generi alimentari (dai bicchieri di succo, alle pannocchie lesse, fragole… famiglie intere, bambini, donne, c’era un comizio urlato sotto una tenda, con almeno 500 persone sedute ad ascoltare, aquiloni nel cielo, leggeri (fa ridere pensare che possano portare bombe, sono di carta fina e tenuti con un filo sottile. Qualsiasi oggetto pesante li farebbe cadere) e poi più avanti il fumo, i lacrimogeni con le loro scie bianche in mezzo a densi nuvoloni di fumo nero di gomme bruciate. E una gioventù dai 12 ai 25 anni. Tutti in movimento. Urla, chiasso. In lontananza i carri blindati israeliani che scorrono al di là di un reticolato Alcune migliaia di ragazzi, Nessuna arma se non le mani e i loro corpi e poche pietre (la zona è sabbiosa). Ci sono delle dune alte quanto una persona e mezzo dove si affollano in fila ragazzi e ragazze e curiosi come noi. Alcune di queste dune sono occupate dai media: un mucchio di operatori cinematografici (press) con i caschi e i giubbotti antiproiettile. Tra loro anche alcune giornaliste. I media non si vogliono perdere lo spettacolo, ma che diranno? Uno dei nostri accompagnatori, militante del fronte popolare, viene anche intervistato da una troupe televisiva. C’è bisogno che qualcuno spieghi. Nell’aria un vago odore di lacrimogeni ma anche dell’odore acre delle gomme bruciate. Io mi sono portata il foulard e copro naso e bocca. Sancia niente. E intanto fotografo. Cerco di testimoniare la situazione e il contesto. Le famiglie e i ragazzi. Ad un certo punto un gruppo di ragazzi (ventenni ma anche meno) corre urlando grida di vittoria. Tirano una corda. Saranno un centinaio. Si capisce che qualcuno è riuscito ad agganciarla alla rete del confine una lunga corda e insieme sono riusciti a far così saltare il reticolato. Si sentono degli spari. Quelli che vediamo corrono entusiasti e vittoriosi: ce l’hanno fatta! Altre grosse gomme (da camion) vengono gettate tra le fiamme, altro fumo. Protegge i numerosi ragazzi (direi molte centinaia e forse anche un migliaio) che sfidano i blindati israeliani. Con le grida si fanno coraggio. E’ un formicolio umano compatto. Alla fine di questo pomeriggio (le manifestazioni cominciano dopo la preghiera del venerdì e continuano fino a sera con un acme verso le 16.30-18.30). Noi siamo lì un po’ dopo le 16 e ci restiamo per un’oretta. Dopo la rottura della rete di divisione ci viene detto che è meglio allontanarsi, avvicinarsi alle famiglie che tranquillamente e in gran quantità riempiono le “retrovie”. Hanno i figli probabilmente in prima linea e li aspettano. Oppure semplicemente vogliono dire: ci siamo anche noi. Le famiglie dei rifugiati che vogliono tornare. Per troppe persone la vita a Gaza è troppo dura, c’è disoccupazione e disperazione. Poca speranza. Ma che possono fare? Solo dire al mondo che sono dimenticati. Che nessuno affronta il problema delle dure condizioni di Gaza. Nemmeno i politici di Ramallah, che hanno fatto timide dichiarazioni pur dopo 4 venerdì di proteste. La sera su Aljazeera Ci avviamo fuori dall’area della manifestazione. Ci sono parecchie postazioni della Mezzaluna Rossa, con tende lungo i bordi della manifestazione. Aspettano i feriti che evidentemente ricevono una prima cura sul posto (non ci sarebbe abbastanza posto negli ospedali) mentre i più gravi vengono dirottati negli ospedali. Dal cuore della manifestazione arrivano scoppi e sirene delle autoambulanze. Sono i manifestanti che portano le barelle e gli infermieri li aspettano. In macchina, al ritorno con Sancia ho una breve discussione, perché lei ritiene che queste manifestazioni servano per attirare l’attenzione internazionale su Gaza quando nessuno più ne parla e forse pochi sanno davvero quello che succede qui. Io osservo che se questo è vero è comunque troppo poco e si spegne come un fuoco di carta mentre gravemente manca una classe politica che sappia dirigere ed utilizzare queste manifestazioni per ottenere qualcosa. Per aprire tavoli di negoziazione, almeno per ottenere migliori condizioni per la popolazione. Per trasformare queste energie in progetti politici dentro e fuori. Quando noi in Italia si manifestava era per ottenere qualcosa. Qui chi e cosa chiede? Quali sono gli obiettivi? Loro manifestano in occasione dei 70 anni della Nakba e nascita di Israele. Quindi per il ritorno alle terre che oggi sono Israele. E’ un possibile obiettivo? Come? Come costruirlo? Mi chiedo quali possano essere gli obiettivi intermedi per arrivarci. E chi ci pensa La vita qui è così dura. Disoccupazione endemica, poche o nulle prospettive per i giovani, crescita di uso di droghe di vario tipo (non è facile vivere con la disperazione) una stratificazione sociale visibile dalle macchine e dai palazzi, mancanza di acqua decente e di elettricità. Questa volta scopriamo che c’è un’erogazione di 4 ore di corrente elettrica e dopo ben 16 ore senza. A novembre scorso, ci sembrava già molto grave, erano 4 ore e poi 12 senza. E allora non sarebbe utile provare a conquistare un orario diverso? Israele vende la corrente elettrica ad alto prezzo. Non sarebbe importante negoziare altri prezzi con Israele? Ieri ci spiegavano che la corrente elettrica viene per il Nord da Israele ed è appunto cara (più che in Israele); al sud arriva dall’Egitto e anche quella costa molto cara, al

