Jenin, tre anni dopo
di Samir Khweira giovedì, 07 aprile 2005 http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=550&Itemid=1 Sono passati tre anni da quel terribile aprile 2002, ma i ricordi sono ancora scavati nella memoria dei testimoni. Gli abitanti del campo di Jenin raccontano i particolari di un massacro e dell’eroica resistenza. Una madre e i suoi bambini strisciano per terra rotolando da una stanza ad un’altra, per paura dalle pallottole che piovono da ogni parte; ode l’adhan, il richiamo per la preghiera della sera, alza le mani e gli occhi verso il cielo invocando il Signore affinché la salvi con la sua famiglia dalla morte… Una scena che i migliori registi non riescono a realizzare, mentre si tratta della realtà vissuta da Umm Ramzi – «la madre di Ramzi» – con la sua famiglia durante la grande invasione israeliana del campo di Jenin nell’Aprile del 2002, durante la quale le forze d’occupazione commisero un massacro ammazzando decine di martiri e provocando centinaia di feriti, così come la distruzione di case ed altre strutture. Umm Ramzi torna con la memoria al massacro: “Le pallottole potevano ammazzare me e i miei familiari… molte pallottole hanno trapassato i muri della nostra casa… ci siamo sentiti in pericolo, così ci siamo buttati tutti per terra ed abbiamo cominciato a strisciare verso la cucina ripetendo la testimonianza di fede [la shahada, che recita “Non c’è divinità se non Iddio e Muhammad è l’Inviato di Dio, NdT]… sentivamo la morte che ci attaccava da ogni parte”. Ed ha poi aggiunto Umm Ramzi, che ha la casa completamente distrutta: “Mio marito si stava preparando per fare l’abluzione per la preghiera della sera, quando siamo rimasti sorpresi dal bombardamento – al quale hanno partecipato anche degli aerei – da parte di carri armati posizionati nella piazza centrale del campo”. Il quartiere di al-Hawashin, nella parte ovest del campo, è diventato famoso: le escavatrici israeliane hanno distrutto tutte le sue case spianandole al livello del terreno. La sequenza di eventi terribili vissuti da migliaia di famiglie dello stesso quartiere a partire dalla sera del quinto giorno della battaglia del campo di Jenin, è iniziata quando a causa della fermezza degli abitanti i carri armati israeliani accerchiarono il campo impedendone l’accesso. Umm Ramzi prosegue nel racconto: “Tutti, nel campo, avevano deciso di resistere con fermezza. Poi hanno cominciato a demolire le case, ci hanno buttato nelle strade sotto la pioggia e al freddo: decine di bambini, donne e anziani tremavano dal freddo. Così abbiamo affrontato la durezza israeliana ed una morte lenta, in specie quando il bombardamento si è fatto più intenso”. Umm Ramzi parla di quei giorni come dei “più duri e più difficili” della sua vita, ed ha detto: “Ci muovevamo strisciando per terra, dormivano in cucina sotto le sedie, mentre le pallottole provocavano l’incendio nella casa del nostro vicino Abu Ahmad, il quale si è salvato per miracolo” . Da parte sua, Abu Ahmad Jaradat, raccontando ciò che è successo a lui e alla sua famiglia in quella notte nella quale gli aerei israeliani hanno bombardato il campo gettando più di mille bombe (come hanno detto i responsabili israeliani), ha detto: “In solo attimo ci si trovava tra la morte e la vita. Ad un tratto, ci sono piovute le pallottole dentro la casa, dove mi trovavo seduto con la mia famiglia, così abbiamo iniziato a strisciare per terra verso la casa vicina, ed appena usciti la nostra casa si è incendiata, e tutto è andato distrutto”. Naser Farahneh, la cui famiglia ha vissuto più di venti giorni all’aperto, afferma che ancora 650 famiglie vivono disperse fuori dal campo ed attendono di farvi ritorno, quando finirà la ricostruzione. Sui crimini israeliani commessi nel campo, Ibrahim Dababneh, il direttore della Mezza luna rossa, esclama: “Le ambulanze ed i soccorritori furono impediti ad entrare nel campo durante tutto il periodo del massacro. Circondarono la Mezza luna rossa e l’ospedale, ci hanno sparato addosso ed hanno impedito di evacuare i feriti: qualcuno ha perso sangue fino al martirio, ed i cadaveri dei caduti sono rimasti nelle strade”. ‘Abd el-Razeq Abu l-Haija’, Direttore dell’ufficio dell’Onu che si occupa profughi palestinesi (UNRWA), ricorda: “L’occupante ha distrutto intenzionalmente le reti della corrente, dell’acqua, dei telefoni e delle infrastrutture, isolando il campo dal mondo, impedendo alle Nazioni Unite, alla Mezza luna rossa ed ai giornalisti l’ingresso nel campo durante i massacri”. Faryal al-Shalabi non riesce a dimenticare la morte del marito e del vicino: “Ho visto i soldati quando hanno arrestato mio marito (Wadah), mio zio e il nostro vicino ‘Abd el-KArim as-Sa‘di. Li hanno messi sul portone di casa e gli hanno sparato: mio marito e as-Sa‘di sono morti, e mio zio si è salvato per miracolo. I cadaveri sono rimasti in strada fino alla fine del massacro, e non ho potuto gridare per paura di essere scoperta dai soldati ed uccisa”. “I carri armati e le escavatrici hanno cominciato a distruggere le case sui loro abitanti, visto che non hanno potuto occupare il campo. Hanno arrestato tutti gli uomini e li hanno buttati per la strada, per poi costringerli a spogliarsi davanti ai nostri occhi. Ma non gli è bastato questo: ci hanno cacciato fuori dal campo, in strada, dove c’erano molte situazioni terrificanti… abbiamo visto tanti cadaveri gettati e fatti a pezzi, ed un carro armato che passava sopra il cadavere del martire Jamal as-Sabbagh, mentre i soldati torturavano i feriti”. In base ai dati ufficiali palestinesi, furono uccisi 63 palestinesi, centinaia furono i feriti, più di 450 le case demolite, e tutti i maschi del campo di età tra i 15 e i 50 anni vennero arrestati; i caduti da parte israeliana, come hanno ammesso ufficialmente gli israeliani, furono 32, e decine i feriti. Jamal Zayed spiega come un gruppo di resistenti prese come base l’appartamento vicino al suo: “Non riesco a credere a ciò che hanno visto i miei occhi. Lo scontro era faccia a faccia: più s’intensificavano i bombardamenti, più saliva il morale dei combattenti, i quali rifiutavano di arrendersi. Gli invasori non poterono andarsene né avanzare di un solo metro per più
Resoconto del X viaggio di Gazzella
Resoconto del viaggio a Gaza del 4-l6 gennaio 2005. A tutte le persone, le famiglie, le classi, le scuole, i gruppi di azienda, a tutte le amiche e a tutti gli amici che hanno “adottato” un/a bambino/a palestinese ferito/a, attraverso Gazzella. Care amiche e cari amici, anche questa volta ce l’abbiamo fatta. Siamo ritornati a Gaza dopo un mese. Nuova distruzione e desolazione ci accolgono subito dopo il punto di controllo palestinese. Le strade principali di collegamento non sono più accessibili e siamo obbligati a passare per il campo profughi di Beit Hanun. Siamo in piena campagna elettorale; il nove gennaio prossimo i palestinesi andranno al voto per eleggere il nuovo presidente dell’ANP: Abu Mazen e Mustafa Barghouthi stanno tenendo comizi nei campi profughi di Jabalia, Rafah e in altri villaggi della striscia di Gaza. C’e’ fermento tra i palestinesi. Questa è la seconda volta che vanno al voto per eleggere il presidente. La prima volta fu nel 1996 quando venne eletto Arafat. Il nostro arrivo è segnato dall’incursione israeliana nel villaggio di Beit Lahia vicino al campo profughi di Jabalia: sette morti e 10 feriti. Seguiamo i volontari del Medical Relief, visitiamo il luogo dell’attacco: un campo di fragole dove alcuni uomini stavano lavorando e alcuni bambini stavano giocando. Ci dicono che tre tanks sono scesi dall’insediamento di Nisanit per scovare dei presunti terroristi che all’alba avevano sparato un colpo di mortaio! Nel campo di fragole c’era “movimento”:….. sette morti tra i 18 e 25 anni, 10 feriti tra gli 11 e 16 anni, tutti parenti fra loro: fratelli, cugini, zii . Qui le famiglie vivono in comunità, condividono la casa, il lavoro, i campi, la vita. La ricomposizione dei morti, l’ultimo saluto fino alla sepoltura avviene con grande dignità: tutto il villaggio è per le strade mentre sulla nostra testa sorvolano gli apache israeliani che “controllano” e sparano gas che dovrebbero servire a dare maggiore visibilità: a noi pungono e lacrimano gli occhi e brucia la gola. Decidiamo di andare a visitare i feriti: sono tutti bambini-ragazzi con ferite agli arti superiori e inferiori, in alcuni casi con la perdita di entrambe le gambe, altri con ferite alla testa e all’addome. Tra i bambini feriti abbiamo trovato Thaer