Resoconto del viaggio di Gazzella a Hebron

Mentre Giuditta e Ugo, dopo Gaza vanno a Nablus, un altro membro di “Gazzella” è a Hebron. Ecco il suo resoconto: Finalmente questa volta riesco a raggiungere Hebron; in altre occasioni sono sempre stato respinto, per una “ragione” o per un’altra. Poter vedere questa città mi attenua un po’ il dispiacere di non essere potuto andare a Gaza con Ugo e Giuditta a visitare il mio bambino, ormai ragazzo, in affido e gli altri bambini di “Gazzella”. Gaza, anche dopo il ritiro dei coloni, è sotto rigido controllo israeliano; i suoi confini sono blindati, il mare è impraticabile per i pescatori palestinesi (solo a dicembre ne sono stati uccisi tre), i bombardamenti da aerei e artiglieria sono quasi quotidiani, la fascia di “sicurezza” creata a Nord è interdetta ai palestinesi (il giorno dopo le elezioni è stata uccisa una bambina di nove anni colpevole di avere in mano una busta di plastica sospetta). Insomma, una grande prigione a cielo aperto con la sola differenza che i carcerieri non sono più anche dentro ma sono tutti attorno, per mare, terra, cielo. A Hebron, invece, i coloni sono nel cuore della città. Questo rende la situazione unica: qui l’occupazione è amplificata all’ennesima potenza. Il colono non è l’indesiderato vicino che ha costruito sulla tua terra la propria casa a ridosso della tua; è uno che ha occupato la tua casa, si è incuneato nell’intimità della tua abitazione, impedisce al tuo bambino di uscire di casa per andare a scuola o a giocare in strada, a tua moglie di andare a fare la spesa, a te di andare a lavorare. Da un’altura riesco a osservare il panorama della città: la colonia di Kiryat Arba (circa 6000 coloni) scivola dalla collina e si insinua nella città, come una velenosa metastasi; giunge alla moschea, quella dove il dr. Goldstein ha trucidato 25 inermi palestinesi in preghiera, e va a collegarsi ai 500 coloni che occupano il centro della vecchia città. Nel vecchio suk vedo quello che già sapevo ma vederlo crea un’angoscia che ti prende le budella e provoca una rabbia che ti fa parlare da solo. E non dici belle cose. I palestinesi sono stati costretti a mettere teli e reti sulle strade per impedire che gli escrementi e l’immondizia gettata dai coloni che occupano le case soprastanti invadano le loro case e i loro negozi. Così cammino sotto la pattumiera. A Hebron i commercianti palestinesi sono gentilissimi, non ossessivi e importuni come spesso a Gerusalemme, sempre più “commercializzata” ed occidentalizzata: ti salutano, ti chiedono perché sei lì, ti offrono un tè. Se compri, bene; altrimenti sei il benvenuto ugualmente. Eppure sono ben più poveri dei negozianti di Gerusalemme. Visito la moschea dimezzata: sì, perché una parte è ormai diventata sinagoga! Trovo i fori dei proiettili di Goldstein ovunque: ha sparato all’impazzata. Il custode continua a ripetermi: “non era un pazzo, era un dottore” quasi che un dottore non possa essere anche un pazzo. Il grave è che effettivamente non era pazzo, almeno non nel senso clinico del termine: era solo l’avanguardia di quella follia collettiva che si chiama occupazione. Parlo con i Carabinieri italiani che fanno parte della forza internazionale (TIPH) preposta al controllo della zona H2 (quella con i coloni). Alcuni sono veterani, sono stati in Kosovo e in Iraq, a Nassirya. Tutta esperienza e “professionalità” sprecata: qui possono solo guardare e scrivere quello che vedono, spedire il rapporto, consapevoli che andrà in un cassetto e da qui in uno scatolone in qualche cantina. Questa “forza” ben rappresenta l’ipocrisia e l’incapacità della comunità internazionale ad intervenire sulla questione palestinese: il confine tra l’osservatore passivo ed il complice è ben tenue. Mi torna in mente il dibattito sul livello di consapevolezza in Europa dell’esistenza dei campi di sterminio. Ben più utili sono i ragazzi che incontriamo nel cuore della zona occupata: sono una decina, vivono in un paio di stanze, dormono per terra e quando entro stanno cucinando la cena con un fornello da campeggio. Vengono da ogni dove: Canada, Stati Uniti, Italia …. Fanno tenerezza per la giovane età (20/22 anni in media) ma sono molto determinati. Il loro lavoro consiste nell’accompagnare i bambini a scuola, le donne a fare la spesa. Si prendono sassi, sputi, spintoni. Il rischio di un Goldstein impazzito che entri in queste due stanze e faccia una strage non è poi così remoto. Gli internazionali hanno già avuto i loro morti (Rachel, Tom) e nessuno è stato ucciso per errore. Si fa sera; un minareto dista pochi metri dalle case del centro occupate; mi sembra che abbia più altoparlanti del