Il racconto di due volontarie di Gazzella

Care amiche e cari amici, finalmente i vostri e nostri bambini hanno ricevuto la visita di Gazzella assieme all’aiuto economico che ci avete inviato per loro e che per ben due volte non eravamo riusciti a portargli a causa dei blocchi israeliani. Grazie alla tenacia, alla capacit‎ e alla volont‎à di ferro di Agnese che i “vecchi adottanti” conoscono dalle cronache precedenti e all’aiuto di Letizia, una ventiseienne “recluta” di Carrara che si è dimostrata disponibile e infaticabile, sono state consegnate a domicilio (cioè nell’abitazione, non usiamo la parola “casa” perché molte volte risulterebbe impropria) 331 buste con il denaro, mentre due buste sono state lasciate al Palestinian Medical Relief perché le consegni a due bambini gravemente feriti segnalati all’ultimo momento. Totale: 333 buste consegnate ad altrettante famiglie (in concreto le nostre due volontarie hanno toccato 350 indirizzi si fa per dire, non essendoci nei campi né nomi di strade né numeri civici ma in diciassette di essi non erano rintracciabili i piccoli adottati perché le recenti offensive israeliane hanno provocato spostamenti di famiglie, distruzioni di abitazioni, ecc.). Questo il resoconto un po’ burocratico del viaggio a Gaza: ciascuno di voi ricever‎ successivamente ma dateci tempo almeno una ventina di giorni poiché il lavoro è tanto e ci sono di mezzo le vacanze  le notizie del suo adottato e la foto. Ed ora, come è tradizione di Gazzella, un po’ di cronaca del viaggio per rendere sempre più intensi i legami all’interno della nostra rete e per fare partecipi del viaggio anche gli adottanti (il nome è brutto, ma non sappiamo trovarne uno migliore: accogliamo i vostri suggerimenti) che sono rimasti in Italia, molti dei quali ci hanno commosso perchè, saputo che si stava realizzando il viaggio a Gaza, ci hanno ripetutamente telefonato per avere notizie, fare auguri, rammaricarsi con noi quando le cose andavano storte ( e come leggerete qui di seguito, di ostacoli e di insuccessi ce ne sono stati, nonostante l’esito pieno della missione). Una serie di difficolt‎à, non ultima la situazione tesissima nei Territori occupati, ci aveva costretto a fissare la data dell’andata a Gaza verso la fine di giugno. Finalmente eravamo riusciti a formare sulla carta un bel gruppo di sette persone (tutti adottanti o volontari), sufficientemente numerosa per il grande lavoro 350 bambini da incontrare nella Striscia di Gaza. All’ultimo momento però la nostra équipe si è inaspettatamente assottigliata, sicchè a Gaza sono arrivate solo Agnese e Letizia. Chi ha rinunziato, scoraggiato dall’incertezza della situazione troppo insicure le entrate in Israele e a Gaza -, chi per ragioni di salute un’operazione chirurgica, una storta a un ginocchio -, chi, infine, come Edoardo e Silvia, perchè respinti all’aeroporto Ben Gurion e trattenuti là in condizioni assai spiacevoli per dodici ore (si è chiarito poi che le autorità‎ israeliane non avevano accertato tempestivamente l’autenticità‎ delle nostre credenziali e ritenevano si trattasse di due manifestanti “terroristi” di Action for Peace). Perduti anche Edoardo e Silvia che così generosamente si erano prestati a dare una mano anche all’ultimo momento, abbiamo dovuto comunicare per telefono ad Agnese che nessuno sarebbe venuto a lavorare con lei e con Letizia. La risposta è stata calmissima e serena: “State tranquilli: io non mi muovo da qui finchè non sono andata da tutti i bambini della lista, fino all’ultimo di loro”. E ha mantenuto la promessa, con l’aiuto di Letizia: per dieci lunghi giorni, nel caldo, nella polvere, fra uno sparo e l’altro, un posto di blocco e l’altro, da mattina a sera, famiglia per famiglia. Grazie a loro i vostri aiuti sono finalmente arrivati a destinazione. Care amiche e cari amici, abbiamo voluto darvi per prime le buone notizie. Ora però una notizia tragica, che forse molti di voi già‎ conoscono perchè l’abbiamo subito comunicata ai giornali, alcuni dei quali (Il Manifesto, Liberazione) l’hanno pubblicata con risalto. Due nostriî e vostri bambini, gi‎à adottati rispettivamente da una amica di Roma e da una coppia di Monza sono stati uccisi. Si chiamavano Murad e Fadi. Il primo abitava a Rafah e aveva 14 anni ed era stato ferito gravemente alla testa a gennaio, era in coma. I medici speravano di salvarlo ed era stato perciò incluso nella lista che il Medical Relief ci aveva inviato nei primi mesi invernali e subito adottato: invece si è aggravato ed è morto. Fadi aveva 10 anni ed abitava nel campo profughi di Khan Younis; era stato ferito all’anca e ancora non era in grado di camminare. Nel frattempo però la casa dove abitava era stata rasa al suolo da un bulldozer israeliano e così la famiglia si era rifugiata in un’altra abitazione, sempre nel campo profughi. Una notte, colpita da un missile israeliano, la nuova casa ha preso fuoco (forse era poco più di una capanna di legno) e nel rogo sono morti i genitori e Fadi. Si è salvato un fratellino, ma nessuno sa come rintracciarlo. Non facciamo nessun commento. I piccoli palestinesi uccisi dall’inizio della seconda Intifada, dicono le statistiche, sono 230, quelli israeliani 55. Sappiamo benissimo che Gazzella è solo una modestissima, piccola, artigianale rete di solidariet‎à, sappiamo che per far cessare questo terribile gorgo di morte (non solo di bambini, ma di donne, vecchi, giovani, di civili inermi) ci vogliono ben altre forze, altro potere che non il nostro. Ma quando Agnese ci racconta l’accoglienza delle famiglie dei piccoli feriti, come siano contente di sentire da un’italiana parole di solidariet‎à e di pace (una pace giusta che rispetti indipendenza e libertà‎), come sia importante per loro sentire che in un altro Paese ci sono persone che capiscono e condividono la loro lotta, che cercano, anche solo con un modesto aiuto economico, di essere solidali con loro, di partecipare al loro dolore, allora siamo orgogliosi della nostra e specialmente della vostra attività‎ e siamo certi che insieme stiamo facendo la cosa giusta. Un saluto a tutti voi con la speranza che continuiate a dare una mano non solo proseguendo l’adozione, ma prendendo iniziative per diffondere la nostra rete.

