Argomenti di discussione : Guerra e pace in Palestina
Nella nostra parte del mondo hanno ancora cittadinanza, per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, due atteggiamenti complementari: c’e’ chi si sorprende per il fatto che esso non trovi ancora una soluzione pacifica, ma evita con ogni cura qualsiasi presa di posizione sul merito di cio’ che accade, e c’e’ chi si sente tenuto a una “equidistanza” rispetto alle parti, o a privilegiare, nella ricerca della pace, quella che collega una sua rivendicazione di primogenitura alla memoria del martirio degli ebrei nei campi di sterminio nazisti, sicche’ l’altro popolo dovrebbe accontentarsi di limitate concessioni.L’esperienza di mezzo secolo attesta che l’uno e l’altro atteggiamento, lungi dall’ avvicinare la pace, perpetuano il fallimento degli sforzi rivolti a questo fine. Il primo, perche’ semplifica un problema complesso e ipotizza soluzioni indolori, che non esistono. Il secondo perche’ lo squilibrio fra torti e ragioni delle parti, presente fin dall’inizio, si e’ ingigantito nel tempo e collocarsi “nel giusto mezzo” significa oggi, in linea di fatto, incoraggiare l’intransigenza dei vincitori e serrare il cappio attorno al collo dei perdenti. In questo senso, era nel vero lo storico polacco Isaak Deutscher, ebreo ma duramente critico verso il tipo di “soluzione” che Israele incarna, quando affermava che il mondo, per i suoi peccati di antisemitismo prima, e per l’acquiescenza mostrata verso le sopraffazioni israeliane, poi, e’ piu’ colpevole delle parti in causa. Una tragedia nazionale. – Problema complesso, si e’ appena detto. E’ vero, per esempio, che le ondate di immigrazione ebraica affluite nella Palestina-Israele negli anni della persecuzione nazista (1932-45) e in quelli immediatamente successivi (1945-48) sono state numericamente superiori a quelle precedenti – 370.00 contro 177.000 – ma e’ vero anche che questo apporto e’ oggi nettamente minoritario rispetto al totale della popolazione israeliana – 6 milioni 100.000, secondo l’ultimo censimento – che ha tutt’ altra provenienza. Sostenere che la creazione di uno Stato ebraico in Palestina – anzi , la trasformazione dell’intera Palestina in uno Stato ebraico, secondo l’obbiettivo enunciato dalla conferenza sionista di New York (1942) – sarebbe conseguenza di quella persecuzione e da questa sarebbe legittimata e’ palesemente infondato. Il movimento sionista era nato quasi mezzo secolo prima e gestiva il tentativo di “ebraizzazione” della Palestina secondo i suoi propri orientamenti e programmi, che nulla avevano a che fare con l’antinazismo. Gli stessi argomenti valgono, a maggior ragione, per la cacciata, manu militari, di ottocentomila civili palestinesi, la grande maggioranza, cioe’, della popolazione dei territori su cui Israele affermo’ il suo controllo nel 1947-48 e per la riduzione del rimanente alla condizione di minoranza oppressa. E’ una cifra di per se’ eloquente, che dovrebbe far riflettere chi tuttora cerca in motivi irrazionali la spiegazione dell’abisso che si e’ scavato tra i due popoli. Altro che antisemitismo, altro che fanatismo religioso. Come avrebbe reagito un europeo, mettiamo un italiano del secolo scorso, se gente venuta da altri paesi lo avesse, nel giro di poche settimane, scippato della sua aspettativa di indipendenza nella sua unica “patria” storica, della casa, delle bestie da lavoro e di ogni mezzo di sussistenza, e avesse chiamato altri sconosciuti a sostituirsi a lui in diritto e in fatto? Non a caso, i palestinesi si riferiscono a quella pagina della loro storia con la parola “catastrofe”. Ma quell’evento, con tutti i suoi effetti dirompenti, e’ solo l’inizio. Tre guerre e diverse crisi piu’ tardi, dopo aver conquistato con le armi l’intero territorio della Palestina originaria, il gruppo dirigente di Israele proclamava apertamente il proposito di tenersi tutto. L’occupazione proseguita senza mutamenti di sostanza per piu’ di trenta