solito: certo è che la preghiera della sera esce fortissima, quasi violenta, come a gridare a questa gente venuta da Brooklin: andatevene, ridateci le nostre case, i nostri orti, i nostri olivi, la nostra pace. A proposito di case, riesco a mantenere l’impegno preso con un mio amico palestinese di Hebron che vive a Rho. Con l’aiuto di un suo parente, trovo la sua vecchia casa di famiglia; è in alto sulle colline, domina tutta Hebron. Per questo motivo è stata occupata dall’esercito. Ovviamente la versione dei tre ragazzotti in divisa armati sino ai denti che mi impediscono di entrare è ben diversa: quella è una casa dove 120 anni fa viveva la moglie di un famoso rabbino; ora c’è una biblioteca, visitata dagli israeliani. Eppure da lì la famiglia del mio amico è stata cacciata nel 1948 e tuttora il mio amico ha la chiave di quella casa. Mi piacerebbe provarla sulla serratura! Vicino c’è un cimitero: c’è anche la tomba di Goldstein, ove si recano in pellegrinaggio altri pazzi come lui! Qui tutto è violenza, inganno, mistificazione. Come la storiella dello sgombero dei coloni. Avevo letto dell’intenzione di Olmert di espellere i coloni da Hebron. Pensavo i 500, certo non mi illudevo per Kiryat Arba. Invece scopro che devono essere sgombrate solo alcune famiglie che hanno occupato un’immobile recentemente. C’è una sentenza da fare eseguire. È tutto ridicolo. Anche qualche chilometro del muro è stato dichiarato illegittimo dalla “giustizia” israeliana. E le altre centinaia? E tutta Kiryat Arba? La strategia è raffinata: si accredita l’immagine di uno Stato democratico che fa rispettare le proprie leggi (quelle internazionali no, non esageriamo!) e a livello mediatico prima o poi vedremo in TV come a Gaza, come ad Amona, scene di “poveri disgraziati” costretti a forza a lasciare la “propria” casa. Ed ancora una volta i ruoli di vittime

Morire di cancro a Gaza

di Luisa Morgantini   Fatma Barghouth e’ morta il 24 dicembre a 29 anni, divorata da un cancro che dal seno si e’ esteso alla colonna vertebrale. E’ stata sepolta nel cimitero di Gaza citta’. Nella tomba non e’ sola, i corpi di altre due donne sono seppelliti con lei. Troppa gente muore a Gaza e non ci sono piu’ spazi. La famiglia avrebbe voluto darle sepoltura nel cimitero nei pressi del campo profughi di Jabalia dove, per i morti, vi e’ ancora un po’ di terra disponibile. Non e’ stato possibile: in quel mattino c’era uno scambio di fuoco tra l’esercito israeliano e un gruppo armato palestinese. L’esercito tirava con l’artiglieria e bombardava l’area, una bomba aveva distrutto la strada che da Jabalia porta al cimitero. Non sono state semplici l’agonia e la morte di Fatma – come la sua vita, del resto. Nell’aprile 2003 Fatma aveva sentito un nodulo al seno. Aveva 26 anni, era bella, vestiva nel modo tradizionale palestinese, non il velo dell’islam, ma il fazzoletto delle contadine, un grande sorriso e grandi occhi neri, una voglia di vivere e di resistere che le ha dato la forza di combattere contro il suo male e contro ogni burocrazia e sopraffazione. Vi diro’ delle sue vicissitudini per raggiungere l’ospedale israeliano dove l’attendevano per essere curata , vi diro’ della dedizione dei Medici per i diritti umani (Physicians for Human Rights, in sigla: Phr, sito: www.phr.org.il), associazione israeliana che si batte contro le persecuzioni e le discriminazioni quotidiane nel campo della salute che i palestinesi subiscono da parte delle autorita’ israeliane. I Phr si prendono cura dei malati palestinesi, che senza il loro aiuto morirebbero o non potrebbero mai raggiungere un ospedale specializzato israeliano. Con Fatma, malgrado tutti i loro sforzi, non ce l’hanno fatta. Troppe volte, quando doveva recarsi a fare la chemioterapia, il check point di Erez, al confine fra Gaza Nord e Israele, era chiuso. Fatma, mentre il dolore la divorava, passava ore da sola, in attesa di vedere il cancello di ferro aprirsi. Aveva tutti i permessi, ottenuti anche con sentenze del tribunale israeliano; anche i medici dell’ospedale Tel Hashomer telefonavano al coordinamento israeliano di Erez, per chiedere di lasciarla passare e per confermare che doveva sottoporsi a chemioterapia, ma ufficiali e soldati ai check point il piu’ delle volte non intendevano ragioni. Fatma non poteva nemmeno vederli: sentiva solo gli ordini, dati in ebraico dalla voce gracchiante degli altoparlanti – ordini, di cui poteva capire solo il si’ e il no. Questioni di sicurezza, diceva il soldato al checkpoint. E intanto il male si diffondeva nel corpo di Fatma. Il suo calvario non e’ dipeso pero’ solo dal muro brutale dell’occupazione, dalla mancanza di umanita’ e compassione dei militari israeliani: anche la rassegnazione e la mancanza di specializzazione delle strutture ospedaliere palestinesi hanno fatto la loro parte. Quando per la prima volta , il 15 aprile 2003, si reca all’ospedale di Gaza, lo Shifa Hospital, per verificare il nodulo che ha scoperto al seno, il medico sottopone Fatma a una radioscopia e a una biopsia. Il primo esame, dopo dieci giorni di attesa, risulta insoddisfacente. Altra biopsia e dopo due settimane di attesa il medico le dice di non preoccuparsi, il nodulo e’ benigno. Si tratta, dice, di un fibroadenoma. A giugno il tumore si e’ ingrossato e Fatma sente di avere altri due piccoli grumi. Dopo varie insistenze, il medico accetta di asportarle il nodulo; due settimane dopo il reparto di oncologia conferma che il tumore asportato e’ benigno. Ma il corpo di Fatma comincia ad essere invaso. Dopo l’operazione appaiono nuovi grumi. In agosto si reca nella clinica privata (tutto il mondo e’ paese) del medico dello Shifa Hospital. Nessun problema, le dice il medico, “devi aver stretto troppo il tuo reggiseno”. Fatma, testarda, chiede una nuova biopsia al chirurgo che l’ha operata, e questa volta i risultati sono chiari: Fatma ha un carcinoma maligno che si sta estendendo. Dopo nove cicli di chemioterapia all’ospedale di Gaza, Fatma decide di rivolgersi all’ospedale israeliano Tel Hashomer: invia il risultato della biopsia, lo staff dell’ospedale risponde subito chiedendole di presentarsi prima possibile. Qui comincia la tragica trafila dei permessi e del checkpoint. Per tre volte Fatma presenta la richiesta di visto all’Ufficio di coordinamento. Nessuna risposta. Il 13 novembre, Fatma chiede l’intervento dei Phr. Il professor Rafi Waldan riesce a darle un appuntamento urgente per il 25 novembre. Nuova richiesta di visto: il giorno dell’appuntamento arriva, ma nessuna risposta per il permesso. I Phr decidono di appellarsi in tribunale con procedura urgente. L’avvocato di Fatma e’ Yossi Tzur dello studio legale Carmeli-Arnon. La risposta del tribunale arriva il 12 dicembre: permesso accordato per sottoporsi al trattamento a Tel Hashomer Hospital. Almeno un primo ostacolo e’ rimosso. Ma l’odissea e’ appena iniziata. Ogni volta che deve recarsi all’ospedale devono intervenire i medici israeliani; e malgrado cio’ ogni volta deve attendere ore prima di poter attraversare il cancello del checkpoint. Nessuno dei suoi familiari puo’ accompagnarla: nessun permesso e’ stato accordato per loro. In uno dei suoi appuntamenti, nel gennaio 2004, al checkpoint la rimandano indietro. Nuovo intervento dell’avvocato Yossi Tzur, nuovo permesso e nuovo appuntamento per il giorno dopo. Fatma arriva al checkpoint al mattino presto, la fanno attendere fino alle 13. Quando arriva all’ospedale e’ troppo tardi, il reparto e’ gia’ chiuso.Il 9 febbraio Fatma deve recarsi all’ospedale per togliere il tumore. Arriva a Erez molto presto al mattino; attende, sola, fino alle 17,30. Intervengono i medici israeliani, l’avvocato, chiamano tutti, persino la giornalista Carmela Menashe di Kol Israel, ma la soldatessa che ha il permesso di entrata per Fatma non e’ sul posto, e’ addetta ai servizi di cucina e nessuno puo’ sostituirla. Finalmente alle 18,30 Fatma puo’ passare. Arriva all’ospedale e il giorno successivo la operano. Due giorni dopo il medico la informa che il tumore si e’ sparso ed e’ necessaria una vasectomia totale. Sempre sola, malgrado i medici abbiano chiesto piu’ volte il permesso per alcuni familiari. Sola,

Gaza, un inferno nel caos

di Lorenzo Trombetta (Giornale di Sardegna, 03.01.2006) L’inferno di Gaza è sempre più nel caos e quel che è accaduto nelle ultime settantadue ore ne è l’ennesima riprova. Domenica, uomini armati palestinesi rapivano nei pressi di Khan Yunis il pacifista italiano Alessandro Bernardini. Questo veniva poi rilasciato dopo quattro ore, cavandosela meglio dei tre ostaggi britannici liberati venerdì scorso dopo due giorni di detenzione. Sempre domenica, nella città di Gaza, un’altra banda armata assaltava un luogo di ritrovo degli impiegati delle Nazioni Unite dando fuoco al bar delle bevande alcoliche. Israele, dal canto suo, bombardava un centro culturale palestinese di Gaza: per l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) era un luogo di ritrovo degli uomini di Fatah (Anp), per Tel Aviv un locale utilizzato dalle Brigate dei Martiri di al-Aqsa. Solo qualche ora prima, nella notte di capodanno, due palestinesi venivano uccisi in raid israeliano nel nord della Striscia. Da qui, sostenevano le autorità dello stato ebraico, provenivano i lanci di missili contro le vicine colonie ebraiche. E