Resoconto del IV viaggio di Gazzella in Palestina

Alle amiche e agli amici che hanno adottato a distanza un bambino palestinese ferito. Luglio 2002 Care amiche e cari amici, finalmente i ىvostri e nostriî bambini hanno ricevuto la visita di Gazzella assieme allيaiuto economico che ci avete inviato per loro e che per ben due volte non eravamo riusciti a portargli a causa dei blocchi israeliani. Grazie alla tenacia, alla capacit‎ e alla volont‎ di ferro di Agnese ٌ che i ىvecchi adottantiî conoscono dalle cronache precedenti ٌ e allيaiuto di Letizia, una ventiseienne ىreclutaî di Carrara che si ث dimostrata disponibile e infaticabile, sono state consegnate a domicilio (cioث nellيabitazione, non usiamo la parola ىcasaî perchب molte volte risulterebbe impropria) 331 buste con il denaro, mentre due buste sono state lasciate al Palestinian Medical Relief perchب le consegni a due bambini gravemente feriti segnalati allيultimo momento. Totale: 333 buste consegnate ad altrettante famiglie (in concreto le nostre due volontarie hanno ىtoccatoî 350 indirizzi ٌ si fa per dire, non essendoci nei campi nب nomi di strade nب numeri civici ٌ ma in diciassette di essi non erano rintracciabili i piccoli adottati perchب le recenti offensive israeliane hanno provocato spostamenti di famiglie, distruzioni di abitazioni, ecc.). Questo il resoconto un poي burocratico del viaggio a Gaza: ciascuno di voi ricever‎ successivamente ٌ ma dateci tempo almeno una ventina di giorni poichب il lavoro ث tanto e ci sono di mezzo le vacanze ٌ le notizie del ىsuoî adottato e la foto. Ed ora, come ث tradizione di ىGazzellaî, un poي di cronaca del viaggio per rendere sempre piک intensi i legami allيinterno della nostra rete e per fare partecipi del viaggio anche gli ىadottantiî (il nome ث brutto, ma non sappiamo trovarne uno migliore: accogliamo i vostri suggerimenti) che sono rimasti in Italia, molti dei quali ci hanno commosso perchب, saputo che si stava realizzando il viaggio a Gaza, ci hanno ripetutamente telefonato per avere notizie, fare auguri, rammaricarsi con noi quando le cose andavano storte ( e come leggerete qui di seguito, di ostacoli e di insuccessi ce ne sono stati, nonostante lيesito pieno della ىmissioneî). Una serie di difficolt‎, non ultima la situazione tesissima nei Territori occupati, ci aveva costretto a fissare la data dellيandata a Gaza verso la fine di giugno. Finalmente eravamo riusciti a formare ٌ sulla carta ٌ un bel gruppo di sette persone (tutti adottanti o volontari), sufficientemente numerosa per il grande lavoro ٌ 350 bambini da incontrare nella Striscia di Gaza. Allيultimo momento perع la nostra équipe si ث inaspettatamente assottigliata, sicchب a Gaza sono arrivate solo Agnese e Letizia. Chi ha rinunziato, scoraggiato dallيincertezza della situazione ٌ troppo insicure le entrate in Israele e a Gaza -, chi per ragioni di salute ٌ unيoperazione chirurgica, una storta a un ginocchio -, chi, infine, come Edoardo e Silvia, perchب respinti allيaeroporto Ben Gurion e trattenuti lد in condizioni assai spiacevoli per dodici ore (si ث chiarito poi che le autorit‎ israeliane non avevano accertato tempestivamente lيautenticit‎ delle nostre credenziali e ritenevano si trattasse di due manifestanti ىterroristiî di Action for Peaceض..). ىPerdutiî anche Edoardo e Silvia che cosد generosamente si erano prestati a dare una mano anche allيultimo momento. Abbiamo dovuto comunicare per telefono ad Agnese che nessuno sarebbe venuto a lavorare con lei e con Letizia. La risposta ث stata calmissima e serena: ىState tranquilli: io non mi muovo da qui finchب non sono andata da tutti i bambini della lista, fino allيultimo di loroض.î. E ha mantenuto la promessa, con lيaiuto di Letizia: per dieci lunghi giorni, nel caldo, nella polvere, fra uno sparo e lيaltro, un posto di blocco e lيaltro, da mattina a sera, famiglia per famiglia. Grazie a loro i vostri aiuti sono finalmente arrivati a destinazione. Care amiche e cari amici, abbiamo voluto darvi per prime le buone notizie. Cيث perع una notizia tragica, che forse molti di voi gi‎ conoscono perchب lيabbiamo subito comunicata ai giornali, alcuni dei quali (Il Manifesto, Liberazione) lيhanno pubblicata con risalto. Due ىnostriî e ىvostriî bambini, gi‎ adottati rispettivamente da una amica di Roma e da una coppia di Monza sono stati uccisi. Si chiamavano Murad e Fadi. Il primo abitava a Rafah e aveva 14 anni ed era stato ferito gravemente alla testa a gennaio, era in coma. I medici speravano di salvarlo ed era stato perciع incluso nella lista che il Medical Relief ci aveva inviato nei primi mesi invernali e subito adottato: invece si ث aggravato ed ث morto. Fadi aveva 10 anni ed abitava nel campo profughi di Khan Younis; era stato ferito allيanca e ancora non era in grado di camminare. Nel frattempo perع la casa dove abitava era stata rasa al suolo da un bulldozer israeliano e cosد la famiglia si era rifugiata in unيaltra abitazione, sempre nel campo profughi. Una notte, colpita da un missile israeliano, la nuova casa ha preso fuoco (forse era poco piک di una capanna di legno) e nel rogo sono morti i genitori e Fadi. Si ث salvato un fratellino, ma nessuno sa come rintracciarlo. Non facciamo nessun commento. I piccoli palestinesi uccisi dallيinizio della seconda Intifada, dicono le statistiche, sono 230, quelli israeliani 55. Sappiamo benissimo che ىGazzellaî ث solo una modestissima, piccola, artigianale rete di solidariet‎, sappiamo che per far cessare questo terribile gorgo di morte (non solo di bambini, ma di donne, vecchi, giovani, di civili inermi) ci vogliono ben altre forze, altro potere che non il nostro. Ma quando Agnese ci racconta lيaccoglienza delle famiglie dei piccoli feriti, come siano contente di sentire da unيitaliana parole di solidariet‎ e di pace (una pace giusta che rispetti indipendenza e libert‎), come sia importante per loro sentire che in un altro Paese ci sono persone che capiscono e condividono la loro lotta, che cercano, anche solo con un modesto aiuto economico, di essere solidali con loro, di partecipare al loro dolore, allora siamo orgogliosi della nostra e specialmente della vostra attivit‎ e siamo certi che insieme stiamo facendo la cosa giusta. Un saluto a

