II Incontro nazionale degli aderenti a Gazzella: Agnese Manca

Cartina di Gaza e Cisgiordania: Territorio e popolazione L’intera Palestina ha un territorio di circa 27.000 kmq, pari ad una della maggiori regioni italiane. Lo Stato d’Israele ne occupa il 78% (20.700 kmq), con una popolazione di 6.000.000/ab.(stima 1999). La densità media abitativa è di 295ab/kmq. (In Italia è di 191ab/kmq). La Cisgiordania e Gaza (territori palestinesi occupati da Israele) sono il 22% dell’Intera Palestina, pari a circa 6.000 kmq. Il 41% di questo territorio è occupato da insediamenti israeliani costruiti illegalmente. La popolazione palestinese è stimata in 3.500.000 ab., con densità media di 600ab/kmq. In Cisgiordania vivono 2.000.000 di persone e il restante 1.500.000 si concentra nei 378 kmq della Striscia di Gaza, con una densità di oltre 3.500 ab./kmq. La sola città di Gaza conta circa 400.000 abitanti 2. ABU HULI ( a Sud della Striscia di Gaza) A circa 15 Km. dalla città di Gaza verso Khan Yunis nel Sud, all’incrocio con la strada che porta all’insediamento di Cafardarom, una lunga fila di macchine sosta in attesa(2 ore per noi) che si apra il passaggio nei due sensi di marcia. Gente che va a lavoro o in ospedale o a trovare un parente: c’è chi resta in macchina con le portiere aperte, chi siede lungo la scarpata della strada polverosa e chi ricorre a un riparo improvvisato da chi ti vende una bibita fresca o un panino. E’ anche così che si cerca di campare. Ad un tratto si sente un urlo: è aperta! E tutti di corsa in macchina, ma dopo 5 minuti tutto si ferma di nuovo e rincomincia l’attesa. Arrivati alla torretta vediamo spuntare le mitragliatrici delle guardie israeliane, mentre un carro armato, seguito da un bulldozer passa e ripassa davanti a noi sollevando nuvoli di polvere. Fotografare la scena poteva essere rischioso. Foto, Agosto 2001. 3. KHAN YUNIS CITTA’ (120-220.000 ab.) Cittadina fondata dai Turchi dei quali rimane ancora una fortezza. La sua popolazione si è quasi raddoppiata in 13 anni, passando da 70 a 120.000 abitanti in città per superare i 200 mila con la periferia. Khan Yunis si trova a Sud della Striscia di Gaza, vicino alla costa del Mediterraneo. Vicino a Khan Ynui Camp in località Nimsawi c’è l’insediamento israeliano di Neve DeKalim e ad ovest di Khan Yunis la base israeliana di Al Nuria Di notte i soldati israeliani sparano a casaccio sull’abitato ad ogni cambio di guardia. Molte case portano i segni dei proiettili sui soffitti e le pareti. Alle rovine causate dai carri armati israeliani che entrano ed escono a loro piacimento si mescolano le antenne sui tetti, a testimonianza della voglia di conoscere, con accanto i bidoni dell’acqua che scarseggia. Foto presa dal Centro di Riabilitazione della Mezzaluna Rossa, a Giugno del 2002. 4. KHAN YUNIS CAMPO (martiri sui muri) Sul prolungamento della città si stende il campo di Khan Yunis, caratterizzato da strade strette e polverose, fogne a cielo aperto, muri recanti i segni della violenza cui la popolazione è sottoposta: Immagini dipinte sui muri di ragazzi uccisi da Israele, martiri della resistenza contro l’occupazione militare. Il 70% circa degli uomini sono disoccupati per la chiusura delle frontiere con Israele. Senza lavoro, senza un ruolo decisivo in famiglia si sentono umiliati e frustrati. Non di rado la moglie ci fa capire con un cenno che il marito non ci sta più con la testa. Foto, Agosto 2001. 5. KHAN YUNIS (Tufah-tenda condoglianze) In diverse circostanze il bambino ferito, destinatario della nostra busta, era fuori casa con i compagni a vegliare un coetaneo ucciso dai soldati israeliani. In questi casi, per gli spazi ristretti delle abitazioni, viene montata una grande tenda, così da congiungere i due lati della strada davanti alla casa della vittima, dove la gente va a porgere le proprie condoglianze alla famiglia. Foto,Dicembre 2002. 6. KHAN YUNIS (At-Tufah). Il bambino è stato intossicato dal gas velenoso lanciato da Israele verso la fine del 2001. Portato in ospedale per difficoltà nella respirazione, la prima volta vi è rimasto 10 giorni, ma i controlli non sono finiti. Mohammad, insieme anche ad un altro fratellino, continua la cura disintossicante tornando periodicamente in ospedale. La casa è piuttosto ristretta e molto modesta, come si vede dalla foto di Mohammad con la madre e un fratellino. Il padre è senza lavoro da 4 anni, da quando Israele ha licenziato i lavoratori palestinesi, sostituendoli con manodopera importata. Foto, Dicembre 2002. 7. KHAN YUNIS (Tufah) Tutt’intorno palazzi ridotti allo scheletro e cumuli di macerie, mentre i bambini giocano davanti alle tende piantate nello spazio lasciato dalle case distrutte. Ad ogni lancio di missile dei soldati israeliani, appostati a poche centinaia di metri, e ad ogni funerale di un loro martire, i bambini manifestano sfidando il divieto dell’occupante del quale diventano facile bersaglio. Foto, Agosto 2001. 8. KHAN YUNIS (Tufah) Al punto di confine verso il mare, tracciato da Israele, è denominato Hajz At-Tufah, confluisce la maggior parte dei bambini di Khan Yunis e dintorni : Bani Suhaila, Khaza’ah, Na’ymah e Ma’an, per manifestare contro l’occupazione in occasione della giornata della terra, della celebrazione mondiale dei diritti dell’infanzia o dell’anniversario della Nakba. E’ qui che molti dei nostri bambini sono stati feriti per lo più alla testa e al petto, ma anche alle mani, all’addome, al pelvi e alle gambe. In tutta questa zona le case distrutte aumentano e la situazione di strangolamento della popolazione palestinese diventa sempre più insostenibile. Foto, Agosto 2001. 9. KHAN YUNIS (At-Tufah). Bambini giocano accanto al nuovo muro di sbarramento tra un piccolo insediamento ebraico e il campo di Khan Yunis. Dietro il muro della vergogna che Israele sta costruendo in terra palestinese, a protezione di poche famiglie israeliane che si sono installate nella striscia di terra fertile verso il mare. Foto, Giugno 2002. 10. KHAN YUNIS (At-Tufah) La tecnica si affina e il muro alto piu’ di otto metri è sorvegliato da una torretta mobile, guidata da un computer, che spara in tutte le direzioni. In altri punti ci stanno i gulbe che appaiono

