Michel Warschawski sul massacro di Gaza

Michel Warschawski Alternative Information Center Beit Sahour/Gerusalemme 31 dicembre 2008 Condannare le «due parti»: peggio degli assassini! Barak, Olmert, Livni e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti a una corte di giustizia, come altri criminali. Di conseguenza, è nostro dovere informare sui loro atti e dichiarazioni per essere sicuri che paghino per i massacri che hanno ordinato e commesso. Ma un’altra categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Questi non si sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni intellettuali e pseudo morali agli assassini. Formano l’unità di propaganda del governo e dell’esercito di assassini. Gli scrittori israeliani Amos Oz e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di simili miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si offrono volontari nello sforzo militare israeliano, senza neanche l’arruolamento ufficiale. Il loro primo compito è quello di fornire delle giustificazioni all’offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono la verginità perduta e accusano il campo avverso di averci costretto ad essere brutali. La giustificazione fornita da Oz sul Corriere della Sera e da Yehoshua su La Stampa è chiaramente di dover reagire ai missili su Sderot, come se tutto fosse iniziato con questi missili: «Ho dovuto spiegare agli italiani – scrive Yehoshua su Haaretz del 30 dicembre 2008 – perché l’azione israeliana era necessaria…» Yehoshua e Oz hanno dimenticato i 19 mesi di brutale assedio israeliano imposto a un milione e mezzo di esseri umani, privandoli delle forniture più elementari. Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale verso il governo palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato l’isolamento forzata tra Gaza e la Cisgiordania, separazione imposta per isolare e punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta. Dopo aver scelto di riscrivere la cronologia degli eventi, Oz e Yehoshua usano l’argomento della simmetria: la violenza è usata dalle due parti e ci sono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile ucciso è una vittima innocente. Allo stesso tempo, la cronologia e i numeri non sono fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud di Israele, ma solo dopo che l’aviazione israeliana aveva messo in atto il massacro pianificato nel centro della città di Gaza, ammazzandone oltre 300. Questa posizione degli intellettuali più noti di Israele serve da giustificazione morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz offre all’aggressione criminale del ministro della difesa Barak. A tempo debito anche Meretz esprimerà la sua opposizione alle uccisioni, ossia quando la comunità internazionale esprimerà la propria preoccupazione per le colpe di Israele. Per il momento questa comunità internazionale resta silenziosa e sembra anche felice del contributo israeliano alla propria santa crociata contro la minaccia islamica globale. Per dimostrare preoccupazione, l’Europa invia un’assistenza sanitaria (simbolica) alla popolazione di Gaza. Sentendo il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner sostenere l’azione israeliana, mentre annuncia la decisione di inviare generi umanitari a Gaza, non ho potuto fare a meno di ricordare le informazioni sulle delegazioni della Croce Rossa Internazionale che avevano visitato i campi di sterminio nazisti con cioccolata e biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può determinare le associazioni mentali. Bernard Kouchner ha comunque una circostanza attenuante: i regimi arabi, in particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l’aggressione israeliana. E anch’essi manderanno cioccolato e biscotti ai bambini di Gaza, salvo, ovviamente, a quelli che giacciono morti all’ospedale di Shifa.

Alle ore 14 del 31.12.2008 le vittime dei bombardamenti israeliani su Gaza sono saliti a 391 di cui 38 bambini e 2000 feriti

Palestinian National Authority Ministry of Health Al-Shifa Medical Commutative 31/12/2008  – 2pm Massacres in Gaza Strip by Israeli military forces The total result of genocide in Gaza Strip by Israeli government The following is the total number  till now: The total martyrs 391 The total casualties 2000 Although, the massive catastrophe upon the MOH we registered till now the following figures: Martyrs: 1.    the total reported martyrs in MOH till now 309 in addition to under reported cases even missing, losses and not reported till now 2.    the total number of martyrs among children 38 with percentage 13% from total martyrs 3.    the total number of martyrs among women 25 with percentage 8% from total martyrs NB. The percentage of martyrs between children and women 21% with total number 63 martyrs Injured: 1.    the total reported causalities in MOH till now 1132 in addition to under reported cases even missing, losses and not reported till now 2.    the total number of causalities among children 261 with percentage 23% from total causalities 3.    the total number of causalities among women 155 with percentage 15% from total causalities NB. The percentage of causalities between children and women 38% with total number 416 causalities   The under reported cases and missing should be considered