‘aeroporto ed espulsi dalla Palestina gli inviati di Gazzella

Da il manifesto, 30/6/2002 A proposito di bambini, sono stati bloccati ieri per dodici ore all’aeroporto di Tel Aviv e espulsi col primo volo per l’Italia Edoardo Cicchetti e Silvia Gallerano, soci dell’onlus Gazzella, una rete di solidarieta’ e aiuto ai bimbi palestinesi feriti nella Striscia di Gaza. Avevano con se’ le credenziali che li accreditavano quali membri della delegazione – una parte della quale qualche giorno prima aveva gia’ raggiunto regolarmente Gaza – delle famiglie italiane che da due anni hanno adottato a distanza centinaia di bambini palestinesi feriti. Dovevano contattare, come fanno periodicamente, le famiglie dei campi profughi di Jabalia, Khan Younis, Rafah per avere notizie delle condizioni di salute dei bambini e trasmettergli il piccolo aiuto economico che le famiglie italiane gli avevano affidato. Inutilmente le autorita’ consolari italiane di Tel Aviv hanno garantito l’obiettivo della delegazione; e’ stato anche offerto alle autorita’ israeliane di scortare i due fino a Gaza in modo da accertarsi che, strada facendo non partecipassero a inesistenti manifestazioni pacifiste. Le autorita’ di frontiera israeliane sono state irremovibili; in teoria gli aiuti umanitari sono benvenuti, in pratica e’ meglio tenere rinchiusi in uno stanzone per dodici ore gli “adottanti” e rimandarli a casa con un bel timbro di espulsione sul passaporto. Cosi’ per qualche anno non aiuteranno i bambini palestinesi feriti. Intanto il ministro dell’interno israeliano Eli Yishai continua a negare l’accesso in Israele e nei Territori Occupati a pacifisti internazionali ed operatori umanitari. Oltre 2000 riportavano nelle scorse settimane i giornali israeliani. Nei giorni scorsi Yishai ha impedito l’arrivo a Gerusalemme ad oltre 300 italiani che dovevano partecipare alla “Catena umana della pace”, la prima iniziativa presa insieme, negli ultimi due anni, da pacifisti israeliani e palestinesi. La scorsa notte erano bloccate all’aeroporto di Tel Aviv in attesa dell’espulsione le operatrici umanitarie italiane Ivana Nanni e Claudia Righini, dell’Ong “Terres Des Hommes”, giunte con una lettera di incarico firmata dal Rappresentante della Commissione Europea nei territori palestinesi, Jean Breteche. Loro non hanno ottenuto alcuna assistenza dall’ambasciata italiana a Tel Aviv e dai rappresentanti dell’Ue. Le autorita’ israeliane continuano a ripetere che i pacifisti e gli esperti dellee Ong verrebbero in realta’ “a portare aiuto ai terroristi”. Un’accusa gravissima, ma mai provata. Il silenzio dei governi occidentali e delle loro ambasciate su tutto cio- e’ assoluto. Una domanda. Perche’ l’Ue e il governo italiano continuano ad investire fondi in progetti umanitari e di sviluppo in Cisgiordania e Gaza che poi non hanno possibilita’ di essere realizzati per l’ostruzionismo dell’occupante (che pure, secondo la Convenzione di Ginevra, deve garantire l’aiuto umanitario alle popolazioni sotto occupazione)? Tabula rasa a Hebron L’esercito israeliano con due tonnellate di esplosivo fa saltare il Muqata. Tra le macerie potrebbero esserci tutti gli agenti dell’Anp (una quindicina) che hanno resistito fino all’ultimo. I carri armati fanno fuoco: assassinati un bambino di 12 anni a Faraa (Jenin) e una donna a Gaza. Israele blocca l’ingresso a 2.000 pacifisti e operatori umanitari. Espulse ieri due volontarie italiane di “Gazzella”, il gruppo d’aiuto ai bambini palestinesi feriti MI. GIO. GERUSALEMME La vita palestinese non vale davvero niente dopo il discorso di George Bush che ha dato carta bianca al governo israeliano. La rioccupazione della Cisgiordania e’ lecita, la repressione e’ legittima, i rastrellamenti legali. E non turbano le capitali occidentali le due tonnellate di esplosivo usate ieri all’alba dall’esercito israeliano per ridurre in pochi attimi un edificio storico come il Muqata di Hebron in un cumulo di macerie dove sotto potrebbero esserci i cadaveri di una quindicina di palestinesi – “terroristi” secondo il governo Sharon – che non volevano arrendersi alle forze di occupazione. Le ruspe dell’esercito ieri sera non avevano trovato ancora alcun cadavere. Il Muqata, 12mila metri quadrati, 350 stanze, fu costruito negli anni Trenta dalla Gran Bretagna che allora esercitava un mandato sulla Palestina. Dal 1948 la grande caserma di cemento passo- sotto il controllo della Giordania e, dal 1967, sotto quello di Israele che ne fece una delle principali prigioni in Cisgiordania. Nel 1997 il Muqata era passato all’Anp e ospitava i servizi di sicurezza e la guardia presidenziale “Forza 17”. A favore della scarcerazione dei refuzenik condannati al carcere militare – i soldati e ufficiali che si rifiutano di servire nei Territori Occupati – , ieri circa 300 israeliani hanno manifestato ad Atlit (Haifa), presso la prigione n.6. Nei giorni scorsi un ufficiale della riserva e leader dei refuzenik, David Zonshein, e’ stato scarcerato su decisione dell’Alta Corte che ha accolto il ricorso contro il carcere militare. E sono i bambini palestinesi a sfidare ogni giorno il coprifuoco imposto dalle forze di occupazione israeliane. Soprattutto a Jenin e Nablus. I soldati non esitano a sparare contro di loro. Ieri Mohammed Mubarak, 12 anni, e’ stato centrato in pieno petto dai colpi sparati da reparti israeliani entrati nel campo profughi di Faraa (Jenin) per mettere fine ai lanci di sassi dei ragazzini palestinesi. I Merkava impenetrabili, potenti, invincibili – “i migliori carri armati al mondo” ripetoono le industrie militari israeliane ormai alla versione n.5 del mezzo corazzato – non si lasciano impressionare dai sassi dei bambini palestinesi. In otto giorni sono stati uccisi sei bambini per “violazioni del coprifuoco”. Ieri e’ stata uccisa anche una donna palestinese (il marito e’ rimasto ferito in modo grave) da raffiche di mitragliatrice pesante sparate dai mezzi corazzati israeliani contro la cittadina di Deir Al-Balah, al centro della Striscia di Gaza. La donna si trovava in casa quando e’ stata colpita. Un’altra vittima innocente di fronte all’indifferenza del mondo.

Foto da Genin

Il 18 maggio 2002, una volontaria di Gazzella ha visitato il campo profughi di Genin e ha scattato alcune fotografie.