Abu Banat che ha riportato una ferita alla testa e alle braccia; il bambino, già ferito un’altra volta, era stato incluso per un certo periodo nel programma di Gazzella! I medici del reparto di rianimazione dell’ospedale di Gaza ci permettono di entrare e fotografare, ma ci chiedono anche di fare qualcosa. Oggi lo facciamo raccontando l’orrore di uno dei tanti bambini feriti, Aysam Galyan, 12 anni, che ha perso le gambe la mattina del 4 gennaio 2005 sotto le cannonate dei carri armati a Beit Lahia. Il bambino, scambiandoci per medici, poiché indossavamo camici bianchi, ci chiede delle sue gambe…… Le immagini riprese e le foto, per quello che abbiamo saputo fare, non hanno bisogno di commenti. L’uso di armi pesanti comporta, se non la morte, lesioni permanenti e molto gravi, così come l’utilizzo di proiettili non convenzionali. Abbiamo visto gli esiti sul corpo di una bambina di due anni ferita alcune settimane prima: le piccole parti in metallo, “spilli”, che fuoriescono dai proiettili lacerano i tessuti rendendo difficile anche gli interventi di sutura. Quando il progetto di Gazzella era nato le condizioni dell’occupazione israeliana si concretizzavano con modalità “diverse”: oggi siamo di fronte a una condizione di guerra, che il mondo ancora non vuole ammettere. Vista la drammaticità e gravità della situazione, forse il nostro intervento ha bisogno di essere rivisto, non nelle finalità, ma nei criteri con i quali opera e sostiene i bambini palestinesi feriti nella striscia di Gaza. Di seguito alcune proposte: 1. innalzamento dell’età di adozione dai 14 anni ai 16 anni; 2. adozione a lungo termine per i bambini che hanno riportato lesioni permanenti; 3. acquisto di attrezzature e protesi per i bambini feriti; 4. ricerca di accordi e protocolli d’intesa con Aziende Ospedaliere e ULS per eventuali ricoveri ed interventi chirurgici in Italia. Inoltre, la situazione della striscia di Gaza con i suoi morti e feriti, purtroppo, non è un fatto isolato: in tutta la West Bank si registrano violenze sui civili, bambini in particolare; si potrebbe valutare l’opportunità di estendere il progetto Gazzella anche ad altre realtà palestinese. Nei giorni successivi, accompagnati da Helane, la nostra collaboratrice amministrativa, abbiamo visitato alcuni bambini, che sono nel programma e vivono al Campo di Jabalia: · Bilal Jaber Abu Wadi, anni 14, ferito allo stomaco; · Aher Jamal Saleh, anni 14, ferito alla mano destra e al viso: ha perso l’uso dell’occhio sinistro; · A’ed Ahmad Wahdan ,14 anni, sordo muto, ferito alla schiena; Al campo di Beit Hanun abbiamo visitato tra gli altri, Mariam Abuklek di 11 anni, ferita alla testa. Sua sorella di 5 anni è stata uccisa l’anno scorso durante un’incursione israeliana. Nel corso della visita al campo di Beit Hanun ci hanno segnalato il caso di una bambina che è stata ferita quattro mesi fa. Siamo andati a trovarla: si chiama Sama Awda, ha 11 anni ed è stata ferita alla testa. Le lesioni riportate le hanno paralizzato il braccio e la gamba destra: ci hanno chiesto di inserirla nel programma di riabilitazione. Il progetto Gazzella, unito alla nostra presenza a Gaza, è molto importante sia per chi sta collaborando con noi, Medical Relief, sia per i bambini adottati e le loro famiglie, che vivono e sentono il nostro contributo non solo come un intervento economico, ma come una condivisione della sofferenza alla quale sono sottoposti. Nonostante che non siamo riusciti a far visita se non a un piccolo numero di bambini, le famiglie dei bambini feriti inclusi nel nostro programma hanno nel frattempo ricevuto il denaro da tutti voi inviato. La nostra presenza è stata comunque sentita e molto apprezzata. Cominceremo fin d’ora a programmare il prossimo viaggio. Concludendo, vorremmo dirvi che sentiamo fortemente il dovere di denunciare gli orrori di questa guerra che non si vuole riconoscere, denunciare
Immagini della distruzione di Khan Yunis (dic. 2004 – gen. 2005)
‘occupazione 2-8.12.2004
