La scomparsa di Marina Rossanda

Il Manifesto, 02/12/2006 Addio a Marina Rossanda Valentino Parlato Ieri, alle sei del mattino, la compagna Marina Rossanda è morta. Le ultime settimane sono state dolorose e dure, ma Marina è sempre riuscita a conservare la sua straordinaria lucidità. Marina Rossanda era nata nel 1927 a Pola, una città che agisce sul carattere. Ha studiato a Milano dove si è laureata in medicina, con specializzazione in anestesia. Sempre a Milano è stata primario nell’ospedale di Niguarda, dove ha lavorato a lungo. Dopo Milano c’è stata una non breve e impegnata parentesi in Sicilia, a Palermo, dove si è guadagnata stima e amicizia oltre il prevedibile. In questi ultimi giorni della sua malattia, parlandone con compagni a Palermo, ho avuto reazioni quasi commoventi, di dolore, stima, amicizia. Il successo di questa nativa di Pola a Palermo acuisce l’interesse per la personalità di Marina, forte e schiva ad un tempo. Marina Rossanda è stata per due volte senatore, quando c’era ancora il Pci e in tempi più recenti consigliere regionale nel Lazio, nella lista del Prc. Per Marina essere medico è stato molto di più, e anche di diverso, da quella che si chiama una professione. Direi che il lavoro di medico l’ha portata alla politica (ha lavorato a lungo con Giovanni Berlinguer sulla legislazione sanitaria) e alla società e alle condizioni di quelli che Fanon chiamava «I dannati della terra»; nel caso di Marina i palestinesi. Intorno al 1980, quando siedeva al Senato, Marina creò l’Associazione medica italo-palestinese. Nel 1982, durante l’invasione israeliana del Libano, volò a Damasco e da lì, con mezzi di fortuna, raggiunse Sabra, nei sotterranei del cui ospedale rimase a operare per oltre un mese; lasciò Beirut poco prima del massacro di Sabra e Chatila. Marina ormai aveva una continua presenza in Palestina. Andando nel 2000 nella striscia di Gaza, insieme con Marisa Musu, salvò dalla morte una ragazzina di 14 anni di nome Ghazala (in italiano Gazzella) che Marina adottò e così nacque l’Associazione Gazzella-onlus per l’adozione a distanza di bambini palestinesi. Ora Marina ci ha lasciato e ricordando il suo carattere, la sua straordinaria personalità, ci sentiamo più poveri, meno forti. Un addio a Marina e un forte abbraccio a Rossana e a Adriano Mantovani che le è stato compagno di vita. La cerimonia di addio oggi alle 14 a Roma, al Tempietto Egizio del Verano.   Il Manifesto, 02/12/2006 It was with deep sadness that we received the news of Marina Rossanda’s death yesterday.  We would like to offer our sincerest condolences to her family, and to all of our dear friends at Gazzella. Marina was a figure of great respect at PMRS, with whom she worked tirelessly to give hope to children injured as a result of the conflict, and to bring the humanitarian and health situation in Palestine to the world’s attention. Marina has left behind her the legacy of an admirable woman committed to justice, liberty and peace.  It is from people like her that we draw the strength and motivation to continue struggling for an end to this debilitating occupation towards freedom, dignity, and justice. In her, we have lost a dear friend who will be forever remembered by the staff of PMRS, and by the many Palestinians whose hearts she touched With our deepest sympathies Palestinian Medical Relief Society Dr. Mustafa Barghouthi Dr. Jihad Mashal Mr. Hazem Harouf Il Manifesto, 02/12/2006 Con Marina tra anemoni e rocce Palermo, 1962. Avevo lasciato da poco Danilo Dolci e mi ero trasferita a Palermo. Da amici comuni conobbi Mimma e la corrente di simpatia fra noi fu immediata. Condividemmo lo stesso appartamento per qualche mese. Lei lavorava allora all’ospedale civico e io andavo e venivo da Caccamo, un comune di mafia, dove il partito mi aveva spedito a fare una campagna elettorale difficile. Mi consolava l’idea del sorriso dolcissimo che mi attendeva al ritorno e del senso di sicurezza che la lucidità e la fermezza di Mimma mi trasmettevano. Insieme facevamo delle bellissime nuotate, prediligendo le coste rocciose dove andavamo a curiosare e ammirare stelle marine, anemoni, banchi di pesci in un mare ancora pulito. Vera Pegna Il Manifesto, 05/12/2006 In ricordo di Marina Rossanda, Presidente di Gazzella-onlus Ieri abbiamo salutato per l’ultima volta la Mimma, come tutti la chiamavamo. Il suo viso era sereno e indossava uno splendido abito tradizionale palestinese, con fiori multicolori ricamati sulla pettorina, quello che lei preferiva, acquistato durante uno dei suoi tanti viaggi in quella terra. Voleva ritornare in Palestina, ce lo aveva detto più volte. Ma la sua salute era precaria negli ultimi anni e le ha impedito di realizzare questo desiderio. Quanti progetti aveva attuato nel campo medico e sanitario in Palestina! Fra gli altri, c’era anche un suo investimento oltre che politico, affettivo e personale. C’era Ghazala (in italiano Gazzella) una ragazzina quattordicenne, visitata insieme a Marisa Musu durante il viaggio che le due amiche avevano fatto nel 2000, allo scoppio della seconda Intifada. La ragazzina era in coma all’ospedale di Habron a causa di una pallottola nella testa. E proprio dal desiderio di aiutare Ghazala e tutti i bambini vittime dell’esercito israeliano che Marisa e Mimma decisero di dar vita in Italia ad un progetto di adozione a distanza di bambini palestinesi feriti. Di questo progetto – che si chiamò ‘Per Gazzella’, Mimma fu la prima sottoscrittrice e adottò proprio Ghazala che, dopo una lunga  e difficile operazione alla testa, uscì dal coma e guarì; oggi è una bella ragazza ventenne. Marisa prima e Mimma poi sono state presidenti dell’Associazione Gazzella-onlus, sempre con grande impegno, passione e lucidità politica. Oggi ci mancano molto, entrambe; ma nel loro ricordo e con il loro esempio noi andremo avanti, con la certezza che il nostro progetto – pur piccolo, con pochi mezzi e retto esclusivamente sul volontariato – troverà forza nella grande passione che Marisa Musu e Marina Rossanda ci hanno lasciato in eredità, per continuare a dar sostegno e solidarietà ad un popolo che lotta per la propria esistenza e affinché le bambine e i bambini palestinesi possano crescere sereni e liberi, nella loro terra, senza guerra e senza violenza. Con tanto affetto gli amici e i sostenitori di Gazzella-onlus la ricordano. Il Manifesto, 05/12/2006 Il suo primo viaggio a Beirut lo fece in tassì, ma non era un viaggio di piacere. Marina Rossanda era andata a Damasco nel luglio  del 1982 e, per sentieri di montagna era arrivata, assieme al tassista damasceno vicino alla Beirut assediata dalle truppe israeliane del generale Sharon. Aveva attraversato le linee e nella città, sottoposta a un

