Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale di Roma “Pablo Neruda”, e della sua succursale.

Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale di Roma “Pablo Neruda”, e della sua succursale. Il 29 aprile, Gazzella è stata invitata da una insegnante della scuola media “Pablo Neruda” di Roma a parlare agli studenti dell’Associazione, della storia della Palestina e della situazione attuale in Medio Oriente. La scuola si trova nel quartiere Ottavia ed è da sempre molto attiva in progetti interculturali. I ragazzi avevano avuto due settimane prima un incontro con Marco Ramazzotti, della rete “Ebrei Contro l’Occupazione” e sapevano già parecchio della nascita di Israele e del Sionismo. Sono andata insieme a Ode Amarneh, trentenne palestinese di un villaggio della Cisgiordania vicino a Genin, che vive a Roma da poco più di un anno perché si è sposato con una ragazza italiana, Noemi, che lo ha aiutato nella traduzione in italiano. Io avevo da mostrare la presentazione in Power Point preparata da Francesca per gli studenti della scuola media di Napoli, e Ode aveva i suoi racconti delle esperienze vissute in prima persona quando aveva circa l’età dei ragazzi a cui parlava e partecipava alla prima Intifada. Ci siamo meravigliati di quanto i ragazzi fossero interessati e attenti e di quante domande facessero. I ragazzi più vivaci, attenti e vogliosi di domandare e approfondire il discorso sono stati quelli delle prime medie, cioè i più piccoli. Forse perché più disinibiti dei ragazzi più adulti, ma sicuramente più recettivi. Questa risposta per noi inaspettata ci ha fatto pensare a quanto sia importante interessare i ragazzi a quello che succede nel resto del mondo in generale, e alla questione palestinese in particolare, prima che la loro mente sia obnubilata dalla TV e, ci hanno detto gli insegnanti, prima che incomincino a fare uso di droga cosa che ormai avviene per molti ragazzi in seconda o in terza media, a meno che non vengano fortemente interessati a qualcosa. L’esperienza è stata molto simile a quella di Francesca e Antonella alla scuola “Carlo Poerio” di Napoli. La visione delle foto dei bambini feriti adottati da Gazzella li ha molto impressionati, ma altrettanto le immagini delle case distrutte e i racconti e le immagini del furto delle terre dal 1948 in poi. Hanno subissato Ode di domande. Lui è stato molto bravo a spiegare perché tutti i ragazzini della sua età avessero partecipato all’Intifada. Anche ai bambini palestinesi piace giocare a pallone, andare al mare o in montagna e al cinema; quando non puoi fare niente di tutto questo, fai quello che puoi e tirare i sassi contro i soldati e i loro carri armati diventa l’unica distrazione possibile. Inoltre te la pigli con i responsabili di tutti i problemi tuoi e della tua famiglia. Ha cercato anche di spiegare, dicendo chiaramente che lui non era assolutamente d’accordo, di come sia possibile arrivare agli attacchi suicidi. Abbiamo ripetuto l’incontro nella succursale della scuola con altre classi e con lo stesso risultato positivo. Le domande dei ragazzi sono state molto varie e comunque sempre appropriate. Alla fine una ragazzina ci ha chiesto: “Ma come è possibile, adesso che penso di aver capito come stanno le cose, che in Italia stanno tutti con Israele?” E lì abbiamo ricominciato a spiegare e ci siamo resi conto di quanto sia dura fare controinformazione a chi ha l’informazione solo dalla televisione.

Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale di Roma “Pablo Neruda”, e della sua succursale.

Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale di Roma “Pablo Neruda”, e della sua succursale. Il 29 aprile, Gazzella è stata invitata da una insegnante della scuola media “Pablo Neruda” di Roma a parlare agli studenti dell’Associazione, della storia della Palestina e della situazione attuale in Medio Oriente. La scuola si trova nel quartiere Ottavia ed è da sempre molto attiva in progetti interculturali. I ragazzi avevano avuto due settimane prima un incontro con Marco Ramazzotti, della rete “Ebrei Contro l’Occupazione” e sapevano già parecchio della nascita di Israele e del Sionismo. Sono andata insieme a Ode Amarneh, trentenne palestinese di un villaggio della Cisgiordania vicino a Genin, che vive a Roma da poco più di un anno perché si è sposato con una ragazza italiana, Noemi, che lo ha aiutato nella traduzione in italiano. Io avevo da mostrare la presentazione in Power Point preparata da Francesca per gli studenti della scuola media di Napoli, e Ode aveva i suoi racconti delle esperienze vissute in prima persona quando aveva circa l’età dei ragazzi a cui parlava e partecipava alla prima Intifada. Ci siamo meravigliati di quanto i ragazzi fossero interessati e attenti e di quante domande facessero. I ragazzi più vivaci, attenti e vogliosi di domandare e approfondire il discorso sono stati quelli delle prime medie, cioè i più piccoli. Forse perché più disinibiti dei ragazzi più adulti, ma sicuramente più recettivi. Questa risposta per noi inaspettata ci ha fatto pensare a quanto sia importante interessare i ragazzi a quello che succede nel resto del mondo in generale, e alla questione palestinese in particolare, prima che la loro mente sia obnubilata dalla TV e, ci hanno detto gli insegnanti, prima che incomincino a fare uso di droga cosa che ormai avviene per molti ragazzi in seconda o in terza media, a meno che non vengano fortemente interessati a qualcosa. L’esperienza è stata molto simile a quella di Francesca e Antonella alla scuola “Carlo Poerio” di Napoli. La visione delle foto dei bambini feriti adottati da Gazzella li ha molto impressionati, ma altrettanto le immagini delle case distrutte e i racconti e le immagini del furto delle terre dal 1948 in poi. Hanno subissato Ode di domande. Lui è stato molto bravo a spiegare perché tutti i ragazzini della sua età avessero partecipato all’Intifada. Anche ai bambini palestinesi piace giocare a pallone, andare al mare o in montagna e al cinema; quando non puoi fare niente di tutto questo, fai quello che puoi e tirare i sassi contro i soldati e i loro carri armati diventa l’unica distrazione possibile. Inoltre te la pigli con i responsabili di tutti i problemi tuoi e della tua famiglia. Ha cercato anche di spiegare, dicendo chiaramente che lui non era assolutamente d’accordo, di come sia possibile arrivare agli attacchi suicidi. Abbiamo ripetuto l’incontro nella succursale della scuola con altre classi e con lo stesso risultato positivo. Le domande dei ragazzi sono state molto varie e comunque sempre appropriate. Alla fine una ragazzina ci ha chiesto: “Ma come è possibile, adesso che penso di aver capito come stanno le cose, che in Italia stanno tutti con Israele?” E lì abbiamo ricominciato a spiegare e ci siamo resi conto di quanto sia dura fare controinformazione a chi ha l’informazione solo dalla televisione.