Dalla volontaria di Gazzella a Gaza – 15 marzo 2018

La situazione a Gaza si presenta, come in passato, molto critica e la mancanza di erogazione di energia elettrica, mancanza di lavoro, l’impossibilità di movimento delle persone, mancanza di materiali e beni di consumo – a causa dell’assedio – stanno piegando la popolazione. I maggiori servizi pubblici, in particolare quelli sanitari, sono al collasso. Tre strutture ospedaliere hanno dovuto sospendere buona parte dei servizi, in particolare gli interventi chirurgici. Per tante famiglie è difficile persino acquistare generi alimentari come carne e pesce. La riconciliazione tra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese di Fatah  pare lontana. E’ l’ANP che è  determina le condizioni. E a Gaza la resistenza della popolazione continua! Durante la visita in corso nella striscia di Gaza, ho visitato l ‘Associazione Emaar di Khan Yunis  che segue bambini e bambine con difficoltà di parola e disabilità sensoriali. Attraverso le attività del centro di riabilitazione Basma, “sorriso”, vengono accolti  e preparati i bambini per il passaggio alla scuola che viene sempre gestita dalla stessa Associazione Emaar. I bambini che arrivano al centro Basma sono per la maggior parte sordomuto; bambini che sono stati sottoposti ad intervento per l’applicazione di un impianto cocleare o che sono portatori di impianto acustico. Altri bambini con difficoltà di parola vengono seguiti da un logopedista. Attualmente il centro di riabilitazione Basma segue circa 1000 bambini con disabilità sensoriale e con difficoltà di parola. Circa 140 bambini sordomuto frequentano la scuola Basma. Presso l Associazione Emaar i bambini che presentano difficoltà nella parola o con sospetta disabilità sensoriale vengono sottoposti ad accertamenti anche con apposite strumentazioni. Ho girato dei filmati presso l’Associazione Emaar nella struttura Basma, centro di riabilitazione e  scuola. 15.3.2018 G. Brattini per gazzella onlus

Relazione del secondo viaggio di Gazzella nella striscia di Gaza nel novembre 2017

2° rapporto di viaggi di Gazzella nella striscia di Gaza nel novembre 2017 Nel mese di novembre abbiamo compiuto due missioni nella striscia di Gaza. La relazione di viaggio della prima missione vi è stata spedita il 25 novembre 2017. La sottostante relazione, relativa alla seconda missione vi viene spedita oggi 15 dicembre 2017. Buona lettura.                   Stiamo ancora sorvolando il mare, quando l’hostess annuncia “per ordine delle autorità israeliane da questo momento è fatto divieto riprendere immagini”. Sto arrivando in Palestina. Trascorro una notte a Gerusalemme, una città affollata di turisti ignari della ebraicizzazione della città e dell’occupazione che sta cancellando la presenza dei Palestinesi nella Gerusalemme est. Arrivo nella striscia di Gaza il 9 novembre, e al border sventolano bandiere egiziane. Gli amici palestinesi spiegano che è un “ringraziamento” al governo egiziano, o meglio al regista dell’intesa El Sisi, per il lavoro politico svolto in nome della “riconciliazione” tra Fatah e Hamas. L‘Egitto, lo Stato che ha assassinato Giulio Regeni, che ricorre ad arresti arbitrari, alla tortura, al sequestro e sparizione di persone, torna ad avere un ruolo da protagonista nella striscia di Gaza. Mentre arrivo a Gaza è in corso una manifestazione indetta dai sostenitori di Dahlan per commemorare la morte di Arafat. In anticipo di 2 giorni sulla data di morte del leader palestinese, 11 novembre. Spiegano che le due fazioni di Fatah, sostenitori di Dahlan e quelli di Abu Mazen, non hanno raggiunto un accordo per una commemorazione unitaria, quindi Fatah fara’ la sua iniziativa il giorno della morte del leader. E così l’11 novembre migliaia di palestinesi sfilano per le vie di Gaza e sui muri le immagini di Arafat e Abu Mazen, quest’ultimo sembra non molto gradito visto che molti poster sono stati strappati. Adozioni e Resistenza. Durante la permanenza a Gaza ho visitato i bambini nel progetto di adozione e seguiti dai nostri partner: Palestinian Medical Relief Society (P.M.R.S.), Emaar e Hanan. Alcuni dei bambini incontrati sono fortunatamente in buona salute e comunque le loro condizioni sono migliorate; per altri affetti da sindrome down o cerebrolesi purtroppo le condizioni sono invariate e in alcuni casi aggravate. I nostri partner, oltre alla distribuzione degli assegni alle famiglie, svolgono attività a favore dei bambini che sono nel programma Gazzella. I bambini sordomuti, che hanno