Relazione del viaggio a Gaza – ottobre 2006

RESOCONTO DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA E IN CISGIORDANIA 12-25 ottobre 2006 Cari amici di Gazzella, sono passati solo tre mesi dal mio precedente viaggio ed eccomi di nuovo nella Striscia di Gaza. Solo chi, come me, lo ha vissuto personalmente riesce a comprendere appieno i sentimenti contrastanti e laceranti che ti suscita la Palestina e il suo popolo: quando non sei lì, con loro, fremi per volerci essere, ma una volta arrivata in questa terra gli eccidi quotidiani, la miseria e la disperazione condivisi, ti fanno sperare – e con vergogna – di esser fuori al più presto da tutto questo orrore. Sono arrivata a Gaza il giorno 12 ottobre, dopo i ‘soliti’ controlli (raggi non meglio identificati, perquisizioni personali) al posto di blocco israeliano di Erez.E’ ancora il mese sacro di Ramadan. Al posto di controllo Palestinese osservo i soldati che stanno pregando, cosi come i due tassisti che aspettano i pochissimi volontari internazionali che ottengono dagli israeliani occupanti il permesso di entrare a Gaza. Per una mezz’ora attendo che finiscano le loro preghiere, infine con una macchina mi dirigo verso Gaza città.La distruzione e’ ovunque, le strade sono vuote. Nella sede del Medical Relief mi danno il benvenuto l’amico Abu Khusa ed Ilham, la collaboratrice di Gazzella a Gaza. Mi abbracciano, sono felici di rivedermi. Mi raccontano una quotidianità che fa spavento: attacchi israeliani continui, energia elettrica a singhiozzo (viene erogata sei ore al giorno, ma suddivisa in tre fasi), fra la gente c’è disperazione e sfinimento, mancano i generi di prima necessità, il prezzo del pane e della farina è alle stelle, letteralmente le madri non hanno cibo per sfamare i propri figli. A Gaza è ancora estate e così quella stessa sera decidiamo, Ilham ed io, di andare a fare una passeggiata sul lungomare. Chiacchieriamo, ci scambiamo notizie su amici comuni, camminiamo lentamente godendoci il vento fresco che ci fa dimenticare l’afa del giorno. Poi ci sediamo all’aperto a bere un succo di frutta. Sembra una serata piacevole, come probabilmente – io, voi – abbiamo vissuta tante volte. Sembra, ma non è così. All’improvviso sentiamo una fortissima deflagrazione, vediamo fumo in lontananza, e subito dopo il suono di sirene di ambulanze. La gente nella strada inizia a correre ed urlare. Chiediamo notizie e un ragazzo ci dice concitato che gli israeliani hanno bombardato una casa poco distante: per ora si contano 2 morti e 20 feriti…… Nei cinque giorni della mia permanenza a Gaza gli ‘omicidi mirati’ faranno 25 morti, tra civili e resistenti. Le mie giornate saranno scandite da bombardamenti, funerali, pianti, colpi di fucile, preghiere…. Su tutto aleggia lo spettro di una possibile guerra civile fra palestinesi (che farebbe molto piacere agli occupanti): la nuova polizia istituita dal Presidente Abu Mazen, denominata Palestinian Military Police (P.M.P), controlla la Polizia Palestinese agli ordini di Hamas. Durante la mia permanenza a Gaza si sono verificati scontri a fuoco fra le due parti, ma per fortuna ancora contenuti, nessun palestinese vuole una mattanza tra fratelli. Però in molti accusano Abu Mazen di non riuscire (volere?) a tenere insieme il suo popolo. Con Ilham ho visitato l’ospedale Nasser di Khan Yunis, l’ospedale Abu Yusef di Rafah e l’ospedale Kamal Edwal di Jabaliya: bambini e adolescenti nei loro letti avvolti da garze e tubicini, ci guardano con occhi smarriti e spenti, restano muti, neanche un sorriso….. da lontano osserviamo sgomente quelli incoscienti che giacciono in sale di rianimazione sempre più precarie. Ogni volta e sempre ricaccio indietro le lacrime, mi faccio forza, decido di parlare personalmente con i medici, voglio verificare di nuovo e testimoniare la disastrosa situazione sanitaria degli ospedali, vedere ‘cosa’ viene estratto dai corpi dei feriti, e come si presentano queste ferite. Sia dal ‘materiale’ estratto che mi mostrano i medici dei vari ospedali, che dalla visita che personalmente faccio ai sette nuovi bambini presi in adozione, posso appurare che i loro corpi presentano ampie ferite e alcune parti del corpo sono bruciate internamente. Un medico dell’ospedale di Khan Yunis mi racconta di due “strani” casi: alcune persone ricoverate presentavano sul corpo solo piccole bruciature, che apparentemente non hanno destato alcuna preoccupazione: per i medici i pazienti non correvano pericolo. Ebbene, questi feriti, nell’arco di tre giorni sono deceduti. L’autopsia ha rilevato che i loro organi interni erano consumati, probabilmente per effetto di armi non convenzionali. D’altra parte è stato denunciato – anche in Italia – già dal luglio scorso l’uso da parte degli israeliani, sia in Libano che nella Striscia di Gaza, di armi probabilmente batteriologiche o chimiche o al fosforo…… ma forti del silenzio e della complicità internazionali, gli israeliani continuano nei loro mortiferi esperimenti. I medici palestinesi, però, pur dovendo operare ogni giorno con scarsità di medicinali adeguati (mancano addirittura garze e guanti sterili monouso), pur dovendo affrontare turni di lavoro intollerabili, e infine costretti a prestare la loro opera praticamente senza salario a causa della mancanza di fondi dovuta all’embargo economico, nonostante tutto questo, vogliono denunciare e far conoscere cosa si sta consumando in questi mesi nella Striscia di Gaza. All’ospedale di Jabaliya ho avuto dai chirurghi una richiesta “particolare”: la mia macchina fotografica in prestito, per permettere loro di scattare immagini in sala operatoria e testimoniare delle ferite che si trovano a curare. Le mie giornate a Gaza sono trascorse condividendo con i miei amici palestinesi il Ramadan, ho visitato famiglie già conosciute e ne ho incontrate di nuove, accolta sempre con una gentilezza e un’ ospitalità da noi sempre più rara e che ogni volta mi stupisce; mi sono seduta alla loro tavola nel pomeriggio, in attesa che il sole calasse, per iniziare poi a condividere un pasto spesso frugale, ma mai misero e sempre profondamente dignitoso. Lasciata la Strisciadi Gaza, al mio rientro a Gerusalemme, ho incontrato Ugo, il tesoriere di Gazzella, con il quale avevamo in precedenza organizzato il proseguimento del viaggio verso la Cisgiordania, a Nablus ed Hebron. Al nostro arrivo al posto di blocco di Awara a Nablus, ci siamo ritrovati assieme a