Gaza. Soluzione finale

Patrizia Viglino Gaza. Soluzione finale Cadaveri distesi per terra a mucchi, corpi dilaniati, volti esangui, le preghiere dei feriti in fin di vita. Bambini col cranio scoperchiato, grida di terrore, donne e uomini coperti di polvere, estratti dalle macerie degli edifici distrutti e tutto intorno quello che resta di vite umane spese nella sofferenza, nell’assedio, nella fame, nel sogno di vita e libertà che si trasforma in un fiume di sangue. Ospedali al collasso, privi di medicinali e di mezzi, corsie piene di cadaveri che giacciono fianco a fianco con i feriti, con i bambini che chiamano le madri sotto il flash delle macchine fotografiche. Sanguina la Striscia di Gaza, sanguina e geme da tre lunghi giorni di furia omicida, aggredita da un esercito di sanguinari, sottoposta ad una pioggia di bombe che dal cielo e dal mare si abbatte sulla comunità di palestinesi rinchiusi nel più grande campo di concentramento del Mondo. Ai confini del Gaza-Campo, soldati israeliani che si preparano all’invasione di terra, truppe che cantano e ballano, che esultano per gli oltre 350 morti palestinesi. Quale orrore maggiore ci stiamopreparando a guardare attraverso lo schermo delle televisioni nelle prossime ore? Quale raziocinante retorica saremo pronti ancora a digerire? E intanto sentiamo ripetere l’odioso mantra dei carnefici del popolo palestinese, dal ministro israeliano della difesa Barak a quello degli esteri Livni, che in clima di campagna elettorale dicono di non voler fermare questa macchina da guerra chiamata “Israele” fintanto che Gaza non sia riportata indietro di dieci anni, fintanto che non rimarrà in piedi un solo edificio di Hamas, fintanto che non verrà annientato l’eterno nemico che oggi si chiama Hamas, come ieri si chiamava al-Fatah, come in passato si è chiamato OLP e come da sempre si chiama Popolo Palestinese. Un’ombra sta scendendo sul mondo intero, sui giornalisti che se pur impressionati per la carneficina in corso non possono fare a meno di ripetere che Israele è in guerra con Hamas e che “una pioggia di razzi Qassam” ha colpito il sud di Israele. Un’ombra si è già allungata sui governi occidentali, deboli pedine dello scacchiere della guerra totale che la potenza statunitense ha coltivato e accudito dagli anni Novanta ad oggi. Non è difficile comprenderlo. Il neo-eletto Barak Obama non ha fatto altro che seguire la linea di Bush in materia di politica mediorientale. Se qualche illuso ha creduto che essere un afro-americano significasse essere sensibile ai temi della pace si è sbagliato di grosso. Le dichiarazioni di Obama su questa strage degli inermi sono perfettamente in linea con la condotta dell’amministrazione Bush che dopo due giorni di guerra totale a Gaza ha ribadito che con Hamas, con i “terroristi” non si tratta. Come sempre e prima di tutto vengono gli interessi di Israele e per questo Israele ha qualunque diritto sul popolo palestinese, anche il diritto di vita e di morte, di imporre prigionia, fame, freddo, oscurantismo, disperazione. Ogni opzione è aperta su Gaza, ogni soluzione è buona per annientare questo popolo che ha commesso il grande crimine di esistere. 