In ricordo di Marina Rossanda

Marina Rossanda, Ghazala e “Gazzella” di Wasim Dahmash Quando fu eletta al senato, nel 1979, pensava di poter conciliare il nuovo impegno con il suo lavoro di medico. Così, per molti mesi Marina Rossanda ha viaggiato sui treni notturni tra Roma e Milano. Mi è capitato di fare qualcuno di questi viaggi in sua compagnia. L’avevo già incontrata qua e là in giro per l’Italia in occasione di conferenze o manifestazioni che l’allora PCI organizzava per sostenere la lotta di liberazione del popolo di Palestina, ma è stato durante quei viaggi notturni che la nostra amicizia si è consolidata. E a Roma, fin dal suo arrivo, Marina continuò a sostenere la resistenza palestinese prendendo parte della “Associazione di amicizia italo-araba” e del “Comitato nazionale di solidarietà con il popolo palestinese”. Il suo impegno diventò più corposo e si istituzionalizzò dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Nel luglio di quell’anno era andata a Damasco e da lì, con un tassì, voleva entrare a Beirut. Il tassista damasceno, per quanto impaurito, non si era comunque tirato indietro e l’aveva condotta per sentieri di montagna fino alla città assediata dalle truppe israeliane del generale Sharon. Attraversate le linee era arrivata nella città sottoposta a un incessante bombardamento, aveva raggiunto l’ospedale “Gaza” e per tutta la durata dell’assedio aveva prestato la sua opera di medico anestesista. Così intendeva la solidarietà. Al ritorno da Beirut, aveva fatto sviluppare le fotografie fatte in sala operatoria e per le strade della Beirut dell’assedio e dei massacri. Le fotografie di quell’umanità martoriata erano terrificanti. Le aveva scattate lei e quelle scene le aveva viste e vissute di persona. Guardammo insieme quelle immagini e chi scrive fu subito d’accordo con lei sull’opportunità di non mostrarle in pubblico, di non utilizzarle: erano davvero raccapriccianti. Certo, era necessario denunciare i criminali, ma senza de-umanizzarli. Quelle diapositive, che costituiscono un documento unico sulla vita quotidiana nei campi profughi di Beirut sotto assedio e sulle atrocità commesse ancora prima dei massacri di Sabra e Shatila, sono state depositate presso l’”Archivio Palestina” dell’allora “Fondazione Internazionale Lelio e Leslie Basso” in Via della Dogana Vecchia, al numero 5, a Roma. Il coraggio che la spingeva a non retrocedere davanti alle situazioni estreme e di andare fin dentro il massacro, era fatto non solo di determinazione consapevole, ma anche di innata delicatezza. Quella delicatezza che le permetteva di non dimenticare, nel racconto di quanto aveva visto nell’inverno del 1987-88, nella Palestina della Prima intifada, di aver fotografato un uccello rarissimo che vive soltanto in quella parte del mondo o di portare da un vivaio di Gerico una piantina di olivo da regalare all’amico palestinese. Fu dopo l’esperienza libanese, dopo i massacri di Sabra e Shatila, che fondò la “Associazione Medica Italo-Palestinese”. Mimma, come gli amici hanno imparato a chiamarla, ne è stata il motore e l’animatrice. Ben presto divenne strumento di sostegno alle istituzioni sanitarie palestinesi e alle associazioni di medici volontari che nei territori occupati gestiscono ancora la sanità pubblica sotto occupazione. Tra le iniziative intraprese dall’AMIP ci fu anche la pubblicazione di un giornale, «Balsam», che aveva il compito di informare, con notizie di prima mano, sulle condizioni sanitarie nei campi profughi palestinesi sparsi nel Vicino Oriente e nei territori occupati. Balsam uscì per alcuni anni in cartaceo e continua oggi in forma elettronica (www.palestina-balsam.it ; per le attività dell’AMIP si veda l’intervento di Sancia Gaetani in questo stesso volume). L’impegno nell’AMIP porta Marina Rossanda a compiere ripetuti viaggi in Palestina, durante i quali elabora una mappa dettagliata dei gruppi, associazioni e singole persone che si occupano di sanità nei territori occupati. Con questi stabilisce rapporti di solidarietà e collaborazione: proficuo in modo particolare è il rapporto con la “Unione dei comitati di soccorso medico palestinese” (Union of Palestinian Medical Relief Committees), un’associazione di medici, presieduta da Mustafa Barghouthi, che prestano soccorso alla popolazione sotto occupazione e che con gli anni è diventata una grande organizzazione non governativa il cui nome è “Palestinian Medical Relief Society” (PMRS). L’associazione ha creato un sistema di ambulatori, ospedali e cliniche mobili, che ha garantito e garantisce tutt’ora un livello minimo di sanità pubblica nei territori occupati. In lingua inglese, il sito della PMRS, www.pmrs.ps/last/index.php, ben organizzato, contiene utili informazioni sulle attività dell’associazione stessa e sulla situazione sanitaria nei territori occupati da Israele nel 1967. I viaggi in Palestina erano sempre seguiti da un resoconto inviato a compagni e amici, in cui descriveva e spiegava le situazioni che man mano vedeva. Qualche volta le sue “relazioni di viaggio” prendevano forma di articolo che pubblicava su “Il manifesto”, “Balsam” o altri giornali. Costante e meticolosa, Marina aveva saputo tradurre in forme molteplici il suo impegno a fianco delle vittime dell’occupazione israeliana. L’ultima è quella rete di solidarietà che è oggi l’”Associazione Gazzella Onlus”, nata dalla collaborazione con la stessa PMRS. Nel 2000, insieme a Marisa Musu, era andata in Palestina. Durante quel viaggio, in un ospedale di Hebron aveva incontrato Ghazala (Gazzella), una ragazzina di 14 anni, in coma perché ferita alla testa da pallottole sparate da coloni israeliani mentre tornava da scuola. Ghazala è stata subito “adottata”. Al ritorno in Italia, Marina e Marisa avevano cercato di estendere la rete di solidarietà ad altri bambini palestinesi feriti da armi da guerra. Nasceva così l’Associazione “Gazzella” che oggi cura, con la formula dell’adozione a distanza, molti bambini feriti. Nel ricordare Marisa Musu, scomparsa il 3 novembre 2002, Marina ripercorreva alcuni momenti della costruzione di “Gazzella” (Vedi l’articolo intero in https://gazzella-onlus.com/marismus.html#marina): Con Marisa ci eravamo trovate più di una volta in Palestina dopo la prima intifada, quando lei raccoglieva con suo marito Ennio Polito i dati per il loro libro sui bambini Palestinesi ed io lavoravo per collegare alcune ONG su progetti sanitari. Dal 1991 al 1995 si fece la rivista BALSAM, con lei Direttore responsabile. Nel novembre 2000, un mese dopo lo scoppio della seconda intifada mi chiamò per propormi di andare noi due a riprender contatti e farci un’idea. Ne fui felice perché mancavo da alcuni anni. Trovammo un’atmosfera tesa. ma la solita testarda resistenza degli amici Palestinesi, che, pur più provati che in passato.ci accolsero con gioia e ci aiutarono a fare vari incontri. Fu all’Ospedale Ahli di Hebron, vedendo la ragazzina Ghazala ancora in coma per una

Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale “Carlo Poerio” di Napoli