Relazione del viaggio a Gaza – ottobre 2006

RESOCONTO DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA E IN CISGIORDANIA 12-25 ottobre 2006 Cari amici di Gazzella, sono passati solo tre mesi dal mio precedente viaggio ed eccomi di nuovo nella Striscia di Gaza. Solo chi, come me, lo ha vissuto personalmente riesce a comprendere appieno i sentimenti contrastanti e laceranti che ti suscita la Palestina e il suo popolo: quando non sei lì, con loro, fremi per volerci essere, ma una volta arrivata in questa terra gli eccidi quotidiani, la miseria e la disperazione condivisi, ti fanno sperare – e con vergogna – di esser fuori al più presto da tutto questo orrore. Sono arrivata a Gaza il giorno 12 ottobre, dopo i ‘soliti’ controlli (raggi non meglio identificati, perquisizioni personali) al posto di blocco israeliano di Erez.E’ ancora il mese sacro di Ramadan. Al posto di controllo Palestinese osservo i soldati che stanno pregando, cosi come i due tassisti che aspettano i pochissimi volontari internazionali che ottengono dagli israeliani occupanti il permesso di entrare a Gaza. Per una mezz’ora attendo che finiscano le loro preghiere, infine con una macchina mi dirigo verso Gaza città.La distruzione e’ ovunque, le strade sono vuote. Nella sede del Medical Relief mi danno il benvenuto l’amico Abu Khusa ed Ilham, la collaboratrice di Gazzella a Gaza. Mi abbracciano, sono felici di rivedermi. Mi raccontano una quotidianità che fa spavento: attacchi israeliani continui, energia elettrica a singhiozzo (viene erogata sei ore al giorno, ma suddivisa in tre fasi), fra la gente c’è disperazione e sfinimento, mancano i generi di prima necessità, il prezzo del pane e della farina è alle stelle, letteralmente le madri non hanno cibo per sfamare i propri figli. A Gaza è ancora estate e così quella stessa sera decidiamo, Ilham ed io, di andare a fare una passeggiata sul lungomare. Chiacchieriamo, ci scambiamo notizie su amici comuni, camminiamo lentamente godendoci il vento fresco che ci fa dimenticare l’afa del giorno. Poi ci sediamo all’aperto a bere un succo di frutta. Sembra una serata piacevole, come probabilmente – io, voi – abbiamo vissuta tante volte. Sembra, ma non è così. All’improvviso sentiamo una fortissima deflagrazione, vediamo fumo in lontananza, e subito dopo il suono di sirene di ambulanze. La gente nella strada inizia a correre ed urlare. Chiediamo notizie e un ragazzo ci dice concitato che gli israeliani hanno bombardato una casa poco distante: per ora si contano 2 morti e 20 feriti…… Nei cinque giorni della mia permanenza a Gaza gli ‘omicidi mirati’ faranno 25 morti, tra civili e resistenti. Le mie giornate saranno scandite da bombardamenti, funerali, pianti, colpi di fucile, preghiere…. Su tutto aleggia lo spettro di una possibile guerra civile fra palestinesi (che farebbe molto piacere agli occupanti): la nuova polizia istituita dal Presidente Abu Mazen, denominata Palestinian Military Police (P.M.P), controlla la Polizia Palestinese agli ordini di Hamas. Durante la mia permanenza a Gaza si sono verificati scontri a fuoco fra le due parti, ma per fortuna ancora contenuti, nessun palestinese vuole una mattanza tra fratelli. Però in molti accusano Abu Mazen di non riuscire (volere?) a tenere insieme il suo popolo. Con Ilham ho visitato l’ospedale Nasser di Khan Yunis, l’ospedale Abu Yusef di Rafah e l’ospedale Kamal Edwal di Jabaliya: bambini e adolescenti nei loro letti avvolti da garze e tubicini, ci guardano con occhi smarriti e spenti, restano muti, neanche un sorriso….. da lontano osserviamo sgomente quelli incoscienti che giacciono in sale di rianimazione sempre più precarie. Ogni volta e sempre ricaccio indietro le lacrime, mi faccio forza, decido di parlare personalmente con i medici, voglio verificare di nuovo e testimoniare la disastrosa situazione sanitaria degli ospedali, vedere ‘cosa’ viene estratto dai corpi dei feriti, e come si presentano queste ferite. Sia dal ‘materiale’ estratto che mi mostrano i medici dei vari ospedali, che dalla visita che personalmente faccio ai sette nuovi bambini presi in adozione, posso appurare che i loro corpi presentano ampie ferite e alcune parti del corpo sono bruciate internamente. Un medico dell’ospedale di Khan Yunis mi racconta di due “strani” casi: alcune persone ricoverate presentavano sul corpo solo piccole bruciature, che apparentemente non hanno destato alcuna preoccupazione: per i medici i pazienti non correvano pericolo. Ebbene, questi feriti, nell’arco di tre giorni sono deceduti. L’autopsia ha rilevato che i loro organi interni erano consumati, probabilmente per effetto di armi non convenzionali. D’altra parte è stato denunciato – anche in Italia – già dal luglio scorso l’uso da parte degli israeliani, sia in Libano che nella Striscia di Gaza, di armi probabilmente batteriologiche o chimiche o al fosforo…… ma forti del silenzio e della complicità internazionali, gli israeliani continuano nei loro mortiferi esperimenti. I medici palestinesi, però, pur dovendo operare ogni giorno con scarsità di medicinali adeguati (mancano addirittura garze e guanti sterili monouso), pur dovendo affrontare turni di lavoro intollerabili, e infine costretti a prestare la loro opera praticamente senza salario a causa della mancanza di fondi dovuta all’embargo economico, nonostante tutto questo, vogliono denunciare e far conoscere cosa si sta consumando in questi mesi nella Striscia di Gaza. All’ospedale di Jabaliya ho avuto dai chirurghi una richiesta “particolare”: la mia macchina fotografica in prestito, per permettere loro di scattare immagini in sala operatoria e testimoniare delle ferite che si trovano a curare. Le mie giornate a Gaza sono trascorse condividendo con i miei amici palestinesi il Ramadan, ho visitato famiglie già conosciute e ne ho incontrate di nuove, accolta sempre con una gentilezza e un’ ospitalità da noi sempre più rara e che ogni volta mi stupisce; mi sono seduta alla loro tavola nel pomeriggio, in attesa che il sole calasse, per iniziare poi a condividere un pasto spesso frugale, ma mai misero e sempre profondamente dignitoso. Lasciata la Strisciadi Gaza, al mio rientro a Gerusalemme, ho incontrato Ugo, il tesoriere di Gazzella, con il quale avevamo in precedenza organizzato il proseguimento del viaggio verso la Cisgiordania, a Nablus ed Hebron. Al nostro arrivo al posto di blocco di Awara a Nablus, ci siamo ritrovati assieme a