II Incontro nazionale degli aderenti a Gazzella

II Incontro nazionale degli aderenti a Gazzella Sala del Carroccio, Campidoglio, Roma, 12 aprile 2003 Di seguito i relatori (clicca sul loro nome per seguire l’intervento): Francesca Bettini Ennio Polito Maria Grazia Terzi Germano Delfino Agnese Manca   Francesca Bettini Anzitutto grazie a voi per essere qui, per aver risposto in modo entusiasta ad una necessità comune. A poco più di un anno dal primo seminario, abbiamo sentito l’esigenza di rinnovare un’occasione di incontro tra tutti coloro che aderiscono a Gazzella. Personalmente ritengo che ormai la comunicazione tra persone è sempre più mediata da macchine. E’ ‘globale’, essenziale, rapida. Senza negare gli indubbi vantaggi, si sconta, però, una sorta di mancanza di emozione. Sicché nasce il bisogno, ma anche la richiesta, di visibilità (che è sinonimo di trasparenza). E’ fondamentale conoscersi, comunicare attraverso i ‘corpi’, in specie lavorando in un progetto che – oltre a testimoniare solidarietà ad un popolo resistente – cerca di sanare corpi che sono stati negati perché feriti, mutilati. Dovendo riferire un bilancio sommario di questi due anni di attività, non posso fare altro che sottolineare due eventi che hanno marcato il nostro procedere. Il primo — luttuoso — ovvero la perdita di Marisa Musu, fondatrice e — direi — cuore pulsante di Gazzella, l’altro che – pur nel contesto di una occupazione e colonizzazione della Palestina sempre più spietata — ci rende orgogliosi del nostro lavoro. Ovvero la crescita di Gazzella, al di sopra delle nostre migliori aspettative. Nel novembre del 2000, all’inizio della nostra ‘impresa’, gli aderenti erano circa una trentina. Per lo più amici che conoscendo il passato, la militanza e il rigore politico di Marisa, si erano associati prontamente a questa sua ultima fatica. Il suo nome era al tempo stesso un manifesto e una garanzia. E lei — per me — era una fonte di pratiche dalle quali trarre insegnamento. In questi due anni ci siamo impegnati (ognuno al suo meglio) per il progresso di Gazzella. Ma si è verificata anche quella che definirei una reazione a catena, un passa parola, una lievitazione naturale, come spesso accade nelle associazioni che nascono dal basso, che hanno come motore propulsore la coscienza della società civile. Oggi gli aderenti sono più di 500, (altrettanti i bambini affidati) distribuiti su tutto il territorio nazionale: dalla Sicilia a Bolzano, oltre confine, in Svizzera ed Olanda. Non solo singole persone o gruppi (magari di amici e/o colleghi) formatisi per l’occasione, ma anche organismi, istituzionali e non. Ad esempio — ne cito solo alcuni – il Comune di Castellina in Chianti, quello di S.Croce sull’Arno e quello di Fiumicino, che hanno deliberato cospicui stanziamenti che ci hanno permesso sia di affidare un numero considerevole di bambini sia di acquistare presidi per bambini resi disabili da proiettili israeliani sparati alla spina dorsale o agli occhi. Moltissime sono le scuole, di ogni ordine, e grado. Grazie ad alcuni ‘valorosi’ e operosissimi insegnanti hanno non solo sottoscritto ma anche ‘pubblicizzato’ Gazzella sensibilizzando i propri alunni sulle vicende tragiche della Palestina. Ancora: Associazioni culturali, Forum Sociali cittadini, Circoli Arci e Legambiente, strutture sanitarie (come il Centro Trasfusionale dell’Ospedale di Civitanova Marche), gruppi di iscritti ad associazioni Sindacali come la CGIL ed altri, sezioni locali di partiti politici, come i Ds di Civitanova Marche e le compagne del gruppo di Rifondazione Comunista, qui, al Comune di Roma che ringraziamo nuovamente per l’ospitalità. Voglio ricordare anche le donazioni fatte da privati cittadini, ma anche da associazioni, come l’ANPI nazionale e provinciale. Altra cosa che mi preme sottolineare è che uno dei nostri obiettivi fondanti, ovvero riuscire a costruire un progetto politico che non si cristallizzi in una struttura rigida ma che, invece, evolva in una rete fra persone accomunate dagli stessi scopi, si è realizzato, di fatto, in modo spontaneo. Sono nati coordinamenti locali di Gazzella in Veneto, Toscana, Campania e Lazio per iniziativa di singoli ‘adottanti’ che poi proprio come coordinamento hanno fatto diffusione al loro massimo e raccolto fondi nel modo più vario: in occasione di feste di partito, organizzando serate a tema, mostre pittoriche. Fra loro e noi si è stabilito un filo diretto, fatto di scambio di esperienze e di idee per disegnare assieme le prospettive future. Ora non vorrei che i miei toni appaiano troppo trionfalistici. Dobbiamo affrontare una serie di piccoli/grandi problemi di percorso: siamo pochi, volontari, abbiamo lavori ‘ufficiali’ per vivere e dunque poco tempo a disposizione. I nostri mezzi sono esigui e i canali di comunicazione limitati. Inoltre — come ricordava sempre Marisa — bisogna considerare il fatto indiscutibile che l’adozione a distanza di un bimbo palestinese è una adozione ‘difficile’, perché non è facile mantenere il contatto fra adottante e adottato, perché è in atto un tentativo di liquidazione di un intero popolo. Dico questo per giustificare eventuali discrasie fra noi e voi. A volte ci troviamo nell’impossibilità di rispondere adeguatamente alle aspettative e alle richieste esterne, come ad esempio una maggiore funzionalità organizzativa, oppure partecipare ad incontri e dibattiti. Ma speriamo di crescere e migliorare anche in questo, magari con il vostro aiuto. Un brevissimo accenno in chiusura ai periodici viaggi fatti in Palestina (ne parlerà Agnese che ringraziamo per l’impegno indefesso) per consegnare direttamente ai bambini il denaro raccolto. I nostri volontari si muovono in una realtà desolante, ma hanno il coraggio e la tenacia propria di chi sa che sta facendo la cosa giusta. A questo proposito voglio concludere dicendovi che nell’eticità di questo fare comune, io ho la riconferma – ancora di più in questi giorni di mobilitazione contro la guerra all’Irak— che nessun uomo è un’isola, intera in se stessa, ma è un pezzo del Continente, una parte del Tutto. Grazie   Ennio Polito L’OMBRA DELL’IRAQ SULLA PALESTINA RIOCCUPATA C’è una parentela molto stretta, ineludibile, tra l’atto di “guerra preventiva” lanciato dagli Stati uniti contro l’Iraq, senza legittimazione alcuna ma con schiacciante superiorità di mezzi, e l’ininterrotto sostegno da loro stessi prestato al progetto di sopraffazione israeliano in Palestina. Come essa si esprimerà sulla scena internazionale non è ancora possibile dire. Ma si è già espressa sinistramente in una cifra: settanta