Napoli, venerdì 17 aprile 2009 Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale “Carlo Poerio”. Gazzella è stata a Napoli su invito di una docente della scuola media “Carlo Poerio”, da anni impegnata su più fronti contro la guerra, le ingiustizie sociali e politiche, e da anni sostenitrice di Gazzella onlus per i cui bambini si è prodigata in numerose raccolte di danaro presso la sua stessa scuola. E’ stata veramente emozionante l’idea di un incontro con giovanissimi studenti (tra gli 11 e i 14 anni), proprio sull’argomento della vita e della salute di altri loro coetanei: i piccoli palestinesi che Gazzella onlus cerca di aiutare. I primi rappresentano la spensieratezza e l’effervescenza tipiche della loro età. I secondi invece, figli di un dio minore, rappresentano quello che non vorremmo mai accadesse a nessuno, tanto meno a quell’età. E, insieme all’emozione, ci ha accompagnato anche la preoccupazione di non riuscire a trasmettere, proprio per le citate caratteristiche dell’età dei nostri interlocutori, il drammatico quadro della situazione palestinese e dei suoi giovani figli. Ma è stata proprio la nostra amica insegnante a rassicurarci: i ragazzi sono già sensibilizzati grazie alle tante iniziative sostenute all’interno della scuola. Così tranquillizzate abbiamo iniziato l’incontro e, grazie ad una presentazione di immagini in power point preparata da Francesca, il discorso è apparso più facile da affrontare. Le immagini proiettate hanno consentito, infatti, agli studenti di conoscere un po’ della storia travagliata della Palestina e di capire – attraverso le immagini – ciò che le parole a volte faticano a comunicare: l’ingiustizia storica di una terra strappata con l’inganno, la mistificazione, la violenza più efferata, le stragi sempre più numerose di vite umane. Abbiamo poi parlato della situazione attuale delle bambine e dei bambini palestinesi feriti e abbiamo mostrato loro delle foto, avvisandoli prima che qualcuna di queste poteva essere, per quanto tragicamente reale, un po’ troppo dura per i loro giovani sguardi. Premesso che, nei giorni precedenti l’incontro, abbiamo passato ore a fare una cernita delle immagini da portare con noi in quell’occasione, perché non ce la sentivamo di manifestare a ragazzini di 11 o 12 anni tutta la crudezza di questa guerra contro i piccoli palestinesi, loro coetanei, ciò premesso abbiamo avuto invece modo di constatare come gli studenti di questa scuola media abbiano reagito in modo molto responsabile a quello che veniva loro mostrato. Talmente responsabile da farci pensare che, se il mondo fosse governato da giovani e giovanissimi, sarebbe forse meno violento, perché normalmente i giovani sono scevri dalle sovrastrutture delle menzogne. E così dalle immagini siamo passati molto naturalmente alle domande, alle analisi. Più di qualcuno tra gli studenti ha chiesto come era possibile che gli “ebrei, avendo subito le atrocità del nazismo, potessero fare questo massacro e per di più impunemente”. Qualcun altro, informato, ci chiedeva se era vero che l’aviazione israeliana, nell’attacco di dicembre 2008/gennaio 2009 avesse usato armi non convenzionali al fosforo bianco contro la popolazione civile. E poi “cosa accadrebbe allora se Israele possedesse la bomba nucleare?” (alla nostra risposta “Israele già la possiede” i nostri giovani hanno avuto un genuino moto di allarme). Un’altra domanda: “in base a quale criterio l’esercito israeliano consente a qualcuno di entrare o uscire dai Territori Palestinesi occupati e a qualcun altro no?” Domanda terribilmente logica per chi è abituato a vivere in democrazia e a cui noi abbiamo dovuto rispondere così: “non c’è alcun criterio, in quanto non esiste uno stato di diritto in un paese occupato e militarmente controllato”. Un altro ragazzino inoltre, pur riconoscendo la profonda ingiustizia, si chiedeva perché, i palestinesi non cedessero la terra in cambio della fine del massacro della popolazione civile. A quest’ultima richiesta ha replicato prontamente un altro giovanissimo studente: “Ma dove andrebbero?” “e poi perché se quella è casa loro?”. Abbiamo avuto modo di ricordare ai ragazzi, che non tutti gli ebrei sostengono le politiche dei governi d’Israele. In particolare abbiamo voluto citare Primo Levi, piemontese, anzi torinese come lui amava dirsi. I ragazzi hanno gradito molto il ricordo di uno scrittore che hanno letto proprio a scuola ed hanno capito benissimo la differenza che c’è tra un ebreo come lui, reduce da Auschwitz, e gli israeliani sionisti di Israele. Il tempo a nostra disposizione è purtroppo passato troppo in fretta, tante erano le cose da dire e di cui far parlare gli studenti. Molti di loro, con le mani alzate per prendere la parola hanno dovuto accontentarsi di una promessa che speriamo di poter mantenere: ci rivedremo presto. Prima di andare però abbiamo spiegato anche le iniziative intraprese contro il genocidio perpetrato da Israele: a parte le adozioni a distanza dei bambini palestinesi, gli aiuti economici ai centri di riabilitazione, abbiamo ricordato la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, appena partita in Italia e nel mondo, contro tutti i prodotti israeliani. I ragazzi hanno capito che incidendo sull’economia di uno stato eternamente in guerra, si può arrivare a colpire la sua potenza militare che è un pericolo per il mondo intero. Sicuramente, come ci diceva la preside, i ragazzi riporteranno la notizia del boicottaggio dentro le loro famiglie che, magari, cominceranno a fare più attenzione al momento degli acquisti. E’ stata un’esperienza molto edificante per noi che siamo uscite da quella scuola con più speranze nell’umanità, se è rappresentata da ragazzi come quelli che abbiamo conosciuto. Un grazie anche all’insegnante che ci ha invitato e alla preside, molto sensibile e aperta ai problemi del mondo. In particolare una frase della preside ci ha colpito: “I ragazzi a volte sono un po’ viziati e bisogna che capiscano che non è tutto scontato; che ci sono situazioni diverse dalla loro e che loro devono imparare a conoscerle”. A dispetto della titubanza che avevamo prima dell’incontro abbiamo poi considerato che, quando c’è un corpo docente valido, anche in giovanissima età si può sviluppare un notevole senso critico rispetto alla realtà e alle cose che accadono nonostante l’impoverimento culturale generalizzato che ci circonda.

Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale “Carlo Poerio” di Napoli

Napoli, venerdì 17 aprile 2009 Gazzella incontra gli studenti della scuola media statale “Carlo Poerio”. Gazzella è stata a Napoli su invito di una docente della scuola media “Carlo Poerio”, da anni impegnata su più fronti contro la guerra, le ingiustizie sociali e politiche, e da anni sostenitrice di Gazzella onlus per i cui bambini si è prodigata in numerose raccolte di danaro presso la sua stessa scuola. E’ stata veramente emozionante l’idea di un incontro con giovanissimi studenti (tra gli 11 e i 14 anni), proprio sull’argomento della vita e della salute di altri loro coetanei: i piccoli palestinesi che Gazzella onlus cerca di aiutare. I primi rappresentano la spensieratezza e l’effervescenza tipiche della loro età. I secondi invece, figli di un dio minore, rappresentano quello che non vorremmo mai accadesse a nessuno, tanto meno a quell’età. E, insieme all’emozione, ci ha accompagnato anche la preoccupazione di non riuscire a trasmettere, proprio per le citate caratteristiche dell’età dei nostri interlocutori, il drammatico quadro della situazione palestinese e dei suoi giovani figli. Ma è stata proprio la nostra amica insegnante a rassicurarci: i ragazzi sono già sensibilizzati grazie alle tante iniziative sostenute all’interno della scuola. Così tranquillizzate abbiamo iniziato l’incontro e, grazie ad una presentazione di immagini in power point preparata da Francesca, il discorso è apparso più facile da affrontare. Le immagini proiettate hanno consentito, infatti, agli studenti di conoscere un po’ della storia travagliata della Palestina e di capire – attraverso le immagini – ciò che le parole a volte faticano a comunicare: l’ingiustizia storica di una terra strappata con l’inganno, la mistificazione, la violenza più efferata, le stragi sempre più numerose di vite umane. Abbiamo poi parlato della situazione attuale delle bambine e dei bambini palestinesi feriti e abbiamo mostrato loro delle foto, avvisandoli prima che qualcuna di queste poteva essere, per quanto tragicamente reale, un po’ troppo dura per i loro giovani sguardi. Premesso che, nei giorni precedenti l’incontro, abbiamo passato ore a fare una cernita delle immagini da portare con noi in quell’occasione, perché non ce la sentivamo di manifestare a ragazzini di 11 o 12 anni tutta la crudezza di questa guerra contro i piccoli palestinesi, loro coetanei, ciò premesso abbiamo avuto invece modo di constatare come gli studenti di questa scuola media abbiano reagito in modo molto responsabile a quello che veniva loro mostrato. Talmente responsabile da farci pensare che, se il mondo fosse governato da giovani e giovanissimi, sarebbe forse meno violento, perché normalmente i giovani sono scevri dalle sovrastrutture delle menzogne. E così dalle immagini siamo passati molto naturalmente alle domande, alle analisi. Più di qualcuno tra gli studenti ha chiesto come era possibile che gli “ebrei, avendo subito le atrocità del nazismo, potessero fare questo massacro e per di più impunemente”. Qualcun altro, informato, ci chiedeva se era vero che l’aviazione israeliana, nell’attacco di dicembre 2008/gennaio 2009 avesse usato armi non convenzionali al fosforo bianco contro la popolazione civile. E poi “cosa accadrebbe allora se Israele possedesse la bomba nucleare?” (alla nostra risposta “Israele già la possiede” i nostri giovani hanno avuto un genuino moto di allarme). Un’altra domanda: “in base a quale criterio l’esercito israeliano consente a qualcuno di entrare o uscire dai Territori Palestinesi occupati e a qualcun altro no?” Domanda terribilmente logica per chi è abituato a vivere in democrazia e a cui noi abbiamo dovuto rispondere così: “non c’è alcun criterio, in quanto non esiste uno stato di diritto in un paese occupato e militarmente controllato”. Un altro ragazzino inoltre, pur riconoscendo la profonda ingiustizia, si chiedeva perché, i palestinesi non cedessero la terra in cambio della fine del massacro della popolazione civile. A quest’ultima richiesta ha replicato prontamente un altro giovanissimo studente: “Ma dove andrebbero?” “e poi perché se quella è casa loro?”. Abbiamo avuto modo di ricordare ai ragazzi, che non tutti gli ebrei sostengono le politiche dei governi d’Israele. In particolare abbiamo voluto citare Primo Levi, piemontese, anzi torinese come lui amava dirsi. I ragazzi hanno gradito molto il ricordo di uno scrittore che hanno letto proprio a scuola ed hanno capito benissimo la differenza che c’è tra un ebreo come lui, reduce da Auschwitz, e gli israeliani sionisti di Israele. Il tempo a nostra disposizione è purtroppo passato troppo in fretta, tante erano le cose da dire e di cui far parlare gli studenti. Molti di loro, con le mani alzate per prendere la parola hanno dovuto accontentarsi di una promessa che speriamo di poter mantenere: ci rivedremo presto. Prima di andare però abbiamo spiegato anche le iniziative intraprese contro il genocidio perpetrato da Israele: a parte le adozioni a distanza dei bambini palestinesi, gli aiuti economici ai centri di riabilitazione, abbiamo ricordato la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, appena partita in Italia e nel mondo, contro tutti i prodotti israeliani. I ragazzi hanno capito che incidendo sull’economia di uno stato eternamente in guerra, si può arrivare a colpire la sua potenza militare che è un pericolo per il mondo intero. Sicuramente, come ci diceva la preside, i ragazzi riporteranno la notizia del boicottaggio dentro le loro famiglie che, magari, cominceranno a fare più attenzione al momento degli acquisti. E’ stata un’esperienza molto edificante per noi che siamo uscite da quella scuola con più speranze nell’umanità, se è rappresentata da ragazzi come quelli che abbiamo conosciuto. Un grazie anche all’insegnante che ci ha invitato e alla preside, molto sensibile e aperta ai problemi del mondo. In particolare una frase della preside ci ha colpito: “I ragazzi a volte sono un po’ viziati e bisogna che capiscano che non è tutto scontato; che ci sono situazioni diverse dalla loro e che loro devono imparare a conoscerle”. A dispetto della titubanza che avevamo prima dell’incontro abbiamo poi considerato che, quando c’è un corpo docente valido, anche in giovanissima età si può sviluppare un notevole senso critico rispetto alla realtà e alle cose che accadono nonostante l’impoverimento culturale generalizzato che ci circonda.