Resoconto del XIV viaggio di Gazzella

Resoconto 6 – 18 luglio 2006 Cari amici di Gazzella, ancora un mio resoconto dalla Striscia di Gaza. Avevo già programmato questo viaggio, ma le date che avevo ipotizzato per la mia partenza hanno poi coinciso con l’ennesimo delinquenziale assedio-aggressione israeliana che ha portato – tra l’altro – alla distruzione della centrale elettrica di Gaza e di numerosi ponti di collegamento. Sono abituata a condividere con i palestinesi l’occupazione militare, a piangere i loro morti, a tentare di confortarli nella sofferenza di una vita che, appunto, ‘non è vita’….. però stavolta ho dovuto quasi impormi di partire, combattuta fra la consapevolezza dell’orrore che quella mattanza quotidiana mi avrebbe rinnovato e l’angoscia manifesta dei miei familiari che mi pregavano di rimandare. Non sono una martire, nel senso etimologico del termine, non ho una fede per cui sacrificarmi…. Voglio solo essere testimone oculare di ciò che Israele fa in un territorio che occupa militarmente e illegalmente, essere solidale con chi subisce un crimine e darne il più possibile conoscenza. Dunque, ho pensato, molto, ho discusso, ho sostenuto le mie ragioni e sono partita. Sono arrivata a Gaza il 6 luglio, ad accogliermi ho trovato bombardieri F16, elicotteri d’attacco Apache, carri armati e navi da guerra, ancora appostate a largo, puntate verso lo stesso tratto di spiaggia sulla quale pochi giorni prima avevano cannoneggiato, sterminando un’intera famiglia: sette persone, padre, madre e cinque figli. Solo Huda, sette anni, è sopravvissuta. Ho avuto modo di incontrarla, un piccolo essere terrorizzato, e di lei dirò più avanti. Gli amici del Medical Relief mi fanno un crudo resoconto di questi giorni di raid, blitz, operazioni israeliane, come vengono con delicati eufemismi definiti i delitti dell’esercito occupante: nelle ultime tre settimane si contano più di 100 morti e oltre 400 feriti, uomini, donne e bambini. Le zone più colpite sono quelle a nord della Striscia di Gaza: Jabaliya, Beit Hanun, e Beit Lahiya, dove i carri armati, muovendosi dal posto di blocco di Eretz, e penetrando nel territorio per circa quattro chilometri, si sono appostati a ridosso delle case. A Rafah, a sud della Striscia, al confine con l’Egitto, gli israeliani hanno occupato la zona dell’aeroporto, che si trova a ridosso del campo profughi chiamato – forse nella speranza di una allegria comunque negata – Brasil; i carri armati sono arrivati anche a Karni, il posto di blocco commerciale, ed ancora nel centro della Striscia a ridosso di Deyr Balah e Khan Yunis. Un’invasione che di fatto vede gli israeliani riprendere il possesso e il controllo dell’intero territorio che solo un anno fa avevano finto, con fini palesemente propagandistici, di abbandonare. In queste operazioni sono state distrutte circa 100 abitazioni civili, infrastrutture, ponti, strade. Sono stati devastati centinaia di ettari di coltivazioni di frutta e ortaggi. La popolazione è terrorizzata. Ho trascorso l’intero pomeriggio del 6 luglio, e mi sono trattenuta fino a tarda sera, all’Ospedale Shafi di Gaza, dove le ambulanze scaricavano in continuazione cadaveri orrendamente mutilatati di palestinesi, civili e combattenti, caduti sotto il fuoco israeliano. Trasportavano feriti da portare con urgenza in sala di rianimazione. Ho visto braccia e gambe mozzate, corpi bruciati e mutilati. I medici stremati e impotenti, prelevavano al volo sangue per frenare emorragie, si scambiavano i guanti di lattice, lottavano contro la mancanza dei più banali medicinali e presidii di pronto soccorso. E denunciavano l’uso di armi chimiche o batteriologiche, proprio per quelle ustioni – mai osservate prima – sui corpi dei morti e dei feriti. Ho cercato di estraniarmi da tutto quell’orrore, millantando coraggio ho confortato parenti e amici, condividendo con loro l’estenuante attesa di notizie sulla sorte dei loro cari. Ho abbracciato e stretto mani di donne e uomini sconosciuti. Ho ricacciato indietro le lacrime e mi sono vergognata della mia debolezza. È stato allo Shafi Hospital, quel pomeriggio, che ho incontrato Mustafa Barghouti, ‘vecchio’ resistente, medico, nato a Gerusalemme, che ha fondato nel 1979 i Comitati di soccorso medico palestinese. Avevo già avuto modo di conoscerlo, in precedenti occasioni. Barghouti è una persona dai modi gentili, che in passato è stato ferito, incarcerato e torturato dagli israeliani. Alle recenti elezioni politiche ha partecipato con un partito di ispirazione laica e di sinistra da lui fondato: al-Mubadara – l’iniziativa. Questo breve inciso sulla persona è per dirvi che è uno ‘che ne ha passate tante’….. Ebbene, quel pomeriggio, ho visto sul suo viso disperazione, rabbia, impotenza: quasi piangendo mi ha chiesto se era possibile – tramite Gazzella – sovvenzionare l’acquisto urgentissimo di 4 generatori elettrici da destinare ai centri di riabilitazione motoria di Jabaliya e di Khan Yunis, al centro di soccorso medico di Jabaliya e agli uffici di Gaza. Ed anche di medicinali di primo soccorso e salva-vita. Barghouti mi ripete che la centrale elettrica è stata completamente distrutta. Si ricorre per 18 ore al giorno ai generatori, mentre per le rimanenti 6 ore l’elettricità viene fornita da una società privata israeliana, che la eroga, ovviamente, a costi esorbitanti. Si prevede che questa devastazione lascerà la Striscia di Gaza al buio per i prossimi 6-9 mesi. Inoltre, senza elettricità non è possibile pompare acqua, e l’emergenza idrica, soprattutto ora, nella stagione già caldissima, causa gravi infezioni intestinali. Mi chiede se noi, amici e sottoscrittori di Gazzella possiamo fare qualcosa. Senza elettricità non possono effettuare alcuna operazione chirurgica. Nella sala di rianimazione dell’ospedale si cerca di “andare al risparmio” nel timore di restare senza carburante per il generatore e così si utilizzano ventilatori, al posto del sistema di aria condizionata. Senza esitare telefono in Italia e faccio parlare Barghouti con il tesoriere di Gazzella, traduco le richieste, trasmetto l’angoscia e la premura….. il giorno seguente arriva l’autorizzazione alla spesa: 8.000 euro per ogni generatore ed 8.000 per le medicine, per un totale di 40.000 euro. Per la nostra associazione è una cifra molto consistente, che comunque serve per curare, a volte salvare la vita ai ‘nostri’ bambini: troveremo, mi dico – tutti assieme – di certo il modo per rifondare il ‘ben’ tolto…. Due giorni dopo sono di nuovo all’ospedale Shafi e ho la tragica riconferma

”ONU per i rifugiati

SODDISFAZIONE UNHCR PER L’OFFERTA DEL GOVERNO SIRIANO DI ACCOGLIERE I RIFUGIATI PALESTINESI cresce la preoccupazione dell’Alto Commissariato dell’ONU per la situazione dei palestinesi in Irak dichiarazione dell’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati sulla situazione dei palestinesi in Irak link al sito ufficale in italiano dell’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati: www.unhcr.it link al sito ufficale dell’Agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi: www.unrwa.org  