l’impianto cocleare seguiti dall’associazione Emaar, sono inseriti nel progetto scolastico Basma, ”sorriso”. I bambini hanno fatto progressi sia nella parola che nella scrittura. Questo progetto è sostenuto anche grazie ai contributi dall’Associazione Salaam di Trieste. I bambini feriti in carico al P.M.R.S. sono inseriti in progetti di riabilitazione e sostegno psicologico. L’associazione Hanan che segue i bambini con handicap gravi, grazie al contributo della chiesa evangelica in collaborazione con Gazzella, ha in essere un progetto rivolto in particolare alle mamme dei bambini disabili. Il progetto è finalizzato alla formazione dei familiari affinché possano acquisire autonomia nella gestione quotidiana delle difficoltà che riguardano i figli con disabilità. Le famiglie dei nostri bambini sono profondamente riconoscenti a tutti gli amici italiani che continuano a sostenerli e fanno capire quanto sia importante il contributo che ricevono, ma anche l’importanza delle relazioni che nel tempo si sono stabilite. Questo lo si comprende durante gli incontri: un padre che, nel corso della visita di fronte alla figlia, piange perché ha perso il lavoro, non è in grado di mantenere la famiglia e sta pensando di vendere la casa consapevole che comunque senza un lavoro sarà difficile vivere; una madre che fa uscire il figlio dalla stanza e piangendo ci racconta che il padre oltre a non lavorare è diventato violento e il figlio vuole vestiti nuovi come altri suoi coetanei; una madre preoccupata perché sente il figlio fare discorsi strani, isolarsi dalla famiglia. Queste situazioni sono molto diffuse e per cultura e dignità i palestinesi difficilmente ne rendono partecipe altre persone. Anche per questo pensiamo che Gazzella con la sua attività è riuscita a creare concrete relazioni, senza nascondere quanto ci si senta impotenti e quanto sia difficile affrontarle sia sul piano umano che emotivo. Certo le problematiche descritte possono essere comuni in tante famiglie, anche italiane, ma queste situazioni vanno calate in una realtà come quella di Gaza dove la popolazione vive da 10 anni sotto occupazione, in condizioni economiche impossibili, senza possibilità di movimento, con legittime aspettative di avere un’istruzione, di mantenere dignitosamente la famiglia, di formare una famiglia, e quindi si comprende che anche nella frustrazione, sofferenza e disperazione i Palestinesi resistono. È una società solida e determinata che sebbene negli ultimi 10 anni abbia subito 4 guerre d’aggressione, con migliaia di morti e feriti, distruzione, ha mantenuto saldi i valori del sumud. Sumud è una parola dal significato chiaro: “continuare a vivere nella propria terra, ridere, godersi la vita, innamorarsi, sposarsi, avere figli. Sumud significa anche continuare gli studi all’estero, per ottenere un diploma, e tornare qui. Difendere i valori è sumud. Costruire una casa, una bella casa, e pensare di rimanere anche quando la stanno demolendo e poi costruirne una nuova più bella della precedente – anche questo è sumud. Il fatto che io sia qui è sumud. Affermare che sei un essere umano e difendere la tua umanità è sumud.” Quotidianeità e situazione economica. Molte famiglie dei nostri bambini si sono viste tagliare il contributo economico del governo di Gaza, questo a causa della politica internazionale che ha isolato Hamas bloccando gli aiuti economici, anche dei paesi arabi come il Qatar. Dal canto suo l’A.N.P. ha aggravato l’assedio limitando l’invio di farmaci per gli ospedali pubblici, chiedendo ad Israele di tagliare la fornitura di energia elettrica alla striscia di Gaza e questo per esercitare pressioni su Hamas; queste situazioni dovrebbero risolversi con l’applicazione degli accordi raggiunti con la “riconciliazione” tra Fatah e Hamas. A Gaza intanto si continua a sopravvivere con 3/4 ore di elettricità ogni 12/16 ore e non c’è una schedula precisa della erogazione di energia nelle diverse aree della striscia; pensi di avere elettricità dopo 12/16 ore

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – novembre 2017

Relazione del viaggio di Gazzella in Cisgiordania e Gaza, novembre 2017 Per questo nostro viaggio in Palestina questa volta Gianna ed io abbiamo deciso di prendere un volo della Ryanair che da poco tempo ha un collegamento diretto da Roma a Tel Aviv a prezzi veramente stracciati. Pur conoscendo la qualità dei voli di questa compagnia decidiamo di utilizzarla per risparmiare e compensare almeno in parte il calo dei fondi assegnati ai nostri progetti dalla Chiesa Valdese con l’8×1000. Prima dell’imbarco fila in piedi per più di un’ora, in aereo non sai dove mettere le gambe, niente è gratis, e le povere hostess sono costrette a fare di tutto, dal reclamizzare orribili e costosi panini, fino a vendere biglietti della lotteria! Siccome per avere i posti vicini bisogna pagare un extra se non lo si fa alla stessa prenotazione