3 miliardi di dollari americani all’anno in finanziamenti alla macchina da guerra israeliana che per dieci anni hanno attrezzato i criminali di guerra, stiamo certi continueranno anche nel 2009. La propaganda israeliana si è mobilitata parallelamente alla macchina bellica. Il ministro degli esteri Livni si è detta impegnata in una campagna mediatica senza precedenti. Uno staff scelto prende contatti in tutte le lingue e verifica che questa operazione di distruzione su Gaza venga interpretata nel giusto modo, si assicura che si parli di “difesa” e non di attacco, che si metta in luce come il nemico sia Hamas e non i palestinesi. Controllano che il linguaggio e la disinformazione siano appropriati in modo da poter opportunamente sostenere la menzogna che ad essere bombardati siano solo le infrastrutture del terrore, la catena di comando di Hamas. Nemmeno una parola sulle vittime civili, sui bambini trucidati, sulle centinaia di famiglie distrutte dovrà essere spesa, mentre le immagini più crude è meglio censurarle. I mezzidi informazione continuano a ripetere e a trasmettere l’ordine di Tel Aviv: è un’operazione militare chirurgica contro Hamas, contro il terrorismo, contro il pericolo mortale per Israele. Ma sulle pagine di Ha’aretz Amira Hass scrive il contrario, scrive che non è un attacco contro Hamas ma contro tutto il popolo palestinese. In queste ore di orrore e di terrore, nessun capo di stato dice che i palestinesi hanno il diritto di esistere, che questa sanguinaria occupazione militare deve finire. Il lungo embargo umanitario che hanno chiamato “tregua”, ha servito sul piatto d’argento il pretesto della carneficina a suon di bombe. Una volta cotto a puntino, il popolo di Gaza può affrontare inerme l’invasione dell’esercito israeliano che in modo codardo si prepara ad entrare e ad affrontare armi in pugno una popolazione ridotta allo stremo. In tre giorni di ininterrotti bombardamenti la macchina da guerra israeliana ha colpito in mezzo alla popolazione civile, si è macchiata di crimini di guerra colpendo caserme, case, edifici pubblici, università, moschee, luoghi di culto, danneggiando ospedali e tutto questo lo chiamano “Hamas”. Di fronte a questo orrore disgustoso anche il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen, in linea con Bush, ha chiamato tutto questo “Hamas” e ha dichiarato che la colpa è di Hamas per aver rotto la tregua unilaterale, obbligatoria solo per i palestinesi. Le divisioni interne palestinesi si sono ormai sedimentate, sono state costruite con abilità, a tavolino dalle diplomazie internazionali e tutto questo l’hanno chiamato “piano di pace”. Quando tutto questo sarà finito la stampa non si prenderà cura di raccontarci fino in fondo questo Genocidio. Un milione e trecentomila palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza non hanno possibilità alcuna di scampare al massacro che colpirà nel mucchio, a caso. Tutto il Mondo è in rivolta e sta urlando la sua rabbia ma questo non conta nulla quando il mondo è governato da una classe di inetti e corrotti che porta avanti la grande menzogna della civiltà, quando il nostro silenzio inattivo viene pagato con il controllo del benessere finanziario, quando siamo disposti a lasciare che altri paghino i disastri del capitalismo di guerra, i mancati proventi del petrolio iracheno, i licenziamenti alla General Motors, la crisi finanziaria mondiale. Il modello diplomatico in corso è quello sperimentato durante l’attacco al Libano del 2006: diplomazie al lavoro per decidere nel modo più lento possibile e per lasciare aperta ad Israele quella finestra di tempo necessaria per scatenare il suo odio anti-palestinese, per dare fiato agli