Resoconto del XIV viaggio di Gazzella

Roma, maggio 2006 RESCONTO DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA (17-24 aprile 2006) A tutti gli amici che sostengono un bambino palestinese attraverso il progetto Gazzella Cari amici di Gazzella, qui di seguito potete leggere il resoconto del mio ultimo viaggio a nella Striscia di Gaza che ho effettuato lo scorso mese di aprile. Vorrei tanto potervi scrivere cose diverse, raccontarvi che la situazione nei territori occupati è migliorata, che qualcosa – finalmente – sta cambiando. Purtroppo non lo posso fare. La realtà, cruda e lampante, è che a Gaza si continua a morire,  al di là dell’operazione strumentale – una sorta di specchietto per le allodole – del tanto strombazzato ritiro unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza e dello smantellamento di poche colonie. La verità è che a Gaza (e non solo) l’occupazione continua, o forse sarebbe meglio dire non è mai finita. I cosiddetti ‘omicidi mirati di presunti ‘terroristi’, una specie di esemplare ossimoro inventato dalla propaganda sionista (un omicidio è cattivo, ma se è mirato è buono), per definire uccisioni extragiudiziali al di fuori di qualsiasi legalità, colpiscono sempre più spesso la popolazione civile. Le aggressioni portate avanti dall’esercito con decine di tanks attaccano aree agricole ed abitazioni civili. Il 10 aprile scorso, a Bayt Lahiya, durante uno di questi attacchi è rimasta uccisa una bambina di soli 8 anni: Hadil. Assieme ad Ilham (la collaboratrice di Gazzella a Gaza) sono andata a trovare la famiglia. La casa dove viveva Hadil è stata completamente distrutta. La numerosa famiglia – 12 fra fratelli e sorelle – già poverissima, è stata ora privata anche dell’abitazione, l’unica cosa che possedesse – e ora sono costretti a chiedere ospitalità ai parenti.  Nell’incursione sono rimasti feriti altri 9 membri del nucleo familiare e tra questi la sorellina di Hadil, una bimba di soli tre anni, Nur, colpita alla gamba. La madre ed il padre sono disperati e ci hanno chiesto soccorso per sostenere le spese mediche che stante l’indigenza non possono permettersi. Abbiamo assicurato loro che faremo del nostro meglio e quanto nelle nostre possibilità per cercare di dar loro aiuto. Già è importante raccontare la loro storia, continuare testardamente a far sapere ciò che accade oggi, ogni giorno, in Palestina. Questo mio viaggio, le mie visite ai ‘nostri’ bambini, sono ancora e sempre segnate dalla sofferenza. A Gaza mi aspetta un altro dramma. Ancora una storia di morte e patimenti. Sono andata a trovare Abdallah, nato il 29/12/2002, ferito allo stomaco. Sapevo che anche la sua era una famiglia numerosa – 12 fra sorelle e fratelli –  e che era orfano di padre. La madre, annichilita dal dolore, mi dice che il bambino è deceduto tre mesi fa a seguito della gravità della ferita. Vorrei mettermi a urlare e fuggire da questa realtà, tornare alle sicurezze, agli affetti miei, in Italia, a casa. Invece abbraccio questa donna  e cerco le parole adatte, ma come si fa a consolare chi ha perso un figlio di tre anni? Da lei vengo a sapere che anche un fratello diAbdallah, Ibrahim di 15 anni, è stato ferito, sempre allo stomaco, lo scorso anno. Ihrahim non era fra i bambini e ragazzini sostenuti da Gazzella, ma anche se ha già 15 anni, decido di proporre ai nostri amici del Medical Relief di inserirlo nel nostro progetto, al posto del fratellino deceduto, certa che la sua mamma ‘adottiva’ qui in Italia sarebbe stata d’accordo. Poi prendo commiato, accompagnata da una sensazione di impotenza, rabbia e frustrazione per l’impossibilità a fare di più. Continuo le mie visite. Sempre a Gaza sono andata a trovare Yasmin, ferita alla testa, allo stomaco e alla mano. Il padre è disoccupato, sono 12 fra fratelli e sorelle, la famiglia è estremamente povera e la miseria, nella piccola casa, si tocca con mano. Ci spostiamo, conIlham, a Rafah, città al confine con l’Egitto che nonostante stia cercando faticosamente di tornare alla vita, porta ancora i segni pesantissimi dell’incursione israeliana del maggio 2004, durante la quale furono uccisi più di 40 civili. Rafah è ancora praticamene semi-distrutta. Qui andiamo a far visita a Sami, e a Nimat . I due ragazzini non sono in casa, Ilham mi assicura che tornerà a visitarli a breve. Le visite successive sono nel campo profughi di Khan Yunis, nella zona denominata Tuffah, la ‘mela’. Qui la situazione è sempre drammatica e precaria e moltissime famiglie vivono sotto la soglia di povertà, come quelle dei bambini che andiamo ad incontrare. Muhammad H., che ha quasi 14 anni, è rimasto invalido a seguito delle ferite riportate alla schiena, Samir, ferito alla gamba, ancora non riesce a camminare correttamente, Muhammad  T., ferito all’occhio, ha avuto la vita compromessa. La settimana che ho trascorso nella Striscia di Gaza è stata segnata da scontri interni fra diverse fazioni e da incursioni israeliane. La zona a nord – quella compresa fra il posto di blocco di Eretz, Bayt Hanun, Dughin e i valico commerciale di Karni – che viene aperto e chiuso a  piacimento dell’esercito occupante – è continuamente sotto il tiro dei carri armati. Il blocco di ogni tipo di rifornimenti, compresi i generi alimentari, rende la situazione drammatica. Ai palestinesi non è permesso esportare i loro prodotti agricoli, tutte le merci importate sono controllate dagli israeliani che impongono dazi altissimi, con un conseguente esorbitante rincaro dei prodotti di largo consumo. I permessi di lavoro giornalieri in Israele, concessi prima a circa 11.000 palestinesi, sono stati ora ridotti a soli 4.000, dunque il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’80% fra la popolazione. Questa è la vita quotidiana nei Territori occupati, la realtà spesso taciuta. Infine voglio dire a tutti voi che ho lasciato la Striscia di Gaza costretta a subire l’ennesima violazione di diritti: sono stata obbligata – come tutti i palestinesi che quotidianamente escono per lavorare in Israele e poi rientrano alla sera – a sottopormi a un controllo effettuato mediante l’irradiazione di raggi X. Durante il mio precedente viaggio di gennaio, la stanza predisposta per tale verifica era una sola: ora, zelanti, ne hanno allestite quattro. Negli ultimi tre mesi ho subito due volte questo trattamento. Avrei voluto oppormi, rifiutarmi, ma in Israele parlare di diritti non ha senso. I lavoratori palestinesi, oltre alle innumerevoli vessazioni, devono subire ogni giorno queste radiazioni di cui

Palestina Oggi

Per l’associazione Senza Frontiere, il lavoro nel 2006 è iniziato con la co-organizzazione dell’iniziativa PALESTINA OGGI a sostegno dell’associazione per Gazzella, promossa dal gruppo locale coordinato da Massimo Cason. Questa O.N.L.U.S. opera da anni in Palestina (striscia di Gaza) in favore dei bambini feriti a causa dei bombardamenti israeliani in terra palestinese. La serata ha contato la presenza di 40/45 persone per ascoltare quanto riportato da Giuditta Brattini, volontaria, di recente ritorno da Gaza. L’intervento di Giuditta (con il fondamentale supporto fotografico) ha fatto comprendere il lavoro che l’associazione compie e la necessità di ricevere aiuti economici attraverso le adozioni a distanza di bambini palestinesi feriti. Le notizie, sicuramente “di prima mano”, che Giuditta ha portato, raccontano di un Paese alquanto disperato, in cerca di appoggio e riconoscimento a livello internazionale… il bisogno di uscire da una condizione umiliante… riconquistare la propria dignità dopo quasi 40 anni di occupazione. Per sostenere quanto “per Gazzella” fa, è possibile appoggiare un progetto di adozione a distanza con una donazione. Il materiale informativo dettagliato e le coordinate per aderire possono essere consultati nel sito dell’associazione. Nel territorio pedemontano trevigiano sono oltre 15 i bambini che hanno trovato sostegno… anche Senza Frontiere ha aderito nel 2005 con un’adozione e a breve saranno pubblicate alcune notizie sul bambino. Foto dell’evento:

La vittoria di Hamas

di Michelguglielmo Torri   Così Hamas ha vinto le elezioni legislative in Palestina. I nostri media si strappano i capelli e ci propongono interviste illuminanti. Ho appena sentito il giornale radio delle 8,45: sono stati intervistati un giornalista di Ha’aretz e il noto ideologo neocon Daniel Pipes. Evidentemente, il ventaglio delle possibili interpretazioni passa fra una sinistra, rappresentata da un giornalista israeliano, e una destra, rappresentata da un neoconservatore americano. Quest’ultimo ha fatto un’affermazione rivelatrice (di cui, però, solo la prima parte è stata riportata dai giornali, almeno nella lettura che ne è stata data a “prima pagina” di oggi). “La vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina – ha detto Pipes – sono come quelle di Hitler in Germania nel 1933 o come quelle di Savador Allende in Cile nel 1970“. Naturalmente è la parte in corsivo che non viene riportata. Dopo tutto, se la leggessero, molti di noi “rizzerebbero le orecchie”. Allende era un Hitler? O era un democratico che voleva sottrarre il suo paese all’egemonia politica ed economica americana? Allora, la vittoria di Hamas è come quella di Hitler o è come quella di Allende? Spero che converrete con me che la differenza non è poca. Ciò detto, dato che tutti “riflettono” sulla vittoria di Hamas e che tutti dicono la loro, che ne abbiano titolo o meno, lasciate che anch’io dica la mia. Come storico incomincerei con una riflessione storica. Le trattative di Camp David del 2000 fallirono perché gli israeliani, sostenuti dagli americani, non erano disposti ad accettare il minimo richiesto da Arafat. Cioè la costituzione di uno stato palestinese sui territori di Gaza e della Cisgiordania occupati da Israele nel 1967. Arafat era disponibile a scambi di territorio su basi paritarie, a lasciare a Israele i quartieri ebraici di Gerusalemme Est (illegalmente costruiti dopo il 1967), a cedere il quartiere ebraico e, probabilmente, anche quello armeno della città vecchia e, infine, a cedere il muro del pianto a Israele. Inoltre, Arafat chiedeva un’accettazione di responsabilità da parte di Israele per il ruolo nel determinare la creazione del problema dei profughi nel 1947/49 e nel 1967, una richiesta a cui si accompagnava una sostanziale elasticità sulla questione concreta del ritorno di tali profughi in Israele. Arafat, nel prendere queste posizioni, aveva già esplicitamente riconosciuto che il 78% della Palestina mandataria, compresa Gerusalemme Ovest, era ormai parte integrante dello stato di Israele. Voleva quindi avere il restante 22%. Gli Israeliani e gli americani, invece, impostarono Camp David sull’idea che l’argomento del contendere fosse come spartire quel 22% della Palestina mandataria che formava i territori occupati nel 1967. Un’impostazione che faceva a pugni con il diritto internazionale (che, evidentemente, non vale né per gli americani, né per gli israeliani). In base a questa peculiare impostazione, le condizioni capestro di Barak (che, fra l’altro, comportavano, per riconoscimento dello stesso Barak, una Cisgiordania palestinese priva di continuità territoriale) poterono venir presentate come la “generosa offerta” che solo l’irragionevolezza di Arafat poteva rifiutare. Il risultato di questo modo di procedere è stato che il nazionalismo laico palestinese è stato umiliato e sconfitto. Ci sono state, è vero, alcune voci isolate che, anche in Israele, ricordavano che, se non ci si accordava con il nazionalista laico Arafat, il risultato sarebbe stato che al suo posto, ci si sarebbe trovati come controparte gli islamisti di Hamas. Ma, naturalmente, nessuno ha mai dato retta a tali voci. Si è preferito, invece, demonizzare Arafat e delegittimare al-Fatah. Secondo l’illustre storico Benny Morris, di fatto non c’è mai stata alcuna differenza fra Arafat e al-Fatah da un lato e gli islamisti di Hamas e del Jihad islamico dall’altra: entrambi hanno sempre voluto distruggere israele. Insomma, i palestinesi hanno a suo tempo tentato una trattativa partendo da posizioni di ovvia ragionevolezza. La risposta è stata, come si è appena ricordato, la demonizzazione e l’emarginazione del leader che incarnava quell’ovvia ragionevolezza e, subito dopo, la guerra ad oltranza condotta da Sharon contro i palestinesi. Ora, i palestinesi, hanno deciso di cambiare cavallo. Hanno votato per Hamas, che non riconosce lo stato di Israele. Fallita, cioè, la via della moderazione perseguita da al-Fatah, la risposta dei palestinesi è stata di passare la mano ai massimalisti di Hamas. Ma, al di là delle posizioni teoriche, Hamas ha sempre dimostrato un alto grado di pragmatismo (in caso contrario non sarebbe ora dove si trova). Hamas, quindi, tratterà con Israele. Ma lo farà partendo da zero, non con la concessione a priori del 78% della Palestina. Personalmente non ho alcun dubbio che l’obbiettivo reale che Hamas si pone sia lo stesso di Arafat: uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nel 1967. Ma sarà una trattativa in cui nulla sarà dato per scontato. A quel punto, forse, l’irragionevolezza della posizione degli israeliani, che si ostinano a mantenere 440.000 coloni nei territori occupati, che rivendicano la parte araba di Gerusalemme, che vogliono rosicchiare parti ulteriori di quel misero 22% di Palestina che i palestinesi rivendicano come loro, che si rifiutano di accettare le loro responsabilità per la pulizia etnica del 1947/48 risulteranno essere ciò che sono: non posizioni di grande generosità, bensì posizioni irragionevolmente e meschinamente estremiste. Nella situazione che è oggi venuta in essere in Palestina, quali alternative vi sono? Schiacciare Hamas con strumenti militari? Sharon ha certamente cercato di farlo negli ultimi cinque anni. Con il risultato che ora si è visto. L’unica via all’eliminazione di Hamas sarebbe l’eliminazione del popolo palestinese. Il che, però, allo stato attuale delle cose, sembra ancora un obiettivo po’ difficile da raggiungere (ma, chissà?, forse col tempo ci si arriverà). Quindi, al momento, rimangono solo due possibilità: la continuazione della guerra all’infinito (o fino al genocidio dei palestinesi) o la pace con Hamas. Sia gli israeliani, sia i loro amici americani e europei, che con il loro incondizionato appoggio politico e conomico sono corresponsabili dell’avventurismo israeliano, farebbero bene a rendersene conto e a trarne le conclusioni logiche. Che poi non si tratti con i “terroristi” era un’obiezione che venne fatta anche a De Gaulle al tempo della guerra d’Algeria. Il nazionalista francese De Gaulle rispose: “Si tratta con