Samira Azzam “Palestinese! e altri racconti”

SAMIRA AZZAM, LA SUA OPERA, IL SUO TEMPO Samira Azzam nasce ad Akka (S. Giovanni d’Acri) nel 1927, nella Palestina sotto mandato degli inglesi. Fin dalla prima infanzia assiste quindi al processo di trasformazione del suo paese che ha portato alla sostituzione degli abitanti autoctoni palestinesi, con una popolazione europea, che proprio in quegli anni cominciava ad affluire in Palestina. Era poco più che ventenne quando i nuovi invasori sferrano l’assalto finale alle città palestinesi con la guerra del 1947-1949: è la nakba, la catastrofe, evocata in quest’antologia in La coperta rossa. Ed è nel corso di quell’offensiva che si verifica la caduta della città di Samira Azzam, Acri, ricordata nel racconto Il pane. Wasim Dahmash L’indice del libro Samira Azzam: la sua opera, il suo tempo 5     Il pane 11 La coperta rossa 25 Le candele 31 Il pazzo della campana 35 La laurea 41 Palestinese! 49 Lacrime in vendita 57 Il matrimonio della zia 63 I rivali 69 L’orgoglio 75 La cicca 79 La banca del sangue 85 Il venditore di giornali 91 Il ragazzo della lavanderia 97 Il passeggero 105     Glossario 111 Nota bibliografica 112