‘aggressione israeliana contro Gaza

Mustafa Barghouti Ramallah, 27 dicembre 2008 E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità i n sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili – ma come si chiama, quando manca tutto il resto? E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili – e d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? – se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l’obiettivo è sradicare Hamas – tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia – ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare – non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa – la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti. E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente – e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto – perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come – testuale – gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati – perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro? Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita – solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi – perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? – siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione – e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi – no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia – sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete – e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori – no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakba chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra. So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid – e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Di ritorno dal XXII viaggio a Gaza

Cari amici di Gazzella Sapevo che l’edificio che ospita gli uffici del Medical Relief a Gaza City e alcuni appartamenti, tra cui quello che occupavo io, è a pochi metri di distanza dal Ministero degli Interni di Hamas; della cosa ne avevo parlato con Sliman, suo padre e Salim, che abitano con le famiglie nello stesso stabile. Mi ero convinta che se restavano loro, ci potevo stare anch’io: ci siamo scambiati il numero di telefono e mi sono adattata a passare le notti in una stanza dalla parte opposta all’edificio “obiettivo israeliano”. A distanza di pochi giorni dal mio rientro in Italia, mercoledì notte 27 febbraio alle ore 23,00 gli israeliani hanno sganciato una bomba sull’edificio che ospita gli uffici del ministero degli interni di Hamas a Gaza: obiettivo colpito, è morta una bimba di 6 mesi e ferite 25 persone. Ho visto quel che accade dopo un bombardamento mirato ad un edificio, la notte di venerdì 15 febbraio, quando un F16 ha sganciato una bomba sulla casa di un membro dell’organizzazione Jihad a El Bureij uccidendo 8 persone e ferendone 50. Nella striscia di Gaza 1.600.000 persone vivono nel terrore: gli israeliani hanno dichiarato obiettivi da colpire le abitazioni dei membri di Hamas, di Jihad e dei resistenti. Chi abita vicino agli obiettivi israeliani vive nella paura, alcuni si spostano in altre case presso parenti; le strade sono deserte, perché altro obiettivo sono le macchine che possono trasportare “resistenti”; i bambini li vedi solo nell’orario di entrata ed uscita dalla scuola. Un terrore che scorre quotidiano, che si consuma nelle case senza luce, dove scarseggiano cibo e acqua. In questa situazione vivono 4.000.000 di palestinesi distribuiti tra i territori occupati e nella prigione della striscia di Gaza. La comunità europea è più preoccupata di non essere accusata di antisemitismo che di farsi carico di una possibile soluzione della causa palestinese. Forse sarebbe ora di imporre ad Israele il rispetto delle risoluzioni ONU, di determinare i confini dello Stato di Israele, perché si è mai visto uno Stato senza confini e senza costituzione? Non è difficile stare dalla parte delle ragioni del popolo Palestinese, così come siamo stati con i perseguitati dai nazifascisti: ebrei, zingari, omosessuali, disabili, politici….. Oggi proprio nel ricordare e richiamarmi a tutti i morti nei campi di concentramento non posso accettare quanto si sta consumando contro il popolo Palestinese. G. 2 marzo 2008 Le ultime fotografie del bombardamento israeliano contro la sede del Medical Relief  di Gaza, partner di Gazzella-Onlus:

Bombardato il Medical Relief partener di Gazzella

L’associazione Gazzella-Onlus rivolge un appello per inviare urgenti aiuti al Medical Relief di Gaza, l’organizzazione non governativa di medici volontari che si occupa della sanità pubblica nei territori palestinesi occupati e partner di Gazzella-Onlus. L’attacco di stanotte (28.2.2008) contro la sede del Medical Relief ha distrutto tra l’altro, il generatore elettrico che permette alla clinica di funzionare. Il generatore, come altre attrezzature andate distrutte, era stato pagato con le sottoscrizioni raccolte da Gazzella-Onlus. Nell’attacco sono stati feriti due bambini, già feriti una prima volta e inclusi nel programma di Gazzella-Onlus di cure dei bambini feriti, è stata distrutta anche la foresteria dove fino a poche ore prima erano ospitati gli operatori italiani di Gazzella-Onlus. Chiediamo a tutti di contribuire per ricomprare (sempre da Israele, gli abitanti di Gaza sono obbligati a comprare tutto dagli occupanti) con urgenza un generatore elettrico e  alcune delle attrezzature sanitarie distrutte di cui si ha un urgente  bisogno. Per contributi: c/c 1105279 intestato a “Gazzella Onlus” presso la BANCA ETICA di Roma ATTACCO AEREO ISRAELIANO A GAZA: DISTRUTTA LA SEDE DI MEDICAL RELIEF, UCCISO UN NEONATO Ramallah 28-02-2008. Un attacco aereo israeliano diretto contro la sede del Ministero dell’Interno a Gaza ha distrutto anche la vicina sede del Medical Relief, assassinando un neonato di cinque mesi in un edificio residenziale dell’area. La sede di Medical Relief ospitava la principale clinica e farmacia della Striscia di Gaza, un’ambulanza, un centro di sostegno per persone con handicap e gli uffici amministrativi. L’ambulanza, tutte le medicine e buona parte delle attrezzature sono andate distrutte. Lo stesso edificio e’ seriamente danneggiato e non potrà essere nuovamente utilizzato senza costosi interventi di consolidamento e recupero. L’attacco ha inoltre colpito un edificio residenziale, uccidendo nella sua casa Mohamad Nasser Al-Borey, di cinque mesi. Mustafa Barghouthi, membro dell’assemblea legislativa palestinese e presidente del Medical Relief, ha dichiarato che “la punizione collettiva dei palestinesi di Gaza ha raggiunto livelli inaccettabili. Questo ultimo attacco ha devastato una parte essenziale del gia’ seriamente devastato sistema sanitario di Gaza. Israele ha perso ogni senso diumanita’, e l’indifferenza della comunita’ internazionale gli consente una sanguinaria escalation di violenza contro un popolo imprigionato in un gigantesco carcere. Queste continue violazioni del diritto internazionale devono avere fine. Secondo le Convenzioni di Ginevra, colpire personale medico e’ un crimine. Organizzazioni regionali e singoli stati devono intraprendere azioni immediate per proteggere il popolo palestinese da Israele. Tutto questo deve finire, adesso”. Abdel Hadi Abu Khussa, direttore del Medical Relief nella Striscia di Gaza, ha dichiarato che “la distruzione della piu’ importante clinica e della farmacia, dell’ambulanza e degli uffici e’ un colpo terribile per le attivita’ di Medical Relief, e aumentera’ le sofferenze del popolo di Gaza. Siamo vittime di una punizione collettiva da parte diIsraele”. *Medical Relief e’ in Palestina tra le principali organizzazioni non governative che offrono servizi sanitari, e nel 2007 ha raggiunto circa un milione e mezzo di palestinesi in quasi cinquecento città e villaggi. Tutto questo e’ stato ottenuto attraverso un’ampia rete di infrastrutture e risorse umane costruita a Gerusalemme, nella West Bank e nella Striscia di Gaza nel corso di 29 anni di attività. A Gaza, Medical Relief gestisce quattro centri per servizi primari, due ambulanze e due cliniche mobili, oltre che un ampio programma di sostegno a persone con handicap,in particolare bambini. Si occupa inoltre di programmi individuali per pazienti in speciale stato di necessità, e ha un centro di fisioterapia. Davanti al completo blocco di Gaza attuato da Israele a partire dal gennaio 2008, il Medical Relief ha avviato programmi di emergenza per il sostegno alla popolazione di Gaza.  