Lo spazio e il tempo negati alla storia palestinese

di Marco Linguardo Tratto da: www.aljazira.it   Breve sintesi del libro “L’invenzione dell’antico Israele. La storia negata della Palestina”, di Keith W. Whitelam, in cui l’Autore – docente di Storia delle religioni –mette egregiamente in evidenza come l’antico Israele sia stato, dagli studiosi occidentali, ‘costruito’ a immagine di uno Stato-Nazione europeo, e come le tesi teologiche e politiche, volte a creare tale ‘costruzione’, abbiano concorso e all’espropriazione della terra e all’esclusione della storia della Palestina. Forse nessuna storia appare più fondante per la “nostra” civiltà occidentale di quella dell’antico Israele e forse nessun’altra paga maggiormente lo scotto dei pesanti e pressanti interessi che su di essa fanno perno per sviluppare o contrastare specifiche politiche. Keith W. Whitelam, senza entrare nel merito della politica contemporanea, vi getta tuttavia una luce impietosa là dove mette a nudo le forze che, dietro l’impeccabile ricerca storica, hanno costruito e, per certi versi, “inventato” la storia dell’antico Israele, passando sotto silenzio e marginalizzando il più ampio contesto sociale, economico e politico della Palestina nella sua totalità. L’interesse degli eruditi occidentali, infatti, non si estende a tutti i popoli di quella terra e alla loro storia, ma si concentra esclusivamente su un antico Israele inteso quale radice della civiltà occidentale, stabilendo così una continuità fra il passato israelita e il presente dello Stato d’Israele. Questo libro si propone a chiunque senta l’esigenza di un sano correttivo a dogmatismi culturali e politici e a calcificazioni del pensiero che inquinano il discorso quotidiano, alimentando intolleranza ed estremismo. Le convenzionali “storie bibliche” di Israele cominciano invariabilmente con un capitolo dedicato alla geografia, vale a dire alla definizione dello spazio, apparentemente quale esposizione oggettiva delle informazioni geografiche destinate a fornire al lettore l’essenziale conoscenza dell’ambiente. Ma la correlazione fra la ricerca dell’”antico Israele” da parte degli studiosi biblici e l’ascesa dello Stato nazione e del nazionalismo europeo dovrebbero mettere sull’avviso riguardo alla problematica insita nella definizione spaziale del nostro oggetto di studio. La scelta della terminologia per quell’area e il significato di cui, implicitamente o meno, essa é stata investita, negano ogni altra percezione del passato e del presente, fra loro intrecciati al punto che il secondo ha la priorità nel delineare e determinare il primo. Il problema per lo storico non è semplicemente quello di descrivere i limiti fisici dello spazio, bensì di attribuirgli un nome. E’ la scelta della nomenclatura, infatti, che comporta tante implicazioni, smentite e asserzioni fondamentali ma anche controverse. Gli studi biblici impiegano uno sbalorditivo assortimento di termini per la regione: Terrasanta, Terra della Bibbia, Eretz Israel ovvero “Terra di Israele”, Israele, Giuda, Canaan, Cisgiordania, Siro-Palestina, Palestina e Levante. Al lettore occasionale di tante opere convenzionali di geografia storica o di storia della regione quei termini potrebbero apparire intercambiabili o neutri, ma la denominazione della terra ne implica il controllo. Le implicazioni politiche insite nella scelta della nomenclatura sono quanto mai palesi: il possedere e il dar nome alla terra, tanto per il passato quanto per il presente, sono di vitale importanza. L’essenza della rivendicazione della terra e quindi il diritto di darle un nome (che equivale a possederla) è contenuta nei concetti di nazione e di Stato. E’ a questo punto che la moderna lotta per la Palestina coincide con l’esposizione del passato operata dagli studi biblici. La scelta del linguaggio e il nominare la terra fanno parte della manipolazione di potere, che afferma o nega il rapporto con il territorio. Le implicazioni politiche della terminologia per descrivere quell’area possono essere rintracciate in alcuni studi classici di geografia storica, che hanno influito sugli studi biblici durante l’ultimo secolo. George Adam Smith nel suo The Historical Geography of the Holy Land mostra chiaramente nella stessa introduzione come la Palestina non abbia un significa intrinseco, ma fornisce l’ambientazione e l’atmosfera per comprendere gli sviluppi religiosi alla base della civiltà occidentale. O ancora citando Martin Noth nella sua opera classica sulla storia di Israele (GeschichteIsraels) leggiamo: […] come reale e autentica storia, la storia di Israele fu sempre profondamente condizionata dalla natura del suolo su cui si estende. La conoscenza della geografia della Palestina è quindi uno dei presupposti per un’autentica conoscenza della storia d’Israele, la cui esposizione deve essere preceduta da una breve indagine sulle caratteristiche fondamentali del suo territorio. (Noth, op. cit.) La Palestina non ha quindi alcun valore intrinseco, ma diventa l’arena della “reale e autentica storia” di Israele. Vengono poi descritti gli aspetti fisici della regione: un territorio particolare, praticamente arido e privo di abitazioni. Ove presente, la popolazione è anonima, e rilevante solo per la sua mancanzadi unità. Una descrizione apparentemente oggettiva della topografia delinea un territorio disabitato, che attende di essere popolato da Israele. La Palestina è soltanto il palcoscenico per la storia d’Israele, la cui entrata in scena, ad adempimento della promessa, rende quella terra abitata e importante. Miller e Hayes inquadrano invece cronologicamente e geograficamente la storia diIsraele e Giuda, descrivendo le colline palestinesi come “il centro della scena”. Essi ammettono che in Palestina “vivevano diverse genti”, “abitanti dell’antica Palestina”, ma non si spingono aindividuarli quali Palestinesi. Gli esempi citati non sono che una piccola parte ma illustrano l’argomento in maniera più che adeguata. Chiamare “Palestina” la regione e non chiamare “Palestinesi” i suoi abitanti costituisce una negazione deliberata e una rimozione della sua storia. Ma se vi é una terra chiamata Palestina, perchè mai non esistono abitanti chiamati Palestinesi? Per le cosiddette epoche preistoriche gli abitanti sono anonimi, eccetto per la designazione di periodi archeologici: Neolitico, Calcolitico, o cultura di Ghausslian. Non si hanno fonti scritte per identificare gli abitanti, ma essi non sono “Palestinesi”, o magari “Palestinesi neolitici”, “Palestinesi calcolitici” o “Palestinesi dei periodi neolitico o calcolitico”. Nell’Età del Bronzo sono i “Cananei” a diventare gli abitanti di quella terra. Gli archeologi riconoscono le conquiste della loro cultura, specie per il Bronzo Medio e Tardo, ma non viene loro attribuita una coscienza nazionale, e la religione è ovviamente descritta come un degenerato culto della fertilità, incapace di accogliere l’impulso etico dello jahvismo, e quindi immorale. La Palestina può esistere solo di nome, non come realtà dal punto di vista storico o in quanto abitata da Palestinesi. Poiché è arduo negare l’esistenza degli abitanti precedente l’”apparizione” diIsraele, l’approccio normale è stato quello di denigrare le loro realizzazioni e il loro diritto a esistere. […] Ritengo che nulla di ciò che è stato scoperto ci ispiri rincrescimento per la soppressione della civiltà cananea da parte di quella israelita […] La Bibbia non sbagliava nel descrivere l’abominio della cultura cananea, che fu soppiantata dalla cultura di Israele. (citazione discorso del vescovo di Salisbury 1903) Gli studi biblici paiono infatti rispecchiare lo