fatta per due persone vengono assegnati posti lontani uno dall’altro e quindi alla partenza è tutto un movimento fra i viaggiatori per scambiarsi i posti. Comunque in poco più di tre ore arriviamo a Tel Aviv e con Kim e il suo taxi prenotato andiamo a Gerusalemme a casa di un nostro amico che lavora presso il consolato italiano. C’è molto traffico per entrare in città ma Kim, nato e cresciuto a Gerusalemme, conosce e utilizza stradine secondarie libere e così molto più delle volte precedenti ci rendiamo conto di quanti religiosi ci siano a Gerusalemme, sembra quasi ci siano solo loro. In volo ero venuta a sapere da Gianna che il suo ingresso a Gaza era stato autorizzato per il 7 novembre mentre il mio permesso non era ancora arrivato. La richiesta, come le volte precedenti, era stata fatta insieme e sempre insieme era arrivata l’autorizzazione. Continuo quindi il viaggio molto preoccupata. Dopo una passeggiata per la città vecchia andiamo a cena con il nostro ospite in una trattoria di Gerusalemme est che ha avuto un contributo della cooperazione italiana per aprire la pizzeria che proviamo e troviamo ottima, poi andiamo a dormire. Il giorno seguente decidiamo di visitare la West Bank dove manchiamo da parecchi anni e partiamo per Ramallah. Essendo venerdì, giorno di festa per i musulmani, alla stazione degli autobus c’è gente che aspetta rassegnata senza sapere se gli autobus partiranno o no. C’è chi dice di sì, chi dice di no e chi dice che forse dopo mezzogiorno partiranno. In effetti a un certo punto appaiono dal nulla dei conducenti e con gran rumore di motori stravecchi e grandissima puzza gli autobus cominciano a muoversi e parte anche il nostro per Ramallah. Al check point di Kalandia, dove arriviamo dopo mezz’ora, c’è gran movimento di gente che sale e che scende e l’autobus fa una specie di gincana fra barricate di tutti i generi e poi riparte senza controlli ed arriva felicemente a Ramallah. I passeggeri sono per la maggior parte palestinesi, tranne qualche giovane volontario internazionale. Il centro di Ramallah è decisamente brutto, ma è allegro e affollato. Scopriremo poi che la parte vecchia ha qualche bel palazzo e qualche moschea pregevole anche se gli edifici sono decadenti e in cattive condizioni. Il giorno dopo visitiamo la scuola di musica “Al Kamanjati” diretta da Ramzi Aburedwan (il ragazzino di strada che durante la prima Intifada affrontava da solo i carri armati israeliani tirando sassi, e che ora è diventato un bravissimo violinista) per discutere di alcuni dettagli del progetto finanziato dall’associazione “Cultura è Libertà”. Il progetto consiste nell’apertura di una liuteria a Gaza, dove un laboratorio del genere manca, per riparare strumenti musicali insegnando nel contempo anche un mestiere ai ragazzi di Gaza. Purtroppo il giovane esperto che ha studiato in Inghilterra e che ripara gli strumenti per “Al Kamanjati” non è ancora, dopo quasi due anni, riuscito ad avere il permesso israeliano per entrare a Gaza e quindi questo progetto non si è ancora realizzato. Il giorno seguente partiamo in autobus per Nablus e da là prendiamo un taxi collettivo per Sabastia. Rimaniamo veramente sconvolte dall’aumento di colonie sorte dall’ultima nostra visita alla West Bank lungo tutta la strada che collega Ramallah a Nablus; questo ci conferma una volta di più che la soluzione dei due Stati per i due popoli è ormai assolutamente irrealizzabile. Non c’è infatti continuità fra villaggi palestinesi che sono ora tutti inframezzati da colonie israeliane. Sabastia è uno splendido sito archeologico restaurato anche con il contributo della cooperazione italiana. La città è stata costruita su una collina nel 25 a.C. È un luogo bellissimo lontano dalla confusione di luoghi come Ramallah e da insediamenti sionisti. Distrutta e ricostruita varie volte ha dei siti romani ben conservati e molto ben restaurati, ha un teatro, una basilica, il foro, un tempio di Augusto, strade, colonne e mura. C’è anche un monastero greco e una moschea. La chiesa è stata costruita dai crociati nel 1160 su di una vecchia chiesa bizantina. La vecchia cattedrale era poi stata trasformata in moschea nel 1187 che successivamente un sultano ottomano nel 1892 ha trasformato nella moschea presente oggi. Visitiamo anche la “mosaic guest house”, costruita dalla cooperazione italiana, fatta in pietra con dei bei mosaici nei muri eseguiti dagli allievi della scuola di mosaico di Gerico, anche questa aperta con il contributo della cooperazione italiana e credo gestita dai francescani di terra santa insieme a una archeologa italiana. Pare che gli israeliani abbiano più volte tentato di impossessarsi di questo luogo meraviglioso ma che per ora non ci siano ancora riusciti. Il pomeriggio andiamo a Nablus e facciamo un giro per la città vecchia che io non avevo rivisto dopo il restauro anzi dopo la ricostruzione dato che era stato distrutto dagli israeliani nel 2002. Incontriamo poi le donne di “Bait Alkarama”, la “Casa della Dignità”. Fondata e gestita da un gruppo di donne molto presenti nella vita sociale di questa zona di Nablus, la Casa organizza campi estivi per bambini e adolescenti per toglierli dalla strada, fa corsi di cucina tradizionale per stranieri e molte altre attività educative e culturali senza ricevere sovvenzioni,