ancora: a Dayr al-Balah domenica un gruppo di miliziani palestinesi occupava un ufficio amministrativo dell’Anp, mentre altri uomini armati a Rafah sequestravano guardie di frontiera palestinesi bloccando per ore il punto di passaggio con l’Egitto. Alla fonte dei disordini v’è un profondo malcontento per il vuoto istituzionale e amministrativo seguito al ritiro israeliano di quest’estate. La Striscia rimane un rettangolo di terra sopraffollato dove la libertà di movimento dei suoi abitanti e delle sue merci è ridottissima. Chi ancora riesce a lavorare la terra non sa come esportare i propri prodotti, chi vorrebbe lavorare non ne ha la possibilità, mentre ogni giorno le fazioni si disputano le poche risorse offerte dal territorio. Così, chi ha sequestrato le guardie di frontiera a Rafah protestava contro lo strapotere delle milizie di Fatah e contro l’endemica corruzione degli uomini dell’Anp, chi ha occupato gli uffici di Dayr al-Balah chiedeva venisse affrontata la questione della disoccupazione, mentre chi ha assaltato il bar degli impiegati Onu usava un pretesto religioso (il consumo di alcolici è vietato nell’Islam) per colpire un simbolo della comunità internazionale, accusata di rimanere indifferente alla tragedia di Gaza. E mentre nel recinto della Striscia i palestinesi si fanno la guerra tra loro, per le fazioni più estreme continua, appena oltre il reticolato, la battaglia più impegnativa contro il nemico israeliano. Quest’ultimo non ha problemi a rispondere pesantemente ad ogni lancio di missili contro i propri insediamenti e dimostra di aver intuito in tempo il pericolo rappresentato dall’inferno di Gaza. Inoltre il 25 gennaio prossimo sono previste le elezioni legislative palestinesi con forti divisioni anche all’interno della Striscia: Hamas, dopo aver vinto le consultazioni locali, è convinta di aver in mano anche questa tornata, mentre Fatah starebbe facendo di tutto per convincere Israele e gli osservatori europei a rimandare l’apertura delle urne, utilizzando a propri fini lo spauracchio ‘islamista’ rappresentato da Hamas. L’ennesima dimostrazione questa dell’incapacità dei leader dell’Anp di saper gestire il dopo-ritiro, di saper fronteggiare una sfida democratica, ma ancor di più di saper dare alla propria gente quel minimo di dignità di cui da troppo tempo è privata.

Resonconto del XII viaggio di Gazzella

RELAZIONE DEL VIAGGIO NELLA STRISCIA DI GAZA (12-24 luglio 2005) A tutti gli amici che sostengono un bambino palestinese attraverso il progetto Gazzella A distanza di tre mesi dal nostro ultimo viaggio nella Striscia di Gaza siamo tornati per visitare i bambini sostenuti attraverso il nostro progetto. Cerchiamo di mantenere fede al proposito di fare un viaggio ogni 3-4 mesi. E’ luglio e il caldo è soffocante. Al posto di blocco di Eretz passiamo i pesanti controlli e sottostiamo agli interrogatori fatti con tono aggressivo da soldati diciottenni, sullo scopo del nostro viaggio: quel giorno siamo gli unici che riusciamo ad entrare, alcune ragazze appartenenti ad una Ong straniera vengono tenute in attesa di una risposta per ore, per poi concedere loro un visto di un’ora soltanto, il che equivale a negarlo. E’ chiaro l’intento di impedire l’ingresso a qualsiasi organizzazione che abbia come fine il sostegno al popolo palestinese. Ripercorrere il chilometro che dista dal vecchio tunnel che introduce nel territorio di Gaza, con le videocamere che filmano tutto e tutti e le barriere e le porte di metallo che si aprono a comando, è sempre un’esperienza traumatica. A Gaza siamo attesi dai nostri amici dei Comitati di Soccorso medico palestinese (PMRC), che sono i nostri referenti ed anche nostri gentili ospiti ogni volta che raggiungiamo Gaza. Ci riceve Ilham, che si occupa del coordinamento del progetto Gazzella. A proposito del ‘disimpegno’ da Gaza, ovvero l’evacuazione di alcune colonie che dovrebbe iniziare il prossimo 17 agosto, i nostri amici sono scettici:  la cosa più probabile che si aspettano è che Gaza diventi una grande prigione a cielo aperto, una sorta di ‘campo di concentramento’ sempre controllata completamente dagli israeliani che continueranno comunque a stabilire a loro arbitrio chi ha diritto di entrata e chi no. D’altra parte i palestinesi non possono uscire né entrare già da tempo. Per un palestinese è assolutamente impossibile spostarsi fra la Cisgiordania e Gaza, anche se la famiglia è divisa. È difficile immaginare se e come la vita di tutti i giorni di un palestinese che abita nella striscia di Gaza migliorerà senza la presenza dei 7800 coloni. Durante questo viaggio abbiamo anche notato che c’erano pochissimi stranieri, meno