anni e la colonizzazione che l’ha accompagnata si estesa a macchia d’olio, tanto da prefigurare una Palestina ghettizzata, territorialmente frammentata e dipendente, in parte occupata, in parte rioccupabile in qualsiasi momento. Dal ’67 a oggi, da quella parte non e’ venuta alcuna proposta costruttiva, neppure in risposta a cambiamenti importanti dell’atteggiamento palestinese, come l’adesione alla formula dei “due Stati”.Un mondo meno vivibile. – Anche in questo tentativo dimettere in mora, per quanto lo riguarda, la legge internazionale. Israele trova chi lo comprenda, chi lo ammiri e, come era logico aspettarsi, chi lo imiti (quante “pulizie etniche”, nel mondo, dal ’67 in poi, sperando in un’eguale impunita’). Molti dei mutamenti in peggio che il mondo ha registrato negli ultimi anni sono venuti da quel laboratorio. Nel 1956, Israele si alleo’ alla gran Bretagna per attaccare l’ Egitto, e occupo’ il Sinai, ma dovette ritirarsi, su richiesta americana, nel giro di settimane, oggi aggira ed elude i consigli della Casa bianca e i suoi soldati sono addestrati a sparare sui bambini; ieri descriveva i suoi esperimenti come socialisti, oggi elegge come primo ministro un personaggio che non sfigurerebbe sul banco degli accusati in un processo per crimini di guerra.
‘Intifada (cenni storici)
Le origini del conflitto Estesa all’incirca come il Piemonte, la Palestina era abitata nell’antichita’ da popolazioni diverse, alcunedelle quali nomadi. Tra le altre, gli ebrei, che, per motivi legati alla loro attivita’ commerciale, si erano sparsi anche in altri territori, fondandovi colonie. A questo esodo volontario si sovrappose, dopo la conquista romana e la distruzione del grande tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., la dispersione forzata. In seguito, quei territori, ormai a maggioranza araba, fecero parte per secoli dell’lmpero ottomano. Finche’, sconfitto quest’ultimo nella prima guerra mondiale (1914/18), passarono sotto protettorato britannico, con la promessa dell’indipendenza. Ma la Gran Bretagna, con una dichiarazione del suo ministro degli esteri, lord Balfour (1917), aveva preso con il movimento sionista un impegno che contraddiceva quella promessa, autorizzando massicce ondate di immigrazione ebraica, con la prospettiva di creare un “focolare” (home foyer) nazionale ebraico. Mentre nel 1918 vi erano in Palestina 644.000 arabi e 56.000 ebrei (l’ 8 per cento del totale), nel ’31 gli ebrei erano diventati il 31,4 per cento e possedevano il 5,6 per cento della terra. I palestinesi si opposero anche con le armi a un’immigrazione il cui fine dichiarato era quello di sottrarre loro la propria terra e l’indipendenza. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo l’orrore dell’Olocausto, l’Onu cerco’ di uscire da una situazione gravemente compromessa raccomandando la spartizione del territorio in due Stati: uno ebraico, con il 56,47 per cento della superficie originaria e uno arabo-palestinese, con il 42,88 per cento, diviso in tre parti non confinanti. Gersalemme doveva avere uno statuto internazionale. La guerra, esplosa nel ’48, mando’ a monte quel progetto. Con l’appoggio materiale delle maggiori potenze (Urss e Stati uniti) e grazie ad accordi segreti con il re di Transgiordania, Abdullah, legato agli inglesi , i sionisti si impadronirono non solo della terra loro destinata nelle raccomandazioni dell’Onu, ma anche di parte dello Stato palestinese (il rimanente fu annesso dalla Transgiordania, che muto’ il suo nome in Giordania) ed espulsero con le armi la grande maggioranza della popolazione araba. Ai primi 800.000 profughi altri se ne aggiunsero con i conflitti successivi sicchè nel 1980 l’Onu ne registra due milioni 150 mila. La Gerusalemme storica, araba, fu annessa dalla Giordania. Gli israeliani vi costruirono accanto una citta’ nuova, che, con la finzione dell’unita’, precostituiva argomenti per un’ulteriore espansione. Questa avvenne nel giugno del ’67, con la