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – Agosto 2017

Relazione del viaggio nella striscia di Gaza – Agosto 2017 Torno in Palestina dopo una lunga attesa del permesso entrata nella striscia di Gaza.  Il Consolato italiano di Gerusalemme “sconsiglia”, per ragioni di sicurezza, l’entrata a Gaza e pertanto le richieste di coordinamento per l’accesso non vengono sottoposte all’autorità israeliana, autorità che decide sugli ingressi sia in Israele che nella Striscia . La situazione si è sbloccata con la definizione, da parte del Consolato, di un documento di raccomandazioni, simile alle procedure adottate dalle Nazioni Unite, circa il comportamento da tenere durante la permanenza nella striscia di Gaza. Dopo aver passato il controllo ad Erez e questa volta oltre che quello del passaporto viene effettuato anche quello personale e del bagaglio, cosa che prima non avveniva, arrivo nella striscia di Gaza e ad attendermi c’è l’impiegato del Medical Relief con il permesso da presentare al posto di controllo dell’autorità di Gaza. Nei miei precedenti rapporti di viaggio nella striscia di Gaza avevo scritto della mancanza di elettricità, 8/6 ore al giorno, dell’inquinamento dell’acqua del mare, della contaminazione delle falde, della povertà/disoccupazione, della mancanza di farmaci per cura e prevenzione… Oggi Il perdurare dell’assedio e l’immobilità delle politiche internazionali in primis europee, hanno aggravato la situazione. Dal 2006 Gaza è in carenza cronica di elettricità, da quando Israele ha imposto un blocco economico che ha riguardato anche l’importazione di carburante. Inoltre, dopo 4 aggressioni militari, buona parte delle infrastrutture sono andate distrutte o danneggiate. Negli ultimi mesi, Israele ha ridotto gradualmente la fornitura di elettricità e l’Autorità nazionale palestinese (A.N.P.) ha tagliato i fondi per il pagamento dell’elettricità a Israele. Anche l’Egitto aveva chiuso i rifornimenti, ma a seguito di un accordo raggiunto con l’autorità di Gaza, ha inviato nelle scorse settimane milioni di litri di carburante, tuttavia non ancora sufficienti al fabbisogno quotidiano. Oggi la popolazione vive con 2/4 ore di elettricità al giorno. I danni per la mancanza di elettricità sono una catastrofe: resta difficile e complesso l’approvvigionamento idrico considerando la già drammatica emergenza idrica della striscia di Gaza in cui il 96% dell’acqua non è potabile. Il blocco della centrale di trattamento delle acque reflue che unitamente a un insufficiente e inadeguato sistema fognario sono la causa della presenza di liquami non trattati che stanno inquinando anche le acque del Mediterraneo. Per questo l’autorità locale di Gaza ha vietato la balneazione, divieto che non è del tutto rispettato perché per i palestinesi di Gaza, in particolare i bambini, andare in spiaggia, fare il bagno è una delle poche possibilità di svago e di incontro. Sulle spiagge di Gaza si vedono avvisi affissi dall’autorità locale: “Pericolo di balneazione e pesca. È vietato pescare e nuotare. I trasgressori saranno sanzionati”. Ma i divieti non sono sufficienti e in tanti, soprattutto bambini, si tuffano in mare. Allo Shifa Hospital si è registrata l’emergenza per ricoveri causati da disturbi intestinali (vomito, diarrea), febbre alta e pruriti diffusi sul corpo, chiara conseguenza di un inquinamento ambientale diffuso. Inquinamento del mare, della sabbia e dell’aria; aria che in alcuni punti della costa è irrespirabile, mentre i pescatori temono ripercussioni sulla qualità dei prodotti ittici. Anche Israele sta facendo i conti con l’assedio che ha imposto su Gaza: l’inquinamento del mare ha infatti costretto le autorità israeliane a chiudere le spiagge nel sud di Israele, Ashkelon, dopo che è stata rilevata in acqua contaminazione dovuta ai liquami non trattati provenienti dalla vicina striscia di Gaza. Nelle famiglie dei bambini che ho incontrato la mancanza di elettricità viene compensata, come per la maggior parte dei palestinesi, con candele o batterie. Chi può permetterselo ha a disposizione una batteria con un’autonomia di 4 ore, costo 100 Nis (circa 25 euro), o batteria per 8/10 ore, costo 250 Nis (circa 60 euro). Il generatore è un bene per pochi perché troppo costoso sia nell’acquisto che nel funzionamento. C’è molta preoccupazione per il corretto mantenimento e conservazione del cibo che, con il caldo, è facilmente deteriorabile. La situazione della sanità nella Striscia di Gaza è al collasso. Israele blocca o ritarda l’entrata di