delle volte precedenti. È diventato più difficile ottenere il permesso per entrare a Gaza le condizioni di sicurezza sono peggiorate. Siamo stati testimoni di un attacco israeliano con Apache 16 e purtroppo anche di scontri a fuoco fra militanti di Hamas e forze dell’Anp che dovevano impedire il lancio di missili contro gli insediamenti colonici. Il giorno successivo al nostro arrivo, assieme ad Ilham e con un altro volontario del PMRC che potesse fare da interprete e, cosa non semplice soprattutto nei campi profughi, riuscire a localizzare le diverse famiglie dei bambini adottati, abbiamo iniziato a muoverci per il nostro giro di visite; il nostro programma prevede di visitare 167 dei bambini che ricevono un sostegno da un adottante in Italia. Alcuni bambini non li abbiamo trovati: le famiglie avevano cambiato casa e non sempre i vicini sapevano esattamente dove si erano trasferite. Altri, considerato il periodo di vacanza e le scuole chiuse, erano da parenti, oppure ai campi estivi che – pur tra mille difficoltà – il PMRC riesce ad organizzare. A volte si dimentica che Gaza è sul mare, e proprio il mare a volte può essere fonte di altro dolore, come nel caso della famiglia di Qader, una bambina tredicenne che è nel nostro progetto, e che siamo andate a trovare. Qader era in Egitto per essere sottoposta alla quinta operazione (è stata ferita nel 2002 all’addome). Sua madre distrutta dal dolore ci ha raccontato che il mese scorso un fratello di 19 anni di Qader, appena diplomato, è annegato in mare. Ci hanno spiegato che sono tanti i bambini e ragazzini che annegano nel mare spesso agitato: non sanno nuotare, non ci sono bagnini, nessun controllo.  Per dieci giorni abbiamo visitato i bambini di Bayt Lahiya, Bayt Hanun, Jabaliya, Khan Yunis e Rafah, siamo stati nei campi profughi e nelle zone rurali. Quando possibile i nostri spostamenti avvenivano con l’ambulanza del PMRC che dovrebbe garantire un minimo di sicurezza dagli attacchi israeliani (ma non sempre è così), in certi casi, come a Bayt Lahiya, dove abbiamo incontrato 10 bambini e rispettive famiglie, ci siamo spostati senza macchina, a piedi, per cinque ore sotto il sole, a tratti con un trattore, o con un asino. Il nostro accompagnatore, quel giorno, è finito in ospedale per un colpo di sole. Noi ci siamo salvati grazie a provvidenziali cappelli avuti in prestito. La situazione a Gaza continua ad essere terribile. La popolazione (1.400.000 complessivamente) nei villaggi e soprattutto nei campi profughi è fittissima, cresce del 4% all’anno e si vede. Nei villaggi ci sono in media 25.000 persone per chilometro quadrato e nei campi profughi 50.000. I 7.800 coloni israeliani, vivono invece in meno di 600 per Km quadrato. La povertà è tremenda. La presenza israeliana è ovunque. Basta guardare gli insediamenti con intorno le torrette con i soldati con i mitra puntati contro abitanti e passanti. Nel cielo si sente il ronzio degli aerei senza pilota, non si vedono ma si sa che fotografano tutto e tutti. Si può assistere alla scena di una automobile carica di passeggeri che viene centrata da un razzo. Nei dodici giorni della nostra permanenza a  Gaza gli occupanti israeliani hanno ucciso in questo modo almeno sei persone, presunti “terroristi di Hamas”. Abbiamo anche assistito al funerale di 4 militanti di Hamas, che è stato molto sentito e partecipato dagli abitanti di Gaza. Un’altra angheria messa in atto con sottile crudeltà dagli occupanti (frequentemente, almeno due volte al mese) è quella di interrompere, scavando enormi buche con il bulldozer e rendere così impraticabile, l’unica strada che attraversa la striscia da nord al sud. Appena gli israeliani li autorizzano a ripercorrere la strada, i palestinesi la riparano prontamente, la strada è indispensabile per qualsiasi spostamento, soprattutto di lavoro. La disoccupazione, infatti, ha raggiunto l’80% Durante le nostre visite effettuate di mattina alle

Un libro su Barghouthi