cosiddetta “guerra dei sei giorni”, che porto’ sotto il dominio israeliano l’intero territorio della Palestina originaria. Quella guerra, dalla quale gli Stati arabi erano usciti sconfitti, vide d’altra parte i palestinesi, che il mondo aveva “dimenticato”, tornare sulla scena come protagonisti armati. Territori occupati e legittimita’ internazionale Con l’espressione “Territori occupati” ci si riferisce fondamentalmente a quelli a occidente del Giordano, noti, appunto, come Cisgiordania o West Bank (“riva occidentale”) che avrebbero dovuto far parte dello Stato palestinese ed erano stati, invece, fra il ’48 e il ’67, sotto la Giordania, e alla “striscia” di Gaza, destinata anch’essa allo Stato palestinese, ma amministrata dall’Egitto. Quel termine richiama anche l’illegittimita’ delle pretese di Israele, sconfessate dall’Onu con la risoluzione 194 , che chiede il ritorno dei profughi, con la 242 (che ribadisce l’inammissibilita’ della conquista con le armi e il principio del ritiro israeliano) e con una serie di risoluzioni che respingono l’annessione di Gerusalemme. L’intifada e gli accordi di Oslo Mentre i palestinesi hanno dato il loro assenso, a partire dagli anni 70, a soluzioni conformi alla legittimita’ internazionale (accettazione di un loro mini-Stato e riconoscimento di Israele), lo Stato ebraico mantiene da ben trentatrè anni un atteggiamento negativo, o ambiguo, sul destino dei Territori e ha spinto a fondo l’opera di snazionalizzazione attraverso la costruzione di insediamenti di civili ( i cosiddetti coloni) armati. Nel 1987, l’invivibilita’ del regime d’occupazione ha fatto scoppiare la prima intifada, che ha portato al livello piu’ basso l’immagine dell’occupante. La battaglia dei sassi era cessata con la firma degli accordi di Oslo (1993), negoziati in segreto tra Israele e l’Olp ( riconoscimento dell’Olp, trasferimento di piccole parti di territorio all’autogoverno palestinese, ma calendario di ritiri israeliani mai mantenuto, assoluta vaghezza sui punti centrali per una pace giusta, cioè il diritto al ritorno dei profughi, l’eliminazione degli insediamenti, lo status di Gerusalemme), ma l’intransigenza e la repressione hanno imposto la ripresa della lotta. Basti pensare che dal 1993 al 2000 (cioe’ durante i colloqui per gli accordi di Oslo) gli abitanti degli insediamenti sono raddoppiati, passando da 100.000 a 200.000 e che la situazione economica ( un lavoratore palestinese in Israele porta a casa 50 dollari alla settimana; la disoccupazione ha raggiunto il 25%) e’ diventata insopportabile: si capisce così perche’ la passeggiata di Sharon sulla Spianata delle moschee ( il terzo luogo sacro dell’Islam) il 28 settembre del 2000 abbia rappresentato la scintilla della nuova rivolta.
Ahmad Abdurrahman al-Sudud

Ahmad Abdurrahman al-Sudud, 13 anni, ferito a maggio al piede destro. Lo incontriamo- si muove a fatica con le stampelle-in una specie dì magazzino dove sono accatastati le masserizie di casa; i genitori ci spiegano che hanno traslocato li da poco dato che i carri armati israeliani gli hanno distrutto la casa completamente. A maggio una notte verso le due mentre tutti dormivano sono stati svegliati da un gran rumore e hanno appena fatto a tempo a uscire di casa che i carri armati gliel’hanno buttata giù sparando all’impazzata. E’ una fortuna che sia rimasto ferito solo il figlio. Nessuno gli dà una nuova casa ( l’assistenza del Comune consiste solo in coperte e alimenti) e per questa specie di magazzino con uno sgabuzzino pagano 100 dollari al mese. Il padre lavora nell’istruzione professionale; in famiglia sono dieci figli, cinque maschi e cinque femmine.
Fadi H. Omar

Gaza, campo profughi al-Shati’ (Beach camp), Fadi H. Omar, 12 anni, ha una sola sorella. Ha terminato il quarto anno del primo ciclo scolastico. E’ stato ferito alla gamba destra da un missile lanciato dai soldati israeliani. E’ in attesa di essere operato di nuovo per l’estrazione di una seheggia .