Resoconto del V viaggio di Gazzella in Palestina

Alle amiche e agli amici che hanno adottato a distanza un bambino palestinese ferito. Carissimi, Nell'augurarvi un Nuovo Anno di serenita' e di prosperita' condivisa presento alla vostra attenzione una testimonianza del mio recente viaggio a Gaza. Cordialmente, Anissa GAZA -12-23 dicembre 2002 Sento stavolta in modo piu' accentuato un senso di smarrimento e di dolore al mio rientro da Gaza dove la situazione diventa sempre piu' insostenibile perle famiglie e per i bambini in particolare. Ero insieme ad altri della delegazione "Gazzella", l'Associazione che prende il nome da unabambina di Hebron chiamata "Ghazalah ", ferita alla testa dall' esercito d'occupazione nell'anno 2000 e fortunatamente guarita dalle cure di medici palestinesi dopo un lungo coma. Il nostro referente in loco e' l'Unione dei Comitati Palestinesi di Soccorso Sanitario "The Palestinian Medical Relief Committees" i cui operatori ci accompagnano di casa in casa con molta disponibilita' e competenza professionale. Di solito partiamo insieme , ma accade talvolta che qualcuno di noivenga rinviato in Italia da Tel Aviv da parte delle autorita' israeliane, per "ragioni di sicurezza", dicono. Generalmente passiamo delle ore all'aeroporto per i controlli minuziosi che si ripetono poi all'entrata a Gaza e talvolta in vari altri punti di controllo all'interno della Striscia di Gaza. In quest'ultimo viaggio abbiamo visitato 417 famiglie di bambini feriti. Oltre alle case distrutte, ai campi devastati, alle strade chiuse e comunque rese impraticabili dai bulldozer israeliani, stavolta ho notato tanta tristezza nei volti delle persone ed un pessimismo a tratti rassegnato davanti al crescente numero di feriti e di martiri di ogni eta'. A Khan Yunis, citta' a Sud della Striscia di Gaza, dove noi abbiamo trascorsoquattro giorni, durante la notte gli spari ad intervalli non hanno avuto tregua. A Rafah, citta' semidistrutta ed espropriata, ai confini con l'Egitto, i colpi di mitraglia e di cannoni sono proseguiti anche di giorno causando un faggi fuggi' continuo. Attraversando la strada da una casa all'altra, mi veniva chiesto di affrettarmi ad entrare nelle case per via degli spari che si sentivano da ogni parte. Il mio pensiero pero' era come catturato dall'espressione triste e talvolta rassegnata delle persone. Questa e' stata la sorpresa piu' amara di questo viaggio In diverse circostanze il bambino ferito, destinatario della nostra busta, era fuori casa con i compagni a vegliare un coetaneo ucciso dai soldati israeliani. In questi casi, per gli spazi ristretti delle abitazioni, viene montata una grande tenda, cosi' da congiungere i due lati della stradadavanti alla casa della vittima, dove la gente va a porgere le proprie condoglianze alla famiglia. L'ordine di Sharon, comprovato dai fatti, ai suoi militari: "Quando vedete due o tre palestinesi radunati insieme sullestrade, fate fuoco su di loro" mi ricorda, per contrasto, quanto detto da Cristo: "La' dove due o tre persone sono riunite in mio nome, io sono in mezzo a loro". E dire che Sharon reclama quella terra come promessagli da Dio! L'occupazione militare israeliana imponendo un coprifuoco quasi permanente, nelle citta' e nei villaggi, soffoca sul nascere ogni speranza di movimento e di vita. Malgrado tutto, la gente cerca di andare avanti, ma si sentestremata e priva di una qualsiasi prospettiva di futuro. E' questa la condizione di chi deve sopportare un'occupazione militare che continua da decenni. Parecchie ragazze che prima frequentavano l' universita' hanno dovuto interrompere gli studi non potendo più pagare la retta ne' acquistare i libri. Lasciare la casa non e' poi sempre cosi' semplice essendo seguiti a vista dai militari israeliani, appostati nei "Gulbe" o torri di controllo, piazzate davanti ai numerosi insediamenti israeliani nel cuore delle citta' di Khan Yunis, Rafah, Jabalia ecc. e attorno ai campi profughi ed ai villaggi palestinesi. Ne consegue un sempre maggior numero di persone ferite e uccise, in modo mirato o colpite da armi da fuoco o missili lanciati a casaccio dall'esercito israeliano sulle abitazioni palestinesi nei campi e nelle citta'. Non di rado ho avuto modo di vedere soffitti forati da pallottole e muri anneriti dall'esplosione di un proiettile. Molti dei bambini sono stati feriti dentro casa e la maggior parte di loro ha ancora delle schegge in varie parti del corpo essendo stati colpiti da pallottole dumdum. Partita il 12 dicembre, sono rientrata da Gaza dopo 11 giorni di permanenzaportando negli occhi e nel cuore le immagini di un paesaggio desolato. Alla distruzione delle case di coloro che sono sospettati di voler combattere l'occupazione militare – magari perche' in quella famiglia ci sta un ferito o un colpito a morte dall'esercito israeliano, quanto basta per essere considerati terroristi – si aggiunge lo sradicamento di palme e uliveti, l'ergersi del grande muro di separazione tra insediamenti israeliani e villaggi palestinesi, con conseguente espropriazione di nuova terra palestinese. Le strade secondarie che collegano le varie citta' e villaggi della Striscia di Gaza sono state chiuse o interrotte dal punto in cui cominciano ad intravedersi le verdeggianti colonie israeliane. Questo fa si' che tutto il traffico da Nord a Sud di Gaza e viceversa venga convogliato in un'unica strada con conseguenti soste, oltremodo prolungate, ai check-points. La mattina del 22 dicembre, lasciando la citta' di Gaza abbiamo dovuto superare a piedi un'interruzione di strada di un 1km circa nei pressi di Der El Balah. La macchina che ci conduceva e' dovuta tornare indietro mentre noi ci siamo unite alla lunga fila di persone di ambo i sessi -grandi e piccoli, qualcuno in sedia a rotelle o sorretto da stampelle – che come noi tentavano di raggiungere a piedi l'altro tratto di strada asfaltato. Li' sostavano altre macchine, impedite a loro volta di proseguire verso la citta' di Gaza. In quella circostanza abbiamo fatto parte, nostro malgrado, di quella processione di gente che camminava nei due sensi di marcia su una strada infangata e piena di pozzanghere, per le piogge di quei giorni, dopo che l'esercito israeliano ne ha smantellato l'asfalto.. Da quando Gaza e' stata tagliata in tre parti, questa e' la vita di chi deve spostarsi, per raggiungere un posto di lavoro, un ospedale o un parente