Resoconto del III viaggio di Gazzella in Palestina

Care amiche e cari amici che avete in adozione un/a bambino/a palestinese ferito/a, questa volta non ce l’abbiamo fatta. La violenza della guerra, l’occupazione armata e totale dei Territori, la ferrea chiusura di tutti i posti di blocco hanno fermato a Gerusalemme la nostra coraggiosa équipe partita da Roma il 27 marzo. Come è ormai tradizione di Gazzella, vi raccontiamo dettagliatamente il viaggio, sicché diventi patrimonio di tutti noi. Bloccati in Italia da problemi di salute e di lavoro Marisa e Sergio che avevano guidato i due primi viaggi a Gaza, si è provveduto a formare un nuovo gruppo: due “veterani” (Agnese, la professoressa di arabo, “vecchia” esperta di Palestina ed Edoardo, il giovane documentarista cui dobbiamo le foto che ci hanno permesso di produrre una bellissima mostra che abbiamo inaugurato nell’Incontro di Castiglioncello e che è ora a vostra disposizione) e due “reclute”: Giovanna, una maestra elementare di 48 anni, romana, già andata in Palestina durante la I° Intifada e Anna, un’archeologa trentenne di La Spezia. Tutti, ovviamente, “adottanti” che si sono offerti coraggiosamente ( altri, con molta sincerità, ci hanno detto di non essere disponibili finché il pericolo è così elevato) di portare i soldi ai bambini. Abbiamo ritenuto giusto di pagare con i soldi della cassa di Gazzella (quella costituita delle offerte al di fuori delle quote di adozione) le spese di viaggio di Agnese e Edoardo che si erano pagati autonomamente il viaggio di agosto, mentre Giovanna e Anna sono venute a spese loro. Come forse già sapete, avevamo già tentato, con un gruppo diverso, una prima partenza il 5 marzo, ma all’ultimo momento avevamo dovuto rinunciare perché da Gaza non ci era stato dato l’o.k. a causa della pericolosità della situazione locale. Tenacemente eravamo tornati alla carica, rinfrancati dal miglioramento della situazione in Palestina e dal benestare degli amici di Gaza. Eravamo del parere che Gazzella dovesse dare un segnale forte di solidarietà (Abu Khousa, il dirigente palestinese del Medical Relief di Gaza intervenuto al nostro Incontro di Castiglioncello, ci aveva in quell’occasione ripetuto quanto importante fosse politicamente la nostra presenza nei campi profughi) e contemporaneamente sentivamo la responsabilità di avere in banca ormai una somma consistente, mentre i bambini feriti avevano certamente bisogno sia dell’aiuto economico che delle nostre visite solidali nelle loro case. Così i nostri quattro amici si sono imbarcati su un volo Alitalia che, come al solito per risparmiare, aveva orari impossibili: partiti da Roma alle otto del mattino ( sveglia alle quattro!), i nostri sono arrivati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv alle 16, 30. Muniti ( del tutto legalmente) di 25.000 euro, di complicate liste di nominativi di bambini feriti e di un pignolo foglio di istruzioni, frutto delle nostre precedenti esperienze, i quattro si sono presentati al posto di controllo passaporti israeliano. Ora si dà il caso che il primo punto delle istruzioni spiegava che l’entrata in Israele era sempre stata senza problemi e si prevedeva perciò un passaggio di frontiera rapido e liscio come l’olio. Per la stessa ragione, Agnese è stata subito bloccata e poco dopo anche Edoardo, Anna e Giovanna. Senza scendere nei dettagli, vi basti sapere che sono stati privati del bagaglio – che è stato minuziosamente verificato, dal dentifricio ai calzini -, dei biglietti aerei, del telefonino e di tutto quanto avevano con sé ( ad alcuni di loro si è cercato anche di impedire di andare al bagno) e sono stati trattenuti su delle panche per oltre quattro ore: nessuno ha dato mai risposta alle loro richieste di sapere i motivi del fermo. Poiché, poco prima del ritiro del telefonino, avevano fatto a tempo a segnalare a noi a Roma la loro situazione, da Roma abbiamo chiesto ed ottenuto l’intervento del Consolato italiano di Tel Aviv. Dopo più di quattro ore di fermo, del tutto sereni e padroni di sé, stanchissimi e profondamente colpiti dall’aggressività e dalla violenza verbale degli agenti – tutti molto giovani- dei servizi di sicurezza e della polizia di frontiera, Agnese, Anna, Giovanna ed Edoardo hanno finalmente potuto lasciare l’aeroporto e prendere l’auto per Gerusalemme. Cosa gli israeliani cercassero, cosa veramente volessero, i nostri quattro se lo sono chiesto allora e se lo chiedono ancora oggi: il loro arrivo precedeva di parecchie ore quello dei pacifisti e niente indicava che lo scopo del loro viaggio fosse diverso da quello che avevano dichiarato: visitare le famiglie dei bambini adottati in Italia e portare loro qualche possibile aiuto. Né le somme di denaro che avevano con sé, pur consistenti, avevano interessato i servizi di sicurezze e di polizia. Forse, c’è stato, nel fermo, un intento intimidatorio? O, forse, e questa è sembrata a noi tutti l’ipotesi più plausibile, l’attentato di Nethanya coi suoi oltre venti morti, avvenuto durante il volo Roma-Tel Aviv, ha fatto scattare un allarme eccezionale, dato che l’attentato veniva dopo un abbastanza lungo periodo di quiete? Comunque, finalmente verso le dieci di sera, i nostri quattro amici hanno raggiunto l’albergo di Gerusalemme. Della permanenza di cinque giorni passati purtroppo tutti a Gerusalemme, i nostri amici ci hanno fatto un racconto sintetico. Essi si sono fin dal primo momento concentrati su due obiettivi: il primo, prioritario, cercare tutte le vie per raggiungere Gaza, il cui check point era però totalmente chiuso, tenendosi in contatto telefonico costante con i compagni del Medical Relief che, essendo sul posto, avevano momento per momento il polso della situazione. Il secondo era entrare in contatto con i pacifisti di Action for Peace per partecipare nei limiti del possibile ad almeno alcune delle loro iniziative e portare loro la solidarietà di Gazzella. Così i nostri hanno preso contatto col Medical Relief della Città Santa e con l’UNRWA, hanno avuto con loro incontri ricchi di informazioni sulla situazione dell’infanzia, facendo a loro volta conoscere l’iniziativa di Gazzella ed hanno partecipato ad assemblee, riunioni e manifestazioni dei pacifisti. Hanno avuto inoltre un incontro, interessantissimo e umanamente molto coinvolgente e commovente, con la dirigente di un’associazione palestinese che si occupa dei minori detenuti nelle carceri israeliane