Kifah Mohammad Al-Araj

Kifah Mohammad Al-Araj, 14 anni, ferita alla schiena. E’ la ragazzina il cui proiettile per un caso eccezionalmente fortunato, entrato dalle spalle si è fermato a pochi millimetri dal cuore senza ledere organi vitali. Avevamo mostrato la volta precedente la sua cartella clinica a dei medici italiani che ci avevano detto che si trattava veramente di un caso unico. Comunque, a questo punto, il proiettile può rimanere dove è senza che ci sia alcun rischio. Nella nostra visita di marzo avevamo trovato Kifah allegra e piena di energia, ci aveva detto spavaldamente che era stata ferita mentre tirava sassi e che non se ne pentiva. Adesso invece troviamo una Kifah silenziosa e passiva, attorniata dalla madre e dalle sorelle minori che cercano di farla sorridere inutilmente. La madre ci spiega che Kifah ha una gravissima depressione, che va tre volte alla settimana dalla psicologa, ma che non migliora. E’ convinta di dovere morire e di non avere futuro. Non fa nulla, rimane a casa e non vuole più andare a scuola. Leggiamo il referto della psicologa che assai preoccupata per lo stato di Kifah e spiega però che è assai difficile una terapia poiché ogni giorno Kifah sente spari e colpi dato che la sua casa è in una zona a rischio. Solo portandola via di li, in un posto dove possa dimenticare gli orrori della guerra, potrebbe rimettersi facilmente. Cerchiamo di incoraggiare Kifah, le diciamo che deve convincersi che non sta per morire, che ormai il peggio è passato, ma la ragazzina ci ascolta appena. La salutiamo rattristati e rabbiosi per la nostra impotenza.
Tansim Omar Abu Shawish

Ha 8 anni; ha finito la seconda classe del I ciclo di studi e si prepara a frequentare la terza classe. E’ stata ferita dai soldati israeliani in varie parti del corpo e soprattutto al dorso e ad una mano mentre si recava col fratello a comprare il pane. Insieme sono stati portati in ospedale e dopo 16 giorni di degenza sono stati dimessi. La bambina ha ancora delle schegge nella schiena.
‘adh Abu al-Araj

Questo e’ Mu’adh Abu al-Araj, ha 6 anni e vive a Khan Junis. E’ il cuginetto di Kifah, la ragazzina di 14 anni ferita nell’ottobre 2000 da una pallottola molto vicino al cuore. Mu’adh e’ stato anche lui ferito all’addome e alla schiena in ottobre. Stava giocando davanti casa e un colono dcl vicino insediamento di Ghemitan lo ha centrato con due pallottole. Ci sorride allegro e ci mostra le cicatrici. La madre ci spiega che vivono tutti in una stanza al piano terra e che quindi e’ impossibile trattenere lui e i fratelli dentro casa: continuano a giocare davanti alla porta, sul vicolo, esposti continuamente alle sparalorie dei coloni che distano al massimo duecento metri ed hanno fucili di precisione. Mu’adh ha 6 fratelli, lui e’ il terzogenito.
Arzaq J. al-Masri

Questa è Arzaq J. al-Masri. Ha dodici anni, ha bellissimi occhi neri ed e’ la nona di sedici fratelli. Abita al pianterreno di una palazzina di quattro piani a Beit Hanon, un villaggio molto vicino a Erez, il posto di frontiera con Israele, con postazioni ben dissimulate, dalle quali soldati e coloni sparano sui civili palestinesi. E’ stata ferita alle tre del pomeriggio del 23 gennaio da un proiettile che i medici hanno preferito non estrarre, per ora, perche’ e’ vicinissimo a un rene. Si riservano di farlo piu’ in lai. Arzaq e’ triste, ha molti dolori e deve evitare di muoversi. Le e’ piaciuta e le ha strappato un sorriso la bambola di pezza arrivata dall’Italia. La nonna ringrazia e manda un saluto..Quando l’abbiamo fotografata, la bambina ha abbozzato timidamente con due dita il segno della vittoria. Da grande, se guarisce, vuol fare la maestra.