farmaci nella striscia e in aggiunta negli ultimi mesi l’A.N.P. ha interrotto il rifornimento di medicine e ha tagliato il finanziamento al settore sanitario. La situazione, come riferisce il Ministero della salute di Gaza è molto critica; si parla dell’esaurimento di 270 tipi di prodotti medici e 170 farmaci stanno per esaurire. Negli ospedali quotidianamente si fanno i conti con attrezzature inadeguate e obsolete e la mancanza di protesi e dispositivi per effettuare interventi chirurgici. L’autorità saanitaria di Gaza ha dichiarato che ci sono più di 2500 pazienti che attendono l’autorizzazione per uscire dalla striscia di Gaza per necessità di cure immediate e per centinaia di malati è a rischio la vita. Il blocco degli spostamenti è causato dall’assedio imposto da Israele, ma non solo; recentemente più di 1.500 richieste di autorizzazione, per spostamenti di malati negli ospedali della Cisgiordania sono state respinte, senza ragione, dal Ministero della salute di Ramallah. Negli ultimi due mesi si sono registrati decessi, fra cui 14 bambini, a causa della mancata assistenza e possibilità di spostamenti. Negli ospedali la mancanza di elettricità viene sostituita con generatori e pannelli solari, ma le condizioni generali restano di emergenza. L’assedio e le restrizioni israeliane sull’invio di materiali da costruzione hanno rallentato la ricostruzione. Circa 40.000 persone vivono ancora in rifugi temporanei e al di sotto dello standard di abitabilità. Pare invece non risentire della crisi lo sviluppo commerciale: in Gaza, con stupore, si vedono nuovi alberghi, lussuosi e costosi, ristoranti e centri commerciali. L’ultimo in ordine di tempo è il Capital Mull in Remal street nella città di Gaza. Un centro commerciale di 4 piani dotato di ascensori e scale mobili, con negozi di abbigliamento, elettronica, ristoranti, calzature…. Un solo piano del centro commerciale è di proprietà e gestito dalla holding turca DeFacto. La comparsa di questi grandi centri commerciali ha messo in crisi i piccoli negozi che sono stati costretti a chiudere le attività. Come noto nelle fasi di emergenza e

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – maggio 2017

Relazione viaggio Gazzella maggio 2017 Eccoci di nuovo sull’aereo Roma – Tel Aviv La destinazione finale è Gaza per andare a visitare i bambini adottati da Gazzella, scrivere il resoconto semestrale del progetto. “Per una vita senza violenza” cofinanziato dalla chiesa valdese con l’8×1000, documentare i risultati del progetto, cioè le attività produttive che le donne che hanno ottenuto un microcredito dopo aver seguito i corsi dell’associazione Aisha, nostro partner palestinese in questo progetto e nell’assistenza ai bambini, L’entrata a Gaza da Erez chiude alle 15.30. È sabato, ci viene a prendere all’aeroporto un caro amico e insieme andiamo a casa sua a Gerusalemme est. Lui si offre di preparare la cena e noi ne approfittiamo per fare una passeggiata. È molto bello essere di nuovo nei vicoletti della città vecchia e camminare fra i colori e i profumi delle spezie e i negozietti che vendono ogni tipo di paccottiglia di cui purtroppo molta tipica palestinese è oggi made in China. Si salvano ancora le ceramiche armene che sono prodotte localmente, e poco di più. La mattina seguente di buon ora arriva il taxi che ci porterà ad Erez. Avevamo parlato con Kim, nostro autista di fiducia da molti anni, che constatiamo essere diventato un vero boss. Infatti quando lo chiamiamo per prenotare un trasporto accetta e poi poco prima dell’ora di partenza ci chiama dicendoci il nome dell’autista che ci viene a prendere. Per noi va bene lo stesso perché è garantito da lui e quindi siamo tranquille. Maggio è un mese bellissimo: c’è una esplosione di fiori con colori di una intensità incredibilmente maggiore di quella dei nostri. Gran parte della strada che percorriamo è costeggiata da bungavillee e oleandri meravigliosi di tutti i colori. Un po’ più all’interno si vedono verdissimi vigneti, frutteti e altre coltivazioni. In direzione opposta alla nostra, verso Gerusalemme e per molti chilometri ancora, vediamo la fila di macchine quasi ferma e molto lunga; pare sia una costante di tutti i giorni lavorativi perché a Gerusalemme le case sono troppo care per la maggior parte degli israeliani e impossibili quindi sia da comprare che da affittare. L’entrata a Gaza da Erez, varco per le persone controllato dagli israeliani, è diventata semplice e rapida. Hanno infatti finalmente capito che non vale la pena perdere tempo all’entrata perché tanto il controllo di quello che entra viene poco più avanti effettuato da Hamas e comunque agli israeliani importa poco o niente di quello che viene portato dentro. Gli israeliani si scatenano però nei controlli all’uscita. Per esempio abbiamo scoperto per caso che da dicembre scorso non si possono portare da Gaza in Israele né cibi né niente in cui si possa