Barghouti. Il Mandela palestinese recensione di Enrico Galoppini Aljazira.it – venerdì, 22 luglio 2005 http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=648&Itemid=1 Autore: PAOLO BARBIERI / MAURIZIO MUSOLINO Titolo: BARGHOUTI. IL MANDELA PALESTINESE Editore: Datanews, 2005 Pagine: 160 Prezzo: 13 euro La vicenda politica ed umana di Marwan Barghouti, leader politico di al-Fatah assai popolare tra la sua gente detenuto in un carcere israeliano dall’aprile 2002 con accuse che ruotano attorno alla nozione di “terrorismo”, ci impone, una volta di più, d’interrogarci su quello che significa, oggi, questa parola. “Terrorismo” non è più quello che ci racconta un qualsiasi dizionario della lingua italiana, ma viene ormai spacciato per sinonimo di “resistenza”. In poche parole, i detentori del potere ed i loro trombettieri, intendono far passare l’idea che resistere ad un’invasione è sbagliato, che chi resiste ad un’occupazione è un “terrorista” e che c’è la “guerra al terrorismo”: “Il terrorismo è una drammatica realtà del presente, ma la grande menzogna che viene propalata con estrema faciloneria (quando non si tratti di colpevole complicità con il potere politico) dalla maggioranza dei mezzi di informazione occidentali è che il terrorismo sia una politica, e non un metodo di lotta politica, che per quanto ripugnante può, quindi, essere adottato dai soggetti più diversi, anche nemici in guerra tra loro e ideologicamente diversissimi” (p. 23). Dunque, in una guerra, ciascuno mette in campo i mezzi che ha. Altrimenti, si diano aerei, elicotteri, carri armati, corvette, satelliti, bulldozer anche ai palestinesi. Il resto sono solo chiacchiere. Ma una volta imposta la mistificazione mediatica per cui il problema è il “terrorismo” (palestinese), tutto si semplifica. Si spianano delle abitazioni? “Erano di sicuro abitate da terroristi”! Si lanciano razzi su un corteo funebre? “Vi si commemorava un terrorista, e terroristi erano comunque tra i presenti”! Si confiscano patrimoni e conti in banca? “Di certo servivano a finanziare il terrorismo”! Si spara sui contadini che difendono i loro olivi? “Comunque, avrebbero fornito appoggio, rifugio, a dei terroristi”… Addirittura, secondo le autorità israeliane, esisterebbe di fatto un “terrorismo da omissione”, ovvero il non essersi adoperati per impedire il “terrorismo” (di qui la giustificazione della prolungata reclusione forzata del Presidente Arafat)! Il risultato è tuttavia sempre lo stesso: umiliazioni, assedi, distruzioni, uccisioni… nella pressoché totale indifferenza di quella cosca mafiosa che è la “comunità internazionale”. Non sia mai detto poi che esiste un “terrorismo di Stato”, qual è quello che la base politico territoriale del Sionismo (lo “Stato d’Israele”) pratica da decenni, nell’impunità più assoluta, ai danni dei palestinesi[1]. E persino il “terrore” non è lo stesso a seconda di chi lo vive: “Così quando gli iracheni vivono sotto le bombe per mesi, minacciati da elicotteri, carri armati e checkpoint americani non anno diritto ad essere terrorizzati, ma diventano immediatamente preda del terrore quando ad esplodere sono i kamikaze invece delle cluster bomb, del fosforo o del napalm […]” (p. 23). Si è capito dunque che i palestinesi, qualunque cosa facciano per combattere l’occupazione (dall’uomo bomba al guerrigliero, senza risparmiare chi s’impegna sul fronte dell’informazione non embedded), sono “terroristi”, quindi sbagliano. Questo snodo fondamentale è colto bene nel libro Barghouti. Il Mandela palestinese,  che Paolo Barbieri e Maurizio Musolino dedicano ad una delle ultime e più limpide figure espresse da una parte di umanità che da quando è nata ha solo visto l’occupazione della propria terra[2]. Il processo a Marwan Barghouti è, essenzialmente, un processo politico, il cui obiettivo è, come sottolineano gli autori, processare l’intero popolo palestinese. “[…] è così difficile disgiungere le accuse a suo carico, le prove che la giustizia israeliana ha considerato sufficienti per condannarlo, dal contesto politico [il fallimento degli “accordi di Oslo”[3] e la nuova intifada, NdR] nel quale il processo si è svolto e dal significato politico che esso ha assunto” (p. 63). Ma come in tutti i processi di questo tipo (si pensi a quello a Slobodan Milosevic), l’accusatore diventa ben presto l’accusato: il pezzo forte del libro è difatti l’atto di accusa di Barghouti da egli pronunciato nell’udienza del 3 ottobre 2002[4], il quale è “un documento politico, ma anche un dettagliato elenco di nomi, fatti, circostanze”. In 54 “capi d’imputazione” c’è tutta la storia del terrore (altro termine su cui è volutamente operata una mistificazione)[5] inferto alla popolazione palestinese, “il racconto di una violenza quotidiana e diffusa, che trascende le ragioni della storia e soffia via la cortina fumogena della cosiddetta guerra di religione, infrange il mito della democrazia assediata e getta un’ombra cupa sull’ideale un tempo mitico della nazione israeliana […]” (p. 59)[6]. L’autodifesa di Marwan Barghouti, è l’ennesima dimostrazione che la miglior difesa è sempre l’attacco. Perché mai attestarsi ‘sulla difensiva’ in un processo nel quale su 128 testimoni ben 96 sono israeliani (63 dei quali investigatori o associati all’investigazione su Barghouti) ed i 21 testimoni palestinesi non hanno ripetuto