Intervista a M. Barghouthi

da www.peacereporter.net Israele – Palestina – Ramallah (Cisgiordania) – 01.1.2008 Una società di persone, non di individui Intervista a Mustafa Barghouthi, leader del movimento palestinese al-Mubadara intervista a cura di Francesca Borri Anni di Cnn, ma è la domanda più ingenua ad arrivargli addosso contromano – perché cosa pensa degli israeliani? Mi aspetto romantica una parola leggera di comprensione, e pace e futuro da quest’uomo che chiamano il Mandela del Medio Oriente, ottengo uno sguardo che si incrina, distanze improvvise che si spalancano in dismisure. Niente, dice, non penso niente, il silenzio puntellato dal muezzin ed è la prima volta che gli sento nella voce come la risacca della guerra, la profondità delle ferite. Sembra la domanda più strana, quella più necessaria – il suo nemico, il suo vicino. “Ero a una manifestazione un giorno, sa, una di quelle noi contro i soldati, naso a naso a contenderci ogni centimetro di terra. A un certo punto un’israeliana viene colpita. Io sono l’unico medico. E naturalmente la soccorro, i soldati che mi passano gli attrezzi io che li guido, fasciate qui, disinfettate lì. Poi un’ambulanza la porta via, e torno dalla mia parte. I soldati dalla loro. E di nuovo, uno contro l’altro, centimetro a centimetro”. Mi guarda difficile, senza sconti. “Odio le ingiustizie, non le persone. Quello che uno fa e non fa. Non le persone, ma il contesto. Le responsabilità”. Mustafa Barghouthi è un uomo così. Colto e gentile e dalla luce chiara, letture larghe e discorsi trasparenti, toni bassi, nessun cedimento alla retorica, ogni idea asciugata all’essenziale come il nome del movimento che guida, al-Mubadara, che in arabo significa semplicemente l’Iniziativa. Ma sono parole brevi per pensieri lunghi, il nome arriva in realtà da Hannah Arendt, la politica, diceva, richiede spirito di iniziativa e insieme una dote quasi poetica, l’immaginazione – e allora capisci che quest’uomo è molto più di quello che sembra, con il suo tentativo di un’alternativa, di una via terza tra autocrazie arabe e fondamentalismi islamici, e mentre tutti ti chiedono Ma Barghouthi chi? Marwan?, che ti seduce ovunque dai muri di Ramallah con le mani ammanettate al cielo e l’aria di sfida, ti viene in mente Musil e il suo uomo senza qualità, quello che tutti credevano fragilmente inadatto ai tempi, e come disincronico al mondo e che invece, in un secolo che deragliava verso i totalitarismi, si sarebbe rivelato l’uomo capace di pensare, di essere in autonomia, senza mai agire in modo meccanico e convenzionale, sostantivo prima che aggettivo. Senza mai adeguarsi ai tempi. La prima domanda è obbligata. Lei era ad Annapolis. Annapolis… Perché non mi chiede di Gaza? E’ Gaza la domanda obbligata. Parigi celebra i suoi donatori, ma noi non abbiamo bisogno di carità, abbiamo bisogno di diritti e giustizia, frontiere aperte. Gaza è un campo di concentramento, e Israele ancora infierisce con attacchi, incursioni, invasioni. Negli ultimi sei mesi sono stati uccisi 5 israeliani e 218 palestinesi, sono i soldati ormai, non i civili, le vittime accidentali, sono loro gli effetti collaterali di questa guerra. Potrei darle infiniti numeri, statistiche, dirle dell’acqua, la sete, le medicine, il gasolio, morire perché manca la lampadina in sala operatoria, sopravvivere di aiuti umanitari, umiliarsi di elemosina internazionale, e un collasso che è tutto ancora da venire, perché gli agricoltori non hanno più niente da seminare, gli operai più niente da lavorare… E Israele, intanto, che spara. Scelga lei, che inferno preferisce le racconti? Tanto non la scalfirò. La cosa più devastante non è il dramma, ma l’indifferenza. Lei è italiana come Gramsci… ‘Quello che avviene, non avviene perché alcuni vogliono che avvenga, ma perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare… E’ l’indifferenza la materia inerte della storia, la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde’. Vivere significa essere partigiani. La storia un giorno chiederà conto di Gaza. Chiederà a tutti voi – dove eravate mentre Gaza spariva? E’ questa l’unica domanda obbligata. Dove siete? Consumarsi di cancro respinti a un checkpoint… E tutto questo perché? Perché ci sono state delle elezioni democratiche. La risposta è stata il massacro collettivo. In occidente si scrive Hamas e si legge terroristi. Bisogna dialogare? Bisogna sradicare? La pace si fa con chi c’è, non con chi si vorrebbe che ci fosse. E comunque Hamas è monolitica solo nei vostri stereotipi, ha i suoi moderati, i suoi pragmatici. E forse anche i suoi estremisti. Ma bisogna organizzare i moderati, come nel governo di unità nazionale – c’è un italiano, Alex Langer… Ricorda? Nelle guerre bisogna parteggiare, diceva, per i disertori. Il governo di unità nazionale è stato il migliore dei governi palestinesi, sia nei rapporti con Israele, cui ha offerto un cessate il fuoco reciproco e totale, sia nelle riforme interne. E’ caduto non per nostra incapacità, ma perché gli europei hanno tagliato gli aiuti economici e gli israeliani hanno trattenuto le entrate fiscali. Con cosa dovevamo governare, con le fiches? Minate tutto quello che non è Hamas o Fatah, poi strillate che esistono solo Hamas e Fatah. Una delle ragioni del radicamento di Hamas è che fornisce servizi sociali, qui che molti ancora non hanno acqua corrente. Lei ha fondato Medical Relief, che oggi garantisce assistenza sanitaria a un terzo dei palestinesi. In un certo senso, è la sua politica dei ‘facts on the ground’ – aiutare la gente a rimanere dove è, dice, perché se rimane, Israele ha fallito. Solo la concretezza è sovversiva. Hamas dilaga perché a Oslo l’occidente ha deciso di concentrare tutto il sostegno finanziario sull’Autorità Palestinese, falciando via la società civile. A Deir Ghassaneh, qui vicino, duemila abitanti, un gruppo di donne aveva aperto un asilo con un’associazione di Ginevra. Un piccolo appartamento, cinquanta bambini. Poi da Ginevra hanno trasferito i fondi all’Autorità Palestinese, e l’asilo ha chiuso. E’ rimasto quello islamico, gestito ovviamente secondo il corano. Tutto quello di cui avevano bisogno, a Deir Ghassaneh, erano tremila dollari l’anno. La Palestina è questa. Sono questi i nostri bisogni,