Resoconto osservatore Action for Peace

I muri del pianto. Siamo qui, sono qui, che nulla mi autorizza a parlare in nome di altri, a testimoniare. a testimoniare quanto atroce e profetica sia una affermazione di franz kafka, uno scrittore e un ebreo, ‘l’evoluzione umana è una crescita della potenza di morte’. noi, io, abbiamo visto la potenza di morte dispiegarsi contro bambini, donne, civili, contro ogni umano diritto. noi siamo qui a testimoniare quanto dense e intense, sei pietre scagliate contro la coscienza molle dell’europa e del mondo, siano le parole scritte dall’osservatore romano il 3 aprile scorso, a nome dell’unica autorità morale dell’occidente: ‘la terra del risorto è profanata vittima di una aggressione che si fa sterminio’. noi, io, possiamo testimoniare la profanazione, l’aggressione, una aggressione che si fa sterminio. siamo qui a testimoniare la straordinaria forza morale del popolo palestinese, dei bambini, dei ragazzi, dei giovani, degli uomini e delle donne. due giovani palestinesi, a rischio della loro vita, ci hanno riportato a piedi da ramallah a gerusalemme. ma siamo qui anche per condividere con voi qualche tentativo di riflessione. siamo in guerra, una guerra mondiale. l’escalation militare in palestina non è altro che il secondo atto della guerra che gli stati uniti hanno iniziato dopo l’11 settembre. il prossimo atto sarà l’iraq, uno degli stati definiti canaglia da un gentleman che abita la casa bianca. dovrebbero prenderne coscienza anche gli sciagurati che hanno votato, quasi alla unanimità, la grottesca partecipazione italiana inafghanistan, ‘bisogna esserci per contare’, ha spiegato qualcuno. secondo chalmers johnson, professore americano della università di berkeley, direttore del japan policy research institute e autore del saggio ‘gli ultimi giorni dell’impero americano’, esiste però anche una superpotenza canaglia, il suo paese. è facile, e difficile allo stesso tempo, perché le certezze sono sempre maligne, prevedere che il rallentamento, che è solo apparente, dell’escalation militare in palestina, ha lo scopo di evitare che i paesi arabi si defilino dall’appoggio necessario agli americani per attaccare l’iraq. dopo l’iraq o durante l’iraq il governo israeliano potrà tentare la soluzione finale in palestina. la soluzione finale in palestina si chiama palestinianfrei, è scritto nei programmi del governo israeliano. una seconda riflessione: perché tutto questo è accaduto e accade? perché come ci ha fatto osservare il primario anestesista del new trauma center di ramallah le due guerre mondiali sono durate 5 anni e questa guerra dura da più di 50 anni? la guerra secondo franco fornari, autore del saggio ‘psicanalisi della guerra’, è una elaborazione paranoica di un lutto. il lutto indicibile dell’olocausto è elaborato dal popolo israeliano in modo paranoico e paranoide. potrebbe esserci un’altra via? l’altra via è quella percorsa dalla minoranza dei pacifisti e di tutti coloro che si oppongono alla politica del governo israeliano. è la via che percorrono i soldati israeliani che hanno detto no. è la via suggerita dai francescani con il loro rifiuto di dichiararsi ostaggi dei palestinesi. è la via scelta dal sacerdote che al check point tra bethlehem e gerusalem il 31 dicembre 2001 davanti ai centurioni che avevano bloccato la marcia interreligiosa ha letto il sermone della montagna: ‘beati i poveri di spirito …beati i pacifici …beati i perseguitati …’ è la strada di nurit peled, premio sakharov per la pace, che ha visto morire in un attacco di hamas la figlia di 14 anni. ‘a gerusalemme, speranza e umanità stanno morendo.israele sta diventando un cimitero di bambini e il cimitero cresce di minuto in minuto, come un regno sotterraneo che cresce sotto i nostri piedi e trasforma in un deserto tutto quanto ci circonda…. vi prego, aiutate le madri ad avere il sopravvento e a salvare i figli.’l’olocausto chiede a tutti noi, scrive tom segev, un israeliano, nel libro il settimo milione, di tutelare la democrazia, combattere il razzismo e difendere i diritti umani. l’olocausto conferma e rafforza, prosegue, la legge israeliana che impone ad ogni soldato di non obbedire a un ordine palesemente illegittimo. ‘è questo il compito del settimo milione’, conclude. in modo retorico e ingiurioso è stato chiesto a noi, osservatori internazionali, definiti ‘pacifisti’, virgolette in una qualche misura sprezzanti, è stato chiesto da vili, cinici e immorali servitori sui media di ogni causa ingiusta, se abbiamo condiviso con gli israeliani l’incubo degli attacchi suicidi. per quel poco, anzi pochissimo, anzi nulla, che abbiamo potuto, abbiamo fatto anche questo. siamo anche saliti sugli autobus israeliani, come ci ha interrogato un editorialista del corriere della sera, siamo anche entrati nei supermercati, abbiamo anche cenato in ristoranti di israele. il 30 dicembre 2001 durante la missione precedente in cinque in unagiornata abbiamo preso tre autobus per andare a neve shalom, un luogo, in israele, in cui palestinesi e israeliani tentano di costruire, elaborando in modo non paranoico il lutto e lavorando sul futuro, le condizioni per una pace duratura. abbiamo camminato da soli o in gruppo per le vie di gerusalemme ovest nei luoghi insanguinati dagli attacchi suicidi. ci siamo interposti a ramallah tra i soldati e i tanks israeliani, che impedivano l’ingresso delle ambulanze nel cortile di un ospedale, e i medici e gli infermieri palestinesi che all’arrivo di due cadaveri straziati e insanguinati si stavano per lanciare addosso ai soldati israeliani. il 29 marzo a paris square eravamo con le donne in nero quando sono passate auto della polizia e ambulanze che accorrevano in un supermercato non lontano dove una giovane palestinese si era uccisa e aveva ucciso. un secondo supermercato era davanti a noi. uno dei coordinatori della delegazione action for peace, su richiesta dei medici del new trauma center, è uscito a cercare di raccogliere il cadavere di una donna palestinese uccisa da un cecchino. il cecchino ha sparato anche a lui. qualcuno di noi, i più coraggiosi, roberto giudici, si sono anche interposti contro la forma più vile e disumana di terrore.abbiamo pianto per le vittime, per tutte le vittime di questa indicibile tragedia, abbiamo pianto di fronte ai muri infiniti che impediscono ogni percorso alla speranza. il nostro pianto, merita rispetto. la sofferenza che ho visto nei volti degli oltre 250 giovani e giovanissimi che con noi, molto più anziani, hanno condiviso questa drammatica esperienza, merita ammirazione. noi possiamo, dobbiamo, tutti, essere vicini al popolo palestinese e al popolo israeliano. credenti insieme ai non credenti. con la preghiera e il pianto. alfredo tradardi osservatore internazionale di action for peace mercenasco (ivrea), 9 aprile 2002 bibliografia 1. franco fornari, psicoanalisi della guerra, feltrinelli 1967 2. tom segev, il settimo milione – come l’olocausto ha segnato la storia di israele, scie mondadori 2001 3. zygmunt bauman, modernità e olocausto, il mulino 1992 4. edward said, la questione palestinese – la tragedia di essere vittime delle vittime, gamberetti 2001 5. chalmers johnson, gli ultimi giorni dell’impero americano, garzanti 2001