in aula una sola parola delle loro accuse fioccate così generosamente nelle carceri israeliane in cui si trovano? Ecco perché le parole con cui il j’accuse di Barghouti si apre (“Marwan Hassib Barghouti, in nome del popolo palestinese, accusa – contro – lo Stato d’Israele”) rappresentano la consapevolezza che se la partita in gioco è la criminalizzazione del diritto a resistere (e ad esistere) di un intero popolo, tanto vale giocare sullo stesso piano, quello di un processo politico, incentrato però, si badi bene (ed è questa la capitale differenza tra la Resistenza palestinese ed il Sionismo), non sull’incriminazione dell’intera popolazione di cittadinanza israeliana[7] ma su quella dell’establishment della base politico-territoriale del Sionismo, lo Stato d’Israele. La differenza – ‘di stile’, o di sensibilità – non è da poco: significa che se un giorno la Resistenza palestinese dovesse spuntarla, patrioti come Marwan Barghouti che hanno sempre sostenuto l’importanza della conduzione, di pari passo, della battaglia e della trattativa (non si può trattare da sconfitti) non procederanno ad espulsioni di massa (com’è invece accaduto ai danni dei palestinesi dal 1948 in poi). Finirebbe  certo l’afflusso di ‘coloni’ (altro termine foriero di equivoci) che “ritornano” (e qui siamo oltre ogni ragionevole equivoco!) e degli altri stranieri che – è poco noto – vengono fatti affluire dal Governo israeliano per svolgere determinate mansioni (ad esempio durante lo shabbat), col

Resoconto del III incontro dei sostenitori di Gazzella

Bologna, 21 maggio 2005 Patrocinato dal Comune di Bologna, si è svolto il 21 maggio 2005 il III incontro nazionale dei sostenitori di Gazzella Onlus. Presenti amici e compagni da varie regioni, ha aperto i lavori Marina Rossanda, presidente dell’associazione, con un intervento introduttivo sullo stato di Gazzella Onlus. Francesca Bettini, segretario dell’associazione, ha esposto le attività svolte dall’ultimo incontro ad oggi, ha dato un quadro breve delle attività di promozione del progetto, di intervento pubblico, editoriali, giornalistiche, di partecipazione a eventi musicali, ecc. Ha descritto le attività svolte affermando che nel corso del 2004 Gazzella ha avuto il contributo di 484 sostenitori in Italia e ha dato assistenza a 588 bambini feriti nei campi profughi del territorio di Gaza. È seguita poi una relazione dettagliata – coadiuvata da diapositive – sugli ultimi due viaggi nella striscia di Gaza. Sono state mostrate le foto scattate all’ospedale di Gaza che ospitava i bambini feriti durante l’attacco israeliano del gennaio scorso, visitati nuovamente in aprile: alcuni di loro hanno subito l’amputazione di entrambe le gambe; uno di loro purtroppo non è riuscito a sopravvivere. Sono state proiettate anche diapositive del muro dell’apartheid attualmente in costruzione, accompagnate da una relazione sulla situazione di vita quotidiana dei palestinesi della striscia, che è sempre più insostenibile. È seguito poi un dibattito lungo e partecipato. Si è messa in evidenza la necessità di prendere  contatti con le istituzioni regionali per creare le premesse di una possibilità di aiuto ai bambini feriti attraverso i fondi istituzionali offerti dalle Regioni. La volontaria che ha partecipato agli ultimi due viaggi nella striscia di Gaza ha constatato che da parte delle istituzioni italiane non sono dati ai bambini palestinesi lo stesso trattamento e le stesse facilitazioni di cura dati a bambini provenienti da altri paesi. Anzi, a volte, i progetti finanziati dalle Regioni italiane favoriscono la cura dei bambini attraverso un progetto gestito dal centro diretto dall’israeliano Shimon Peres, piuttosto che permettere loro un soggiorno ospedaliero in Italia. A questo proposito, da più parti, si sollecitata una presentazione del progetto Gazzella alle Regioni di residenza dei sostenitori, al fine di far conoscere la nostra attività e cercare di ottenere qualche sostegno per la cura dei bambini feriti da noi seguiti. Si è osservato che le informazioni – quando arrivano – sono tendenziose e fuorvianti e si è sollecitata una maggiore controinformazione su ciò che accade in Palestina. Nel pomeriggio si è dato ampio spazio alla discussione fra tutti i partecipanti. Punto centrale di tutti gli interventi è stato quello di ridare impulso ai viaggi periodici dei volontari di Gazzella, da compiersi con cadenza più frequente in modo da visitare più regolarmente le famiglie e i bambini sostenuti dal nostro progetto e stabilire un contatto solidale duraturo. L’incontro ha avuto termine con la promessa di rivedersi entro la fine del 2005. Cordiali saluti a tutti.