Premio Cecconi a Gazzella

Premio Antonella Cecconi Comunicato Stampa del Sindaco – 12.03.2009 Premio Antonella Cecconi per il Volontariato e la Solidarietà all’Associazione di Volontariato Gazzella Onlus. Sabato 14 marzo 2009, ore 17.30, Sala Consiliare, Comune di Ceccano L’Amministrazione comunale organizza per il giorno 14 Marzo p. v. (sabato), alle ore 17.30,  la 11° edizione del Premio “Antonella Cecconi per il Volontariato e la Solidarietà”. La cerimonia, coordinata dagli Assessorati comunali alle Politiche Sociali ed alla Pubblica Istruzione-Cultura, e promossa dal Forum delle Donne del PRC, è ormai divenuta un appuntamento ricorrente e di grande rilevanza per la Città di Ceccano. Si terrà nella Sala Consiliare della sede comunale, sita in Palazzo Antonelli, alla prestigiosa presenza delle autorità istituzionali territoriali. Il Premio, da ormai undici anni, è uno dei numerosi eventi che l’Amministrazione comunale intende promuovere e favorire ai fini di una sempre maggiore sensibilizzazione sociale, indispensabile per la crescita dell’intera città. Nell’edizione corrente la commissione verificatrice e l’Amministrazione comunale hanno inteso tributare il riconoscimento all’Associazione di Volontariato, Gazzella Onlus –che sarà rappresentata dalle sig.re Sancia Gaetani, Antonella Nestola e Francesca Bettini-per aver sostenuto, in questi anni, con impegno, solidarietà e amicizia il popolo palestinese, attivando una rete di sostegno e di assistenza anche a fronte dei recenti scontri avvenuti in terra di Palestina. Alla cerimonia sarà presente anche una rappresentanza del Progetto Mamma Roma, campagna attivata nella capitale dalla Federazione romana del PRC che, in collaborazione proprio con l’Associazione Gazzella, si prefigge di incentivare e rilanciare le adozioni a distanza, proprio in Palestina. Sono queste le prerogative per le quali, si ritiene nuovamente di onorare la memoria e l’opera di Antonella Cecconi, cui il premio è dedicato e, in particolare, di nobilitare l’altruismo e la sensibilità che l’ha resa cara alla cittadinanza ed alla stessa Amministrazione. Il Sindaco Antonio Ciotoli        