In ricordo di Marisa Musu

Marisa Musu, fondatrice di Gazzella, e’scomparsa domenica 3.11.2002 a Roma. Ci mancherà molto… Cari amici, in questi giorni abbiamo ricevuto telefonate, lettere, telegrammi che esprimono dolore e cordoglio per la scomparsa di Marisa Musu, fondatrice di Gazzella. Con queste brevi righe vogliamo ringraziare tutti, e ribadire che Gazzella va avanti: e’ una delle tante splendide eredita’ che Marisa ci ha lasciato. Facciamo in modo che la rete da lei voluta e costruita si arricchisca di sempre maggiori maglie. Un abbraccio a tutti voi. In ricordo di Marisa Musu: Medical Relief Committees (traduzione dall’arabo) Alla cara amica Giovanna e atutta la sua famiglia alla cara amica Anissa, con grande tristezza e sconforto abbiamo appreso la notizia della scomparsa dell’amata Marisa, alla quale va il nostro profondo rispetto e la nostra grande stima per il suo ruolo eminente nel fare propri i problemi umani e la difesa degli oppressi e per la sua profonda fede nella giustizia, nella liberta’ e nel progresso per tutti gli esseri umani senza distinzione. Con la sua scomparsa abbiamo perso una amica sincera dei nostri bambini e del popolo palestinese. Solo voi, cari amici, potete colmare il vuoto lasciatoci. Nel pregarvi di accettare le nostre piu’ sincere condoglianze auguriamo a voi lunga vita. Con grande stima. A nome di tutti i componenti dei Medical Relief Committees Abdel Hadi Abu Khousa Francesca Bettini Progettava un viaggio in Palestina per Natale. Voleva rivedere i suoi bambini, come li chiamava. Mu‚adh, Kifah, Arzak, Wadi…, li rammentava uno per uno. Storpiava, ridendo, i loro nomi, raccontava gli incontri, l’ammirazione per le loro madri, la solidarietà espressa alle famiglie, il futuro che avrebbe voluto per loro. Mu’adh è vispo, intelligente, andrebbe seguito fino all’Università, bisogna trovare il modo di guarire Kifah dalla depressione, procurare a Wadi un computer per ciechi…. Gazzella‚ era la sua ultima fatica, aveva portato avanti il progetto con caparbietà, ed era orgogliosa e felice dei risultati ottenuti. Aveva coinvolto amici, conoscenti, con discrezione e gentilezza, ma trasmettendo un rigore e una passione dai quali non si poteva rimanere esenti. Ora voleva tornare in Palestina ed era impaziente, probabilmente conscia che il tempo rimastole era breve. Nell’attesa organizzava il prossimo viaggio a Gaza, al solito senza risparmiarsi, con una resistenza che ogni volta mi stupiva. La mia amicizia con Marisa risale ad alcuni anni fa, ma in questi ultimi due dalla creazione di Gazzella in poi ci siamo frequentate con maggiore assiduità, mi telefonava quasi giornalmente, ci scambiavamo incombenze da sbrigare, abbozzavamo lettere da scrivere, pianificavamo incontri a cui partecipare. Aveva una voce fresca, da ragazzina e una forza vitale inesauribile e contagiosa. Nella mia vita privata e politica ho conosciuto molte donne che sono state importanti nel mio percorso di crescita e di presa di coscienza, e alcune se ne sono andate, ma lo sconforto profondo, lo stordimento, e il senso di mancanza che provo per la morte di Marisa non ha paragoni. La mia casa è piena di lei, di suoi ricordi, di suoi pensieri. Regali dai suoi viaggi a Praga, Damasco, Gerusalemme, cartoline, libri, articoli, fogli di appunti, note frettolose…. “Lo chiederò a Marisa”, mi dicevo, per un dubbio, un consiglio, un semplice parere. E adesso? Si dice che il tempo sana le ferite e i lutti. Forse. Forse no. Marina Rossanda Con Marisa Musu i palestinesi perdono una grande amica – Così la ricordo, ma lei era molto di più Con Marisa ci eravamo trovate piu’ di una volta in Palestina dopo la prima intifada , quando lei raccoglieva con suo marito Ennio Polito i dati per il loro libro sui bambini Palestinesi ed io lavoravo per collegare alcune ONG su progetti sanitari. Dal 1991 al 1995 si fece la rivista BALSAM, con lei Direttore responsabile. Nel novembre 2000, un mese dopo lo scoppio della seconda intifada mi chiamo’ per propormi di andare noi due a riprender contatti e farci un’idea. Ne fui felice perche’ mancavo da alcuni anni. Trovammo un’atmosfera tesa. ma la solita testarda resistenza degli amici Palestinesi, che, pur piu’ provati che in passato.ci accolsero con gioia e ci aiutarono a fare vari incontri. Fu all’Ospedale Ahli di Hebron, vedendo la ragazzina Ghazalah ancora in coma per una pallottola israeliana in testa, che a Marisa venne l’idea della campagna per Gazzella, della quale i visitatori di questo sito sanno tutto. Avuta la conferma dei medici a smentita delle dichiarazioni dei militari che negavano di aver sparato alla ragazzina, e avuto il consenso della famiglia, la campagna parti’ e Marisa vi si getto’ anima e corpo, nonostante i suoi molteplici impegni come ex-partigiana, una dei pochi ancora in vita del gruppo storico romano. Fu un successo , come sempre lei non si risparmio’ ma dopo la seconda andata a Gaza per la distribuzione personale del contributo, famiglia per famiglia, seppe che la salute la tradiva. Nessuno mi convincera’ che la grande fatica di questa operazione, condotta in un ambiente certo assai inquinato, e il correre su e giu’ per l’Italia a sostenere la campagna non abbia qualche responsabilita’ nel riattivarsi del suo male apparentemente domato, che domenica 3 novembre l’ha portata improvvisamente via. Lei lo sapeva benissimo, di rischiare, infatti a me gia’ un po’ malandata aveva energicamente sconsigliato di far lo stesso sforzo – potevo fare altre cose. La foto allegata e’ proprio di quest’ultimo nostro incontro a Gerusalemme, quando certo stanchissima ma eccitata dalla buona riuscita del giro a Gaza, sedette a cena sotto il pergolato del Jerusalem Hotel con Agnese, Edoardo, suoi compagni di giro e con Sancia e me, reduci da altri incontri. La sua straordinaria forza ha attivato molti giovani – la campagna andra’ certo avanti – goccia nel mare dei bisogni si e’ detto sin dal principio , ma segno essenziale di presenza e solidarieta’, con l’immagine di Marisa presente e indimenticabile. Sergio Tavassi Sono grato ai figli di Marisa e a Ennio di aver pensato a me per questo saluto in cui ricordare gli anni dell’impegno di Marisa nel Coordinamento Genitori Democratici prima e nell’Associazione