Au cours de la semaine passée, l’état israélien a : Tué 8 Palestiniens Isma’il Ahmed al-Sawarka (24 ans), ’Aamer ’Abdullah Esleem (20 ans), Eyad Suleiman Ghayad (20 ans), Walid Mosa’ed al-Tarabin (24 ans), Rashad Ibrahim Abu Sunaima (23 ans), ’Abdul ’Aati Salama Abu Suhaiban (20 ans), Mahmoud ’Abdul Rahman Hamdan Kumayel (28 ans) et une 8ème personne (identité non communiquée). Blessé 24 Palestiniens, dont 3 enfants de 5 ans (par une balle dans le dos) 8 ans (balle dans la tête) et de 11 ans (par un éclat d’obus dans la tête), 2 adolescents de 13 et 15 ans, 3 femmes de 50, 52 et 60 ans, Parmi eux : Ahmed ’Ali Qara’an (20 ans), Ahmed Mustafa al-Masri (20 ans), Khalil Hisham Buraika (8 ans), Fathiya Mohammed al-Akhras (52 ans), Raiqa Mansour Tabasi (60 ans), Nidal Mohammed Abu Hilal (15 ans), Mohammed Mahmoud Abu Hassanain (20 ans), Mohammed ’Abdul Fattah Mansour (11 ans), ’Abdul ’Aziz Farraj Abu Mour (40 ans), Mohammed ’Ata Hamed Hamad (30 ans, grièvement blessé par une balle dans la poitrine), Bustan Mufid Sha’at (13 ans), Mohammed al-Bashiti (5 ans), Nizar Faraj (21 ans), Sa’id Yousef al-Najjar (25 ans), Mohammed ’Abdul Karim Qeshta (25 ans), Fatema Khamis ’Ennaba (50 ans), Mohammed Hassan al-Najjar (20 ans, par une balle dans le cou). Arrêté 79 Palestiniens, dont 19 adolescents, 1 adolescente, 5 étudiants. Il y a aujourd’hui quelque 1’700 Palestiniens en détention administrative : Durées d’emprisonnement indéterminées Conditions de détentions déplorables . violences physiques (Israël est le seul pays au monde à avoir légalisé la torture)* . cellules exiguës, surpopulation des camps . nourriture de mauvaise qualité . pas de soins médicaux . pas de visites et ce SANS INCULPATIONS, NI PROCÈS. (Rapport de LAW, 17.07.04) * Amnesty international (dans son rapport de 1991) donne la description suivante : ” Les méthodes systématiquement utilisées comprennent : le port de cagoules faites de sacs crasseux, parfois humides, pouvant empêcher le détenu de respirer, la privation de nourriture et de sommeil pendant la détention à l’isolement, le port prolongé de menottes en plastique ou en métal, le maintien du détenu dans des positions inconfortables (une pratique appelée le shabah), l’internement dans des cellules minuscules et obscures appelées “placards” ou “cercueils” ou dans de petites cellules glaciales appelées “réfrigérateurs”, les coups sur tout le corps, souvent violents, visant parfois les organes génitaux, les brûlures de cigarettes, l’interdiction prolongée pour le détenu de se rendre aux toilettes, les insultes et menaces de toutes sortes, enfin le harcèlement sexuel dont sont surtout victimes les femmes “. Démoli · Un appartement (Gaza ville, 3.12.04) · Une petite ferme et un réseau d’irrigation agricole (Khan Younes, 5.12.04) · 4 volières (Bande de Gaza, 7.12.04) Rasé · 30.000 m2 de terres agricoles, plantées d’oliviers (Khan Younes, 5.12.04) · 30.000 m2 de terres agricoles, plantées d’oliviers et de blé (Bande de Gaza, 7.12.04) Pénétré / envahi · Les bureaux de ” Qalqilya Handicapped Rehabilitation Society “. Les troupes israéliennes ont confisqué 3 ordinateurs, des dossiers, du matériel de bureau et pris de l’argent. (Qalqilya, Cisjordianie, 2.12.04) · Les bureaux de la ” Cultural Cooperation Society”. Les troupes israéliennes ont pris du matériel (Vieille ville d’Hébron, 4.12.04) · Une maison de 3 étages. L’armée israélienne a maintenu ses 12 habitants dans une seule pièce et a transformé le reste de la maison en poste militaire (Khan Younes, 5.12.04) · Les bureaux de la “Islamic Charitable Society”, son orphelinat et son école. Les troupes israéliennes ont pris des ordinateurs (Bani Na’im village, est d’Hébron, 6.12.04) · Les bureaux de la “Prisoners’ Supporters Society”. Les troupes israéliennes ont pris des dossier et du matériel informatique. (Hébron, 8.12.04) · La ville de Tulkarem et les villages voisins de ’Allar et ’Attil. (Cisjordanie, 2.12.04) · Le sud-est de Deir al-Balah (Bande de Gaza, 2.12.04) · Rafah (Bande de Gaza, 2, 3, 4.12.04) · La ville d’Hébron (4.12.04) · Le village d’Al-Khader (près de Bethlehem, 4.12.04) · Le village d’Al-Qarara (nord-est de Khan Younes, 5.12.04) · Beit Sahour (Cisjordanie, 6.12.04) · La ville de Naplouse (Cisjordanie, 6.12.04) · Les village d’Al-Khader, Taqqou’ et Beit Sahour (près de Bethlehem, 6.12.04) · La ville d’Hébron et les villages voisins de Beit Kahel et Ethna. (6.12.04) · Gaza City (6.12.04) · Salah al-Dain Gate (sud de Rafah, 6.12.04) · L’ouest de Khan Yunis (Bande de Gaza, 7.12.04) · Les