Le ferite di Gaza

Le ferite di Gaza e le nuove armi – 22/02/09 di Dr. Ghassan Abu Sittah e Dr. Swee Ang – «The Lancet»* Il dottor Ghassan Abu Sittah ed il dottor Swee Ang, due chirurghi inglesi, sono riusciti a raggiungere Gaza durante l’invasione israeliana. In questo articolo descrivono le loro esperienze, condividono le loro opinioni e ne traggono le inevitabili conseguenze: la popolazione di Gaza è estremamente vulnerabile e totalmente inerme davanti ad un eventuale attacco israeliano.   Le ferite di Gaza sono profonde e stratificate. Intendiamo parlare del massacro di Khan Younis del 1956, in cui 5mila persone persero la vita? Oppure dell’esecuzione di 35mila prigionieri di guerra da parte dell’esercito israeliano nel 1967? E la prima Intifada, in cui alla disobbedienza civile di un popolo sotto occupazione si rispose con un incredibile numero di feriti e centinaia di morti? Ancor di più, non possiamo non tener conto dei 5.420 feriti nel sud di Gaza durante le ostilità del 2000. Ma, nonostante tutto ciò, in questo articolo ci occuperemo esclusivamente dell’invasione che ha avuto luogo dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009. Si stima che, in quei 23 giorni, siano state riversate sulla Striscia di Gaza un milione e mezzo di tonnellate di esplosivo. Per dare un’idea approssimativa di ciò di cui si sta parlando, è bene specificare che il territorio in questione copre una superficie di 360 kilometri quadrati ed è la casa di 1,5 milioni di persone: è l’area più densamente popolata del mondo. Prima dell’invasione, è stata affamata per 50 giorni da un embargo commerciale ma, in realtà, fin dall’elezione dell’attuale governo è stata posta sotto vincoli commerciali. Negli anni, l’embargo è stato parziale o totale, ma mai assente. L’occupazione si è aperta con 250 vittime in un solo giorno. Ogni questura è stata bombardata, causando ingenti perdite tra le forze dell’ordine. Dopo aver spazzato via la polizia, l’esercito israeliano si è dedicato ai bersagli non governativi. Gli elicotteri Apache e gli F16 hanno fatto piovere morte dal cielo, mentre i cannoni della marina militare hanno condotto un attacco dal mare e l’artiglieria si è occupata della terra. Molte scuole sono state ridotte in macerie, tra cui l’American School of Gaza, 40 moschee, alcuni ospedali, vari edifici dell’ONU ed ovviamente 21mila case, di cui 4mila sono state rase al suolo. Circa 100mila persone sono divenute improvvisamente senzatetto. Le armi israeliane Gli armamenti impiegati, oltre alle bombe e agli esplosivi ad alto potenziale convenzionali, includono anche tipologie non convenzionali. Ne sono state identificate almeno quattro categorie: 1- Proiettili e bombe al fosforo: I testimoni oculari affermano che alcune bombe esplodevano in quota, rilasciando un ampio ventaglio di micro-ordigni al fosforo che si distribuivano su un’ampia superficie. Durante l’invasione via terra, i carri armati erano usi sfondare le mura delle case con proiettili ordinari per poi far fuoco al loro interno con proiettili al fosforo. Questo metodo permette di scatenare terribili incendi all’interno delle strutture, ed un gran numero di corpi carbonizzati è stato rinvenuto ricoperto da particelle di fosforo incandescente. Un preoccupante interrogativo è posto dal fatto che i residui rinvenuti paiono amalgamati ad un agente stabilizzante speciale, che gli conferisce la capacità di non bruciare completamente, fino all’estinzione. I residui di fosforo ancora coprono le campagne, i campi da gioco e gli appartamenti. Si riaccendono quando i bambini curiosi li raccolgono, oppure producono fumi tossici quando i contadini annaffiano le loro terre contaminate. Una famiglia, ritornata al suo orto dopo le ostilità, ha irrigato il terreno ed è stata inglobata da una coltre di fumo sprigionata dal suolo. La semplice inalazione ha prodotto epistassi. Questi residui di fosforo trattato con stabilizzante sono, in un certo senso, un analogo delle mine antiuomo. A causa di questa costante minaccia, la popolazione (specialmente quella infantile) ha difficoltà a tornare ad una vita normale. Dagli ospedali, i chirurghi raccontano di casi in cui, dopo una laparotomia primaria per curare ferite relativamente piccole e poco contaminate, un secondo intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di 3 giorni. In seguito, la salute generale del paziente si deteriora ed, entro 10 giorni, necessitano un terzo intervento, che mette in luce una massiccia necrosi del fegato. Questo fenomeno è, a volte, accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte. Sebbene l’acidosi, la necrosi del fegato e l’arresto cardiaco improvviso (dovuto all’ipocalcemia) siano tipiche complicazioni nelle vittime di fosforo bianco, non è possibile attribuirle alla sola opera di questo agente. È necessario analizzare ed identificare la vera natura di questo fosforo modificato ed i suoi effetti a lungo termine sulla popolazione di Gaza. È anche urgente la raccolta e lo smaltimento dei residui di fosforo sulla superficie dell’intera regione. Queste sostanze emettono fumi tossici a contatto con l’acqua: alla prima pioggia potrebbero avvelenare tutta la Striscia. I bambini dovrebbero imparare a riconoscere ed evitare questi residui pericolosi. 2- Bombe pesanti: L’uso di bombe DIME (esplosivi a materiale denso inerte) risulta evidente, anche se non è stato determinato con chiarezza se sia stato impiegato uranio impoverito nelle aree meridionali. Nelle zone urbane, i pazienti sopravvissuti mostrano amputazioni dovute a DIME. Queste ferite sono facilmente riconoscibili perché i moncherini non sanguinano ed il taglio è netto, a ghigliottina. I bossoli e gli shrapnel delle DIME sono estremamente pesanti. 3- Bombe ad implosione: Tra le armi usate, ci sono anche i bunker-buster e le bombe ad implosione. Ci sono casi, come quello del Science & Technology Building o dell’università islamica di Gaza, in cui un palazzo ad otto piani è stato ridotto ad un mucchio di detriti non più alto di un metro e mezzo. 4- Bombe silenziose: La popolazione di Gaza ha descritto un nuovo tipo di arma dagli effetti devastanti. Arriva sotto forma di proiettile silenzioso, o al massimo preceduto da un fischio, e vaporizza tutto ciò che si trova in aree estese senza lasciare tracce consistenti. Non sappiamo come categorizzare questa tecnologia, ma si può ipotizzare che sia una nuova arma a particelle in fare di sperimentazione. Esecuzioni I