Hassan Vahedi

Il pittore iraniano Hassan Vahedi ha fatto donazione a Gazzella di alcune sue opere. Sono disponibili quadri di diverse dimensioni. Chi è interessato ad averne qualcuno contatti Gazzella. L’offerta è libera.

Ischia per Gazzella

Egidio Ferrante organizza “Ischia per Gazzella”, una serie di eventi che vedranno coinvolti diversi artisti e musicisti, per raccogliere fondi per l’adozione a distanza di bambini Palestinesi feriti, organizzata dalla Gazzella Onlus Il sito dell’evento: http://www.polifase.it/ischia/   Gazzella ringrazia tutti gli artisti che partecipano all’iniziativa        

Palestina, bambini senza libertà. Ennio Polito per Liberazione

Nella striscia di Gaza occupata, tempi brevi scandiscono l’inumano giro di vite sollecitato da Ariel Sharon nel “far soffrire” i civili palestinesi. La signora Agnese Manca, che aveva visitato la striscia l’estate scorsa per conto della rete di solidarietà “Per Gazzella”, ha trovato la situazione “di gran lunga, visibilmente peggiorata”. La confisca della terra, la distruzione delle case, la devastazione dei campi coltivati, delle infrastrutture e della rete stradale, il numero dei feriti e dei morti, le ore passate ai punti di accesso, per controlli minuziosi e sfibranti, o per mera esibizione di potere segnalano una sofferenza quotidiana “ai limiti del tollerabile”. Siamo andati a incontrare la signora Manca a Fiumicino, al suo rientro da un viaggio movimentato, nel quale le è stata compagna Letizia Lindi, una dirigente dei giovani comunisti di Carrara. Anche il passaggio della frontiera, all’aeroporto di Tel Aviv, era stato caratterizzato da un carico maggiore di vessazioni poliziesche: lunghi interrogatori, perquisizioni personali, più lunghe ore in isolamento in sudici stanzoni, prima di una decisione che ha imposto il reimbarco della maggioranza dei più giovani. Vittime di un sospetto generalizzato, collegato all’idea che la sicurezza di Israele sia minacciata dall’esterno anziché dalla persecuzione della popolazione autoctona, altri membri della delegazione hanno dovuto così ripartire, ciò che ha fatto ricadere per intero sulle due donne la fatica dell’incontro con trecentocinquanta famiglie di bambini feriti, adottati a distanza. Due bambini sono stati uccisi nei mesi scorsi dai soldati e molti altri hanno perduto la casa, demolita in una delle tante “punizioni” individuali o collettive. I morti sono Murad, un ragazzo di Rafah, nel sud della striscia, ferito al capo, e Fadi, un bambino di dieci anni, di Khan Yunis, bruciato con i genitori e i fratellini nel rogo della loro casupola, nel campo profughi; dell’intera famiglia è sopravvissuto soltanto un ragazzo, del quale mancano notizie. I feriti non si contano. Si può essere feriti all’uscita di scuola, a un funerale, in una manifestazione, oppure giocando per strada. Nel resoconto che ci viene fatto c’è anche una nota lieta. In una casa del campo profughi di Jabalya la Manca aveva incontrato, nel suo viaggio precedente, una ragazzina sugli 11-12 anni che, traumatizzata da bombardamento, aveva perso la parola. Ora l’ha ritrovata. Si chiama Wafa, parla, è contenta di vivere. Ma la felicità, nella striscia, è un genere introvabile. Il paesaggio tra Jabaya e Rafa, all’estremo sud, è infernale. Vecchi e nuovi ritrovati della tecnologia di distruzione israeliana, quasi sempre forniti dagli