Sei giorni di attesa a Gerusalemme

SEI GIORNI DI ATTESA di Marina Rossanda 7 aprile 2002 La mia ultima visita a Gerusalemme, forse la quindicesima o giù di li’, è stata anche la più angosciosa. La speranza era di vedere la nostra Gazzella e la sua famiglia nel villaggio dove vivono vicino a Hebron, di parlare con gli interessati locali di un possibile progetto di supporto informatico per i non vedenti, certo da rinviare nella realizzazione a tempi migliori, ma che intanto era possibile preparare, infine di fare un’altra visita a Gaza e a Ramallah, forse a Gerico. Partita gli ultimi di marzo speravo che almeno una parte del programma potesse realizzarsi. Invece le sole cose efficaci e fattibili – ma io non avevo al momento energie sufficienti per parteciparvi – erano i tentativi di “interposizione”. Sono stati atti bellissimi, che – al di là dei successi concreti hanno avuto uno straordinario valore di testimonianza. E’ sicuro che hanno contribuito alla mobilitazione Europea rinforzando la campagna che la nostra Luisa Morgantini fa da mesi, con una bravura, un coraggio e una costanza . e – vorrei aggiungere – uno stile istituzionale sempre migliore. Brava, brava, brava. E con lei tutti gli altri ragazzi e meno giovani che pure avevano certamente realizzato che l’atmosfera era molto aspra e che tra i soldati in azione per Israele e presenti ai posti di blocco e in azione – alcuni erano estremamente tesi, addirittura esaltati e quindi pericolosi. Altri meno aggressivi, ma chiaramente obbedivano a ordini duri. Non si spiegherebbero se no i tanti atti disumani come impedire l’accesso ai feriti e l’allontanamento dei morti. Restando a Gerusalemme in attesa di riallacciare i miei contatti ho avuto un terribile senso di oppressione: la città a Est era grigia, semichiusa prima per feste religiose poi per scioperi silenziosi, la sua consueta cordialità non era sparita ma molto appannata. Sembrava , oltre che triste, perfino meno bella. Contribuiva al grigiore il tempo, umido, freddo e ventoso, e il pensiero di quanto ciò aumentasse le sofferenze di quanti erano privati di casa, strade e mezzi di trasporto nelle aree chiuse. Le stesse immagini viste sulle reti TV arabe o sulla BBC erano come dei flash abbastanza lunghi da lasciare la bocca amara, abbastanza brevi da moltiplicare le domande che martellavano nella testa. Dopo aver parlato con le poche persone che ho trovato – dopo innumerevoli telefonate con Rita, un’amica “reclusa” a Ramallah, partiti gli amici del gruppo che doveva compiere la missione a Gaza per Gazzella e ha dovuto rinviare, ho finito per tornare con qualche giorno di anticipo. Forse una sola cosa utile ho fatto a parte la presenza fisica che i Palestinesi apprezzano comunque per lo spirito solidale che contribuisce alla loro resistenza: ho chiarito che secondo gli esperti locali di sanità portare farmaci dall’Italia non servirebbe – a meno di stabilire meticolosamente con le loro organizzazione sanitarie – ora pressoché inaccessibili, la liste delle cose difficili da trovare. In effetti l’industria locale produce gran parte dei farmaci e dei materiali di medicazioni necessari, ma il problema sono i blocchi che ne impediscono l’invio proprio dove servono. In altri momenti le grosse donazioni di farmaci sono state addirittura una calamità facendo la concorrenza all’industria locale! Chi legge queste righe perciò, se vuole credermi non si affanni a raccogliere farmaci a meno di poter stabilire come arriveranno a destinazione dove servono, cosa al momento considerata impossibile, ma usi altrimenti le sue energie in favore della popolazione. Collabori con i gruppi attivi e in contatto con la popolazione, diffonda l’informazione vera Che nonostante un certo miglioramento ancora manda deformazioni: per dire l’ultima al GR3 del 7 aprile il corrispondente da Betlemme ha fatto diventare palestinese il cecchino israeliano che, come tutte le altri fonti hanno detto , aveva sparato al religioso francescano , per fortuna mancandolo (o ,mi chiedo, era una intimidazione ?) Ora non desidero altro che tornare laggiù . non riesco a credere che sarà consentito a Sharon di fare tutto, proprio tutto quello che vuole.

Bambini palestinesi detenuti da Israele

Intervista a Luisa Morgantini su Noi Donne (22 febbraio 2002) – Lei si sta occupando dei diritti negati dei bambini palestinesi. Quale e’ la situazione oggi? La situazione e’ tragica. Le condizioni di vita della popolazione intera , in modo particolare la condizione dei minori sono insopportabili. Intanto bisogna dire che il 53% dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza ha meno di 18 anni. I ragazzi non hanno mai conosciuto la serenita’ o un infanzia normale a causa dell’occupazione militare israeliana . Dalla fine di Settembre del 2000, dallo scoppio della seconda Intifada i ragazzi uccisi dai soldati israeliani sono stati piu’ di 300, la maggior parte mentre uscivano da scuola o passavano per la strada o erano al mercato, altri mentre tiravano sassi, qualcuno tirava rudimentali molotov. Migliaia sono i ragazzi e le ragazze ferite, centinaia e centinaia con handicap permanenti, come il dolce Daud 12 anni e Hania di 15, del campo profughi di Kalandia, tutti e due hanno perso un occhio, colpiti da una pallottola di gomma con cuore d’acciaio; erano appena usciti da scuola, i soldati sparavano all’impazzata contro un nugolo di ragazzi che tiravano pietre. Anch’io, insieme ad altre parlamentari europee, mi sono trovata a Kalandia mentre i soldati sparavano all’impazzata, sono stati colpiti dei passanti. Le pietre che tiravano i ragazzi non arrivavano neppure ai soldati, eppure loro sparavano, mirando freddamente. I bambini feriti sono stati prevalentemente colpiti alla testa, agli occhi, all’addome. Una denuncia precisa sui comportamenti dei soldati e’ stata fornita da una giornalista israeliana, Amira Hass, la quale ha intervistato un ufficiale dell’esercito che diceva che gli ordini ricevuti erano di sparare ai bambini superiori ai 12 anni. Centinaia di scuole sono state chiuse o se ne e’ impedito il funzionamento, alcune di esse sono state convertite in campi militari. Il tragitto per recarsi a scuola, quando questa non e’ all’interno del prio villaggio, diventa di giorno in giorno piu’ difficile a causa dell’aumento del prezzo dei mezzi di trasporto, infatti con la chiusura delle strade dei villaggi, controllati in genere da mezzi militari, le auto non possono passare. Si puo’ passare , quando i soldati non ne fanno divieto, a piedi. In questo modo bisogna prendere un mezzo per arrivare da casa alla strada di uscita dal paese, attraversare a piedi e poi prendere un altro mezzo di trasporto, se poi si trova un altro check point devi rifare la stessa operazione. Il costo del trasporto diventa cosi il doppio o il triplo piu’ caro. Tutto cio’ in una situazione in cui il 60% della popolazione non puo’ piu’ lavorare sempre a causa del blocco militare e molto spesso dal coprifuoco. Ma al di la’ delle difficolta’, bisogna tenere in considerazione la paura, moltissime sono le famiglie che non permettono piu’ ai ragazzi di uscire di casa per timore che possano essere aggrediti dai soldati o capitare in qualche scontro. A Khan Yunis, dove i bombardamenti e le distruzioni di case sono quotidiane, mentre passavo per strada e i bambini uscivano da scuola li vedevo camminare rasente i muri, e poi mettersi improvvisamente a correre al suono di clackson di auto e tapparsi le orecchie con gli occhi spaventati. Insomma la popolazione palestinese e cosi’ i ragazzi, sono praticamenti prigionieri nelle loro case o villaggi. All’ospedale di Gaza un ragazzo di tredici anni, ferito ad una gamba, mi chiedeva di portarlo in Italia, ma poi molto piu’ mestamente mi ha detto Òmi basterebbe andare a Hebron, il mio amico Nizar e’ andato a trovare i suoi parenti e non gli hanno piu’ dato il permesso di tornare qui ed io anche quando usciro’ dall’ospedale non potro’ andare a trovarlo. Ma perche’ noi dobbiamo vivere cosa’? Ti sembra giusto?Ó Majidi, invece, anche lui tredicenne non capisce piu’ suo padre, un dirigente palestinese che da sempre ha cercato relazioni con gli israeliani del movimento pacifista. Mentre suo padre parlava al telefono con un israeliano, lui ha detto ad alta voce Òpapa’, smettila di parlare con loro, oggi hanno ammazzato FaresÓ. Eyad Sarraj direttore di un centro psicologico per l’infanzia di Gaza, sostiene che le condizioni di violenza anche in famiglia si sono accentuate moltissimo. Le malattie nervose, la depressione, l’aggressivita’ sono ormai ad un livello esplosivo per la societa’ palestinese e i ragazzi ne pagano le conseguenze piu’ gravi. Ma cresce anche la violenza tra i ragazzi stessi. Insieme a questo cresce la malnutrizione, sempre di piu’ genitori disperati che non possono acquistare neppure il pane. Ogni volta che vado in Palestina, ma in realta’ ogni giorno mi chiedo fino a quando? Fino a quando non potra’ esservi pace in quella terra e i giovani potranno finalmente muoversi liberamente per la strada e andare a scuola o al lavoro, non vedere piu’ le proprie case demolite, gli ulivi sradicati, la terra confiscata, i padri umiliati. Fino a quando (per fortuna non ancora molti) giovani palestinesi per reazione ai soprusi e all’ingiustizia si trasformeranno in kamikaze, distruggendo la propria e quella di giovani vite israeliane ? E fino a quando giovani israeliani in nome della sicurezza del proprio paese si trasformano in soldati che colpiscono ciecamente e ai check point impediscono persino a donne che stanno partorendo di andare all’ospedale, e con freddezza bloccano le ambulanze con persone moribonde? Domanda forse retorica ma che ci mette di fronte alle nostre responsabilita’ di singole cittadine e delle nostre istituzioni dal governo italiano, all’unione europea, alle Nazioni Unite per agire per una pace giusta nel riconoscimento del diritto dei due popoli ad uno stato. – Ha denunciato inoltre le condizioni di vita dei bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Ce le puo’ illustrare? Gli atti di tortura cominciano dal momento dell’arresto. Il bambino preso viene bendato e messo su un veicolo, dove comincia l’interrogatorio. Qualche volta i bambini vengono insultati e picchiati. Si stima che nel 2000 circa 350 bambini, dai 10 ai 18 anni, sono stati arrestati, la maggioranza per aver tirato pietre contro dei soldati o per questioni di