villages de Beit ’Awa et Taqqou’ (près de Bethlehem, 7.12.04) · Qalqilya et les villages avoisinants de Jayous et ’Azzoun (Cisjordanie, 7.12.04) · Le village de Zabbouba (près de Jénine, 7.12.04) · Le camp de réfugiés de Balata (près de Naplouse, Cisjordanie, 7.12.04) · Le village de Bourqin (près de JénineJenin, 8.12.04) · Les villages de Qarawat Bani Zaid et Beit Reema (près de Ramallah, 8.12.04) De plus : En violation du droit international humanitaire (en particulier de la Convention de Genève concernant la ” protection des civils en temps de guerre ” (1949), article 33, qui interdit les punitions collectives envers toute personne pour ” un dommage qu’elle n’a pas personnellement commis “) exerce envers les familles des Palestiniens recherchés pour avoir porté atteinte à Israël : Des punitions collectives Destruction des maisons familiales Expulsion des habitants Emprisonnement de membres de la famille Violences physiques exercées sur les membres de la famille. L’état israélien : · Continue la CONSTRUCTION DU MUR à l’intérieur de la Cisjordanie, en Palestine. (déclaré illégal par la Cour Internationale de Justice, juillet 2004) · maintient le BOUCLAGE HERMÉTIQUE des territoires occupés : Les soins hospitaliers sont inaccessibles . Les ambulances ne sont pas autorisées à accéder aux blessés ni à évacuer les corps . L’aide humanitaire et médicale étrangère à ce secteur est systématiquement refoulée L’eau, l’électricité et l’approvisionnement en denrées de première nécessité ont été coupées. l’armée s’empare des immeubles les plus hauts et transforme les terrasses en sites militaires. Les écoles, universités et lieux de travail sont inaccessibles ( Sources : PCHR ; LAW ; Amnesty International ) Lire : http://www.aloufok.net/article.php3?id_article=1777 Bilan du 25 Novembre au 1er Décembre 2004
Comunicato stampa del Forum Palestina
Le associazioni impegnate da anni nei progetti di solidarietà con il popolo palestinese, intendono denunciare con rabbia e con forza quanto è accaduto nella città di Roma martedì 30 novembre. A Roma sono in questi giorni ospiti alcuni bambini palestinesi del campo profughi di Chatila che hanno tenuto una iniziativa spettacolo lunedì 29 novembre alla galleria Alberto Sordi e che intendeva richiamare l‚attenzione sulla insostenibile condizione dei profughi palestinesi. Era stata avanzata richiesta formale al sindaco Veltroni di ricevere questi bambini ma il sindaco non ha trovato il tempo né la voglia di farlo. Ma non è questo l‚episodio più grave. Martedì mattina i bambini palestinesi erano attesi in Campidoglio per essere ricevuti dal Vice Sindaco Maria Pia Garavaglia. Succede invece che i tre accompagnatori dei bambini siano stati fermati dalla polizia davanti alla scuola ebraica del Lungo Tevere su indicazione del personale della scuola stessa. Gli agenti di polizia sollecitati telefonicamente a non ostacolare l‚arrivo dei bambini in Campidoglio hanno trattenuto gli accompagnatori per un‚ora e mezza ma ˆ cosa ancora più grave ˆ sempre sotto la supervisione del personale della scuola ebraica ˆ vanificando l‚incontro in Campidoglio. Il tutto condito da suggerimenti a non transitare su quella strada e lamentando il fatto che la pensione dove sono ospitati i bambini palestinesi era inopportunamente troppo vicina alla istituzione ebraica. Su questo gravissimo episodio – che tanto somiglia alla micidiale pratica dei chek point israeliani nei territori palestinesi occupati e che ostacola ed impedisce ai palestinesi di recarsi a scuola ed al lavoro ˆ verranno presentate interrogazioni parlamentari urgenti dell‚on. Bulgarelli e del sen. Pagliarulo. Analoghe interrogazioni verranno presentate anche al Sindaco di Roma, al quale vorremmo rammentare che rappresenta tutti i cittadini della città, anche quelli impegnati nella solidarietà con le ragioni del popolo palestinese. In tal senso il Sindaco Veltroni viene invitato ad intervenire per mettere fine a discriminazioni antipalestinesi insopportabili e all‚interdizione di alcune zone della città per i cittadini palestinesi o per le iniziative di solidarietà. In assenza di risposte chiare e convincenti, le associazioni di solidarietà con il popolo palestinese si impegnano a farsi sentire con forza in Campidoglio.