Stati Uniti, hanno lasciato il loro segno: i carri armati hanno aperto la via, i bulldozer hanno fatto il grosso del lavoro, davanti alle spianate dei campi profughi, dove giocano i ragazzi, sono apparsi i gulba, una sorta di torrioni insediati in posizione dominante o capaci di raggiungere tale posizione con una parte mobile, che sale e dalla quale, all’improvviso, aprono il fuoco le mitragliatrici. Tutto attorno, macerie, tubature dell’acqua tranciate, pali elettrici sradicati o pericolanti, cabine telefoniche schiacciate al suolo, campi rivoltati. “Una quindicina di chilometri oltre il capoluogo, andando verso Khan Yunis, all’incrocio con la strada che conduce a un insediamento”, raccontano, “troviamo una lunga fila di macchine ferme, in attesa. Passano due ore, cariche di tensione. Molti siedono nelle vetture con le portiere aperte, altri sulle scarpate della strada polverosa, o sotto ripari di fortuna. Per gente che va al lavoro, in ospedale o a far visita a un parente, i soldati hanno cura di trasformare distanze di pochi chilometri in un viaggio snervante. A un tratto, sentiamo gridare: “Si passa!”. Tutti risalgono in macchina precipitosamente per tornare a fermarsi cinque minuti dopo. Da una gulba spuntano le canne delle mitragliatrici, passa un carro armato, seguito da un bulldozer, che rovescia sui viaggiatori nuvole di polvere”. “Per evitare di perdere tempo con gli spostamenti abbiamo dormito quattro notti a Khan Yunis. Nel buio, ma spesso anche di giorno, risuonavano gli spari. A Rafah i muri delle case sono tappezzati di fotografie di martiri, per lo più giovani, uccisi mentre manifestavano contro il ritorno dei carri armati in città o soltanto per essersi avvicinati troppo ai nuovi confini, con i quali gli israeliani incamerano altri territori palestinesi. Decine di case continuano a essere distrutte in incursioni notturne e l’indomani, chi viene trovato sulle macerie rischia la vita”. Molti di quelli che Agnese chiama “i nostri bambini” si sono dispersi dopo che le famiglie hanno perduto la casa. Cita, tra gli altri, Omar, di quattro anni, e Mahmud Yasser, di venti mesi. I due sono fratelli, figli di uno dei sei uomini uccisi nella loro automobile da un razzo israeliano, due settimane fa, il secondo attentato in pochi giorni. Nel primo, il padre e i due bambini erano rimasti feriti in varie parti del corpo. La madre è in attesa di un terzo figlio. Chiediamo con quali sentimenti la gente viva questa nuova fase del dramma. “Chi ce ne ha parlato, lo ha fatto con civiltà, con dignità, forse anche con un po’ di rassegnazione. Ogni bambino, ci diceva a Gerusalemme il conducente di un taxi, ha il diritto di sognare, ma a me non è stato concesso. Sfollato nel ’48 da Bersheva, non ho nessuno e non possiedo niente. Noi non vogliamo annientare gli israeliani, ma loro vogliono annientare noi. Ho cinquanta anni e non ho mai vissuto un giorno da libero. Sono un democratico, credo nell’eguaglianza degli esseri umani e nel rispetto della dignità di ognuno. Per i miei figli non c’è futuro. Qui non si possono fare progetti per l’avvenire, neanche a breve scadenza. I nostri problemi non finiranno mai. Il mondo non sa e non vuole sapere”. Ennio Polito, Esponente della rete di solidarietà “Per Gazzella” di ritorno da Gaza

Storia di Murad e di Fadi, uccisi a 14 e 10 anni. Marisa Musu per il Manifesto.