Lettera di Gazzella sulla situazione a Gaza

Gazzella e l’attuale situazione palestinese Cari amici di Gazzella, come ben sapete la nostra associazione – nata nel 2001 dopo lo scoppio della seconda Intifada per portare sostegno ai bambini feriti e alle loro famiglie – opera da allora in stretta collaborazione con il Palestinian Medical Relief Society (Comitati di soccorso medico palestinese). Tale organismo, come più volte sottolineato, è una organizzazione non governativa di matrice laica (il fondatore e presidente è il dott. Mustafa Barghouti, medico stimato a livello internazionale e amico della nostra presidente, ora scomparsa, la dott.ssa Marina Rossanda) che si occupa di assistenza medica e di riabilitazione motoria, con sedi sia a Gerusalemme che a Gaza. La storia travagliata della Palestina non ha modificato la natura di questa organizzazione che si riconosce pienamente nelle istanze della società civile palestinese e che continua ad operare ad esclusivo beneficio di chi necessita di cure mediche e riabilitative. Tutti noi che abbiamo a cuore le sorti di questa terra martoriata abbiamo avuto modo di seguire ciò che è accaduto nelle ultime settimane e che è stato dai mass-media inopinatamente definito “guerra civile”.  Al di là di ogni personale considerazione, quel che è certo è che, nella Striscia di Gaza come negli altri territori occupati, in questi ultimi anni si era venuta a consolidare una dirigenza politica spesso corrotta che poco pensava ai bisogni di una popolazione sotto occupazione militare da ben quarant’anni, ma al contrario era ben più attenta al proprio arricchimento individuale. Con le elezioni del gennaio 2006 la gente di Gaza ha cercato, con un voto essenzialmente di protesta, di ribaltare questa situazione. Le conseguenze di questa scelta sono sotto gli occhi di tutti: blocco dei dazi doganali, degli aiuti economici, isolamento internazionale, parlamentari regolarmente eletti arrestati in massa. Quasi un milione e cinquecentomila individui rinchiusi in una prigione di poco più di quattrocento chilometri quadrati. Infine il tentativo di Fatah di recuperare in ogni modo il potere perduto che ha portato ai cosiddetti ‘scontri interpalestinesi’ e, come sempre, (come ci ha fatto notare un nostro ‘vecchio’ sostenitore) quando la parola passa alle armi i torti sono da entrambe le parti. Nei giorni scorsi abbiamo avuto notizie dalla Cisgiordania (formalmente sotto ‘il controllo’ di Abu Mazen): tutto il territorio è chiuso, la città di Nablus è sotto coprifuoco. Il sindaco di Nablus, che i nostri volontari Giuditta e Ugo hanno avuto modo di conoscere durante l’ultimo viaggio dello scorso aprile, (Nablus è gemellata con la provincia di Firenze che sovvenziona un progetto del Medical Relief nel distretto sanitario di Sabastia, vicino Nablus) è stato arrestato, prelevato nella notte dalla sua abitazione e trasferito non si sa dove. Per i medici è diventato impossibile raggiungere il distretto, finanziato dalle municipalità italiane, e i villaggi circostanti sono completamente isolati. Abbiamo avuto modo di parlare anche con il dott. Abdalhadi Abu Khusa, responsabile del Medical Relief di Gaza. Ci ha detto che la situazione interna è ‘tranquilla’, ma che naturalmente continuano le incursioni militari israeliane, con il solito corollario di morti e feriti. La popolazione necessita di tutto, l’erogazione di energia elettrica è saltuaria. Negli ospedali iniziano a scarseggiare i presidi medici di pronto soccorso. Mancano i generi di prima necessità perché Karni, il posto di blocco commerciale, è chiuso. Ogni cosa viene acquistata al ‘mercato nero’, ovviamente controllato dagli israeliani che all’oppressione uniscono il lucro. A breve ci sarà una vera e propria emergenza umanitaria. Premesso tutto ciò, con queste poche righe vogliamo ribadire a tutti i nostri amici e sottoscrittori che la nostra associazione ha sempre operato – e con il vostro sostegno continuerà a farlo – nell’interesse dei bambini feriti e delle loro famiglie, con  lo scopo primario di portar loro il sostegno e la solidarietà dei tanti che in Italia condividono le loro sofferenze. Anche in questo momento della storia della Palestina, pensiamo che Gazzella debba operare super-partes, ovvero adoperarsi al meglio per sopperire ai bisogni della popolazione civile che è la prima a pagare per colpe non sue. Ci siamo chiesti che cosa potevamo fare per cercare di alleviare le sofferenze delle famiglie da noi assistite. A giugno abbiamo mandato via banca la somma di 35.000 euro al Medical Relief di Gaza che sta provvedendo alla consegna alle famiglie dei bambini inclusi nel nostro progetto. Ci è stato detto che nella Striscia di Gaza c’è bisogno di cibo; il Medical Relief di Gaza con la sua struttura potrebbe occuparsi della distribuzione di razioni alimentari alle famiglie…. Ci è stato chiesto di contribuire a  sovvenzionare questo progetto e pensiamo di aderire a tale richiesta interpretando il sentimento di tutti gli amici di Gazzella. E ancora: ricordate Issa, Imad e Ibrahim, i tre adolescenti che mentre raccoglievano fragole in un campo di Bayt Lahiya hanno perso entrambe le gambe a causa di un cannoneggiamento dell’esercito israeliano?  La nostra associazione aveva già contribuito con l’acquisto di tre carrozzine e la costruzione di un servizio igienico adatto alle loro necessità. Ora i medici sostengono che i ragazzi hanno bisogno di costanti cure fisioterapiche affinché non si ‘appesantiscano’ troppo considerato che non è tecnicamente possibile applicare loro delle protesi. Sarebbe possibile, con un finanziamento annuale di Gazzella, sostenere il Centro di riabilitazione del Medical Relief che si trova nel campo profughi di Jabaliya. Tale centro potrebbe aiutare anche altri bambini che non sono più in grado di camminare a causa delle ferite causate dalle armi batteriologiche usate dagli israeliani durante i bombardamenti dello scorso anno.  Il centro di riabilitazione ha bisogno di 25.000 euro annui per coprire le spese del personale, del trasporto dei disabili e del funzionamento della struttura. Pensiamo di poter contribuire a coprire almeno una parte delle spese. Ecco cari amici, oltre al sostegno ai bambini feriti attraverso le ‘adozioni’, quali sono i progetti di Gazzella di cui volevamo rendervi partecipi, sicuri di condividere un comune ‘sentire’ e nella tenace speranza che si avveri ciò che scrivemmo quando abbiamo creato la nostra associazione: “Vogliamo aiutare le bambine e i bambini palestinesi perché possano crescere sereni e liberi, nella loro terra, senza guerra,