Resoconto del IX viaggio di Gazzella
REPORT DALLA STRISCIA DI GAZA 26 novembre 2004 check point di Herez; controllo del passaporto e passaggio obbligatorio nel tunnel, lungo piu’ di un km; non mi e’ mai piaciuto passare il tunnel da sola, c’e’ un punto nel quale non ti vedono ne dall’una ne nell’altra parte, ma il check point di Herez e il tunnel sono gli unici “veri” accessi alla striscia di Gaza! La scena che si presenta e’ di distruzione. Lo scorso mese di giugno c’erano case, negozi, frutteti, strade: oggi di tutto cio’ restano solo macerie. Sono passati i bulldozer israeliani e sono stati fatti “interventi mirati”. Il taxista, che mi accompagna al centro del Palestinian Medical Relief, mi racconta che negli ultimi due mesi gli israeliani hanno intensificato le incursioni; stiamo transitando su quello che e’ rimasto di una strada di collegamento con Gaza city: l’asfalto e’ stato distrutto, la pioggia dei giorni scorsi ha riempito le “buche” , sobbalziamo, continuamente, nella macchina. Gaza city e’ ridotta a un pattumiera a cielo aperto: da alcuni mesi l’ANP non invia fondi per i servizi pubblici cosi’ la raccolta dell’immondizia e’ stata sospesa. I pochi soldi a disposizione sono per i servizi essenziali quali sanita’ e per la quotidiana “emergenza”. Abu Khousa, il direttore del Medical Relief a Gaza, mi accoglie con il suo grande sorriso, stampato su di un viso piccolo e scuro; mi mette a disposizione l’appartamento a fianco degli uffici. Nel pomeriggio siamo gia’ al lavoro con Helane, la nostra collaboratrice amministrativa a Gaza, per organizzare le visite ai bambini. Abbiamo in programma di visitare alcune famiglie: a Knan Yunis, circa 20 km a sud di Gaza City, i cui abitanti sono stimati complessivamente in 260.000 di cui 160.000 sono profughi e di questi 65.000 vivono nel campo profughi. L’indomani partiamo alle ore 8,30 circa io, Helane e Jamal. Al check point di Al Amin dobbiamo abbandonare la nostra macchina per utilizzare un taxi service. Arriviamo al centro del Medical Relief cambiamo nuovamente mezzo di trasporto, ambulanza, e ci avviamo nel campo profughi. Le strade sono state completamente distrutte si vedono le torri di controllo degli israeliani ed intorno case distrutte o danneggiate; e’ in una di queste che troviamo Sahed Mohamad, 7 anni, con la sua famiglia. E’ profondo il disagio che provi quando entri in una casa dove vedi che non c’e’ quasi nulla e come prima cosa ti offrono the, caffe’ dolci. Mi faccio raccontare come Sahed e’ stato ferito: era notte fonda quando gli israeliani sono entrati nel campo con i tanks; hanno sparato sulle case e una bomba ha colpito la loro casa. Sono rimasti feriti in cinque tra cui Sahed. Difficile dire se sono piu’ dolorose le ferite sul corpo o quelle che porta nella memoria e nel cuore. E’ contento di vederci; gli consegno un biglietto colorato inviato dalla sua famiglia adottiva e un piccolo regalo che di fretta ho comperato: un cappellino da baseball, una sveglia inserita in una casetta con topolini e delle matite colorate. Gli chiedo se posso abbracciarlo; Sahed, con un po’ di timidezza e dopo che il padre lo ha rassicurato, mi abbraccia. Quando usciamo tanti bambini ci stanno aspettando per salutarci . Andiamo a cercare Mariam Mahmoud, 14 anni orfana del padre dall’eta’ di 1 anno, che e’ stata ferita ad una gamba. Non e’ facile rintracciare le persone in un campo profughi; spesso dopo le occupazioni dei soldati le case vengono distrutte e le persone sono costrette a farsi ospitare dai parenti. Troviamo la casa e ci accoglie la zia con il braccio una bimba di circa un anno. Aspettiamo che Mariam torni da scuola; nel frattempo ci raccontano che sia di giorno che di notte i soldati sparano dai vicini appostamenti che sono a protezione dell’insediamento dei coloni. E’ cosi’ che vengono feriti e uccisi i bambini che ignari dei rischi giocano nelle strade sabbiose del campo profughi. Aspettando, mi chiedo cosa potra’ pensare Mariam “dell’internazionale”! Le ho comperato una collana con orecchini, a 14 anni dovrebbe piacere! E’ piccola, Mariam, dimostra meno dei suoi anni e gli occhi sono tristi. Le chiedo della scuola, mi fa vedere i quaderni, ordinati, e qualche disegno. Mi ringrazia per la visita e usciamo sotto una pioggia sottile; mi accompagna una sensazione di “impotenza”. Ritorniamo con l’ambulanza al centro del Medical Relief e sono gia’ le ore 15,00. Decidiamo di mangiare kebab al “volo” e di riprendere la strada per Gaza City poiche’ i tempi per gli spostamenti sono lunghi. Il taxi service ci