Testimonianza del gruppo di volontari i taliani «Gazzella» che aiutano i bambini palestinesi feriti nell’Intifada Sono 230 i bambini palestinesi (Ciusgiordania, foto Giuseppe Moneta) uccisi dall’esercito israeliano dal 28 settembre 2000 e decine di migliaia quelli feriti Agnese e Letizia sono appena scese dall’aereo a Fiumicino dove noi della rete di Gazzella siamo andati numerosi ad accoglierle. Siamo venuti a festeggiarle per l’esito della loro impresa: hanno fatto da sole il lavoro che avevamo progettato dovesse esser fatto da un’équipe di sette volontari, impossibilitati a raggiungerle per i vari blocchi israeliani (Agnese e Letizia hanno visitato in meno di dieci giorni, grazia anche al disinteressato e efficientissimo aiuto del Palestinian Medical Relief ben 323 famiglie palestinesi portando la nostra solidarietà e consegnando a ciascuna il denaro inviato dagli «adottanti» italiani). Facciamo appena in tempo a stendere lo striscione di «Palestina libera» che da Carrara hanno portato compagni di Letizia, a consegnare i mazzi di fiori, a stringere i primi abbracci e a fare le prime domande: «Li abbiamo incontrati tutti. Abbiamo parlato con tutti, fatto le foto. Ma due sono stati uccisi». Passa subito l’allegria, si gela l’euforia per un’impresa riuscita pur fra tante difficoltà. Di Murad e di Fadi non ci saranno le foto: non c’è stato il tempo per scattargliele. Nelle ultime liste che erano arrivate a Gazzella c’erano i loro nominativi completi, l’età, rispettivamente 14 e 10 anni, le località dei campi dove vivevano, Rafah e Khan Younis, ma non le foto. C’è un accordo fra noi e la Ong palestinese con la quale lavoriamo per assistere i bambini palestinesi feriti nella Striscia di Gaza, il Palestinian Medical Relief: loro ci mandano le liste dei bambini feriti e noi, appena la situazione lo permette, raggiungiamo Gaza e andiamo, famiglia per famiglia, a casa dei bambini, parliamo con loro e con i loro genitori per portargli la solidarietà e il piccolo aiuto economico che la famiglia (o singole persone, gruppi di ufficio, di fabbrica, di quartiere, le classi, ecc.) che li ha adottati a distanza gli manda. In queste occasioni chiediamo anche il permesso di fare qualche fotografia al bambino, per poterla mandare poi agli «adottanti», che sono felici di riceverla. Stavolta però ci troviamo, per la prima volta dalla creazione di Gazzella (due anni e mezzo fa), davanti alla morte di due bambini adottati. Non abbiamo fatto a tempo a conoscerli: ad Adriana e Dario R. di Monza e a Cecilia S. di Roma che li avevano adottati da poco e che aspettavano notizie e foto, rimarranno solo due nomi, Murad e Fadi. Sappiamo poco di loro. Murad aveva 14 anni ed era stato ferito gravemente alla testa, ce lo avevano segnalato i sanitari di Rafah che speravano si salvasse. Ma non ce l’ha fatta ed è morto dopo un mese di ospedale. Fadi aveva 10 anni e la sua segnalazione ci era arrivata due mesi fa: era stato ferito all’anca e avrebbe dovuto fare molta fisioterapia per tornare a camminare. Viveva coi suoi nel campo profughi di Khan Younis. La sua casa era stata distrutta da un bombardamento israeliano e la famiglia si era rifugiata in un alloggio di fortuna: durante un nuovo bombardamento l’abitazione è andata a fuoco e i genitori e Fadi sono morti nel rogo. Si è salvato solo un fratellino, forse accolto da parenti e del quale non siamo riusciti a trovare le tracce. Letizia riparte immediatamente per Carrara e Agnese, ormai sapiente veterana delle imprese di Gazzella, ci riassume le sue impressioni. Controlli all’entrata in Israele incomparabilmente più lunghi e stressanti di un anno fa: bisogna avere nervi saldi e molta pazienza (ma spesso non bastano, perché, pochi giorni dopo il passaggio di Agnese e Letizia, nonostante le credenziali e l’intervento, in questo caso pronto ed efficiente, dell’ambasciata italiana, due nostri volontari sono stati rimandati indietro dopo 12 ore di fermo all’aeroporto Ben Gurion). Nei campi profughi si notano a prima vista le distruzioni e le rovine causate dalle recenti incursioni israeliane e così pure nelle campagne. Nelle famiglie ci sono più paura, delusione, sconforto di alcuni mesi fa ma sono aumentate anche la rabbia e la volontà di conquistare libertà e pace. C’è molta sfiducia nell’Europa ed è diffusissima la convinzione che ormai nessun Paese sia interessato a battersi per la giusta causa dei palestinesi. I bambini dei campi, che adesso sono in vacanza, continuano a scorrazzare allegri e chiassosi per i viottoli e le spianate sabbiose e polverose, ma Agnese è rimasta colpita dall’aumento di quelli che sono stati feriti. 230 sono i ragazzi e i bambini uccisi finora durante l’Intifada, il numero dei feriti superava i duemila qualche mese fa, ma i numeri, pur tragici, non rispecchiano il dramma di quest’infanzia senza più sogni. Ben venga «Gazzella» con le sue Agnesi, Letizie e le iniziative di volontarie e di volontari che con rischi e fatiche portano in Palestina segni di solidarietà e di amicizia in nome di una volontà di pace per una terra finalmente libera, ma bisogna che si moltiplichino e costringano governi e forze politiche a intervenire con decisione ed efficacia.