Primo Seminario nazionale di Gazzella

Il 21 febbraio 2002 si e’ svolto il Primo Seminario nazionale di Gazzella , con la partecipazione del direttore della Palestinian Union of Medical Relief Committees nella Striscia di Gaza, del sindaco di Rosignano, dell’on. Ettore Masina e di molti adottanti di “Gazzella”. l’intervento di Ettore Masina LETTERA 79 febbraio 2002 Care amiche, cari amici, credo fosse il mese di settembre del 2000 quando in LETTERA vi parlai del Progetto “Gazzella”, varato da due straordinarie persone: Marisa Musu e Marina Rossanda. Dandole il nome di una bambina palestinese di 12 anni, colpita alla testa da un soldato israeliano mentre tornava a casa da scuola e rimasta a lungo fra la vita e la morte, Marisa e Marina, con un gruppetto di altri gene-rosi avevano appena dato vita, a quell’epoca, a una rete di solidarietà insieme politica e affettuosa. Avevano, cioè, lanciato la proposta di adozioni a distanza di piccoli palestinesi feriti o mutilati nel corso della Seconda Intifada. E’ passato poco più di un anno e nonostante la penuria di mezzi e – naturalmente! – il silenzio dei giornali, il progetto ha preso quota: e poiché le animatrici di “Gazzella” dicono che i primi “adottori” sono stati gli amici di LETTERA, mi sembra giusto informarvene: tanto più che la situazione palestinese ci carica di un’angoscia dalla quale possiamo uscire soltanto con gesti concreti di rottura del silenzio e dell’inerzia. Gli amici di Gazzella si sono riuniti recentemente per il loro primo “congresso”: gente meravigliosa, venuta da tutte le parti d’Italia: La loro rete si è ormai distesa come una carezza su 287 bambini palestinesi. Bambini di Palestina Come vi scrivevo in quella LETTERA ormai lontana, da cinquant’anni, anzi da cinquantaquattro, noi ogni giorno ci alziamo, portiamo i bambini a scuola, andiamo al lavoro, ritorniamo a casa, mangiamo, ci abbandoniamo al sonno e intanto in Palestina muoiono ammazzati uomini donne e bambini: 361 bambini uccisi dal settembre 2000, uno di 13 anni assassinato il 17 febbraio scorso, quasi a impedire che ci illudessimo di una pausa di questa atroce contabilità. No, non è un genocidio, i giuristi negano che si possa definirlo così. Allora diciamo: è uno stillicidio omicida, come se il tempo fosse segnato da una mostruosa gigantesca clessidra attraverso la quale passano, ma sempre più velocemente, non granelli di sabbia ma corpi di uccisi. Da cinquant’anni, anzi da cinquantaquattro, noi ci innamoriamo, sogniamo, preghiamo, frequentiamo concerti, organizziamo feste fra amici, ci commoviamo leggendo le pagine di grandi scrittori, tentiamo di scrivere poesie e di imparare nuove canzoni, e intanto uomini donne bambini palestinesi continuano a morire ammazzati: uno dopo l’altro, o in stragi crudelissime, dietro le muraglie di una totale incapacità di reazione dell’opinione pubblica internazionale e di un’acquiescenza dei governi democratici che rimarranno una vergogna per la storia del nostro tempo. In questo mezzo secolo di martirio palestinese, nei tranquilli territori europei alcuni di noi sono giunti alla vecchiaia, altri hanno maturato la loro giovinezza, ed altri ancora sono nati, sono cresciuti, hanno imparato le tecniche per entrare in contatto con persone lontanissime da loro mentre a due ore di distanza di aereo i palestinesi continuavano a morire, in diverse maniere. Nei primi decenni ci sono state, “laggiù”, guerre terribili. Allora per qualche giorno – o settimana – siamo stati costretti da orrendi rumori e visioni di massacri a pensare al Medio Oriente. Ma gli eserciti innalzano le loro bandiere proprio per farci sapere che la guerra è cosa loro, noi ne siamo fortunatamente (almeno direttamente) esclusi. Così a quel sangue e a quelle morti abbiamo dedicato l’attenzione dolorosa – o forse soltanto perplessa – che si presta ad eventi che sono atroci e disgustosi ma che, in fondo, non ci appartengono. Oppure è accaduto a non pochi di prendere posizione su quelle guerre, parteggiando per il “piccolo”, moderno, civile, “occidentale”, “europeo” Israele aggredito da arabi fanatici, straccioni e sporchi. Ricordo ancora sui parabrezza di molte automobili milanesi l’adesivo “Io sono per Israele”. Poi le guerre si sono rivelate più che mai inutili, il “piccolo” Israele minacciato essendo in realtà un gigante, issato com’è sulle spalle degli Stati Uniti e difeso dalle armi dell’Impero; e anzi qualcuno di noi ha capito che in quella faziosità filo-israeliana era contenuto un grano di razzismo. Franco Fornari, grande psicoanalista, ci ammoniva: concedere a Israele il diritto di comportarsi in modi che non si consentirebbero ad altri popoli significa pensare che esso è qualcosa di geneticamente diverso da noi Come se fossero vittime del traffico Finita l’epoca delle guerre, è cominciata la più macabra delle routines. Come le stragi sulle strade degli week-end nei paesi industriali, le morti di uomini donne e bambini palestinesi scandiscono nel Medio Oriente le cronache di una violenza che, nella sua insensatezza, sembra ormai inestirpabile. Negli ultimi anni i palestinesi non sono morti di guerre ma sono morti di nostalgia nell’esilio, di miseria da espropri e da disoccupazione, di torture, di prigionie nel deserto, di malattie da repressione: denutrizione, mancanza d’acqua, ritardi nei soccorsi medici a causa dei blocchi stradali, immensa difficoltà di stabilire un minimo di condizioni igieniche nei campi profughi, in cui per mezzo secolo centinaia di migliaia di persone sono state costrette a vivere e in cui per mezzo secolo gli israeliani hanno impedito ogni miglioria. Negli ultimi sedici mesi i palestinesi sono morti soprattutto di spietate rappresaglie di ogni loro atto insurrezionale. Ma si potrebbe dire che i palestinesi sono morti e muoiono soprattutto di solitudine perché il loro martirio di mezzo secolo è anche e soprattutto amara consapevolezza di costituire per l’opinione pubblica internazionale ben più un fastidio che un problema. I bambini prigionieri In mezzo a questa solitudine, a questo sangue, a queste case sventrate dai bulldozers si muovono i bambini palestinesi; e molti non si muovono affatto, perché dal settembre 2000 ad oggi più di 700 sono stati incarcerati, cioè rinchiusi in celle, insieme a delinquenti “comuni”, adulti, e quindi esposti non soltanto alle inevitabili brutalità del sistema carcerario ma anche a rischi facilmente intuibili. Il 26 gennaio scorso