riporta alla macchina e da li’ riprendiamo lentamente verso il check point e poi per Gaza City. Alle 18,30 arriviamo a destinazione: Helane mi chiede di andare a casa sua per la cena, ma sento il bisogno di stare sola. Stamattina si parte per Rafah a sud della striscia al confine con l’Egitto: gli abitanti sono circa 160.000 di cui 145.000 sono profughi e di questi 95.000 vivono nel campo profughi. La distanza di 30 Km la copriremo in piu’ di 4 ore e ci spostiamo con l’ambulanza: e’ piu’ sicuro. Rabab ha 15 anni e porta i segni delle ferite su entrambe le gambe. La sua famiglia e’ molto cordiale, ci accolgono nella casa dei parenti, ospiti anche loro, poiche’ la loro e’ stata distrutta nel corso dell’occupazione israeliana dello scorso mese di maggio. A Rabab ho comperato un orologio da polso. Mentre stiamo bevendo un the, numerosi colpi di mitragliatrice provengono dalla strada. Mi avvicino alla finestra e subito il padre di Rabab mi allontana: “e’ pericoloso, non vedi i soldati, ma loro vedono te”. Quando ripartiamo la situazione pare tornata tranquilla; passiamo all’ospedale per informazioni e sappiamo che ci sono stati sei feriti tutti tra i 6 e i 15 anni. La piu’ grave e’ una bambina ferita alla gola. Oggi e’ l’ultimo giorno a Gaza e abbiamo organizzato una visita al campo profughi di Beit Hanun; difficile dire quanti abitanti, visto che e’ stato quasi completamente distrutto e i palestinesi sono stati
Un articolo del quotidiano palestinese al-Quds sul progetto Gazzella

In un articolo dedicato al progetto Gazzella, il quotidiano palestinese al-Quds del 24.10.2004 fornisce alcune informazioni sull’attività di Gazzella nella striscia di Gaza a favore dei bambini palestinese feriti inclusi nel progetto. Il giornale riporta che gli incaricati dell’unione dei comitati del soccorso medico palestinese hanno visitato 500 bambini assistiti da Gazzella e hanno consegnando alle famiglie dei bambini l’aiuto finanziario dei sottoscrittori italiani.
Uccisione di un bambino di Gazzella – Il manifesto 23.10.2004
TESTIMONIANZA La morte di Shadi MAURIZIO GALVANI «E’ con grande dolore…»: con questa premessa, una lettera inviataci dal dottor Abu Khousa Abdalhad, medico responsabile del Medical Relief palestinese, ci ha annunciato la morte di Shadi Naim Khalil Abu Anza. Shadi- che aveva appena dodici anni – era stato «adottato», circa un anno fa, da mia moglie e da me, con un`adesione al progetto Gazzella, volto espressamente all’aiuto dei bambini e degli adolescenti palestinesi, il più delle volte colpiti e feriti«casualmente» dall’esercito israeliano, anche se incolpevoli. Non abbiamo mai conosciuto personalmente Shadi: l’unico contatto con lui è stata una foto consegnataci dai volontari di Gazzella. Sapevamo solo che viveva a Rafah insieme alla sua famiglia composta di undici persone. Non sapevamo, ma avevano sentore che qualcosa potesse sempre accadere a Shadi (come del resto ad altri suoi coetanei) visto che viveva sotto l’inferno dell’occupazione israeliana. Purtroppo quello che temevamo è accaduto ed è arrivata la terribile notizia: Shadi Naim Khalil Abu Anza è stato ucciso insieme ad altri due compagni, in circostanze ancora poco chiare, durante l’ultima, devastante offensiva contro Gaza e Rafah. I volontari di Gazzella, tramite i loro contatti, ci fanno anche sapere che i primi a pagare i prezzi di questa assurda occupazione sono proprio i bambini e gli adolescenti, colpiti magari mentre stanno solo andando a scuola – su 250 feriti a nord della striscia di Gaza, la maggior parte sono, infatti, minori. Non solo. I bambini palestinesi diventano improvvisamente orfani – quattordici bambini inseriti nel progetto Gazzella non hanno più i loro genitori; altri risultanoirreperibili dopo la distruzione della loro casa; altri ancora sono fuggiti, in preda al terrore, insieme alle loro famiglie. Altri ancora, delle centinaia di bambini e adolescenti sostenuti da Gazzella, non è stato più possibile contattarli e di loro non si ha più nessuna traccia. «L’unica vera gioia – raccontano i volontari di Gazzella – è stata l’opportunità offerta a 47 bambini palestinesi feriti di prendere parte lo scorso luglio ai campi estivi». Nell’inferno di Gaza non si può nemmeno più entrare, il governo Sharon non vuole che ci siano testimonianze (straniere) di quello che accade laggiù. Questo rende più difficile il lavoro di solidarietà e sostegno a favore del popolo palestinese. Nel caso di Gazzella, due volontari italiani sono rimasti bloccati e hanno dovuto «rimandare» la loro partenza, sconsigliati (per la rischiosità della situazione) dal medico responsabile dell’Unione dei comitati di soccorso medico palestinese (Upmrc). E tuttavia, i volontari di Gazzella continuano a pensare, giustamente, che l’aiuto ai bambini, alle famiglie, alla gente di Gaza, di Khan Younis, Jabalya e Beit Hanun è ancora fondamentale. Per informazioni sul progetto Gazzella: e-mail:pergazzella@katamail.com https://gazzella-onlus.com/ tel-fax 0686326642