Resoconto del XI viaggio di Gazzella

A distanza di tre mesi, dall’ultimo viaggio fatto, il posto di blocco di Erez è divenuto un vero e proprio punto di frontiera: hanno costruito nuovi edifici per i soldati, nuove torrette di controllo e il tunnel di circa un chilometro che divide il territorio abitato da israeliano da quello dei palestinesi è stato allungato di un altro chilometro. Per entrare nella striscia di Gaza si è costretti a passare attraverso percorsi “obbligati” delimitati da barriere di metallo e da porte di ferro che si aprono solo a comando. Videocamere filmano il percorso di circa un chilometro fino a quando si raggiunge il vecchio tunnel che introduce nel territorio di Gaza. Al controllo palestinese troviamo tre poliziotti che registrano a penna l’entrata; nulla a che vedere con i controlli agli uffici israeliani. Al centro del Medical Relief di Gaza siamo attesi dai responsabili. Insieme organizziamo le visite ai bambini sostenuti dal progetto Gazzella. Non riusciamo ad effettuare tutte le visite programmate, ma comunque andiamo nei campi profughi di Jabaliya, Beit Hanun e Beit Lahia, dove vivono alcuni dei nostri bambini. Al campo profughi di Jabaliya visitiamo: Hazem, dieci anni, ferito alla gamba; Diya, otto anni, ferito alla spalla; Ibrahim, otto anni, ferito al braccio; Qader, dodici anni, ferita all’addome, in attesa di una quinta operazione; Al campo profughi di Beit Hanun visitiamo: Nur, due anni, ferita a dicembre del 2004 all’addome in attesa di una nuova operazione (la bambina ancora non era stata inserita nel nostra programma, lo sarà nel maggio 2005); Al Campo profughi di Beit Lahia visitiamo: Mohamed, sette anni, ferito alla gamba; Thaer, quindici anni, era già stato nel nostro programma per una ferita alla gamba che lo ha costretto all’uso della stampella; e’ stato nuovamente ferito, alla testa, il 4 gennaio scorso. Insieme a lui il 4 gennaio scorso sono stati feriti: Imad, sedici anni; Ibrahim, quattordici anni; Issa, quattordici anni. Questi tre ragazzi, che ancora non erano stati inseriti nel nostro programma, hanno perso entrambe le gambe. I nostri spostamenti nei campi profughi non sono stati facili: spesso abbiamo dovuto lasciare l’ambulanza, mezzo che utilizziamo per nostra sicurezza, e raggiungere le case a piedi. Le strade distrutte da tanks e ruspe israeliane fanno parte delle azioni di “disturbo” e servono a creare condizioni di invivibilità quotidiana ai palestinesi. Non è stato possibile effettuare i viaggi programmati per Khan Yunis e Rafah, a causa della chiusura del passaggio ai posti di blocco. Con questa chiusura ai palestinesi è negata la possibilità di raggiungere i luoghi di lavoro, le scuole, gli ospedali. Gli israeliani avevano chiuso il check point di Abu Holee “per motivi di sicurezza”, per la presenza di coloni che manifestavano contro il piano di ritiro dagli insediamenti della striscia di Gaza, previsto per il prossimo agosto. Ricordiamo che i coloni che vivono nei 21 insediamenti sono circa 8.000 e occupano il 42% del territorio della striscia di Gaza. Lasciamo Gaza dopo cinque giorni con la sensazione che una soluzione alla causa palestinese è ancora lontana; la striscia di Gaza ha tutte le caratteristiche di una prigione a cielo aperto dove il controllo su un territorio di 5 km per 40 km è capillare, anche se non così “visibile” come in Cisgiordania. Dopo la visita e gli incontri con i nostri bambini e le loro famiglie, una sensazione di impotenza ci assale: la vita trascorre all’interno dei campi profughi in case fatiscenti senza acqua e servizi igienici; non ci sono cinema, teatro, luoghi di ritrovo che non siano le strade sabbiose e polverose. Ma i bambini sono veramente meravigliosi: ti cercano con il loro sorriso, ti esprimono la loro gioia di incontrarti. E di tutto ciò non puoi fare a meno; parti dalla Palestina e già pensi a quando tornare. I volontari di Gazzella