Resoconto del XIII viaggio di Gazzella

RELAZIONE DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA (22-31 gennaio 2006)   A tutti gli amici che sostengono un bambino palestinese attraverso il progetto Gazzella   Cari amici di Gazzella, siamo ancora una volta – Giuditta ed Ugo – a farvi un resoconto del nostro ultimo viaggio nella Striscia di Gaza. Il nostro viaggio a Gaza e’ iniziato domenica 22 gennaio: abbiamo scelto questo periodo per essere presenti anche allo svolgimento delle elezioni palestinesi, sulle quali vi riporteremo le nostre impressioni più avanti. Una volta arrivati al posto di blocco di Erez, dopo il solito controllo dei documenti lungo ed estenuante, abbiamo percorso il tragitto obbligato, superato le porte metalliche che si aprono solo a comando, sotto l’occhio delle videocamere che filmano tutto il percorso, e infine raggiunto il tunnel che conduce al posto di controllo palestinese. Abbiamo trascinato le nostre valigie per più di un chilometro, tanto dista la postazione palestinese, dove abbiamo mostrato i documenti e lì – con sorpresa di Ugo che è ‘solo’ al suo secondo viaggio in Palestina – un poliziotto saluta me, Giuditta, cordialmente … le mie visite agli amici palestinesi sono così frequenti che oramai mi considerano una “di loro”. Scambiamo qualche battuta, e già da quelle poche parole mi è chiaro che il ritiro da Gaza dei coloni non ha significato affatto ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Non ci vuole molto per renderci conto che la popolazione palestinese continua a fare i conti quotidianamente con l’occupazione israeliana: distruzione sistematica delle principali vie di comunicazione con l’uso dei carri armati, occupazione di quattro chilometri di territorio a nord della Striscia, tra il posto di blocco di Erez e il campo profughi di Bayt Hanun. La presenza e il controllo “mare-terra-cielo” della forza occupante è quotidiano: aerei spia e bombardieri F16 volano spesso sulle nostre teste. Ad esempio, il giorno successivo, 23 gennaio, visitiamo il centro di Riabilitazione del PMRC (i Comitati di Soccorso medico palestinesi, la maggiore organizzazione medico-riabilitativa in Palestina e nostri referenti in loco. Sono loro i nostri gentili ospiti di tutti i viaggi nella Striscia di Gaza). Il centro è sufficientemente attrezzato, vi lavorano un medico e due assistenti che si prodigano a curare le conseguenze – spesso devastanti – di ferite o malattie. Sono proprio loro a raccontarci che il medesimo giorno del nostro arrivo un aereo israeliano ha effettuato un bombardamento “mirato” che ha causato un morto e sei feriti. Ci consigliano di non recarci in alcuni campi profughi per ragioni di sicurezza e mettono a disposizione per i nostri spostamenti mezzi di trasporto con le insegne della Mezzaluna Rossa che dovrebbero (ma non è scontato) assicurarci un minimo di tranquillità. Nel campo profughi di Jabaliya, dove vivono 106.000 palestinesi, ci rechiamo in una casa poverissima ma dignitosa, per visitare il piccolo Ahmad e portargli lo zainetto dono della famiglia ‘affidataria’. Il babbo di Ahmad ci dice che il bambino è a scuola, prende lui lo zainetto e ci ringrazia per il regalo e per l’affetto e la solidarietà dimostrata al popolo palestinese e alla sua causa. Sempre nel campo di Jabaliya riusciamo anche ad incontrare Riham di 11 anni. La bambina è stata ferita nel 2002 ad una gamba e – nonostante siano passati quattro anni – risente ancora dei postumi della ferita. Tutta l’area in cui ci troviamo è molto mal messa, ma i genitori di Riham ci accolgono in compagnia degli altri sei figli nella loro casa, anche questa povera come la maggioranza del campo, ma perfettamente tenuta, offrendoci una tazza di tè caldo (un rito di accoglienza che si ripeterà frequentemente in quasi tutte le nostre visite seguenti). Abbiamo deciso che il sostegno economico dell’affidatario di Gazzella verrà consegnato alla famiglia successivamente perché il gesto, a ridosso delle elezioni politiche, potrebbe essere male interpretato. Nei giorni successivi – sempre con i nostri amici del Medical Relief – organizziamo la visita al campo profughi di Bayt Lahiya, ai tre ragazzi che hanno perso entrambe le gambe nel raid israeliano del 4 gennaio 2005. Raggiungiamo una zona di campagna e veniamo accolti dalla famiglia di Ibrahim – uno dei tre ragazzi – in un’area scoperta e ospitale che si trova a ridosso dell’abitazione. Quale benvenuto ci offrono enormi fragole dolci di loro produzione. Ma rimaniamo pietrificati quando, avvisati del nostro arrivo, vengono a salutarci Issa e Imad, due giovani amici di Ibrahim: sono ambedue su carrozzine elettriche, donate loro dall’Autorità palestinese. Ai moncherini è stato possibile applicare delle protesi, che però non consentono una deambulazione. Sono lieti dei complimenti che facciamo loro e questo è il nostro modo di portare la solidarietà nostra e quella degli adottanti, che è cosa ancora più importante del sostegno economico. All’interno della casa, in una piccola stanza c’è, adagiato in terra su un cuscino, Ibrahim di 14 anni. Diciamo adagiato perché, non avendo neanche i moncherini, il ragazzo poggia per terra solo il tronco del corpo. Ha un viso aperto e sereno, ci accoglie benevolmente ma non riesce a sorridere. I fratelli maggiori ci spiegano che Ibrahim fa poco movimento perché non è in grado di adoperare la carrozzina elettrica donata anche a lui dall’Anp mentre invece gli sarebbe utile una semplice sedia a rotelle che, oltre ad essere adoperabile perché più adatta alle sue condizioni fisiche, gli consentirebbe un salutare movimento delle braccia per spingere le ruote. Un ulteriore grave problema – ci spiegano – è rappresentato dal “bagno alla turca” non idoneo alla sua condizione fisica, come anche gli altri servizi igienici presenti nella casa. Ne esistono indicati per la sua menomazione e i fratelli di Ibrahim si dichiarano in grado di eseguire tutti i lavori murari e idraulici per l’impianto, ma non hanno il denaro per acquistare l’attrezzatura. E’ evidente sui loro visi l’amore che portano per lo sfortunato fratello. Così, su due piedi, decidiamo. Il giorno successivo a Gaza abbiamo acquistato sia il servizio igienico, che la sedia a rotelle. La visita ai tre ragazzi uniti dalla stessa tragedia ci ha fatto percepire con