nascondere cose pericolose o dannose (!!!!!!!!). Per portare una telecamera avendo l’autorizzazione israeliana di fare riprese a Gaza, ci vuole un permesso speciale che va chiesto prima. La raffinatezza della legge israeliana è che se all’uscita uno straniero ha qualcosa di proibito, per esempio delle spezie o dei pistacchi, anche se va direttamente all’aeroporto per tornare a casa, questi non vengono semplicemente confiscati ma il portatore viene rimandato indietro e deve quindi rifare tutto il percorso a ritroso e tornare quando si è liberato degli oggetti potenzialmente “pericolosi”. Fra l’altro, i pistacchi o lo zatar si possono buttare ma la telecamera o la macchina fotografica certamente no. Sono consentite senza permesso israeliano solo le macchine fotografiche piccolissime e piatte che per fortuna questa volta erano quelle che avevamo noi per fotografare i bambini di Gazzella e i progetti realizzati dalle donne con il microcredito. Queste “raccomandazioni” si trovano scritte all’entrata su qualche muro, ma naturalmente solo in lingua ebraica. È ovvio che tutto ciò, fatto con la scusa della sicurezza, ha lo scopo di rendere le cose difficili e scoraggiare gli stranieri ad andare a Gaza. Non è un caso, infatti, che il festival del cinema sui diritti umani “Red Carpet” che per la prima volta si è svolto a maggio del 2015 con il tappeto rosso steso sulle rovine di Shejaeya (quartiere di Gaza city al confine con Israele distrutto quasi completamente nell’offensiva israeliana “Margine Protettivo” nell’estate del 2014 e che aveva attirato l’attenzione del mondo), e che nel 2016 si è svolto in un grande e affollatissimo teatro di Gaza city con lo slogan “vogliamo respirare” scritto in varie lingue rivolto dai giovani organizzatori sia agli israeliani che ad Hamas, quest’anno si sia svolto in un piccolo teatro lontano dal centro. Ci siamo arrivate con difficoltà perché nessuno sapeva dove si trovava e c’era pochissima gente. Lo stesso festival però si svolgeva contemporaneamente anche ad Haifa e a Ramallah molto più facilmente raggiungibili. I festival del cinema sono occasione di incontri culturali ma soprattutto commerciali e date le difficoltà di avere il permesso israeliano per entrare a Gaza, non è entrato quasi nessuno. E così Gaza ha perso anche il festival del cinema sui diritti umani che poteva essere un’occasione di apertura, per far respirare per una settimana i giovani che potevano così incontrare giovani di altri paesi coinvolti in attività nel campo della cinematografia, vedere qualche nuovo film e soprattutto prendere contatti che possano aiutarli ad essere meno isolati. La gente con cui abbiamo parlato è molto avvilita e sempre meno riesce a vedere un futuro per sé e le persone non più giovani, per i propri figli e nipoti. Il rapporto con l’Egitto non si risolve e quindi da Rafah non si entra né si esce. Ogni tanto il passaggio si apre per periodi molto brevi e senza essere annunciato prima: passa un numero limitatissimo di persone, malati che vanno a curarsi o tornano, studenti che hanno vinto borse di studio e che quindi se non passano forse le perdono ecc ecc.. Dal lato egiziano del passaggio di Rafah manca tutto, non ci sono né toilettes né acqua da bere, una cosa veramente vergognosa. Forse il tutto è previsto e voluto e forse anche profumatamente pagato al paese governato dal golpista Al Sisi che anche l’Italia si è precipitata a

Relazione del viaggio a Gaza, novembre-dicembre 2016

Relazione viaggio a Gaza di due volontarie di Gazzella, Novembre 2016 Dopo due rinvii perché non avevamo ancora ottenuto il permesso di entrata a Gaza, finalmente ottenutolo, siamo partite. La tappa a Gerusalemme è stata necessaria come al solito perché non ci sono voli che arrivino all’aeroporto di Tel Aviv in tempo per entrare lo stesso giorno a Gaza dove il passaggio di Erez chiude alle 15.30. Dopo una cena con amici della cooperazione italiana e una notte ospiti di una amica al Monte degli Ulivi e con il nostro solito taxi guidato dall’ormai amico palestinese Kim, siamo andate ad Erez ed entrate senza problemi dopo aver passato: il controllo israeliano, il controllo dell’Autorità Palestinese e infine quello di Hamas dove è necessario presentare il documento originale della loro autorizzazione ad entrare. Abbiamo quindi dovuto aspettare una ragazza dell’Associazione Aisha che portandocela ci ha liberate e con lei siamo andate direttamente al loro ufficio dove in pochi giorni abbiamo dovuto costruire la proposta per il nostro V anno di progetto WILPF (Women International League for Peace and Freedom) – Aisha: “Per una vita senza violenza” dedicato quest’anno, abbiamo deciso, alla formazione professionale di donne sfollate per l’ultimo bombardamento israeliano, o disabili, che hanno subito violenza. A Gaza dove faceva una piacevole temperatura quasi estiva, abbiamo abitato nell’appartamento di una amica italiana che