Come aiutare i bambini feriti di Gaza subito

Gazzella, “Ghazala” in arabo, è il nome di una bambina palestinese di Hebron alla quale i soldati israeliani avevano sparato due pallottole in testa mentre tornava da scuola. Era entrata in coma, operata e salvata dai medici dell’ospedale della sua città. Marisa Musu e Marina Rossanda che l’avevano vista nel 2000 hanno dato il suo nome all’associazione da loro creata per il soccorso e la cura dei bambini palestinesi feriti da arma da guerra (vedi demo.webinwalk.it/gazzella/) Chi nei giorni scorsi ha avuto la possibilità di vedere un canale televisivo non euro-americano, cioè senza censura, ha potuto vedere il bombardamento israeliano con il fosforo bianco contro i sacchi di farina nella sede dell’agenzia dell’Onu a Gaza e sa che gli aiuti destinati alle vittime del massacro di Gaza vengono dirottati verso il valico di Awja tra Egitto e Israele. Il controllo del sostentamento di una popolazione ridotta allo stremo è un’arma non meno letale delle bombe. Il lento e sistematico politicidio che la popolazione palestinese subisce da oltre 90 anni non ha ancora ucciso la società civile e la sua capacità di resistenza. Portando soccorso ai bambini feriti, Gazzella cerca di sostenere senza intermediari appunto la società civile e la sua capacità di resistenza (per contribuire: c/c numero 105279 intestato a “Gazzella Onlus” presso la BANCA ETICA di Roma – IBAN IT43 D050 1803 2000 0000 0105 279). Dopo l’operazione ‘piombo fuso’, nel suoi 22 giorni di terrore, devastazione e morte, ci chiediamo come stia ora Jihad di 7 anni, del campo di al-Bureij, che aveva già subito l’amputazione di una gamba dopo un precedente attacco israeliano, o Iman di Beit Hanun, 12 anni, ferita all’addome, che soffre di infezioni ricorrenti, o Ranà, che di anni ne ha soltanto 5, e vive a Beit Lahiya ed era stata ferita alla gola e non riusciva più a parlare, ci domandiamo quale sia la sorte di Hanin, Isa, Nura, Ahmad… Questi bambini sono sostenuti da Gazzella-onlus che in 8 anni di vita ha portato soccorso, cura e riabilitazione ad oltre 1500 bambini palestinesi feriti da armi da guerra, essenzialmente nel territorio della Striscia di Gaza e soprattutto attraverso l’attivazione di adozioni a distanza. In questi 8 anni siamo andati 22 volte nel territorio di Gaza per incontrare i bambini feriti e le loro famiglie. Tra qualche giorno ci saremo di nuovo. Dal 2004 siamo presenti costantemente a Gaza attraverso i nostri partner locali. Insomma, con scarsi mezzi ma con il contributo di tanti resistiamo e andiamo avanti, continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto: portare solidarietà ed aiuto al popolo palestinese curando i suoi figli più piccoli. Poco prima dell’inizio dell’ultima aggressione israeliana avevamo inviato 13.000 euro per il centro di riabilitazione motoria di Jabaliya, dove sono curati molti dei bambini che avevano subito amputazioni degli arti (grazie alle nuove armi Dime), ed altri 13.000 per il centro neonatale dell’ospedale Shifa di Gaza che aveva necessità urgente di acquistare incubatrici per i molti bambini nati prematuri: nascite anticipate dovute allo stato di shock continuo e alla denutrizione delle madri. Questi soldi erano i proventi del 5×1000 devoluto a Gazzella (per maggiori informazioni scrivere a gazzellaonlus@libero.it). Oggi le necessità si sono centuplicate. Il 18 gennaio, primo giorno di ‘tregua’, finalmente ci ha scritto la nostra corrispondente del Palestinian Medical Relief Society (Una associazione di medici palestinesi volontari, presieduta oggi da Mustafa Barghouti, nostro referente a Gaza, da sempre impegnata nella sanità sotto e nonostante l’occupazione militare; vedi: http://www.pmrs.ps/last/index.php). Dopo una visita all’ospedale Shifa ci ha inviato un primo elenco e molte foto di bambini gravemente feriti che – speriamo – saranno ‘adottati’ dai sostenitori di Gazzella. Due delle iniziative nate in questi giorni saranno di grande aiuto: una della Federazione del PRC di Roma, chiamata ‘Mamma Roma’ ed una della federazione dei Giovani Comunisti di Viareggio (vedi: http://www.rifondazioneroma.it/news.php?d=46&id=776). Wasim Dahmash