Arrestato il presidente dei “Medical Rilief Committees”, referente della campagna Per Gazzella

The Palestine Monitor, A PNGO Information Clearinghouse PRESS CONFERENCE SUMMARY Dr. Mustafa Barghouthi is Released After Being Injured by Israeli Army as a Punishment for Non-Violent, Peaceful Activities 2 January 2, 2002 – 9PM After being arrested this morning after giving a press conference in American Colony Hotel in East Jerusalem, and held for four 4 hours, Dr. Mustafa Barghouthi was released at Ar-Ram checkpoint, taken into custody for a second time, and finally released at 6PM (local time). Dr. Mustafa Barghouthi then gave a second press conference at the Palestinian Media Center in Ramallah this evening. The morning’s press conference was held with foreign participants of the Grassroots International Protection for Palestinians (GIPP) campaign, in which various foreign delegates participated, including Ms. Luisa Morgantini, a member of the European parliament. Upon leaving the hotel Dr. Barghouthi was apprehended by police and Shabak operatives, and taken to the Russian Compound – a prison and detention center. After four hours he was released on bail. The reason given for his arrest was that he did not have permission to be in Jerusalem as he carries West Bank identification. Dr. Barghouthi said he did not need such a permit as he was in occupied East Jerusalem, not in Israel, and as a Palestinians he had an undeniable right to be there. Upon his release at the Ram checkpoint Dr. Barghouthi and the foreign delegates were talking to the media when the border police attempted to take him a second time. All present protested and tried to protect the doctor. At this point the Israeli army and border police became very violent and aggressively beat some of the people present, opening fire in the air with live ammunition, and used tear gas and sound bombs. Many people were battered in the ensuing chaos, and some sustained minor injuries. The police hit one cameraman trying to film the events in the head, and Ms. Morgantini and other delegates were thrown to the ground. Ms. Morgantini described the actions for the border guards and police as “unbelievably vicious, and completely unnecessary. The things they did and the force they used was just incredible, with such violence.” She intends to submit a formal complaint to the European Parliament about today’s events. Eventually the police managed to take Dr. Mustafa and detained him for a further hour at Nevi Yacob settlement. Upon his second release Dr. Barghouthi went to hospital where he underwent tests and was found to have a fractured kneecap and various lacerations and bruises on his face and body. In the evenings press conference Dr. Barhouthi thanked all the foreign friends, colleagues and diplomatic representatives who mobilized so quickly and efficiently to work towards his release, and also gave sincere thanks to the foreign delegates with him at the time who protested at the scene. The Israeli authorities claimed the doctor was in East Jerusalem illegally, however he pointed out that he had a legitimate right to be in Jerusalem based on three things: like all Palestinians he has every right to be in Jerusalem, as it was occupied in 1967 and remains an integral part of Palestine, secondly he was born in Jerusalem, and finally as a doctor he has the right to freedom of movement. Dr. Barghouthi’s arrest was only one of thousands during the last 16 months of the Intifada; many people still remain in detention. It is also, as the doctor pointed out, minor when compared to the 944 people who have lost their lives in the Intifada, the 25,000 people who have been injured, including 2,000 with will be severely disabled for life, and the destruction of homes, lives and livelihoods. Dr. Barghouthi believes “today’s events were an indication of how angry Israel is at the triumph of the GIPP delegations, which had two major successes through their peaceful and non violent actions. They showed to the people overseas the real face of the Palestinians, and just as importantly illustrated the reality of the situation here in Palestine – and that is a brutal Israeli military occupation.” The Israeli violence at the second apprehending of Dr. Barhouthi is indicative of the brutality and severe aggression of the military and the occupation – reflected in the day-to-day reality of the closure and siege that is collectively punishing 3.3 million Palestinians, people who are already subjected to occupation and military aggression. Dr. Barghouthi reiterated his, and every Palestinians, entitlement to go to Jerusalem, his determination to continue with the GIPP programme, and the continuation of the struggle for independence for Palestine. “We will remain steadfast, until the last settler leaves, until there is a just and independent Palestinian State with Jerusalem as it capital, until all UN resolutions are applied, until just peace and security is achieved for al people in the region, Palestinians will remain steadfast. Our determination, with the support of a strong international pressure will lead to our rights being respected, and a just and viable democratic Palestine will emerge.” For more information please call Dr. Mustafa Barghouthi 050 254218 The Palestine Monitor +972 2 2985372, or 052 396196 PHR-ISRAEL URGENT APPEAL: DR. MUSTAFA BARGHOUTI ARRESTED 02.01.2002 PHYSICIANS FOR HUMAN RIGHTS-ISRAEL URGENT APPEAL DR. MUSTAFA BARGHOUTI, president of the Union of Palestinian Medical Relief Committees (UPMRC), was arrested just before noon upon his exit from a press conference at the Americal Colony Hotel in East Jerusalem, and is now being held ‘for questioning’ by Israeli security authorities at the ‘Russian Compound’ holding facility in West Jerusalem. Dr. Mustafa Barghouti is the president of the Union of Palestinian Medical Relief Committees (UPMRC), a community-based Palestinian health organization founded in 1979. He is a long-standing partner of Physicians for Human Rights-Israel in the struggle for human rights in the Occupied Territories. Dr. Barghouti is a dedicated and courageous activist for health and human rights of the Palestinian population. As a doctor, he has devoted his life to the struggle for justice, peace and human rights. He has taken an