al momento si trovava all’estero. A parte la spesa, il Beach Hotel in cui andavamo di solito, è ormai utilizzato solo per matrimoni così come tutti i grandi alberghi costruiti lungo il mare Mediterraneo quando i coloni israeliani nell’estate del 2005 hanno lasciato Gaza, e che gli abitanti speravano che diventassero alberghi per vacanze marine. Data la chiusura delle frontiere sia con Israele che con l’Egitto e la paura dei bombardamenti, a Gaza non entra più quasi nessuno se non poche persone delle ONG internazionali, e per poche ore. Anche il Ministero degli Esteri italiano ha mandato una circolare al Consolato di Gerusalemme invitandolo a non far entrare cittadini italiani a Gaza. In realtà la cooperazione italiana ha dei progetti a Gaza per cui i cooperanti devono andarci ma non si trattengono mai per la notte. I cooperanti di alcuni paesi sono invece autorizzati a viverci, per esempio gli svizzeri. Noi siamo sempre riuscite ad aggirare gli ostacoli e a fermarci per la durata che volevamo. Quando si festeggia un matrimonio i saloni degli alberghi si riempiono di molte centinaia di famiglie palestinesi vestite a festa e le macchine, credo affittate o prese in prestito, si ammassano davanti all’entrata dell’albergo quasi impilate una sull’altra per permettere alla gente di partecipare all’evento senza dover fare neanche un passo a piedi. Abbiamo lavorato intensamente sia al progetto con Aisha che ad altri due progetti che abbiamo presentato come il primo all’8X1000 della Chiesa Valdese con scadenza il 30 novembre. Un progetto è stato presentato con l’associazione Hanan con cui Gazzella collabora nell’adozione a distanza di bambini handicappati gravi. Il fine del progetto è quello di insegnare ai familiari, primariamente alle mamme di bambini feriti o handicappati che necessitano di fisioterapia e riabilitazione, a trattare i bambini in casa propria. La fisioterapia è infatti un problema a Gaza, perché molti centri hanno chiuso per mancanza di mezzi e quindi i pochi rimasti sono spesso lontani dalle abitazioni dei bambini che devono quindi essere accompagnati in macchina con disagio e spesa per la famiglia che spesso quindi rinuncia a farlo con danno grave per il bambino. Fra l’altro i familiari di molti bambini con disabilità, non hanno neanche elementi di base su come trattarli per soddisfare le loro necessità e fargli vivere una vita più piacevole in famiglia e nella società. L’altro progetto è presentato da Gazzella in collaborazione con il GCMHP (Gaza Community Mental Health Program) e si rivolge a bambini che presentano un quadro di stress post traumatico dopo l’operazione  israeliana “Margine Protettivo” di luglio-agosto 2014. Il GCMHP è una struttura altamente qualificata la cui attività è stata coordinata per anni dal medico Eyad Sarraj esperto di salute mentale dei bambini che purtroppo è morto di leucemia qualche anno fa. Il suo gruppo però ne continua l’attività in maniera qualificata, efficiente e generosa, ed è diretto da Yasser Jamei che abbiamo incontrato e con cui abbiamo deciso di presentare il progetto. Abbiamo poi visitato i bambini di Gazzella segnalati e seguiti da Aisha. Sono tutti bambini feriti durante “Margine Protettivo”. Con grande piacere abbiamo potuto constatare che fisicamente quasi tutti i bambini stanno molto meglio. Non altrettanto purtroppo psicologicamente perché spesso non hanno superato la perdita della mamma o di uno o più familiari, dell’essere rimasti con un solo genitore spesso disabile come risultato del bombardamento, ecc. E non è solo questo, infatti molti adulti ci hanno riferito che i loro bambini come sentono un rumore si terrorizzano, come chiudono gli occhi rivedono la scena in cui sono stati feriti, ecc. Quasi tutti i bambini, anche di 12-13 anni soffrono di enuresi notturna, o non vogliono stare soli, ecc. Per fortuna non tutto quello che abbiamo visto era deprimente, infatti abbiamo visitato alcune fra le piccole imprese produttive che le donne che hanno subito violenza e che sono poi state aiutate dall’associazione Aisha nell’ambito del nostro progetto “Per una Vita senza Violenza” e nella cui sede hanno seguito corsi per imparare un mestiere, hanno iniziato, aiutate anche dal micro-credito previsto dal progetto. La cifra che ogni donna che aveva intenzione di intraprendere un’attività produttiva è di 700-1000 dollari USA, a seconda delle spese che deve sostenere per iniziare l’attività. Di questa cifra una parte è regalata ma la quota maggiore dopo 6 mesi dall’inizio dell’attività deve essere restituita in piccole rate mensili. Abbiamo visitato donne che facevano ricami a casa dopo aver imparato a ricamare nei corsi di Aisha e altre che hanno aperto un negozio di parrucchiere-estetista. Una donna era tornata a fare il buisiness della sua famiglia di origine e a comprare vestiti usati, metterli in ordine e rivenderli e un’altra ha aperto un laboratorio di lavori