REPORT DA GAZA STRIP

Martedì 27 marzo 2007 all’arrivo in Gaza Strip, siamo stati informati del distratto avvenuto nella municipalita- di Beit Hanun, villaggio beduino di Um Al Nasser che Da un laghetto artificiale e’ fuoriuscita “un’onda anomala” (simile tsunami), che ha invaso circa 96 case con sabbia e acqua stagnante. Il dispaccio locale informa di 6 morti, 11 dispersi e 18 feriti; gli sfollati risultano essere circa 400. Ci siamo recati sul posto immediatamente: la situazione che si e- presentata era di devastazione, case distrutte o inagibili, accumuli enormi di sabbia. Lintera popolazione dell’area interessata, era provvisoriamnete evasa nel territorio adiacente, in attesa di soccorso. Le attivita- frenetiche e solerti delle O.N.G. Palestinesi e Internazionali, della Croce Rossa Internazionale, dell-ONU e della Red Cross hanno contributo a realizzare in sole 24 ore una tendopoli accessoriata su sabbia, per quanto possible con materassi e coperte; sono stati collocati serbatoi d-acqua potabile, servizi igienici, corrente elettrica e realizzata una postazione per la distribuzione dei pasti. Fin dal primo incontro con dott. Abu Khousa ,direttore locale del P.M.R.S.,sul luogo del disastro siamo stati coinvolti nell-opera di soccorso. I bisogni richiesti, con il sostegno economico di Gazzella, per fronteggiare l’mmediata emergenza e anche per continuare l’attivita’ assistenziale nei mesi successivi, sono i sottoelecati: – kit per l’igiene – kit medicinali – attrezzatura mobile per analisi del sangue (screening per infezioni, patologie intestinali etc.) – circa 50 materassi e coperte (ancora mancanti) – latte e pannolini per bambini – contributo economico, limitato, per le attivita’ di 2 psicologi e 3 tecnici di laboratorio. Per tutti i sopraelencati bisogni il P.M.R.S. fornirà adeguata documentazione G.  

‘ONU sulle nuove armi usate a Gaza contro i civili con fotografie scattate dai volontari di Gazzella

Appello al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Oggetto: stabilire se vi siano rischi sanitari di lungo periodo per la popolazione civile di Libano e Striscia di Gaza in seguito all’uso da parte israeliana di nuovi tipi di armi durante i conflitti dell’estate 2006. Il gruppo di studio Nuove Armi raccoglie scienziati e ricercatori che hanno deciso di lavorare insieme dopo i conflitti in Libano e Striscia di Gaza che hanno avuto luogo durante l’estate del 2006. Il nostro essenziale obiettivo è verificare i rischi collegati all’uso di differenti agenti tossici contaminanti sulla salute della popolazione esposta. Questo importante tema non sembra essere sufficientemente indirizzato dall’organismo delle Nazioni Unite appositamente creato dopo i conflitti. L’11 agosto 2006 il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dato vita alla Commissione di Inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Libano e Palestina “col mandato di stabilire i fatti” che erano accaduti. Nel rapporto che è seguito all’inchiesta, la Commissione ha osservato che “la politica adottata – dall’Idf, le forze armate israeliane – di assimilare ogni persona ad un potenziale nemico ha causato violazioni dei diritti umani, che si è risolta in una punizione collettiva”; inoltre “l’uso di alcune armi è stato illegale, come l’uso di bombe a grappolo” che viene definito nel rapporto “eccessivo e non giustificato da necessità militare” e che “è andato oltre argomenti di proporzionalità. Erano una violazione flagrante delle convenzioni internazionali”. Ciononostante, la Commissione ha stabilito anche che “nessuna delle armi di cui è noto l’uso da parte delle forze armate israeliane è illegale di per sè secondo il diritto internazionale”. Il rapporto della Commissione non indirizza il problema dell’uso estensivo e possibilmente sperimentale di armi e munizioni di nuovo sviluppo e di conseguenza non fornisce alcuna risposta alla preoccupazione fondamentale che ha generato il mandato della Commissione stessa. La mancanza di preoccupazione circa i potenziali rischi alla salute della popolazione civile esposta ai bombardamenti è incomprensibile. La Commissione non sembra promuovere studi adeguati sul problema. Tuttavia, dal punto di vista di dottori e scienziati, così come dei diritti della popolazione, questo è un punto essenziale. Noi chiediamo al Consiglio, di cui è prevista una riunione a giugno, di promuovere e organizzare la continuazione del lavoro della Commissione attraverso la creazione di due nuovi gruppi di lavoro: uno composto di medici e scienziati libanesi e palestinesi col compito di raccogliere le evidenze mediche già disponibili e di raccoglierne di nuove; uno composto di medici, veterinari e scienziati libanesi e palestinesi col compito di realizzare i test sul campo secondo procedure riconosciute per stabilire la presenza di elementi tossici e altri rischi sanitari nelle aree fortemente bombardate e distrutte nel sud del Libano. Il ruolo di questo panel sarebbe quello di stabilire se sia necessario diramare degli allarmi per la salute della popolazione, circoscrivere le regioni a rischio e attivare le procedure di allarme nelle strutture mediche locali, che attualmente sono inadeguate ad affrontare il potenziale emergere di problemi di questa natura, di definire protocollo epidemiologici per gli anni a venire e promuovere la cultura locale su questo genere di conseguenze della guerra. Siamo preoccupati che una inchiesta inziata per stabilire la verità possa al contrario trasformarsi in un modo di ammettere la presenza in guerra di una grande varietà di tipi e modelli di armi illegali, contraddicendo in questo modo i vincoli delle convenzioni di Ginevra e della convenzione per il controllo delle armi chimiche e le altre armi di distruzione di massa.