Lettera del referente di Gazzella a Gaza
Greetings from Gaza UPMRC Just wanted to brief you about the difficult situations of Gaza Strip till this morning . At the moment the Israeli aggressive incursions continues in all parts of Northern Gaza, including Beit Hanoun, Beit Lahya and with a special concentration on Jabalya ( both refugees camp & the village). In the north of Gaza and since the last Israeli incursions in Jabalya and north of Gaza, more than 121 martyrs and more than 395 injure until 13th of October , and more than 76 houses have been demolished in order to open new roads “short cuts” for the Israeli tanks in Jabalya area . Jabalya, Beit Hanoun, & Beit Lahya are separated accordingly the people there find very high difficulty in reaching health centers , hospitals, food drinking water and milk for children and themselves too. UPMRC have a lot of calls , which ask to provide milk for children and medical services to the patients in this area .UPMRC emergency teams (mobile clinic team in the north area of Gaza Strip ) succeeded to enter the eastern area of Jabalya, & Beit Lahya and they provided medication for patient especially for chronic patient , and milk for children . Gaza strip at the moment is being separated into three parts, people find high difficulty in moving from one place to another . In AbuHoli checkpoint ( which separate Gaza strip in the middle area) there is a lot of people waiting to pass this checkpoint to return to there houses,and they are suffering very much especially the patients after surgical operations (which done abroad in Egypt). UPMRC emergency teams (mobile clinic team in the south area of Gaza Strip ) provide medical services and medication for those people . UPMRC is willing to continue the implementation of successful project Mobile clinic in Affected area” depending on our successful experience in Rafah and other affected parts of Gaza Strip. Regards Dr. Aed Yaghi Program Manager -Gaza Strip Palestinian Medical Relief Society Fax: + 972 8 2827837 E-mail: aedyaghi77@hotmail.com ayedyaghi@yahoo.com
Gruppo di danza palestinese in Italia
Lunedì 4 ottobre alle ore 20.30 al CINEMA TEATRO PASUBIO di Schio (Vicenza) IL GRUPPO DANZA PALESTINESE IBDAA proveniente dal Campo profughi di Dheisheh(Betlemme) presenterà lo spettacolo DIETRO IL MURO DANZARE LA SPERANZA Il gruppo danza è formato da 20 ragazzi/e che presentano uno spettacolo didanza , canti, racconti, melodie e, attraverso queste, alcuni aspetti dellaloro cultura, storia e vita quotidiana. Questa iniziativa consente a giovanipalestinesi , provenienti da un Campo profughi dove le condizioni economichee politiche sempre più drammatiche generano un crescendo esplosivo ditensione, dimostrare come si possa convogliare la loro energia in attivitàculturali che diventano forme di testimonianza nonviolenta. Il gruppo è accompagnato da due istruttori , due assistenti e dal Direttore Del Centroper la Risoluzione dei conflitti e per la Riconciliazione di Betlemme (CCRR)Noah Salameh .Il dr Salameh è docente all’Università di Hebron in DirittiUmani, Etica e Risoluzione dei Conflitti.Vive con la famiglia nel Campoprofughi di Dheisheh.Lo spettacolo è diviso in tre parti :AL KHAIMA – LA TENDA, la storia , la lotta e le aspirazioni dei profughipalestinesi.AL WASIYA – IL TESTAMENTO , la vita degli antenati Palestinesi che lascianocome testamento alla nuove generazioni il compito di mantenere il loro amoreper la terraMU’TAKHAL – I PRIGIONIERI , racconta la tragedia umanitaria delle personearrestate dalle forze di occupazione militare.A questa iniziativa, promossa da un gruppo di Associazioni di Udine, hannoaderito le città di Aosta, Arezzo, Gorizia, Ivrea, Milano, Modena,Monfalcone, Padova, Parma, Schio, Siena, Varese, Verona, Vicenza.A Schio l’iniziativa è stata organizzata dall’Associazione per la Pace conil Patrocinio del Comune e con l’adesione di vari gruppi e associazioni(vedi volantino) Preghiamo di pubblicizzare al massimo questa iniziativa Odilla Dal Santo Associazione per la Pace – Schio [Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]